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Riassunto esame Dialettologia, prof. Vignuzzi, libri consigliati Sobrero, Avolio, Marcato

Riassunto per l'esame di Dialettologia e del prof. Vignuzzi, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Sobrero, Avolio, Marcato, dell'università degli Studi La Sapienza - Uniroma1. Scarica il file in PDF!

Esame di Dialettologia italiana docente Prof. U. Vignuzzi

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rendere l'anima a Dio, il formale estinguersi, l'informale andare all'altro mondo il volgare e

disfemistico crepare. I registri formali sono caratterizzati da:

- Tratti fonetici poco marcati;

- ridotta velocità dell’eloquio, accuratezza nella pronuncia;

- sintassi elaborata e ricchezza lessicale.

I registri informali sono caratterizzati da:

- Tratti fonetici molto marcati;

- velocità dell’eloquio, scarsa accuratezza nella pronuncia;

- sintassi poco elaborata.

Il grado di formalità del registro è condizionato anche tra rapporto tra gli interlocutori, ad esempio

ciò determina la scelta degli allocutivi, la scelta dei pronomi e le formule di saluto.

Le lingue speciali

Le lingue specialistiche prevedono un altro grado di specializzazione, come la fisica, la matematica,

medicina, mentre le lingue settoriali sono quelle che riguardano settori o ambiti di lavoro non

specialistici, come la televisione. La differenza tra lingue specialistiche e lingue settoriali consiste

nel fatto che le prime hanno un lessico specialistico basato su una vera e propria nomenclatura cioè

un complesso di termini tecnici relativi alla materia, mentre le seconde non hanno un lessico

specialistico, ma attingono di norma dalla lingua comune o da altre lingue specialistiche.

I linguaggi specialistici hanno una caratteristica fondamentale, sono monotermi, per ogni parola c’è

un significato unico. Per esempio in medicina il termine infarto indica una necrosi ischemica di un

organo, mentre nella lingua comune si può utilizzare in senso traslato la parola infarto con

significato di grande spavento. Nei linguaggi specialistici si hanno quattro procedimenti: si usano

parole straniere sia come prestiti sia come calchi; si formano neologismi attraverso la prefissazione

e la suffissazione; si usano termini della lingua comune con un significato diverso; si formano sigle

e acronimi.

Dal punto di vista morfologico nelle lingue specialistiche è presente un alto tasso di

nominalizzazioni, trasformazioni di sintagmi verbali in sintagmi nominali, il verbo ha importanza

ridotta, i modi sono limitati all'indicativo. I testi scientifici sono molto ricchi di schemi, tabelle e

grafici, completati da note.

La lingua della medicina è l'erede delle pratiche magiche pre-illuministiche, fondato su funzioni

criptolaliche, un linguaggio portatore di fascinazione magica e misterico. Il suo lessico ha un antico

consistente strato lessicale greco e latino scarsamente comprensibile dalle persone non colte, che è

arricchito da numerosi basi lessicali di diversa origine. Per esempio il suffisso -ite indica

l'infiammazione acuta oppure -osi affezione cronica.

Nel passaggio dal linguaggio scientifico al linguaggio della medicina divulgativa si perdono molti

dei tratti specialistici. Per l'articolo di giornale si utilizzano titoli catturanti per dare effetto,

illustrazioni e schemi semplificati, i termini difficili sono spesso esplicitati e commentati anche con

glosse. Sono inoltre ricorrenti le forme dialogiche.

La lingua della burocrazia appare molto diversa dalla lingua quotidiana ed è infatti oscura e

pomposa. Il linguaggio burocratico è ufficiale ed uniforme: il primo termine si riferisce alle azioni o

comportamenti prescritti e sanzionati, il secondo mette risalto l'immobilità di questa varietà. Lo stile

è melodrammatico, perentorio, quasi minaccioso ed è corroborato dall'uso di un’aggettivazione

esagerata. La lingua della burocrazia potrebbe essere definita con la definizione di Calvino come

un’antilingua. Nel 1993 Cassese nominò una commissione al fine di rendere chiaro e trasparente il

linguaggio amministrativo. L'obiettivo era ambizioso, ma strategico, infatti del linguaggio

burocratico fanno uso anche quegli enti quali per l'energia, l'acqua, il gas ai quali la Corte

costituzionale ha chiesto trasparenza comunicativa dei rapporti tra enti erogatori ed utenti.

La lingua dei politici è diversa dalla lingua della politica, che è la varietà utilizzata dagli studiosi di

scienze politiche ed è quindi una varietà tecnico-scientifica con il suo lessico specialistico. La

lingua dei politici risultava ambigua ed è per molti versi simile a quella della burocrazia: fino agli

anni 80 il gruppo politico al potere in Italia utilizzava tecniche comunicative sofisticate attraverso le

quali il politico fingendo di rivolgersi al grande pubblico mandava messaggi in codice ai colleghi di

altri partiti. Il linguaggio politico cambia con l'affacciarsi sulla scena politica della Lega Nord che

impose un nuovo modello di comunicazione con linguaggio che attirava l'attenzione dei sostenitori

su concetti chiave, spesso realizzati in slogan semplici forti ed efficaci.

I travasi tra le lingue specialistiche e lingua comune

Le lingue specialistiche hanno attinto in gran parte ha lingue già affermate. È interessante anche il

processo inverso ossia il passaggio dai linguaggi tecnico scientifici alla lingua comune. Per esempio

mutiamo termini del teatro (fare scena), altri dal linguaggio televisivo, altre parole dal linguaggio

della medicina (infarto) o addirittura termini dell'agricoltura, termini tipici del lessico

dell'aeronautica e dell'economia (spread, BTP).

Dialetto e lingua

Il primo a fare una classificazione tra i diversi volgari italiani fu Dante nel De Vulgari Eloquentia,

nel 1303-1304. Tra tutti i volgari italiani, l'autore ne cerca uno che sia:

illustre perché doveva dare lustro a chi lo parlava;

• cardinale così come il cardine è il punto fisso attorno al quale gira la porta, allo stesso modo

• la lingua deve essere il fulcro attorno al quale tutti gli altri dialetti possono ruotare;

regale perché dovrebbe essere degno di essere parlato in una corte;

• curiale perché dovrebbe essere degno di essere parlato in tribunale.

La classificazione dantesca si avvale di un criterio geografico: l’Italia dialettale è divisa in due parti

dall’Appennino:

Regioni di destra: Marca Genovese, Tuscia, Ducato, e l’Apulia;

1. Regioni di sinistra: Lombardia, Marca trevigiana e anconitana, Apulia.

2.

Individua 14 volgari frazionati in 1000 varietà minori.

Il termine dialetto è familiare agli umanisti greci, che lo esprimono con diversi vocaboli latini, e a

partire dal 1473 con la parola dialectus. Nel 1546 la parola dialetto compare per la prima volta ad

opera di Niccolò Liburnio nelle Occorrenze umane, ed è attestata ante 1588 da Salviati

nell’Infarinato secondo. Gli studiosi del ‘500 mostrano di riferirsi al dialetto con un'accezione

subordinata alla lingua, intendendo una varietà meno prestigiosa rispetto a una più prestigiosa.

Questa accezione non è una novità, ma è ripresa dalla terminologia grammaticale greca di età

bizantina, estesa alla linguistica italiana, che nel Cinquecento vive la questione della lingua. Si

trattava di una polemica intorno al tipo di lingua da considerare come norma linguistica per poter

fissare la grammatica, essa ruotava attorno a due assi principali:

- il fiorentino trecentesco;

- la lingua cortigiana dei dialetti parlati presso le corti;

La soluzione che prevale è quella proposta da Bembo nelle Prose della volgar lingua che consiste

nell’imitazione dei classici fiorentini trecenteschi. La definizione di dialetto nel significato odierno,

come designazione di parlata diffusa in un territorio ristretto e contrapposto all'italiano è del

letterato Salvini e risale al 1724. A partire dall'unità d’Italia si accelera il processo di diffusione

dell'italiano al livello di lingua parlata, non senza i contatti e le interferenze con i vari dialetti. L'uso

del dialetto è comunque preferito da molti, anche dal re Vittorio Emanuele II che lo usava nelle

riunioni con i ministri, al tempo della prima guerra mondiale era consueto nei rapporti tra ufficiali e

truppe. La diffusione della lingua nazionale è favorita da circostanze diverse: scuola, apparato

burocratico, mezzi di comunicazione, urbanizzazione. Il primo approccio con l'italiano avviene

attraverso la scolarizzazione, mentre la conversazione spontanea si realizza in dialetto. Più si

espande l'italiano e meno si usano i dialetti, ma ciò non significa che i dialetti stiano scomparendo.

La conservazione è maggiore in Veneto in Sicilia, ma in generale è maggiore al Sud che al Nord.

Non tutte le forme di dialetto sono varianti basse, anzi vi è la tendenza di alcune classi alte a

recuperare l'uso del dialetto, in alcune particolari forme di recupero vi è la tendenza di alcuni

esponenti della canzone italiana moderna a scrivere testi in dialetto.

Dialetto è una parola che va intesa con due diverse accezioni:

sistema linguistico autonomo rispetto alla lingua nazionale, dialetti italiani;

1. varietà parlata della lingua nazionale, cioè una varietà dello stesso sistema, ad esempio i

2. dialects inglesi;

I dialetti italiani sono sistemi linguistici autonomi che hanno una loro grammatica e un loro

vocabolario, non bisogna dimenticare che l'italiano è in origine un dialetto, il fiorentino della

tradizione scritta trecentesca. I dialetti italiani sono il risultato del processo di trasformazione e

differenziazione del latino parlato.

Il latino in origine è la lingua parlata a Roma e nel territorio circostante denominato Latium vetus.

La diffusione del latino nella penisola avviene in tempi diversi perché momenti diversi si compie

l'espansione romana. Il latino come tutte le lingue cambia nel tempo e nello spazio e la varietà

parlata risente di tutte le differenze connesse con la classe sociale, l'area geografica, l'ambito

cronologico ed è caratterizzata dalla presenza di varianti, di forme che si sono diversificate rispetto

a quella di base. Un esempio di fonte scritta che filtra elementi del parlato è l'Appendix Probi,

risalente al III/IV secolo e contenente una lista di 227 errori da evitare nella forma A non B. Alla

differenziazione del latino contribuisce l’indebolimento del potere centrale che attenua sempre di

più l'influenza di Roma. Un altro dato significativo è la diffusione del cristianesimo che favorisce la

cosiddetta diffusione della latinità cristiana. Dai documenti dei secoli VII e IX si può dire che ciò

che si parla non è più il latino ma si tratta di lingue romanze o neolatine.

Dialetto opaco

L'evoluzione del dialetto comporta anche l'abbandono di parole dialettali, tuttavia alcune di esse

sopravvivono, non comprese nel loro significato originario e diventano così forme opache, tali sono

molti cognomi e nomi di luogo. Ad esempio nel cognome Fido e Calzolai ci sono forme trasparenti

riconducibili a parole del vocabolario che consentano di riconoscere le nomi un significato che

coincide con la motivazione che ne è all'origine. Il cognome Callegari è legato invece alla parola

dialettale calegaro, che a sua volta proviene dal latino caligarium, che indica colui che confeziona la

caliga, scarpa militare. Questi cognomi sono attivamente rapportabili al dialetto se si conoscono le

parole dialettali che ne sono alla base, altrimenti si tratta di forme dialettali opache, non trasparenti.

Ad esempio una parola veneta che si sta perdendo è marangon, falegname, da cui deriva il cognome

Marangoni diffuso nel Veneto ma anche Lombardia e in Emilia. Marangon è un tipico di esempio di

opacità e trasparenza a seconda del grado di conoscenza di una parola dialettale da parte del

parlante.

Bisogna prestare attenzione nel confrontare le parole dialettali per trarne conclusioni per quanto

riguarda la distribuzione geografica. Se si prende il cognome Ferreri, si scopre che è diffuso

nell'Italia settentrionale centro-occidentale: questa diffusione corrisponde a quella dei nomi

dialettali del fabbro che sono derivati dal latino ferrarium. Nei dialetti meridionali il nome del

fabbro deriva dalla stessa parola latina ed è Ferraru ed una forma analoga la si ritrova anche in

Sardegna con la parola Ferreri. Alcuni cognomi sono collegati a determinate aree geografiche

linguistiche, ad esempio:

Cabras e Piras con la -s finale possono essere ricondotti al sardo.

a) Dell’area friulana sono i cognomi formati con il suffisso -usso o con il suffisso -ato.

b) Sono invece calabresi i cognomi che terminano con suffisso -iti di origine greca.

c) Cognomi con il prefisso -in vengono dalla Sicilia che sta a indicare appartenente alla

d) famiglia x.

Molti toponimi vengono reinterpretati da coloro che oggi vivono nel territorio sfruttando una

qualche assonanza con la loro lingua. Una situazione di questo tipo è quella attestata per Benevento,

che era chiamata Malevento, che in sannita voleva dire altura, ma che i Romani accostavano a

malus, cattivo. Un'altra necessità è quella di dare un significato al nome. Il nome del paese San

Bovo sembra provenire da quello di un Santo, in realtà proviene dal nome dialettale di una pianta,

sambovo significa sambuco, che in un certo momento è stato sostituito dal termine sambugaro. La

necessità di rendere trasparente ciò che non lo è, ha portato alla reinterpretazione di sambuco in San

Bovo. Molto spesso la ricostruzione di un nome corrisponde alla paretimologia, così detta perché

diversamente dell'etimologia, l'interpretazione avviene per associazioni che legano la forma ad

un'altra senza che vi sia un rapporto etimologico.

L'etimologia è la scienza che studia l'origine di parole, la ricerca dei rapporti che legano una parola

con un'altra unità che la precede e da cui quella deriva. La reinterpretazione paretimologica è una

riflessione sulle parole a livello di cultura popolare. La pseudoetimologia è un metodo non

scientifico di ricerca che cerca di individuare relazioni tra parole e potere stabilire un nesso

attraverso un’omofonia. Se la parola viene ricondotta a lingue straniere antiche e moderne si parla

di etimologia dotta.

Il dialetto arcaico

Il dialetto è definito arcaico rispetto a un dialetto moderno e presenta alcuni fenomeni:

- parole che vanno in disuso perché non si adotta più il referente che denominano, come avviene per

gli strumenti agricoli, la divisione tradizionale della giornata che era divisa dall'alba al tramonto e

una diversa divisione dei mesi dell'anno.

- parole che vanno in disuso perché sostituite da altre, per esempio la parola siciliana vucceri,

macellaio, è stata sostituita da chiancheri e carnizzeri;

Diventano arcaiche sia le consuetudini e le credenze, ma anche gli oggetti della vita tradizionale. Ad

esempio la culla per quanto riguarda la forma presenta tre tipologie: a cesta, di legno, sospesa. La

culla è ormai chiamata con la parola culla prestito dell'italiano, favorito dal fatto che si acquista nei

negozi e non è più un oggetto artigianale. Fino a qualche decennio fa le culle tradizionali erano

ancora in uso e le denominazioni dialettali erano diverse e raggruppabili nei seguenti tipi lessicali:

cuna, culla o connula nel fiorentino, nanna nel marchigiano, navicula nel pugliese, naca nei dialetti

meridionali, brassol in Sardegna prestito dal catalano.

Parole dotte nei dialetti

Lo studio delle parole di origine colta nei dialetti è interessante per l'aspetto linguistico e

antropologico; travolta si presentano in forma non adattata, cioè inalterata, come insania che

significa smania. Le parole hanno significati diversi da quello originale e ciò avviene con una certa

frequenza: per esempio insania passa dal significato di pazzia a quello di prurito in Veneto.

Una ricca fonte di cultismi è la terminologia religioso-ecclesiastica il cosiddetto latinorum, storpiato

da chi il latino non lo conosce. Per esempio dal frammento “da nobis hodie” del Padre Nostro

derivano parole dialettali come donna bissodia e bisodia. Oppure rientrano nell'ambito della pratica

religiosa parole come epistole, che diventano il lombardo pistri con significato di cose lunghe e

noiose. L'antifona nei dialetti veneti diventa tinfana col significato di lamentela. La parola cattolico

in dialetto del sud assume significato di perfetto, regolare.

In qualche esempio il tramite per l'ingresso nei dialetti di una parola latina non è la chiesa, ma

l'ambiente scolastico, così accade per tibi, che deve la sua fortuna alle lettere minatorie di

imitazione giudiziaria.

Il dialetto in città

Agli inizi del ‘900 era netto il distacco tra città e campagna, oggi anche il piccolo borgo può avere il

suo centro abitato da ceti medi e con il suo parlare più urbano, e le frazioni dove solitamente stanno

i contadini con il loro parlare più rustico. La dialettologia si è preoccupata della campagna e perciò

è stata chiamata dialettologia rurale, mentre lo studio della situazione dialettale delle città viene

definita dialettologia urbana. Solitamente le innovazioni in passato precedevano da città a

campagna, oggi la città con la sua rete sociale è molto aperta e con la disponibilità rinnovamento

mostra un minor grado di conservazione nei riguardi il dialetto. Con rete sociale si intende una

struttura intermedia attraverso la quale ogni individuo comunica con gli altri individui della sua

comunità ed è formata da un insieme di relazioni. Studiare il dialetto di una città è possibile

attraverso una stima e una raccolta approssimativa dei dati linguistici attraverso campioni di

parlanti. Lo studio della dialettologia urbana incentra il suo interesse sul dialetto in prospettiva

sociale o diastratica, tuttavia anche l'asse diatopico ha una sua rilevanza considerando l'eventuale

differenze tra un quartiere e l'altro. Il dialetto sociale o socioletto va inteso come una varietà

caratterizzata dal fatto di essere usata da un gruppo o da una classe sociale.

Il dialetto parlato e il dialetto scritto

Possono essere varie le motivazioni per scrivere in dialetto: perché si ritiene che abbia una

maggiore espressività, maggiore forza stilistica rispetto all’italiano; vi è poi la volontà di esprimersi

nella lingua di primo apprendimento.

• Tra gli usi non letterari dello scrivere in dialetto si annoverano gli scritti epistolari. Si tratta

di non numerosi esempi ad opera di letterati, giacché gli illetterati si sforzano di scrivere in

lingua ma col risultato di un italiano scolastico. Per quanto riguarda gli usi letterari del

dialetto si deve a Benedetto Croce la definizione di letteratura dialettale riflessa, con cui si

intende la scelta del dialetto pur potendo disporre anche di un altro strumento comunicativo.

• La scelta di usare il dialetto ha ragioni diverse:

parlare il dialetto è ritenuto più incisivo, specie nell’esprimere un sentimento.

- Il dialetto è lo strumento che permette di arrivare alle radici, di rifarsi di una

- tradizione antica, ma può essere anche una scelta fortemente ideologica.

La decisione di scrivere in dialetto si configura come opposizione polemica nei

- confronti della lingua considerata egemonica ed inadeguata ad esprimere le vitalità

del quotidiano.

La grafia dialettale resta un problema:

• Si tratta di utilizzare un alfabeto artificiale per rendere con particolari lettere e segni i

- suoni dei vari dialetti.

L’utilizzo di segni diacritici, indispensabili per studi scientifici sui dialetti, non è una

- soluzione praticabile per la scrittura rivolta ad un pubblico non specialista.

La mancanza di grafie dialetti unitarie, e possibilmente adatte a rendere la fonetica

- dei dialetti, è dovuta al fatto che i dialetti non sono stati interessati da processi di

normalizzazione grafia.

• Si può collocare tra scritto e parlato l’impiego del dialetto nel cinema. Il cosiddetto dialetto

da vedere. Tra le forme del dialetto da vedere rientrano le cosiddette “scritture esposte”, che

possono essere di tipo spontaneo o meno. Si tratta di modalità nuove di impiego del

dialetto, specialmente da parte dei giovani, che investono più in generale le diverse forme

dei nuovi messi di comunicazione e di massa. Le scritture esposte comprendono diversi tipi,

dalle insegne di ristoranti, bar, negozi, ai gadget, ai graffiti.

Fonti e strumenti per la conoscenza dei dialetti

La dialettologia è lo studio delle parlate vive. Vi sono strumenti utili, in primis i vocabolari

dialettali. Sono invece necessarie indagini sistematiche sulle parlate vive condotte secondo una

rigorosa ed uniforme metodologia. Per lo studio scientifico dei dialetti italiani, ovvero la

dialettologia scientifica, si usa indicare come data d’inizio il 1873, anno in cui venne pubblicato il

primo volume dell’Archivio Glottologico Italiano ad opera del glottologo Graziadio Isaia Ascoli,

quasi per intero dedicata alla descrizione dei dialetti ladini. Parallelamente agli studi si realizzano

d’ora in avanti vari progetti di raccolta sistematica di informazioni sui dialetti italiani, attraverso la

realizzazione di atlanti linguistici, la compilazione di vocabolari dialettali, fino all’ultimo progetto

di respiro nazionale denominato Carta dei Dialetti Italiani. Vi sono degli esempi già cinquecenteschi

di vocabolari basati su varietà di dialetto per i quali il riferimento è il Vocabolario degli Accademici

della Crusca. Perciò tali opere si configurano come un impianto organico ed elaborato. Il più noto

vocabolario del ‘500 è lo Spicilegium compilato da Lucio Giovanni Scoppa, che comprende due

parti:

 Vocabolario Latino/volgare

 Frasario latino/volgare

La dialettica del volgare di questo vocabolario hai i tratti del napoletano e di altre varietà

meridionali.

Le grammatiche dialettali costituiscono un altro strumento per la documentazione e per lo studio

dei dialetti italiani. Non sono numerose quanto i vocabolari e rispondono a criteri e metodi di

compilazione assai diversi. Nel 1779 viene pubblicata una grammatica del napoletano, opera

dell’economista Ferdinando Galiani, intitolata Del dialetto napoletano, in cui descrive il napoletano

non nella varietà parlata dal popolo bensì in una sorta di dialetto “illustre”, già italianizzato, da

rivitalizzare e utilizzare n tutte le situazioni comunicative, anche pubbliche.

Dopo l’unità d’Italia quando si fa più urgente la necessità di diffondere l’italiano tra la popolazione,

il ministro della Pubblica Istruzione, Paolo Boselli, bandisce un concorso per la compilazione di

buoni vocabolari dialettali. Si tratta di iniziative destinate a non avere seguito anche per la politica

culturale del governo fascista non favorevole alla conservazione e alla promozione delle culture e

lingue regionali. I compilatori di grammatiche dialettali spesso ricalcano l’impianto di una

grammatica scolastica dell’italiano.

Dati importanti per la conoscenza dei dialetti vengono dai cosiddetti testi dialettali. Una delle prime

raccolte di campioni dialettali è quella di Leonardo Salviati che nel 1586 riunisce dodici versioni

dialettali della nona novella della prima giornata del Decamerone; tra queste varietà, ritiene Salviati,

è il fiorentino l’unica a poter essere scritta. Un altro testo ampiamente utilizzato come testimonianza

dialettale è la Parabola del Figlio Prodigo tratta dal Vangelo di Luca; l’iniziativa di utilizzare questa

parabola per la documentazione linguistica è di Napoleone Bonaparte. Verso la meta del XIX secolo

è stato soprattutto il dialettologo veronese Bernardino Biondelli a far uso di questo testo per le

versioni dialettali raccolte per corrispondenza con la collaborazione di informatori locali; Biondelli

ne ha pubblicata una parte nel suo Saggio sui dialetti galloitalici (1853). Per l’Italia è la prima

impresa di documentazione sistematica. Una svolta sostanziale nella raccolta sistematica e

comparabile di dati dialettali è la conseguenza di una diversa impostazione culturale per cui i fatti

linguistici sono visti nel contesto di una situazione spaziale, geografica. In questa prospettiva –

denominata geografia linguistica – si consolida una ricerca sul campo durante la quale la raccolta

della viva voce consolida una ricerca sul campo durante la quale la raccolta della viva voce di un

informatore viene immediatamente trascritta, adottando un appropriato sistema di trascrizione

fonetica. Questa modalità di indagine sui dialetti perfezionata nel tempo è quella anche oggi

praticata. La prima applicazione di questa prassi si concretizza con degli atlanti linguistici,

strumenti importanti per lo studio dei dialetti; si tratta di opere che sono il risultato di raccolte di

materiali linguistici attraverso interviste e informatori. Una ricerca linguistica si può realizzare in

vario modo. Tra le diverse modalità di esecuzione sono comprese la conversazione libera e

l’intervista che si basa su un questionario. Il primo esempio è un progetto del 1876 del linguista

tedesco Georg Wenker che si propone di stabilire e fissare cartograficamente i confini dei dialetti

tedeschi. Occorre tener presente che una ricerca linguistica, vale a dire una raccolta di materiali

dialettali, si può realizzare in vario modo considerando l’interrelazione che si stabilisce tra chi la

conduce (il raccoglitore) e l’informatore, e inoltre, gli obiettivi della stessa. L’inchiesta con il

questionario permette di raccogliere e di disporre più facilmente di dati omogenei da rappresentare

poi in apposite carte linguistiche.

La classificazione dialettale

Il primo a predisporre un ampio schema classificatorio fu Graziadio Isaia Ascoli, il quale nel saggio

l'Italia dialettale, pubblicato sulla rivista Archivio glottologico italiano, da lui fondata nel 1883,

delineò una ripartizione in quattro gruppi:

Dialetti appartenenti a sistemi neolatini non peculiari dell'Italia, come il ladino e il friulano;

• Dialetti appartenenti a un sistema neolatino affine all'Italia, come i gallo-italici e i dialetti

• sardi;

Dialetti che possono entrare a formare come il toscano uno speciale sistema di dialetti

• neolatini, tra cui il veneziano, i dialetti di Sicilia, e delle regioni centro meridionali;

Il toscano e il linguaggio letterario degli italiani;

La suddivisione ascoliana era sia sincronica, tipologica e geografica, sia diacronica; il criterio si

basava sulla maggiore o minore distanza rispetto al toscano, ritenuto il tipo di dialetto che meno si è

allontanato dalla base latina.

Nel 1924, sul primo numero della nuova rivista l'Italia dialettale, che si richiamava all'insegnamento

di Ascoli, Clemente Merlo elaborò una ripartizione, basata sull'azione del sostrato. Col termine

sostrato si intende la lingua diffusa in una data area prima che un'altra lingua si sovrapponga ad

essa; nel tempo la lingua di sostrato può anche scomparire. Nella storia linguistica italiana con

sostrato si allude al sostrato prelatino, cioè le parlate dei popoli italici prima della romanizzazione.

Con il termine superstrato si allude ad una lingua che si sovrappone a quella in uso in una data area,

invece parliamo di adstrato quando una lingua è territorialmente vicina ad un'altra.

I gruppi principali delineati dallo studioso sono tre:

Dialetti settentrionali, di sostrato celtico;

1. Dialetti toscani, di sostrato etrusco;

2. Dialetti centro meridionali, di sostrato italico o umbro-sannita.

3.

I dialetti sardi a sostrato mediterraneo fanno gruppo a sè con quelli della Corsica, mentre i dialetti

ladini sono un sistema autonomo assieme al dalmatico, la parlata dell'isola di Veglia, in Dalmazia

estinta a fine ‘800. Sono presenti anche suggestioni riguardo alla antropologia fisica, per Merlo

infatti il sostrato comportava anche la persistenza di particolare conformazione degli organi

fonatori.

Gerhard Rohlfs nel 1936-37 basa la sua classificazione sulla geolinguistica, sfruttando la sua

esperienza di raccoglitore per l’AIS (l’atlante linguistico etnografico dell'Italia e della Svizzera

meridionale, pubblicato fra il 1928 e il 1942, è tuttora l'unico atlante linguistico Nazionale completo

di cui l'Italia possa disporre; le località d'inchiesta furono 400 comprese tutte le maggiori città). In

un saggio, La struttura linguistica dell’Italia, il grande studioso tedesco individua due principali

spartiacque linguistici della penisola: la linea La Spezia-Rimini e Roma-Ancona. Queste sono

formati dal sovrapporsi di più confini linguistici, o isoglosse, cioè da linee tracciate su di una carta

di linguistica che uniscono tutti i punti che si trovano all'estremità dell'area di diffusione di un certo

fenomeno. Il primo fascio di isoglosse, era già noto poiché individuava il confine tra galloromanzo

e italoromanzo. Entrambi i fasci di isoglosse coincidono con fatti geografici e storici di una certa

rilevanza, la linea La Spezia Rimini corre lungo l'Appennino Tosco-Emiliano, che per lungo tempo

impedì la penetrazione degli Etruschi a nord, mentre la linea Roma-Ancona corrisponde per buona


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher saradigiovannantonio94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Dialettologia italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Vignuzzi Ugo.

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