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Origine del nome Italia

Il nome Italia proviene dal latino e non è un latinismo. I latinismi sono parole colte o usi colti della stessa parola scomparsi dall’uso perché la maggior parte della popolazione era analfabeta. I termini colti sono stati reintrodotti con la ripresa della cultura latina. Brunetto Latini nel Tresor usa il termine Italye, in francese d’oil, non con il concetto di Italia antica romana, ma con quello di Italia contemporanea. Volgarizza Italye in Italia. Le prime attestazioni di Italia e di italiano risalgono al ‘200 a Firenze in volgarizzamenti dal francese. Tutto sarebbe rimasto ristretto a Firenze se Dante nella Commedia non avesse usato il concetto latino di Italia come nome di un paese che non esisteva.

Lingua standard e la sua diffusione

Lingua standard: sistema linguistico adottato da un gruppo umano come modello di riferimento. L’italiano non si comporta come una lingua normale e Merlo lo definisce una ‘lingua strana’ perché si è diffuso prima attraverso lo scritto letterario e poi come lingua parlata colloquiale. L’italiano non si comporta come le altre lingue. In tutta Europa, tranne in Italia e in Germania, le lingue moderne derivano dalla varietà usata dal gruppo di prestigio. Ad esempio, per l’inglese il modello era quello dei reali, oggi quello delle università. L’umanesimo le fissa come le varietà di prestigio per la coesione sociale. Il modello bembiano non pensa alla comunità, ma a un modello il più possibile astratto di bellezza sulla base del latino classico. Le altre lingue europee hanno un modello vivo e reale, a differenza dell’italiano. Il tedesco è stato creato da Lutero sulla base di una lingua parlata e diffuso soprattutto oralmente.

Codificazione e influenze letterarie

Bembo scrive le Prose della volgar lingua (1525) che segnano la codificazione dell’italiano letterario e che corrispondono al 70-80% di ciò che insegnano le grammatiche moderne. Parla di volgare, mentre Trissino parla di italiano. Il volgare, al pari del latino (modelli: Cicerone, Virgilio, Orazio e Ovidio), deve avere dei modelli che sono, secondo Bembo, Petrarca con il Rerum vulgari fragmenta, Boccaccio con le parti elevate del Decamerone e Dante con le parti più alte. La lingua codificata da Bembo è il fiorentino scritto del ‘300 delle Tre Corone. Seleziona solo determinate parti di Dante e Boccaccio perché voleva che nella poesia si parlasse solo di cose sublimi. Il modello del volgare deve essere un modello per lo scritto e non per il parlato. Bembo non era interessato ad una lingua parlata o a quella scritta non poetica, ma a quella scritta al massimo livello. Il modello bembiano sopravvive a tutti gli sconvolgimenti politici avvenuti in Italia perché è un modello scritto.

Struttura e lessico dell'italiano moderno

L’italiano moderno corrisponde nelle sue strutture comunicative e nel lessico di base al fiorentino scritto delle Tre Corone. Il lessico di base si è formato soprattutto con Dante e con qualche aggiunta di Petrarca e Boccaccio. La morfosintassi dell’italiano moderno è quella delle Tre Corone, specialmente Petrarca. L’italiano nasce come una sottocategoria della lingua scritta letteraria.

Date importanti nello sviluppo della lingua

Per il lessico ci sono alcune date importanti: la fondazione dell’Accademia della Crusca nel 1582, la pubblicazione della prima edizione del Vocabolario della Crusca nel 1612, la pubblicazione nel 1840 dei Promessi Sposi sulla base di una lingua viva cioè il fiorentino delle persone colte e la nascita della TV nel 1954 che diffonde l’italiano medio parlato. La Crusca nel vocabolario inserisce le parole trovate nelle Tre Corone e nelle opere di chi aveva usato come modello quello fiorentino, quindi anche opere con autori sconosciuti. Il primo vocabolario con i termini delle tecniche e delle scienze è quello di Alberti da Villanova, Dizionario universale critico enciclopedico della lingua italiana pubblicato in 6 volumi tra il 1797 e il 1805. Per il vocabolario indaga sui termini concreti.

Questione della lingua nell'umanesimo e nell'illuminismo

Con l’umanesimo si pone il problema di quale lingua debba essere usata dagli intellettuali. La questione della lingua non è un problema stilistico o retorico, ma sociale. Nel ‘400 c’erano tre abilità: leggere, scrivere e far di conto. L’alfabetizzazione era legata al ruolo sociale. Le donne erano escluse, potevano imparare a leggere solo le preghiere e se diventavano monache. Non esistevano scuole gratuite, le prime si hanno dopo il Concilio di Trento (1545-63) e sono scuole di catechismo. Durante l’illuminismo nel ‘700 i letterati italiani parlavano e scrivevano in francese che in Italia era più diffuso dell’italiano e a differenza dell’italiano era parlato.

La lingua italiana nel 1700

Nel 1783 viene chiusa da Pietro Leopoldo, granduca di Toscana, l’Accademia della Crusca perché rappresentava una lingua e una cultura antica. Il problema del ‘700 è che l’italiano è di chi sa leggere e scrivere. Fino al ‘700 l’Italia non essendo un concetto politico e non essendo unita non aveva come problema quello di una lingua italiana reale. Gli eserciti parlavano lingue diverse. L’italiano serviva agli intellettuali per scriversi in Italia, era una scelta di identità culturale. Con la Rivoluzione francese si sancisce l’identificazione di lingua, popolo e nazione che non è un concetto politico, ma filosofico. La Rivoluzione francese porta al romanticismo e alla riscoperta delle radici.

Purismo e proposte linguistiche

Antonio Cesari, fondatore del Purismo, aveva trovato la purezza della lingua nei testi fiorentini. Sosteneva che il fiorentino del ‘300 andava bene indipendentemente da chi aveva scritto. Realizza la Crusca Veronese, chiamata così perché stampata a Verona tra il 1806 e il 1811. Alla fine del ‘700, Melchiorre Cesarotti scrive il Saggio sulla filosofia delle lingue in cui propone di aprirsi a forestierismi se necessari per identificare oggetti e concetti non presenti nella lingua d’arrivo e ormai entrati stabilmente nell’uso. Quando il prestito o il neologismo colto o popolare era necessario andava accettato. Proponeva di creare un Consiglio della lingua italiana sullo stile napoleonico.

Foscolo e la lingua italiana nel 1800

Foscolo definisce l’italiano parlato ai primi dell’800 mercantile e itinerante, perché legato alla circolazione delle persone. Gli italiani erano dialettofoni e si sforzavano di usare una forma interlinguistica di transizione con gli stranieri e con chi non conosceva il loro dialetto. Manzoni affermava che l’italiano fosse una lingua morta perché non era usato per comunicare ma per scrivere. Inoltre, sosteneva che non ci dovessero essere sinonimi e oscillazioni. Vuole proporre un romanzo identitario italiano. Vuole scrivere degli e per gli umili, perché sono i depositari della promessa divina. Vuole che la sua opera sia comprensibile ai suoi destinatari, ma non sono italofoni, sono analfabeti. La lingua non deve essere quella alta, solo per i colti e nobili.

Manzoni e la codificazione linguistica

Manzoni aveva pensato di scrivere in dialetto per farsi comprendere dai suoi destinatari. Non realizza un romanzo popolare. Il ‘parlar finito’ manzoniano (1840-45) è un’interlingua e un italiano ripulito con una forte base dialettale e utilizzato dai colti che avevano imparato l’italiano. Scrive la prima edizione Fermo e Lucia che è una traduzione dal francese, in cui pensava, al dialetto milanese che conosceva. Può essere definito come un’interlingua artificiale in cui mescola francese e milanese.

Le edizioni dei Promessi Sposi

Si rende conto che ha usato una lingua improponibile a causa delle oscillazioni e che è una lingua individuale. 1825-27 scrive la seconda edizione che chiama I promessi sposi cercando la lingua viva e vera, la prende dal vocabolario della Crusca di Cesari (padre del purismo) e dalle commedie di tipo popolare e dal teatro prossimo al naturalismo. I modi di dire inseriti in questa edizione sono basati sulla sua parlata o sul milanese. Per entrambe le influenze si dice che la seconda edizione è scritta in tosco-milanese. Utilizza ancora i pronomi di terza persona plurale eglino ed elleno. Riceve buone recensioni, ma non ha utilizzato il fiorentino parlato a Firenze e decide di andarci. Scrive l’edizione definitiva 1840-45 nel fiorentino delle persone colte che hanno imparato l’italiano e che si sono staccati dai demotismi (forme demotiche: popolari e marcate dialetticamente).

Critiche e proposte alternative

Ascoli nel proemio dell’Archivio glottologico italiano attacca la proposta manzoniana perché Manzoni stava facendo un’operazione dirigistica, cioè calata dall’alto perché il suo modello era il francese. Inoltre, le donne erano analfabete e per attuare il ‘piano’ manzoniano avrebbero impiegato molto tempo per ovvi motivi. L’italiano e l’Italia non si trovavano nelle stesse condizioni del francese e della Francia. Ascoli sosteneva che il modello da seguire fosse quello tedesco sia per l’organizzazione politica che per la lingua. Sosteneva che si dovesse promuovere la cultura e attraverso essa diffondere l’italiano parlato e scritto. Era inutile creare una lingua se la maggior parte della popolazione era analfabeta, bisognava creare gli intellettuali e diffondere la cultura.

Problemi linguistici e sviluppo dell'italiano

Il ‘parlà ciovile’ di Belli (1843-48) è un’interlingua e un italiano ripulito dei romaneschi analfabeti ricco di ipercorrettismi. Il problema dell’800 è che l’italiano doveva essere la lingua di una nazione che non parlava la stessa lingua. Manzoni affermò che bisognava insegnare l’italiano agli italiani altrimenti si sarebbe formato un paese in cui gli italiani non sapevano di essere tali. L’unità d’Italia spingerà gli italiani all’unificazione e l’italianizzazione avverrà in 150 anni. Francese, inglese, spagnolo si sono stabilizzate in 500 anni, l’italiano dal 1860-70 al 1970-80 come lingua parlata, anche se ci sono problemi di stratificazione.

Diffusione dell'italiano

Fino al 1860 l’italiano era appreso come lingua straniera, non come L2 perché si usava solo nello scritto. Gli italiani avevano come L1 il dialetto. Fino al 1861 gli italofoni erano il 15% (stima di Cipolla), ma nel senso che sapevano leggere e scrivere. Inoltre, gli alfabetizzati erano cittadini uomini ricchi. Con l’Unità inizia a diffondersi l’italiano perché uno Stato unitario vuol dire amministrazione unitaria, economia unitaria, esercito unitario. Si crea una nuova classe: quella degli impiegati che dovevano sapere leggere e scrivere in italiano. Lo Stato unitario mette in moto l’ascensore sociale perché se si impara a leggere e a scrivere si possono migliorare le proprie condizioni di vita. Nei primi 100 anni l’italiano si diffonde perché lo Stato unitario promuove l’alfabetizzazione che è legata allo sviluppo.

Dialetti e variabilità dell'italiano

I dialetti italiani non sono dialetti dell’italiano perché l’italiano è un dialetto che è diventato la varietà alta. I dialetti italiani sono derivati dal latino. Appena l’italiano inizia a diffondersi nel parlato, l’influenza dei dialetti lo portano a frammentarsi diatopicamente, si parla di nuova dialettizzazione, dall’italiano si hanno gli italiani regionali.

Diglossia e evoluzione linguistica

1860-1960 diglossia (una comunità attribuisce a due varietà linguistiche funzioni comunicative e ruoli sociali differenti): si passa da una situazione in cui tutti sono dialettofoni con alcuni italografi, a una situazione in cui tutti sono dialettofoni ma hanno studiato e sono in grado di leggere e scrivere, alcuni anche a parlare un italiano fuso con il dialetto. L’italiano diventa la lingua con cui si parla con gli estranei, mentre a casa si parla in dialetto. L’italiano inizia ad essere utilizzato dagli operai soprattutto con l’arrivo al Nord di persone dal Sud, perché avevano la necessità di capirsi.

L'italiano nel Novecento

Bruni afferma che l’italiano è una ‘lingua senza impero’ perché non è stata imposta da scelte statali o istituzionali, salvo in momenti circoscritti. È stata tra una questione di scelte retorico-linguistiche e non politiche. Inoltre, è precedente alla bandiera e all’esercito.

Media e diffusione linguistica

Nel ‘900 nascono i primi media parlati (cinema e radio). Si diffondeva una varietà parlata. Mussolini nei suoi discorsi parlava in italiano marcato romagnolo ma anche fortemente retorico perché proveniva dalla tradizione politica socialista ed era legato ideologicamente a D’Annunzio. Nel 1911 gli alfabetizzati superano gli analfabeti per la prima volta. Nel 1954 si ha la TV in cui si usava l’italiano, ciò ne favorisce la diffusione. ‘Non è mai troppo tardi’ (1960-68).

Confronto e variabilità della lingua italiana

Negli anni ’50-’60 Pellegrini riflette su come italiano e dialetto si modificano a vicenda. Secondo un’indagine condotta da Sobrero, l’italiano dei giornali del 1970 era compreso dal 10% degli italiani. Per esempio, reazionario è sinonimo di rivoluzionario estremista per il 10% degli italiani. Nascono e si moltiplicano i malapropismi, cioè parole somiglianti nella forma ma diverse nel significato, vengono scambiate volutamente o accidentalmente.

Generazioni italofone e alfabetizzazione

Dopo il 1960 si ha la prima generazione di italofoni grazie alla TV, hanno come L1 l’italiano o perlomeno si esprimono in qualcosa che reputano italiano. Cipolla (storico specializzato in economia) ha indagato la storia dell’alfabetizzazione in Europa in parallelo con quello dello sviluppo industriale.

Fattori di variabilità linguistica

  • Diacronia è il confronto in absentia, mentre la sincronia è in presentia. Es: dittongo mobile si ha in sillaba aperta e non in sillaba implicata. (Tieni>Tengo; Piede>Pedone) È una regola diacronica perché oggi non è più produttiva.
  • Diastratia è una distinzione in base alle classi sociali e/o culturali. Es: il dialetto dei giovani con ripresa di elementi del dialetto arcaico.
  • Diatopia dialetti e italiano regionali. Lo spazio ha un valore unitario, c’è differenza tra vicino e lontano.
  • Diafasia funzione comunicativa, situazione comunicativa, modo di comunicare, controllo della comunicazione, formalità e varietà di registro.
  • Diamesia parlato, scritto e transcodificazione. Nel parlato c’è la possibilità di negoziare il messaggio, due interlocutori costruiscono un testo.

Sociolinguistica dell'italiano contemporaneo

Capitolo 1 - L’italiano come gamma di varietà

Le varietà dell’italiano

Prima di Pellegrini e di De Mauro, l’italiano era considerato come una lingua senza variazioni e differenziazioni. Pellegrini afferma che tra lingua e dialetto non c’è una separazione netta perché per secoli sono convissute anche se parzialmente. Quando l’italiano ha iniziato a diffondersi, si è diffusa l’interferenza con il dialetto. Pellegrini riconosce nel repertorio di un parlante italiano medio quattro registri: dialetto, dialetto regionale, italiano regionale e italiano comune.

Registri linguistici

  • Il dialetto regionale è un dialetto influenzato dall’italiano, i tratti localistici più marcati sono eliminati per avvicinarsi di più all’italiano. È diacronicamente più trasparente del dialetto.
  • L’italiano regionale nasce quando gli italiani iniziano ad essere italofoni. È un italiano influenzato dal dialetto diafasicamente, diastraticamente, diatopicamente (in base a macro-aree).
  • L’italiano comune corrisponde alla variante dell’italiano orientato verso lo scritto. Ha dei vuoti come l’ortoepia, cioè la mancanza di una pronuncia standard.

Mioni distingue tra: italiano comune, italiano comune regionale, italiano regionale e italiano regionale popolare. Mioni riconosce la diamesia perché l’italiano è nato scritto, poi si è diffuso nel parlato. De Mauro distingue tra: italiano scientifico, italiano standard, italiano popolare unitario e italiano regionale colloquiale. Lo schema va bene per il lessico ma non per la pronuncia.

Differenze linguistiche secondo diversi studiosi

L’italiano standard non è qualcosa di differenziato perché nasce come lingua colta. Fino al 1980 i colti erano coloro che sapevano leggere e scrivere e che avevano concluso la scuola dell’obbligo. L’italiano popolare è un’interlingua di apprendimento. Sanga distingue tra: italiano anglicizzato, italiano letterario (standard), italiano regionale, italiano ‘colloquiale’, italiano burocratico, italiano popolare, italiano dialettale, italiano-dialetto.

L’italiano anglicizzato è caratterizzato da anglicismi e da termini del lessico europeo dotto; è scritto e orale. L’italiano ‘colloquiale’ è la realizzazione orale informale dell’italiano regionale. L’italiano burocratico è nato dalla centralizzazione amministrativa. L’italiano dialettale è la realizzazione dell’italiano popolare da parte di dialettofoni. L’italiano-dialetto è una varietà caratterizzata dal passaggio continuo di espressioni italiani e di espressioni dialettali con enunciati in lingua mista.

Trumper, considerando la distinzione tra orale e scritto, propone per l’uso scritto: italiano standard, italiano sub-standard, italiano interferito sub-standard; per l’uso orale: italiano regionale, italiano regionale informale, italiano regionale interferito. Non esiste un italiano standard per l’uso orale perché...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiaramadia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Dialettologia italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Vignuzzi Ugo.
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