I gerghi italiani
Carla Marcato - Capitolo 1: Il gergo e i gerghi
Definizione di gergo
Gergo è parola usata comunemente, con riferimento a un termine, espressione, modo di parlare convenzionale, allusivo, specifico di una categoria di utenti o di significato oscuro o tecnico. Con esso ci si riferisce a una varietà di situazioni tra loro diverse, etichettate come lingue speciali, come gergo della medicina, gergo della politica, giovanile, della malavita, dell’informatica ecc. Mostra un’ampia possibilità di impiego come dimostrato dalle attestazioni storiche.
Definizione di un dizionario:
- Linguaggio fondato su trasformazioni convenzionali delle parole di una lingua o di uno o più dialetti, con inserzioni di elementi lessicali esotici o di nuovo conio, usato da chi appartiene a determinati gruppi professionali (girovaghi) o gruppi sociali (sette religiose o politiche, malviventi o carcerati) con lo scopo di garantire l’identità di gruppo e di non farsi intendere dagli estranei al gruppo.
Da questa definizione scaturiscono le condizioni che fanno di un linguaggio un gergo:
- Essenziale la presenza di forme linguistiche convenzionali: un lessico che risulta dalla creazione di voci dovute a un’intenzionale azione di rifacimento, di mascheramento e dalla introduzione di prestiti.
- Necessaria l’esistenza di un gruppo professionale o sociale, l’esigenza di salvaguardare l’identità del gruppo e non farsi intendere dagli estranei.
Benedetto Varchi (ante 1565):
- Se parecchi amici o una compagnia quantunque grande ordinassero un modo di favellare tra loro, il quale non fosse inteso, né usato se non da se medesimi, questo non si chiamerebbe lingua, ma gergo.
Giovanni Della Casa (1556):
- Le parole che tu arai per le mani saranno non di doppio intendimento, ma semplici; perciò che di quelle accozzate insieme si compone quel favellare, che ha nome enigma e in più chiaro volgare si chiama gergo.
Considerando i caratteri linguistici e sociopsicologici di un gergo e del gruppo gergante ci si rende conto dell’esistenza di sfumature e gradazioni anche terminologiche. Il gergo della medicina, ad esempio, e quello della malavita sono distanti tra di loro benché rimanga la percezione di non trasparenza del lessico. Però quello della medicina se non è capito da tutti, è perché non parla di cose di tutti. (Beccaria)
I gerghi visti dall’esterno sono accomunati da ermetismo, non intelligibilità per gli estranei al gruppo. Per questo anche in ambiti le cui qualità non sono propriamente gergali hanno avuto l’estensione di definizione di gergo.
Franca Ageno: in un suo studio sulla semantica gergale dà una definizione di gergo: come lingua di gruppo (piuttosto o prima che segreta) sotto l’aspetto sociale e come formazione parassitaria sotto l’aspetto linguistico. Quindi il gergo come lingua segreta è una proprietà che solo alcuni gruppi gerganti usano intenzionalmente, mentre l’aspetto più rilevante è dato dall’ambiente che si configura come diverso e nel quale il gergo funge da elemento di differenziazione sociale.
Secondo la Ageno non fa parte dei gerghi:
- Il gergo militare perché nasce in relazione con una particolare situazione e un particolare stato d’animo, quindi è una parlata di tipo affettivo.
- Quelle parlate che, incomprensibili (inizialmente) ai non iniziati e segrete, non rispondono a una realtà sociale, ma sono da ricondurre alla funzione psicologica del giuoco: i gerghi infantili e i trastulli letterari del tipo della lingua ionadattica.
- I linguaggi segreti delle sette e delle società clandestine perché non trasferiscono l’individuo in un ambiente sociale diverso benché operanti con finalità rivoluzionarie.
Beccaria: diversa la sua valutazione. Per lui sia il gergo segreto sia il gergo di gruppo sono signa sociali, corrispondono a una realtà sociale, ad un gruppo distinto. Il numero dei linguaggi speciali è esteso e sono da considerare gerghi perché hanno in comune o la professione o l’abitazione (scuola, caserma) e nei casi di gergalizzazione più intensa, la necessità di sviluppare all’interno (per garantire la propria sussistenza) rapporti di solidarietà e di coesione più stretta (gerghi di mestiere; la malavita).
Quindi sia gergo militare o di caserma sia quello studentesco sono considerati gerghi anche se essi non traducono una differenziazione sociale (il gruppo non è stabile, ma in continuo ricambio), perché c’è nel gruppo una esigenza di differenziazione che nasce da un particolare stato d’animo: non intenzione di segretezza, ma intenzione di distacco dagli altri, di coesione e d’intesa di gruppo.
Il gergo, prodotto del parassitismo linguistico, con funzione di signum sociale e collante di tipo sociopsicologico tra individui di uno stesso gruppo e con la potenzialità criptolalica si suddivide in due tipi principali: il gergo dei malviventi e il gergo dei mestieri (non come lingua tecnica di una data attività o professione, ma lingua speciale nel senso appena descritto; tipo di gergo quasi del tutto scomparso per l’abbandono di tali attività). Qui varia il grado di intenzionalità della criptolalia e l’incomprensibilità del gergo, ovvero la sua segretezza. Può servire da elemento di difesa e di attacco del gruppo: è il gergo che nasconde meglio e in maniera più abituale le mire e le azioni criminali (Geremek) e per questo perseguito da organi giudiziari. Il gergo era considerato dagli studiosi di antropologia criminale una manifestazione di comportamento perverso, di devianza, espressione di criminalità.
Parassitismo linguistico: il sistema fonetico, la struttura morfologica, gli atteggiamenti sintattici del dialetto o della lingua di cui i gerganti si valgono fuori del loro gruppo, sono anche quelli del loro gergo. Quindi i gerganti conoscono una doppia serie di termini significanti, la cui faccia significativa è identica, che evocano cioè la medesima idea. Le parole di un gergo sono doppioni delle corrispondenti della lingua comune, ma si trovano su un altro piano e non possono essere usate a vicenda con quelle. Questo perché la loro nascita è legata all’esigenza di tenerle separate dal sistema lessicale della lingua e la nascita del gergo è tutt’uno col differenziarsi della lingua di gruppo dalla lingua comune (Ageno).
Sono le nozioni più correnti che vengono doppiate nel gergo: una parola per “sì”, ovvero nella quale l’avverbio affermativo è camuffato, è già presente nel glossarietto di parole gergali di mano di Luigi Pulci. Ciò mostra il carattere deliberatamente segreto del gergo. Il gergo è anche parziale: in quanto consta di un lessico ridotto. La parzialità può avere estensione diversa e comprendere un vocabolario più ricco e anche completa gergalizzazione.
Gergo in senso proprio e in senso improprio, gerghi storici e varietà paragergali
Il gergo è un fenomeno marginale per eccellenza, è una lingua di gruppo, che si qualifica per un’intenzionale azione di cammuffamento o animus occultandi. Ciò consente un uso del termine gergo in senso proprio (o gergo storico) o in senso stretto: significa attribuire alla parola un valore di tecnicismo, quando riferito a varietà di lingua di un gruppo di utenti stabile e caratterizzato socialmente: in presenza quindi di una marcata variazione diastratica prima ancora che diafasica.
Qui assume una forte caratterizzazione sociopsicologica e una notevole potenziale capacità criptolalica, ha funzione protettiva per il gruppo e può accentuare la collocazione ai margini della società. Sono i gerghi dei malviventi o furbeschi e i gerghi di ambulanti o di mestiere: si configurano come doppioni della lingua o dialetto. Sono diversi dai linguaggi settoriali o sottocodici perché questi non hanno una finalità di controlingua o antilingua, come la hanno questo tipo di gerghi. Essi infatti riflettono una sorta di controcultura in senso sociofunzionale.
Geremek: il gergo è di fatto una contro-lingua, non solo perché nasce e si sviluppa per contraddire la lingua della comunità etnica, ma anche nel senso che il suo scopo è quello sia di interrompere la comunicazione tra gli uomini sia di stabilirla all’interno dello stesso gruppo. Si tratterebbe di non essere compresi dagli altri quanto di essere compresi dagli appartenenti al gruppo.
Un’antilingua per una cultura alternativa risulta da marginalità socioeconomica, vagabondaggio, contrapposizione rispetto alla società che è più forte nei gerghi della malavita, dove la segretezza può avere un certo peso. La solidarietà del gruppo, l’adesione al gruppo, la necessità di identificazione si trovano nella nascita dei gerghi di mestiere, dove la segretezza può essere dovuta a ragioni di carattere professionale, con necessità di mantenere segrete le tecniche del mestiere.
Nella documentazione gergale ci sono altre suddivisioni dettate da una valutazione delle intenzioni dei gerganti: malviventi/non malviventi, gerghi disonesti/gerghi onesti, o come dice Aly Belfàdel, gerghi di delinquenti/gerghi di operai.
Menarini: il gergo è una lingua squisitamente di gruppo, con un presupposto di mistero e di esclusività atto a soddisfarne l’amor proprio e magari a facilitarne l’attività.
Gergo in senso improprio o in senso lato o esteso: include le varietà marcate in senso diafasico o contestuale-situazionale, prima che diastratico: i sottocodici della lingua (medicina) detti anche lingue speciali, linguaggi settoriali o specialistici. Gergo come espressione inintelligibile ai non iniziati.
Pagani: gergone per bocca di coloro che si fanno grandi usando gigantesche e non intese parole. Roberti: vanagloriosi parlan gergone con cinquanta o sessanta metafore di forestiera sintassi. Gergo come espressione astrusa e convenzionale.
Gergo designa anche registri bassi della lingua, parlata familiare, popolare, linguaggio scurrile, espressione volgare, comune corrente. È anche usato come sinonimo di varietà particolare e dialetto. Alcune attestazioni:
- P. della Valle (1616): - Scriverò a V.S. parlando in gergo poetico, perché trovandomi dove mi trovo non è bene che io parli altrimenti…
- Melchiorre Cesarotti (1808): - Quel linguaggio platonico che stemperato nella poesia di Petrarca diletta nei suoi imitatori diventò im freddo e oscuro gergo scolatico.
- Carlo Dossi (1849-1910): All’uomo di genio è dato lo stile: all’uomo comune il gergo. Il gergo definito come stile delle classi. Tanti gerghi quante le classi. La dama, la meretrice, i ladri, marinai… ognuno ne ha uno. Volete sapere chi è uno? Provocatene un complimento od un frizzo. Il gergo lo tradirà.
Tra i gerghi quello dei servitori da caffè:
- negaa e ris, tremoll vecchione, levante in zima, con fondina che va via arrosto annegato con guarnizione di riso, tre pani molli, un bicchiere di vino vecchio, caffè levante con fiammenghina da portarsi via il caffè.
Nei caffè di Milano: per-mè significa mezza porzione.
Il gergo richiede gruppo coeso e stabile, dove ha funzione sociopsicologica, è etichetta del gruppo e espressione di specificità, di appartenenza a cerchia di utenti, è varietà più diastratica che diafasica dentro la lingua. Varietà di gruppo di alcuni ambienti come scuola e caserma o di una certa fascia di persone, come quella giovanile. Iginio Ugo Tarchetti menzionava gli usi gergali della caserma: la caserma ha le sue associazioni occulte, il suo gergo come le galere. Emilio Cecchi quello scolastico: il gergo studentesco americano ha una vasta scala di appellativi per le ragazze.
Si osservano differenti modi e usi della gergalità. Sono varietà poco stabili, mutevoli col mutare del gruppo, con un carattere ludico, a volte fra dissacrante e ammiccante. Il gruppo non ha caratterizzazione sociale. Linguaggi con funzione di rafforzamento e conferma dell’identità di gruppo nei confronti di adulti o dei borghesi (per i militari). Non sono distanti dal gergo in senso proprio né dalla lingua. Per questo sono detti da Berruto varietà paragergali: definizione che esprime differenze e affinità con il gergo. Detti anche gerghi transitori, da Sanga, evidenziando la momentanea condizione d’uso della gergalità: le lingue speciali militare, studentesca e giovanile possono essere definite gerghi in quanto in uso in determinate fasce d’età e in determinate condizioni di temporaneo allontanamento dalla vita normale (servizio militare).
La differenza sta anche nelle finalità: il carattere criptico dei gerghi, dove è indispensabile che gli estranei non comprendano le parole, nei linguaggi giovanili è solo apparente. È subordinata alla finalità ludica osserva Sobrero.
Gergo e furbesco
Ci sono testimonianze fin dal tardo medioevo di gergalità. Le prime documentazioni di gergo come lingua speciale di un gruppo che non vuole esser capito risalgono agli inizi del Cinquecento, si ritrovano in Berni (ante 1535), nell’Aretino (1534). Nel senso di particolare linguaggio comune a una categoria di persone in P. Della Valle (1616).
Origine: da gergone (F. Sacchetti, ante 1400), a sua volta un gallicismo, che riproduce il francese jergon (sec. XII) “linguaggio degli uccelli”, provenzale antico “vulgaregergons trutanorum” (nel Donat Proensal, voci dallo spagnolo antico girgonz, moderno gerigonza, portoghese girigonza, abbreviato in gira, giria) (Bertoni, 1932). Con riferimento alla lingua di questuanti e falsi mendicanti (sec. XIII). I gallicismi ritenuti di origine onomatopeica, con scambio di significato fra cinguettio e linguaggio incomprensibile.
La variante gergone, rara rispetto a gergo, ha documentazioni nel tempo:
- Il cameriere recitò nel più da romanzo di Panzini (1863-1939): orribile gergone poliglotto.
È documentato anche il modo di dire intendere il gergone, capire il vero significato di qualcosa, in Rinaldo degli Albizzi (1370-1441): sì c’ingegnavamo non intendere il gergone.
Frequente l’uso aggettivale: lingua zerga, come nel titolo di un lessico gergale del 500: Modo nuovo de intendere la lingua zerga, ebbe fortuna all’epoca.
Circolano altri termini per gergo:
- Furbesco: aggettivo del gergo proprio della malavita, la lingua furbesca (ante 1565): compiuto, suscitato con malizia con scopo d’ingannare o di beffare qualcuno, malizioso fraudolento (Mocenigo, 1560)
- Anche lingua furba (Berni), parlar furbesco (Buonarroti il Giovane): aggettivo e sostantivo “che appartiene alla malavita” (Pulci, ante 1484, usato da furbo, fino al 1700) “che sa mettere in pratica accorgimenti sottili e abili, atti a procurargli vantaggi”.
Etimologia: francese fourbe fourbir “ladro” e ingannatore (dal 1445), forse da “ripulire le tasche”, supponendo un significato “colui che forbisce (fourbit) o netta strofinando”. Furbo nel senso antico è attestata anche nel vocabolario della Crusca (1612), assai usata e con derivati, da Pulci e altri scrittori. Nel furbesco vale compagno (Modo nuovo): il vocabolario della Crusca dice: parlar furbesco è una specie di gergo, usata e intesa da furbi, che sono vagabondi e barattieri, e vanno pel mondo. Famiglia lessicale: furba, compagnia di frubi, in versi di Pulci.
Nel gergo moderno c’è parallelo a furbo dritto: girovago, ambulante. Da diritto, dritto con significato popolare di “destro, accorto, furbo”, parola che nel dopoguerra con il cinema di Roma è entrata nell’italiano comune, equivoca perdendo la sua patina popolare.
Gergo e furbesco talvolta sinonimi:
- Zergo glossato con “Furbesco” nel Modo nuovo
Definizione di gergo nella Crusca: lo stesso che parlar furbesco, dai furbi e barattieri.
Ma spesso non considerati equivalenti: per N Villani, che a proposito del linguaggio a doppio senso della poesia giocosa osserva l’uso di certi parlari oscuri e metaforici, che chiamano gerghi, ma anche di quella lingua, che malavventurosamente dalle persone che la frequentano è chiamata furbesca. Aggiunge poi che il gergo è più privato e meno conosciuto e non c’è differenza tra gergo e furbesco, che tutto quello che è furbesco è anche gergo, ma tutto quello che è gergo, non è furbesco.
Con riferimento a lingua furbesca usata per diletto letterario, nel 500. Furbesco perloiù considerato linguaggio associato a gruppi di astuti e malintenzionati con animus occultandi. Non è riferito solo a gerghi antichi, ma anche in epoca moderna per distinguere gergo di malviventi da quello di ambulanti. In passato lingua furfantina, lingua furfantesca ricorrono con allusioni a astuzia e cattive intenzioni: da furfante, briccone e accattone, pitocco, vagabondo, capace di azioni malvage e disoneste (Aretino 1534). Derivati da forfare e furfare, errare e ingannare, da francese antico Forfaire, agire fuori della legge e del dovere (documentato nel 1080). In antico anche Forfante.
Disusato il termine calmone per gergo, XIV e XVII secolo. Rimasto come denominazione di gergo in situazioni come quella della Val di Sole e di Lanzada. Lo si trova in Benvenuto da Imola (1338-1390) nel commento a passi della Commedia sulla differenza tra lingue (Par, 36 canto): menziona il calmone, secondo che v’abbella: riferendosi ai cantastorie ciechi delle varie regioni d’Italia che si fecero una nuova lingua. Gergo qui come lingua di contatto e uso presso gruppi di nomadi, diviene lingua unitaria dei marginali tanti secoli prima dell’unificazione volgare dai mercanti e borghesi. Prima che divenissero dialetti attestato anche come calmo, calma, parlare in calmo o calmone: origine, da Lurati: come traslato che i gergan
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