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Le biblioteche come eredità nazionale

Sin dall’unità d’Italia ci sono temi fondamentali che dominano la discussione sui problemi bibliotecari. L’insieme degli istituti e delle raccolte librarie è visto come una sorta di somma, un’eredità del passato considerata ineguagliabile, ma che già da allora si presentava insufficiente e inadeguata a rispondere alle esigenze culturali e scientifiche del presente, c’era la necessità di una profonda revisione delle strutture e dei servizi.

Patrimonio della nazione e biblioteche nazionali

Le biblioteche italiane al momento dell’unificazione erano inquadrate nella categoria di tesori della nazione. Appena uscita dal processo di unificazione la nazione si presentava come un paese ricco di monumenti storici, tanto che questa diffusa presenza di attestazioni della memoria del passato su tutto il territorio aveva costituito il punto di partenza per l’idea risorgimentale, quindi uno spunto di riflessione per ritrovare la dignità politica e anche legittimo vanto rispetto ad altre nazioni. Tra i monumenti illustri vi erano anche le biblioteche, il cui insieme numerico e la cui ricchezza storico-documentaria poteva reggere tranquillamente il confronto con quella dei maggiori paesi.

Già durante il medioevo, prima in istituzioni ecclesiastiche, poi nel rinascimento ad opera di signorie regionali e comunità locali, per continuare nel 17 e 18 secolo con eruditi laici ed ecclesiastici, sovrani illuminati, si iniziò questo accumulo dei documenti della storia. Un carattere peculiare della situazione bibliotecaria italiana era la presenza di numerosi istituti aperti all’uso pubblico per volontà dei fondatori (Ambrosiana a Milano, Angelica a Roma). La prima mossa risorgimentale per attestare l’unitarietà della cultura italiana fu l’attribuzione ad alcune delle principali biblioteche del titolo di nazionale. Questa scelta già era stata fatta nel regno borbonico, a Napoli.

La qualifica di nazionale oggi si intende un istituto che possiede carattere di centralità nell’ambito di uno stato. Ad esso vengono affidati due compiti: costituzione di un archivio nazionale delle pubblicazioni, il controllo bibliografico ecc; il carattere di unicità. Le biblioteche nazionali italiane non sono nate su linee concettuali, ma alla loro origine concorrono diversi motivi. Per primo l’eredità ricevuta dal nuovo stato italiano, per una sorta di diritto di successione rispetto agli stati preunitari. Così le biblioteche reali di Napoli e di Palermo sono state chiamate ad assumere questo titolo. Diverso è il caso della nazionale di Firenze, istituita ex novo dopo il 1861 con l’unione di due biblioteche la Magliabechiana e la Palatina di proprietà granducale. Quella di Firenze diventerà biblioteca centrale dello stato. Questa scelta è stata sicuramente effettuata per la ricchezza delle istituzioni culturali, anche a carattere bibliotecario presenti nella città.

Altra motivazione è da ricollegare ai temi del risorgimento e ai nessi tra unità d’Italia e rivoluzione francese. Erano già state istituite alcune biblioteche dette nazionali da Napoleone a Reggio Emilia, Modena, Brescia e quella universitaria di Bologna. Naturalmente furono effimere, ma capaci di indurre la coscienza degli uomini di cultura italiani a definire nazionali quegli istituti che conservavano le memorie del paese, e che quindi ad esso appartenevano. Questo era già avvenuto in Francia con la Bibliothèque Nationale. Sempre più il concetto si è legato all’idea e alla nozione di stato, portando un ulteriore spostamento semantico sul terreno bibliotecario, biblioteca nazionale e biblioteca statale. Questo creò alcune problematiche che si sentì l’esigenza di riordinare: Cibrario nella sua relazione per la commissione nominata dal ministro dell’istruzione Bargoni pone diversi quesiti. Il primo riguarda la questione di quali biblioteche si dovessero chiamare nazionali e se si potesse convertirne alcune in universali o centrali. La proposta di Cibrario era di far coincidere biblioteche nazionali e statali, di farle aprire tutte al pubblico e di essere finanziate direttamente dal governo, di ridurre così a non più di una decina il loro numero e di concentrare al meglio le risorse finanziare disponibili del nuovo stato.

Primi rilevamenti statistici

Nel 1863 sono stati effettuati i primi rilievi statistici sul numero delle biblioteche in Italia. Il numero allora era considerevole. Tuttavia il numero dei singoli istituti dotati di raccolte di notevole ampiezza era assai limitato, solo tre, quali la Braidense di Milano, l’Universitaria di Torino e la Magliabechiana di Firenze avevano più di 200.000 raccolte. Da questi rilievi statici emersero comunque dati inpugnabili. Il primo di essi è l’esistenza di un numero elevato di biblioteche piccole o di piccolissime dimensioni, rispetto all’esistenza invece di non molti istituti dotati di raccolte grandi. Il secondo dato riguarda la disomogenea distribuzione delle biblioteche nelle diverse aree regionali, soprattutto l’estrema carenza nel meridione.

Le osservazioni sui singoli prospetti presentati poi sono molto interessanti. La prima precidazione concerne una valutazione qualitativa relativa alla natura delle raccolte: abbondano collezioni ecclesiastiche e poco le scientifiche e nessuna traccia di letterature straniere. Dalle osservazioni emerge inoltre una coscienza abbastanza precisa dei nuovi modi di lettura che caratterizzavano una società che in Italia si avviava verso l’industrializzazione. Le opere sacre e teologiche risultavano le meno richieste, al primo posto c’erano la letteratura e le belle arti, al secondo le giuridiche, al terzo le matematiche e le scienze naturali, al quarto quelle storiche e filologiche e al quinto quelle di carattere enciclopedico e poligrafico, al sesto quelle filosofiche e morali e infine quelle di scienze sacre. La statistica del 1863 fornisce inoltre il dato di 937.470 lettori, che si avvicina al numero delle opere date in lettura e si tratta di una percentuale assai bassa sulla popolazione totale. Le osservazioni insistono poi sugli esigui finanziamenti governati che non permettevano acquisti adeguati, e anche una forte disparità tra i vari istituti. Questo era dato dal fatto che il governo italiano doveva provvedere a 30 biblioteche con un unico stanziamento in bilancio, con il risultato che ognuna riceveva poi somme irrisorie. Ne derivava quindi l’intenzione di diminuire grandemente, se non ridurre a una sola, le biblioteche a carico dello stato. Quanto alle biblioteche locali il documento in esame osserva che nelle provincie e comuni è sorto un buon spirito che fece però rilevare la mancanza di librerie, quindi la necessità di istituirle o di sorreggere quelle antiche. Nel 1867 a Firenze ci fu il congresso internazionale di statistica e si dibatté molto, grazie a Tommaso Gar della situazione delle biblioteche italiane, anche se ci si concentrò più sull’enunciazione di principi generali concernenti l’organizzazione bibliotecaria e i temi da affrontare nelle statistiche bibliotecarie. Le conclusioni si risolsero in enunciati del tutto astratti.

Nuovi lettori e nuove biblioteche alle soglie dell’unità

L’insufficienza del servizio offerto dal complesso delle biblioteche italiane fa emergere anche i mutamenti dei comportamenti di lettura, si andava estendendo, anche se restava assai ridotta. L’ambito di riferimento per l’analisi per questo tipo di inchieste è costituito dalla sola popolazione alfabetizzata, anzi da quella che ha raggiunto un certo grado di istruzione ed evidentemente erano gruppi assai ridotti. Attestata è anche una notevole espansione della produzione editoriale libraria e periodica a partire dall’unificazione politica.

Un più vasto accesso agli strumenti della comunicazione scritta non dipendeva solo nel nostro paese da fattori tecnici e produttivi, ma in particolare dalle forme linguistiche. Era necessario quindi rendere disponibili letture non solo destinate all’eruditismo o a cerchie di conservatori, ma opere capaci di instaurare rapporto comunicativi con i lettori, toccando temi famigliari a ogni loro effettivo interesse. Queste sono consapevolezze già maturate nell’ambito della cultura borghese che soggiacevano a iniziative di condivisione e circolazione del libro mediante organizzazioni di tipo associativo come le cabinets litteraires che si diffonderanno in Italia a partire dai primi decenni del 19 secolo (es. Il Gabinetto scientifico e letterario di Viesseux a Firenze dal 1820). Al gabinetto letterario si aggiunge ben presto una biblioteca circolante, destinata al prestito a domicilio e formata fin dall’inizio anche con testi di narrativa, oltre che con opere scientifiche e di attualità. Gabinetto e biblioteca circolante hanno fornito uno strumento nuovo e originale di dialogo tra la cultura italiana e le altre, mediante il ricorso a strumenti vivi e aggiornati. Difficile stabilire il pubblico di questi strumenti, ma sicuramente erano persone interessate a un uso del libro, non alla sua conservazione, come nel passato. Un nobile esempio di una biblioteca di grande città istituita ex novo con l’intento primario di raggiungere nuove categorie di lettori è la biblioteca comunale di Torino, avvenuta nel 1869, legata a Pompa. Giuseppe Pompa voleva creare una biblioteca capace di colmare le insufficienze funzionali dell’Universitaria, destinandola a un pubblico di carattere popolare, fino ad allora escluso dalle possibilità di fruire dei servizi bibliotecari. Il tutto con una prospettiva di progressiva espansione a tutti i cittadini che volessero usufruirne. Lo spunto era costituito dall’esistenza a Torino di scuole serali comunali per apprendisti artigiani e commercianti. Il progetto prevedeva di destinare all’uso pubblico un insieme di raccolte variamente costituite da beni già in possesso del comune, da doni e da acquisti da effettuare su stanziamenti ordinari. Il comune avrebbe inoltre dovuto mettere a disposizione della biblioteca locali, attrezzature e personale adeguato. La biblioteca prese quindi luce con circa 24.000 volumi. La sua realizzazione è stata possibile solo grazie a volontà favorevoli nell’ambito comunale.

Consapevolezze disattese

Negli anni 70 del 19 secolo sono state molte le riflessioni che analizzavano la situazione bibliotecaria italiana, facendo emergere una precisa consapevolezza sui problemi esistenti e sulle strade percorribili per risolverli. Soprattutto grazie a giovani bibliotecari si sono potuti affrontare i temi più attuali. Ai temi di riorganizzazione dei servizi bibliotecari è dedicato il saggio pubblicato nel 1867 sul 30 volume del Politecnico da Chilovi, allora assistente alla Nazionale di Firenze. Chilovi concerneva la suddivisione di competenze tra le varie strutture amministrative statali, proponendo l’istituzione di una Soprintendenza generale per le biblioteche del reno e l’elaborazione di un regolamento generale del servizio, qunidi delle linee di intervento. Era sicuramente una presa di posizione a favore di un governo tecnico delle biblioteche. Tra gli obiettivi dello scritto vi erano innanzitutto una elaborazione di una corretta classificazione delle biblioteche, che permettesse di assegnare a ciascuna una finalità specifica, procedendo poi a un coordinamento unitario dei servizi, evitando così di assegnare a qualsiasi biblioteca l’appellativo di nazionale. Necessario era poi anche istituire al vertice del sistema una biblioteca centrale capace di raccogliere tutte le pubblicazioni effettuate in Italia. Sovrabbondanti erano infatti le biblioteche nazionali, ma poche quelle speciali e infine non esisteva quasi un servizio di biblioteche scolastiche. Chilovi quindi voleva l’istituzione di una rete di biblioteche per la prima gioventù. Per i servizi locali Chilovi distingue in comunali e civiche e provinciali. Le prime erano di carattere popolare e circolante, quindi sia nel prestito che nella rotazione delle dotazioni librarie. Le seconde invece erano destinate a studi più elevati, sostenute da province e governo. Rimaneva comunque il problema del finanziamento. Erano necessari quindi provvedimenti finanziari per le dotazioni e i bilanci delle biblioteche. Queste consapevolezze erano state acquisite anche dai politici italiani, in particolare dal deputato Messeaglia al bilancio preventivo della pubblica istruzione per l’esercizio del 1869. Il deputato valuta prima la spesa complessiva delle biblioteche a bilancio del ministero che era davvero irrisoria rispetto agli altri paesi e inoltre rileva anch’egli un numero troppo alto messe direttamente a carico dello stato. Rileva inoltre l’enorme disagio per i singoli istituti che potevano a malapena affrontare le spese per il personale, le manutenzioni e la continuazione delle opere in serie, ma dovevano in pratica rinunciare a ogni reale sviluppo delle raccolte. Messedaglia decide di attuare tre ordini di azioni: aumento delle dotazioni finanziarie in bilancio; drastica riduzione del numero delle biblioteche dipendenti dallo stato; divisione del lavoro mediante coordinamento della politica degli acquisti. Erano obiettivi nobili, ma di difficile attuazione. Quindi si limitò a richiedere gli stessi finanziamenti del 1864. Alla fine non fu fatto nulla. Per superare questi empasse era necessario un intervento statale, ad alcune condizioni: stanziamento di somme che consentissero una politica degli acquisti non del tutto irrilevante, e il sostentamento solo di alcune biblioteche, non tutte. Quindi quelle universitarie avrebbe dovuto provvedere l’università, a quelle statali la città stessa.

Le contraddizioni di una scelta centralista

Nel 1873 il prefetto di Mantova scrive al sindaco della città per proporre la cessione al comune della biblioteca governativa e ricordava il vantaggio che ne sarebbe derivato da questa innovazione. Il testo è importante per il tema della biblioteca pubblica contemporanea, ovvero il rapporto tra l’amministrazione governativa e il sistema di autonomie locali. Il testo parla più di decentramento, che di autonomia, temi che tra loro ovviamente non coincidono. La storia amministrativa italiana è segnata più dal tema dell’autonomia che del decentramento. La tradizione risorgimentale aveva elaborato teorie amministrative sul federalismo e il regionalismo, ma mai attuate. Lo stesso Cavour propendeva più per il modello anglosassone del self-government che per quello centralistico di derivazione napoleonica. Prima si estense l’ordinamento piemontese a tutto il territorio italiano, poi fu varata una legge di unificazione amministrativa nel 1865. La nuova legge riconosceva ai comuni e alle province autonomia politica e una certa autonomia finanziaria ma restringeva il sistema delle spese obbligatorie, obbligando gli enti locali a svolgere quasi esclusivamente attività loro imposte e regolate dallo stato. Tra le attività in questione erano ora obbligatorie per i comuni quelle relative l’istruzione primaria, ma non quelle delle biblioteche locali. Queste rientravano nelle spese facoltative. Questo centralismo debole e contradditorio viene fortemente criticato da Bonghi nel 1868 per l’inadeguatezza alla storia e alla situazione italiana. Per le biblioteche era necessario lasciare la titolarità allo stato, ma bisognava addossare al contempo ai comuni parte degli oneri per il loro mantenimento. Biblioteche locali importanti esistevano già allora, come la civica di Torino istituita con caratteri e finalità marcatamente popolari. Necessario per un loro sviluppo sarebbe stata la possibilità di racconto con il mondo dell’istruzione, così da permettere di proseguire la lettura con il processo di alfabetizzazione questo sarebbe potuto avvenire sia in ottica decentralista e centralista. Nel secondo caso sarebbe spettato agli enti locali raggiungere un livello dignitoso, nel primo allo stato. Non aveva alcun senso però lasciare tutto nelle mani dei comuni, senza poter determinare le fonti d’entrata.

Una soluzione fittizia: la devoluzione delle biblioteche scolastiche

Si fece quindi tutto il contrario di quanto politici et alii enunciavano da tempo. Si è fatto semplicemente ricorso ad un incremento quantitativo del patrimonio librario, e a un aumento numerico delle biblioteche censibili in Italia. Per l’attuazione di ciò si è passati attraverso interventi di politica ecclesiastica, consistenti nella devoluzione alle biblioteche pubbliche di fondi librari di appartenenza ecclesiastica a seguito di leggi di soppressione di enti e congregazioni religiose. Nelle biblioteche statali e nelle maggiori comunali i fondi andarono a integrare le raccolte storiche già costituite, mentre in molti comuni le biblioteche nasceranno ex novo. Le biblioteche italiane diventeranno così nel 1893 ben 419, contro le 100 rilevate solo 30 anni prima.

L’istituzione di una biblioteca comunale mediante l’utilizzo di fondi librari provenienti da soppressioni era peraltro semplice e poco oneroso: bastava infatti che il comune deliberasse l’istituzione di una biblioteca, accompagnandola dall’assegnazione di un locale giudicato conveniente, dalla nomina di un bibliotecario e da uno stanziamento in bilancio. Ma anche queste condizioni erano adempiute solo su carta: il locale spesso era un semplice ambiente allestito a magazzino, il bibliotecario era un impiegato o insegnante locale, e gli stanziamenti erano irrisori. Era normale che gran parte di queste biblioteche restasse per anni inagibile. Nell’Italia postunitaria è mancata quindi a livello di amministrazione centrale un’effettiva capacità di impostazione dei complessi problemi organizzativi. Quando nel 1887 fu finalmente deciso di affidare un’ispezione sulle biblioteche locali istituite e accresciute con le devoluzioni a un bibliotecario esperto, Sacconti ex prefetto della nazionale di Firenze, i suoi suggerimenti furono del tutto inascoltati. La classe politica dell’epoca era consapevole delle esigenze di modernizzazione.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/08 Archivistica, bibliografia e biblioteconomia

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