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Sunto di attività coordinative di supervisione del tirocinio

Le professioni educative e formative dalle origini a oggi

Le professioni educative e formative si sono sviluppate nel tempo di pari passo alle trasformazioni storiche, sociali, economiche e culturali. Ai tempi del Medioevo l’educazione come professione era vista come una forma di assistenza all’interno di organizzazioni o congregazioni religiose o tramite iniziative private con fini benefici. Negli anni a venire si assistette al passaggio dal lavoro educativo con matrice religiosa all’approccio laico che lo Stato aveva assegnato ai servizi assistenziali ed educativi.

Nel dopoguerra, con l’emergere del problema dell’infanzia e della gioventù disadattata, al professionista dell’educazione viene affidato il ruolo all’interno di strutture carcerarie e negli istituti per minori. Negli anni ’70 l’interesse per l’educazione extrascolastica e la centralità del contesto sociale richiedono al professionista dell’educazione una funzione di agente di cambiamento, nel senso che i suoi interventi dovevano essere attuati in funzione di un rapporto integrato tra servizio educativo, servizio sociale, rete familiare e relazionale dei destinatari delle azioni.

Egli cerca perciò di operare una sintesi tra i bisogni sociali e i bisogni specifici delle diverse utenze con le quali entra in contatto. Oggi le professioni educative e formative stanno attraversando un periodo di ridefinizione e di riqualificazione relativa alle proprie strutture, ai compiti e alle competenze, che trova origine nelle profonde trasformazioni che hanno caratterizzato la società contemporanea dagli anni ’60.

Educare gli adulti: dimensione esistenziale e professionale

La rapidità del cambiamento imposto dall’economia e dalla società dell’informazione ha accelerato il modo di concepire l’azione educativa e formativa. Si afferma una nuova visione dell’adulto come persona in continuo apprendimento che supera la concezione dell’età adulta come un semplice punto di arrivo. In realtà si è via via affermata l’idea di un’educazione per tutta la vita, secondo la quale la persona vive dei precisi cambiamenti evolutivi dal momento del concepimento, per tutta l’esistenza e fino alla morte.

Più l’individuo si evolve, più la società con il tempo avanza nuove richieste nei suoi confronti, richieste alle quali l’Io deve cercare di adattarsi. Secondo Erikson lo sviluppo non avviene in modo casuale e chiama “situazioni di crisi psicologiche” le fasi che l’individuo attraversa in ogni fascia di età.

Attuare una formazione centrata sulla persona significa tener presente il soggetto umano nella sua globalità, nella sua essenza, nel suo essere, nella sua storia, individuandone i bisogni e i desideri per soddisfarli. Se il lavoro è lo spazio per l’uomo dove soddisfare il bisogno di autorealizzazione, l’adulto non può indossare la maschera del proprio ruolo professionale senza portarvi dentro la propria anima.

Per tendere verso un cambiamento e un miglioramento della persona, è indispensabile una formazione che non metta al centro esclusivamente il sapere e il saper fare ma anche il saper essere e quindi il sapersi relazionare, il saper comunicare, ovvero il modo personale di ognuno di apprendere, legato ai propri vissuti e alle proprie esperienze.

Secondo Calvino infatti, l’uomo contemporaneo è incompleto, cioè dimezzato, alienato, perché nell’ambiente lavorativo egli è costretto a separare il sé personale, quindi i suoi vissuti, le sue esperienze e le sue emozioni, dal sé professionale, legato solo al suo sapere e al suo saper fare. L’uomo proprio perché è una risorsa, non deve esserci separazione tra il suo sé professionale e quello personale.

Ad oggi viviamo in un policentrismo formativo, basato sull’allargamento delle agenzie e delle occasioni formative, favorisce la copertura di una domanda sociale non solo quantitativa ma sempre più qualitativa. Tutte le organizzazioni diventano non solo uno spazio necessario per la costruzione dell’identità dell’adulto, ma prestano anche attenzione al ruolo lavorativo che il soggetto assume, attenzione dovuta ai continui mutamenti del mercato del lavoro.

Quest’ultimo richiede infatti all’adulto: capacità critiche, disponibilità al cambiamento, flessibilità, capacità di lavorare in team. Fare formazione quindi vuol dire intervenire in maniera finalizzata e organizzata sulla cultura professionale di individui e di gruppi, attraverso la metodologia dell’apprendimento consapevole.

Questo avviene quando la persona che apprende è consapevole di come e di cosa sta apprendendo e sa che l’attività in atto (la formazione) è orientata in primis al processo di apprendimento e che tutto ciò è finalizzato e organizzato secondo gli obiettivi di ruolo e organizzativi che portano a un cambiamento quasi sempre positivo.

Per questo l’apprendimento, al fine di integrarsi nella condotta di una persona, deve essere compreso, accettato, condiviso e deve consentire una riflessione sui comportamenti e atteggiamenti individuali e collettivi. La formazione non è più intesa come pura trasmissività del sapere, ma come processo di costruzione dell’identità personale che deve far fronte a quelle che sono le nuove esigenze di flessibilità e di innovazione.

L’educazione non può limitarsi all’insegnamento di conoscenze unicamente specializzanti ma dev’esserci il riconoscimento della soggettività della persona: bisogna credere nell’uomo, nelle sue capacità di affrontare e risolvere i problemi.

Le professioni educative e formative: dalla formazione universitaria al mercato del lavoro

La formazione dei professionisti dell’educazione e della formazione è sempre stata oggetto di dibattito e di riflessioni, anche se il primo centro di formazione per educatori venne creato negli anni ’60. Negli anni ’70 le esperienze maggiormente significative a livello nazionale furono rappresentate dai corsi biennali e triennali della SFES e dalle scuole regionali per operatori sociali del Comune di Milano.

Nello stesso periodo furono create a Roma due scuole universitarie per educatori (esse si contraddistinguevano per l’efficacia dell’impostazione didattica). La formazione dell’educatore all’interno dell’Università e il conseguimento del titolo accademico, lascia ancora ad oggi delle questioni aperte sul riconoscimento della professione sia a livello giuridico sia in campo lavorativo.

Lo sforzo che si sta portando avanti con diverse Università italiane ed europee è quello di riconoscere la professione in un mercato del lavoro libero, delineando gli ambiti, i settori di intervento, le competenze di base e specialistiche che variano a seconda del bisogno di educazione e formazione dei soggetti e dei territori.

Tra le azioni più significative vi è stato il Programma di Interesse Nazionale (PRIN) che ha delineato un quadro chiaro della formazione dei profili in ambito universitario, cercando poi di analizzare la collocazione degli stessi nel mercato del lavoro. Il lavoro d’indagine ha affrontato il problema della relazione con gli albi e gli ordini, al fine di promuovere una normativa nazionale, unitaria e sistematica delle professioni educative e formative.

La coerenza tra competenze in uscita dall’Università e competenze in ingresso nel mondo del lavoro deve essere garantita dai curricoli universitari costruiti sugli sbocchi occupazionali e dalle prove di abilitazioni sull’esercizio delle professioni.

Da un lato viene ripetutamente rafforzata la richiesta di tali professioni nel mercato del lavoro, dall’altra vi è molta confusione e indeterminatezza nell’effettiva individuazione delle figure professionali idonee nell’ambito dell’educazione e formazione e della conseguente collocazione professionale all’interno delle relative istituzioni e servizi.

Infatti, poiché esiste una vasta gamma di figure professionali riconducibili all’ambito dell’educazione e della formazione, la stessa figura dell’educatore va rintracciata nel mercato del lavoro sotto diverse denominazioni: la poliedricità delle figure professionali presenti sul mercato appare correlata alle molteplici denominazioni attribuite ai profili professionali in uscita dei corsi di laurea triennali e specialistici.

Vi è talmente ampiezza negli obiettivi formativi e negli sbocchi occupazionali indicati nelle classi di laurea, anche a causa della indeterminatezza relativa al riconoscimento normativo delle figure professionali riferite all’ambito della formazione extrascolastica, che assistiamo ad una proliferazione delle denominazioni di corsi di studio.

La denominazione dei corsi di studio delle lauree specialistiche è, rispetto a quelle triennali (che sembrano avere una connotazione più generalistica), più omogenea tra i vari atenei: oltre alla denominazioni i corsi di laurea magistrale mostrano anche negli obiettivi e negli sbocchi occupazionali una maggiore specificità in ambito delle professioni educative e formative.

Le Università devono sviluppare attività che pongono l’attenzione sui temi in oggetto, definendo in forma qualitativamente elevata i percorsi formativi di coloro che saranno professionisti dell’educazione e della formazione del domani. Risulta fondamentale perciò interrogarsi sui cambiamenti della domanda di professionalità educative e formative e di conseguenza sul mercato del lavoro, che richiede una rivisitazione del ruolo del lavoro, in vista di una ridefinizione del suo rapporto con l’ambito formativo.

L'iter normativo per il riconoscimento delle professioni educative e formative in Italia

Il processo di costruzione dell’identità del ruolo professionale dell’educatore è piuttosto recente. La figura dell’educatore ha mostrato e mostra oggi una sua debolezza strutturale, legata all’incertezza della stessa dell’educare che dovrebbe invece essere riletta in chiave positiva e trasformativa.

L’educatore è un operatore che basa la propria professionalità sull’integrazione di competenze tecnico pratiche, acquisite sul campo attraverso la formazione e l’esperienza. Le leggi emanate in Italia dagli anni ’60 non hanno affatto definito la figura dell’educatore, ma si sono limitate a descrivere i suoi ambiti di intervento.

La complessità del lavoro educativo sta proprio nella necessità che l’educatore mantenga uno sguardo ampio sull’utente in relazione al contesto in cui vive, senza frammentare la sua identità.

La mancanza di un riconoscimento sociale della professionalità educativa, spesso ricondotta all’assenza di un albo professionale, sembra possa essere compensata dall’istituzione di associazioni di categoria a cui spetta di fissare gli standard qualitativi, di promuovere e qualificare le attività professionali, di divulgare informazioni e conoscenze ad esse connesse (ad esempio il COLAP-coordinamento nazionale delle libere associazioni professionali- segue da anni le associazioni di educatori e pedagogisti, le mette in rete, ne coordina azioni sinergiche, in collaborazione con le Università, in modo da certificare un profilo che vada verso un’unica direzione e riconoscimento).

Poiché è evidente che i professionisti dell’educazione e della formazione hanno bisogno di vedersi maggiormente legittimati e riconosciuti socialmente, il 7 ottobre del 2014 si è avanzata una proposta di legge (portata avanti da Vanna Iori, deputato e docente di Pedagogia Generale all’Università Cattolica del Sacro cuore) per disciplinare le professioni dell’educatore e del pedagogista: essa rappresenta la prima azione concreta di avvio alla legittimazione della professione educativa.

Le professioni educative e formative in Europa

Se in Italia già dal dopoguerra si cominciò ad avvertire l’esigenza di dover individuare risposte più adeguate e personalizzate in relazione ai bisogni delle persone in difficoltà, anche l’Europa era pervasa da questa esigenza e cominciò a creare delle comunità residenziali di piccole dimensioni, con interventi educativi più consapevoli e intenzionali.

Si andava maturando il valore di una figura pedagogica specifica e armonizzata all’intervento degli spazi educativi non formali, che potesse porre attenzione ai processi di socializzazione con un progressivo abbandono dei tradizionali modelli educativi collegiali. Ad esempio in Francia, la professione dell’educatore nacque dall’impiego degli scout nelle case di rieducazione e nelle carceri minorili francesi: questi giovani volenterosi con esperienza di scoutismo accettavano di condividere la vita degli adolescenti nei centri di accoglienza i minori portatori di disagi, dando luogo all’emergere della funzione socio-educativa.

La professione educativa nasce dunque dall’incontro tra un bisogno e una disponibilità. A favore della gioventù disadattata nacque l’ANEJI, i movimenti di scoutismo, gli oratori salesiani e l’influenza della nuova pedagogia con Montessori, Makarenko e altri.

In generale in Europa la formazione per le professioni è di natura pubblica, ad eccezione dell’Austria. Dal punto di vista di tanti professori i master sviluppano un prestigio più alto; in Germania ad esempio vediamo che il primo livello deve portare al titolo di studio professionale bachelor, ovvero il raggiungimento di un certificato rilevante per il mercato di lavoro europeo nel settore dei servizi educativi e sociali (ciò non vale però per tutte le professioni educative e sociali); dopo il bachelor si può seguire un secondo livello di studio, di uno o due anni, che finisce con il titolo di studio di master, orientato sia alla qualificazione professionale, sia alla ricerca.

Il bachelor delle scuole superiori universitarie non è può essere paragonato al bachelor universitario: quest’ultimo non trova buone prospettive nel mercato del lavoro, in quanto per i compiti previsti non si richiedono tanto lavoratori specializzati, ma piuttosto esperti forniti di qualificazione alta e scientifica, con titolo di laurea del vecchio ordinamento o con dottorato di ricerca.

Indipendentemente dalla denominazione nella lingua di appartenenza, gli educatori nella prospettiva internazionale hanno in comune: una formazione di base per lo più comparabile, un codice etico, un tirocinio pratico, l’impiego professionale in molti ambiti, tra cui il sanitario, il penitenziario e il riabilitativo.

Il fatto che la formazione di base dell’educatore ha contenuti in comune con il percorso di altre professioni sociali, può essere da un lato come positivo in quanto accorcia le distanze tra le varie professioni sociali e si può assumere un linguaggio operativo e procedurale comune.

Cap. 2 Formare all’agire professionale: le competenze

La formazione alla professionalità come forma evolutiva del soggetto

La formazione alla professione rappresenta una sfida importante oggi, se consideriamo che educazione e formazione sono concetti che spesso si integrano e si sovrappongono. La professionalità permette al professionista, attraverso l’acquisizione di competenze, di promuovere lo sviluppo equilibrato di persone che si trovano in situazioni di disagio, incoraggiandone il recupero, il reinserimento sociale e il benessere.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Franci0703 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Attività coordinative di supervisione del tirocinio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Buccolo Maria.
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