Arte romana.
Non possiamo parlare di una vera e propria storia dell'arte romana, poiché manca una sufficiente elaborazione
filologica di molti aspetti. Ciò deriva innanzitutto dal respingimento operato dalla critica neoclassica nei confronti
dell'arte romana, banalmente considerata mera imitazione di quella greca, dal giudizio di decadenza dato alla
dissoluzione dell'arte ellenistica e dal ritardo con cui si accolse lo studio dei Reigl e Wickhoff (cd "scuola di Vienna")
che tentava di superare il concetto di decadenza e uscire dai concetti neoclassici.
Winckelmann, sulla base del das wesen der Kunst, pone l'arte romana nel periodo di decadenza, in quanto lui giudica
sulla base dell'arte greca periclea. Non le riconosce una propria autonomia.
La scuola di Vienna è un movimento di studiosi accomunati dall'interesse per la storia/arti figurative, che ha sede
nell'università viennese. I principali portavoci del movimento furono Reigl e Wichoff, storici dell'arte medievale.
Entrambi, partendo dallo studio dell'arte medievale, hanno cercato di capire come si sia prodotta tale arte, quale fosse
la fase di passaggio tra arte greca e medievale.
Reigl nel 1893 pubblica "Problemi di stile" in cui afferma come non vi sia una cosa definibile o meno "arte", ogni
oggetto è arte se esprime il Kunstwollen, gusto artistico del suo creatore e del periodo storico in cui è prodotto. È un
grande passo in avanti, ma il limite è che così si sospendono i giudizi circa ogni opera.
Wickhoff invece va oltre lo studio di Reigl, individuando dei caratteri innovativi dell'arte romana:
1) il ritratto romano -fisionomico, cioè rende riconoscibile il personaggio-era un elemento importante nella
cultura romana, soprattutto nell'ambito funebre, in cui si indossava la maschera di un antenato del defunto,
per accompagnarlo nella sepoltura, maschera realizzata tramite il calco che veniva fatto sul viso del defunto
(classe senatoria). Tali maschere venivano custodite nell'atrio della domus e portata in corteo per il funerale.
Più maschere nel corteo simboleggiano un maggior prestigio della famiglia (titolo nobiliare molto antico).
Questo diritto alle immagini è detto ius imaginum. Dunque il ritratto ha valenza sociale e di questo ci parla il
greco Polibio. Esempi:
• togato barberini, uomo togato che regge altri due busti di antenati, con testa che è un'aggiunta di
restauro.
• Ritratto di Cagliari: più chiaroscurato, morbido, legato alla tradizione greca. Ritrae un anziano, che
mostra bene l'età che avanza. Possibile che sia un magistrato di provncia.
2) capacità di ricostruire ambienti paesaggistici o interni:
• arco di Tito vi è l'ambiente aperto, circoscritto dalla porta, simbolo della città in cui torna l'imperatore;
• cubicolo Villa dei Misteri dove si amplia in modo illusionistico l'ambiente, con una serie di
sfondamenti.
3) narrazione continua (o rilievo storico). Wickhoff sottolinea che i greci si servono di quadretti separati quando ci
si riferisce ad un unico personaggio(vedi il fregio dorico), non risulta un racconto continio come lo troviamo a
Roma. L'esempio principale è la Colonna di Traiano, dove il fregio che si arrotola per tutto il fusto presenta
una narrazione continua delle due campagne daciche. In questa immagine, un soldato sta per tagliare un
albero, affiancato da un altro soldato. Altri soldati tagliano e trasportano alberi, tutto sotto la supervisione di
Traiano. All'estrema destra so vede un soldato di spalle, una strana pianta e nuovamente l'imperator. La
narrazione, riguardante un solo personaggio, viene ripetuta senza stacchi. Al massimo si utilizza un albero,
come elemento di separazione, ma che è sempre funzionale alla scena.
Le tesi di Wickhoff sono, dunque, molto importanti, ma presentano anche delle pecche. Innanzitutto per il ritratto, non
è vero che nasce in età romana. Un importante ritratto, individuato come Seneca, oggi sappiamo che rappresenta
Esiodo. Compare come ritratto romano, ma probabilmente è di età greca (ellenismo).
Poi, per gli ambienti ricostruiti, questo è un rilievo di marmo dipinto, conservato in un museo della Tessaglia --> rilievo
funerario di Hediste, quindi privato. Viene rappresentata una donna distesa sul letto, al centro di una stanza che viene
resa prospetticamente in primo piano. Ai suoi piedi siede un uomo (forse marito), poi una donna e una porta che si
apre, facendo intravedere un altro personaggio. Le pareti si interrompono in corrispondenza del "II piano", con due
personaggi che entrano nella stanza, da una porta. La stele è del III secolo a.C e se si pensa che la Tessaglia in quel
periodo non era un centro culturale di punta e che si tratta di un monumento privato e non pubblico, si capisce come
quella rappresentazione fosse già diffusa precedentemente.
Per quanto concerne la narrazione continua, nel grande altare di pergamo (ellenismo, ca 200 celebrazione vittoria sui
Galati), il fregio interno a bassorilievo rappresenta la narrazione continua della storia di Telefo. Ricollegando la propria
stirpe a quella eroica, Eumene si proclama discendente da divinità. Ad esempio ci sono scene in cui Auge osserva la
costruzione della barca, o mentre guarda le ancelle che lavano il bambino. Scene anche della guerra di Troia, nella
quale Telefo prese parte e dove venne ferito, potendo guarire solo grazie alla lancia di Agamennone.
Dunque, i caratteri che Wickhoff individua come peculiari dell'arte romana, in realtà sono elementi preesistenti di cui
si impadroniscono. Sostanzialmente fa lo stesso errore di Winckelmann, perché nemmeno lui considera tutto lo
sviluppo avvenuto in età ellenistica, che anche lui considerava età decadente.
Inoltre, si è tardato a operare una distinzione fondamentale: se per storia dell'arte romana si debba intendere storia di
un'espressione artistica prettamente romana o da intendere come storia dell'arte del mondo antico nell'età romana
(dunque non solo relativa a Roma, ma anche a tutte le aree che con essa avevano contatti – Grecia, Siria, Egitto, ma
anche le province come l'Iberia, la Bretagna, la Gallia). Non possiamo pendere su un solo aspetto, ma vanno tenute
entrambe presenti, perché la produzione artistica interessa tanto Roma quanto le aree "periferiche" sotto la sua
influenza e tra queste due aree vi è un continuo scambio di impulsi. Dunque è una situazione abbastanza complessa.
Salvatore Settis afferma che "l'arte romana è l'arte dell'impero romano". Ci sono elementi di similitudine, come i vari
edifici termali, oppure le abitazioni o i teatri. Ma, ci sono anche delle differenze, perché ogni area conquistata persenza
un sostrato culturale diverso: vedasi la Colonna Traiana e il Trophaeum Traiani (monumento commemorativo ad
Adamclisi, in Romania) --> pianta circolare, copertura conica, coronamento sorreggente trofeo scultoreo. Tamburo
scolpito con 44 rilievi simil metope sulle vittorie di Traiano. Un esempio: uno con soldato romano che combatte, un
avversario caduto morto e uno nascosto dietro un albero; altro rilievo con un ferito, uno che precipita e una testa.
Sebbene il soggetto e lo scopo siano identici, lo stile è diverso: nella colonna le figure sono organiche, qui paiono
marionette, anche perché i romani si formavano stando a contatto con la cultura greca, mentre la dacia non aveva mai
avuto contatti coi greci.
Roma è l'erede e prosecutrice della cultura greca, tanto che nel monumento ad Afrodisia celebrante la potenza
romana, la Grecia non compare fra le province sottomesse, perché è un modello da seguire. Quindi, nella colonna
coclide la resa delle figure è molto attenta e curata, cosa che non compare ad Adamclisi, tutto molto schematico, poco
plastico. Quindi gli esiti culturali sono differenti, perché differente è il linguaggio artistico locale con cui Roma entra in
contatto.
La maggiore differenza tra l'arte greca e l'arte romana sta nel fatto che al logos, i romani sostituiscono la res: si passa
da una concezione astratta, legata al mito, della forma artistica a una concezione rivolta verso i fatti contemporanei e
ciò che riguarda lo stato (con l'individuo che viene sì rappresentato, ma in funzione dello stato!). Ad esempio, i Greci
per celebrare una vittoria (quale quella sui Persiani), riportano scene della gigantomachia o dell'amazzonomachia.
Nell'ellenismo questo aspetto muta, perché l'arte diventa sempre più espressione della forza e del potere del sovrano
o espressione dell'abilità di un artista: è una "soggettivazione" dell'opera d'arte.
I Romani attuarono questo definitivo passaggio dal mito alla storia attuale tramite il rilievo storico, narrante un fatto
civile, militare o di vita pubblica che doveva esaltare la gloria gentilizia.
La rappresentazione della vittoria romana in battaglia diventa una presenza costante dell'arte romana e si avvale di
alcuni elementi fissi, che rendono la scena comprensibile ed esplicita a tutti:
profectio – partenza; obsidio – assedio;
costruzione strade e ponti; sottomissione dei vinti;
lustratio - offrire sacrifici agli dei; reditus - ritorno;
adlocutio – allocuzione; triumphus - corteo trionfale;
proelium – battaglia; liberalitas – atti di beneficienza.
Il fine dell'arte romana, eccetto per i beni di lusso, non è mai estetico, ma quasi sempre celebrativo della potenza
sociale ed economica del committente o anche fine propagandistico (vedi la scultura ufficiale).
Nonostante la differenza fra arte greca e l'arte romana, questa ha la possibilità di riprendere schemi iconografici
tipicamente greci e riadattarli a proprio gusto (es la Nike diventa l'Angelo, il filosofo è l'Apostolo del Cristianesimo).
Tuttavia, eccettuati alcuni casi (quali la Colonna Traiana), l'arte romana non va mai oltre la grandezza greca, anche se
dotata di una fortissima capacità tecnica: quasi mai ci si pone problemi estetici o di ricerca dell'arte. C'è sempre lo
spunto esterno nella creazione: la statua dell'imperator, che è una nuova tipologia rispetto allo stratega greco, ma ci si
rifà sempre al greco: si riprende il doriforo di Policleto, modificandone l'aspetto (ritrattistica, uso della corazza e
dell'armatura vs il corpo nudo greco) --> Augusto di Prima Porta, esempio lampante. L'unica creazione ex novo e
astratta è l'Antinoo. Quindi l'arte romana non va considerata tanto a livello di invenzione formale (perché si rifà ai
greci), quanto a livello di introduzione di motivi celebrativi, ornamentali, descrittivi e funzionali e una grande abilità
tecnica. I veri e propri fondamenti dell'arte romana furono posti soprattutto nel periodo che va dall'avvento di Silla al
secondo triumvirato (cit di Beyen: "nel 200 a.C non esiste ancora un'arte romana, ma essa esiste nel 100 a.C.").
Come detto prima, la situazione culturale del mondo romano è variegata e la diversità culturale delle genti abitanti la
penisola italica non verrà mai meno, neanche con i vari contatti reciproci. Ad esempio, nella penisola italica, oltre al
mondo “grecizzato” che è caratterizzato da Magna Grecia e Sicilia, vi è una cultura definibile "italica", vivace e rozza,
che è soprattutto dei popoli che restano fuori dal diretto contatto coi greci (Sanniti o Piceni ad es). Il Lazio e Roma non
produssero niente di proprio né in età arcaica né in età pre ellenistica (a differenza degli Etruschi e Campani).
Roma sorgeva nel sito dell'odierna Isola Tiburtina, dunque sul Tevere, in una buona posizione di passaggio fra la zona
Etrusca e quella campana. Si tratta di centri che avevano contatti con la cultura greca, quindi Roma ebbe molto presto
dei contatti con il mondo greco. Da questa zona proviene una buona documentazione arcaica (in particolare dall'area
sacra di Sant'Omobono) e materiale databile al VIII-IV a.C mostra provenienza da officine artistiche etrusche e
campane e importazioni greche (Il tempio di Giove Capitolino (509) è costruito alla maniera etrusca, decorato con
statue fittili della scuola di Vulca, mentre la statua lignea di Diana sull'Aventino proviene dalla colonia focese di
Marsiglia. I frammenti di decorazioni fittili di templi (antefisse/rivestimenti) sono analoghi a quelle etrusche. Anche
l'uso del bronzo al posto della terracotta è di provenienza etrusca: la lupa capitolina bronzea opera di una probabile
officina etrusca/magna grecia della metà del V a.C. ).
Prendiamo ad esempio la Cista Ficoroni (Praeneste), cofanetto portagioielli bronzeo, cilindrico, con treppiedi cesellato
e corperchio con tre sculture. Presenta un'iscrizione che la attribuisce a un Novios Plautios eseguita a Roma: prima
attestazione di opera creata a Roma, con artista dal nome osco-campano. È databile al IV secolo a.C periodo in cui
Roma e Campania sono ancora due realtà diverse, in quanto manca l'unificazione imperiale. Sia il soggetto che il
linguaggio formale/artistico sono grecizzati (Polluce, personaggio del mito greco, oppure l'uso del bulino), ma le parti
plastiche richiamano arte medio-italica o campano-etrusca. A roma gli artisti campani avevano le officine (come per i
vasi pocola, campano apuli), quindi no arte romana con tratti propri. Oppure il Giunio Bruto di bronzo, databile al 300-
275 a.C è difficile dire se romano, etrusco o campano. Le fonti letterarie parlano di numerose statue bronzee del IV a.C
di cui nulla ci è giunto, ma possiamo avere un'idea tramite il bronzo etrusco di Todi.
Il primo grande contatto diretto con il mondo greco Roma lo ebbe nel 280 a.C, in occasione della guerra di Taranto a
cui fanno seguito la prima guerra punica e i contatti con le città greche della Sicilia (272 a.C.) e l'ammissione dei
Romani ai giochi istmici di Corinto (228 a.C). Avvenimenti importanti furono anche la presa di Siracusa con
conseguente spoglio delle opere d'arte principali della città da parte del vincitore Marcello, da alcuni criticato perché
introdusse così a Roma l'interesse per l'otium, per le frivolezze. Questo avvenimento è un punto di svolta nella cultura
artistica romana, ma probabilmente rimase limitato a una cerchia ristretta di intellettuali, tanto è che nel 146 a.C
quando Attalo II di Pergamo propose una grande somma -600mila denari - per avere un dipinto di Aristeides, Lucio
Mummio ritirò subito il quadro dall'asta (non conosceva le opere greche, ma ne intuì il grande valore) e lo fece esporre
nel tempio di Cerere a Roma → prima opera straniera esposta in luogo pubblico (Plinio). Chiaramente ciò dimostra che
a Roma non c'è nessuna comprensione per l'arte greca, eccettuato forse qualche aristocratico. Le opere venivano viste
come bottino di guerra e portate a Roma/distribuite anche alle città italiche Questa è una primissima forma di
collezionismo, che deriva proprio dall'interesse nato dall'afflusso di ricchezze straniere. Da questo momento in poi
troviamo anche artisti greci operanti a Roma ( l'architetto Hermodoros di Salamina o scultori della famiglia di Polykles.
→ primi esempi di templi ellenistici in città furono quello di Giove Statore e quello di Giunone Regina; Hermodoros
costruì un tempio per Bruto Callaico (136 a.C) ove si trovavano una grande statua di Marte (Skopas) e una di Afrodite).
Chiaramente, dal momento che la Grecia perde di ricchezza e indipendenza, smette di essere un committente
vantaggioso per gli artisti e passa il testimone a Roma.
Una preziosa testimonianza sul collezionismo a Roma ce la fornisce Cicerone nelle Verrine, in cui accusa il governatore
della Sicilia di essersi arricchito grazie alle opere d'arte presenti nel posto (collezione vasi preziosi, riutilizzo di vasi per
produrne di nuovi), senza capire il valore delle opere. Ma l'accusa di Cicerone è anche di frivolezza, che era il carattere
da lui indicato in riferimento alle opere d'arte. Il carattere e la mentalità romana è volta al pratico, è legata alla fatica,
alla povertà, al comando assoluto. Ecco perché si fatica a comprendere il valore delle opere d'arte. In realtà questo è il
Cicerone pubblico, quello privato si interessa di queste cose!
Il collezionismo comporta la maggiore richiesta di opere, che non poteva essere soddisfatta con gli originari, dunque si
ebbe una vasta produzione di copie e di opere ispirate all'età classica. Le copie, sebbene utili all'archeologia filologica
per le identificazioni, hanno indotto in errore i primi archeologi (Winckelmann e anche i filologici), facendo passare
l'idea che l'arte greca fosse un'arte fredda, lontana dalla realtà.
In una situazione così variegata è chiara la difficoltà dell'affermarsi di una produzione artistica originale. Solo dopo aver
assimilato i caratteri greci, può accadere ciò. Usando una definizione di Salvatore Settis, si può dire che l'arte romana è
come un triangolo:
• cultura ufficiale caratterizzata da eccletismo : ara di Domizio Enobarbo o più tardi l'Ara Pacis;
• nascita arte plebea. Questo perché l'importazione delle opere originali rimaneva un fatto circoscritto alla
classe dirigente/aristocratica, quindi arte d'élite. Tale corrente artistica è importantissima per lo sviluppo successivo
dell'arte romana. Il Rodenwalt, a cui si deve il merito di aver individuato l'importanza di tale corrente, la definì
"popolare", che non è un termine adatto. Se usiamo popolare, intendiamo una forma artistica subalterna all'arte
ufficiale, mentre in realtà siamo davanti a una corrente artistica che, prescindendo dall'arte ufficiale, eredita e porta
avanti la cultura artistica dell'ellenismo medio-italico (provinciale). Ad esempio è con l'arte plebea che si perde il
naturalismo tipico dell'ellenismo provinciale e si assume un carattere simbolico. Esempio di
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