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Romal'arte romana nel centro del potere

Introduzione e influenze storiche

Grecia ed Etruria hanno determinato la formazione di una cultura artistica a Roma: il contatto con la seconda fu però più immediato e assai prevalente fino al periodo ellenistico (IV-II secolo a.C.), quando essa perse la sua preminenza commerciale ed economica. Fino a questo momento la scultura e la pittura in Roma non si distinsero assolutamente da quelle dell’Etruria meridionale e della Campania.

La Cista Ficoroni

La prima volta che troviamo il nome di Roma su di un manufatto artistico sarà con la Cista Ficoroni (p.14), Museo Nazionale, che è il migliore reperto conosciuto per dimensioni, qualità, ricchezza decorativa e stato di conservazione di cista etrusco-italica. Non si tratta, infatti, di una testimonianza di arte romana, bensì di una testimonianza dell’arte che si produceva a Roma in quel tempo:

  • Novius Plautios, che è il nome di un immigrato dalla Campania, artista di fine IV - inizio III secolo a.C.;
  • Data: dono di nozze di una madre a una figlia;
  • Recipiente di forma cilindrica in rame finemente cesellato e sormontato da un coperchio ornato da tre sculture, alto 77cm, che contiene oggetti da toletta. Questa forma è tipica della produzione artigianale di Praeneste (Lazio);
  • Coperchio: contiene un’iscrizione in latino arcaico (it. “Dindia Macolnia (mi) donò alla figlia/ Novio coperchio: Plautio mi fece a Roma”) ed è decorato da tre fregi concentrici: al centro un’infiorescenza cruciforme, nella fascia media due scene di assalto di animali e in quella esterna una scena di caccia. Inoltre, tre figurette in bronzo a tutto tondo, che ritraggono Dioniso e due satiri, fanno da manico. Il gruppo in bronzo e lo stile generale delle scene fa pensare a un modello greco del IV secolo a.C.;
  • Corpo: si può dividere in tre fasce: quella superiore e quella inferiore decorate con fiori e palmette, quest’ultima in particolare anche con Eracle, Eros e Iolao, e quella centrale ornata con una scena mitologica, che ritrae una scena del mito degli Argonauti, ovvero la vittoria di Polluce su Amico, re di Bitinia.

Monetazione romana

Prima monetazione romana, Museo Nazionale (p. 21):

  • Data: 335 a.C. circa;
  • Moneta fusa in bronzo, molto pesante;
  • Diritto: testa di Giano;
  • Rovescio: prua di nave, che rappresenta l’insegna commerciale di Roma.

Nel 326 a.C., in seguito all’accordo con Neapolis, Roma entra in contatto diretto con l’area commerciale greca: così, alla monetazione in bronzo di tipo italico, segue una monetazione in argento e in oro di tipo greco.

Arte medio-italica

Bisogna ricordare che, prima di entrare in contatto con l’arte greca, l’arte romana era un’arte pastorale: lo dimostra il rilievo raffigurante un pastore, Museo Provinciale di Lucera (p. 27). Ma sappiamo anche che statue onorarie e personaggi della leggenda e della storia si ponevano nel Foro romano già a partire dal IV secolo: si tratta di statue in bronzo andate perdute nella grande fame di metallo che seguì il collasso dell’economia antica. Comunque, non si trattava ancora dell’arte medio-italica, ovvero di quell’arte che costituì il presupposto necessario per la nascita dell’arte romana e che si differenziò da quella etrusca e da quella greca importata in Sicilia e in Magna Grecia.

Arte medio-italica:

  • Si afferma fra la prima e la seconda metà del III secolo a.C.;
  • Comprendeva:
    • L'Apulia;
    • La zona picena;
    • La Campania;
    • Il Sannio;
    • Il Lazio.
  • Produzione prevalentemente in terracotta (il marmo è ancora assente).

Esempi:

  • Orfeo e gli animali (p. 28), Palazzo dei Conservatori, molto pesante.
  • Rilievo con scena di battaglia (p. 29), Museo di Isernia, caratterizzato da poca grazia, ma che rimanda allo schema iconografico della battaglia di Alessandro (mosaico di Pompei).
  • Moneta (p. 30), Museo Nazionale, coniata dagli associati nella guerra contro Roma (91 - 88 a.C.), sul cui diritto compare una testa femminile e per la prima volta l’iscrizione “Italia” e sul rovescio la scena di un giuramento militare.
  • Ariccia, statue di Demetra e di Kore-Persephone (p. 32) e busto di Demetra (p. 33), Museo Nazionale, derivati da modelli siciliani.

Copie e "pasticci"

Una conseguenza decisiva per il diretto contatto di Roma con l’arte ellenistica avvenne con la presa e il saccheggio di Siracusa nel 212 a.C.: Marcello portò via dalla città moltissime opere d’arte per lo spettacolo del suo trionfo e per l’ornamento della città. Ma l’anno fatale fu il 146 a.C., che vide Scipione Emiliano conquistare definitivamente Cartagine e Lucio Mummio impadronirsi, con la presa di Corinto, di tutta la Grecia continentale e della stessa Atene. Un esempio è dato dal tempio di Apollo, ricostruito secondo modelli ellenistici nel Campo Marzio, che era divenuto un museo di opere originali greche.

In tali condizioni è evidente che dovette formarsi una categoria di appassionati collezionisti, la cui fame di opere d’arte non poteva però quasi mai essere soddisfatta con opere originali. Avverrà dunque la produzione e l’importazione in massa di copie di statue e di quadri celebri ispirati all’arte di età classica e usciti dalle officine delle greche (es. Efebo greco, supporto di lampade, realizzazione della città poleis di Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, p. 45). La grande mescolanza di opere di età e di stili diversi non poté che creare un gusto assai eclettico, rivolto al raro, non aperto a comprendere realmente il significato e il valore della forma artistica. Questo gusto retrospettivo rimarrà fino all’età giulio-claudia e costituirà un punto debole per l’arte romana, che spiega perché non sia nata un’arte nuova, fresca e originale.

"Pasticci":

  • Combinazioni di parti provenienti da opere diverse, dando origine a un tutto nuovo;
  • Copiare un’antica statua di divinità e darle una testa che fosse un ritratto. es. Kleomenes, statua di un oratore, Museo del Louvre a Parigi (p. 46), la cui testa è un ritratto della cerchia augustea, mentre il corpo corrisponde alla statua di un Hermes oratore che sorgeva ad Atene.

Pasiteles e l'eclettismo

A proposito di copie e di “pasticci” si può nominare uno scultore, Pasiteles, della cui arte però non possiamo farci un’idea precisa, poiché nessuna sua opera è stata identificata. Si sono invece conservate due opere, modellate entrambe in creta, della scuola che egli fondò a Roma: una è la statua di giovane atleta efebico, firmata da un suo allievo, che è sintesi della pienezza classica e dell’acerbità dello stile severo, e una è Oreste ed Elettra, Museo Nazionale (p. 48), firmata da Menelaos.

L’eclettismo è la prima caratteristica che distingue l’arte romana dall’arte medio-italica. Consiste nell’accostare, in una stessa opera, parti eseguite secondo tradizioni artistiche del tutto diverse fra loro; ma, diversamente dal solito, in cui l’eclettismo sta alla fine di una civiltà in quanto fenomeno di esaurimento e di intellettualismo, qui invece lo troviamo all’inizio. L’eclettismo si trova assai evidente nell’Ara di Domizio Enobarbo a Roma (pp. 52-5):

  • È il più antico dei monumenti pubblici adorni di sculture dell’arte romana;
  • Possiede due serie di rilievi:
    • Una serie di rilievi costituenti un lato lungo e due brevi di un rettangolo andò al Museo di Monaco di Baviera. Ha come soggetto un corteo di divinità marine e appartiene interamente al gusto tardo-ellenistico;
    • Una serie di rilievi costituente il secondo lato lungo andò al Museo del Louvre di Parigi. Ha come soggetto la presentazione di animali per il sacrificio rappresentati molto grandi, un altare dinanzi al quale sta il dio Marte, soldati in corazza a maglia e scudi ovali, e un gruppo di quattro cittadini in toga interessati a un’operazione di registrazione amministrativa o elettorale. Il suo stile è romano.

Gli animali sono rappresentati molto grandi anche nel fregio dell’Arco di Augusto a Susa, in Piemonte (p. 57): qui un enorme suino sovrasta il corteo che si avvia al sacrificio, e a esso seguono altri animali giganteschi, un toro, una pecora, un ariete. Ma perché questa infrazione alle norme del naturalismo istituite dall’arte ellenistica? Le proporzioni vengono alterate per dare importanza alla vittima sacrificata e per esaltare la solennità dell’atto religioso compiuto. Di contro, sull’Ara dei vicomagistri a Roma (p. 57) vedremo raffigurati i magistrati nell’atto di compiere un sacrificio un po’ più grandi e l’animale offerto con proporzioni molto ridotte, questo perché, in tal caso, l’animale è solo un simbolo e come tale viene rappresentato soltanto per indicare e caratterizzare l’azione che si compie.

Arte plebea di derivazione medio-italica

Monumenti funerari

  • Fanno parte di una corrente artistica plebea che si è conservata specialmente nelle località municipali, piuttosto che nella capitale (arte plebea intesa nel senso di una classificazione e non nel senso di un’opposizione sociale polemica verso l’arte ufficiale).
  • Abbandono delle regole del naturalismo ellenistico e conseguente valore simbolico delle proporzioni non naturalistiche.
  • Presentazione frontale delle figure, che vengono composte su un piano uniforme che evita scorci e illusioni prospettiche.
  • Figure collocate una accanto all’altra.
  • Aderenza alla vita reale e quotidiana, che si manifesta con il preferire sui frontoni e sulle pareti la presentazione degli utensili del mestiere in luogo di raffigurazioni mitologiche.

Esempi:

  • Monumento sepolcrale di San Guglielmo al Goleto ad Avellino (p. 58).
  • Rilievo da Amiternum, Museo Nazionale d’Abruzzo all’Aquila (p. 59): episodio di un funerale di rango elevato con otto portatori; rinuncia alla prospettiva; allineamento delle figure, che vogliono auto affermarsi, ora che sono uscite dalla condizione di schiavi; fondo disseminato di stelle e luna che intendeva raffigurare la stoffa del baldacchino e che alludeva a credenze astrologiche.
  • Sepolcro di un seviro di Teate, Museo di Chieti (pp. 60-1): come ci dice l’iscrizione, il seviro è raffigurato seduto al centro degli altri magistrati sopra un podio. La riunione dei magistrati è elemento del tutto romano; il fregio con gladiatori ricorda l’opera del seviro. La presenza di queste figure è di derivazione ellenistica.
  • Tre rilievi di monumenti sepolcrali con scene di banchetto, uno ad Amiternum, uno a Este e uno ad Ancona (tutti a p. 67).

Altri esempi di arte plebea

  • Fregio con i preparativi di un corteo trionfale proveniente dal Tempio di Apollo Sosiano, Palazzo dei Conservatori (p. 68): esempio di stile narrativo storico.
  • Fregio di una grande base di altare con processione per un sacrificio, Museo Pio-Clementino a Roma (p. 68): esempio di stile narrativo storico; singolare è il gruppo dei musicanti composto con due figure viste di dorso. Probabilmente si tratta di un espediente per evitare che le lunghe trombe occupassero troppo spazio; la posizione di scorcio delle trombe e la posizione delle figure rivolte verso il fondo del rilievo indicano che nella mente dello scultore tale fondo non esisteva; le figure non occupano tutta l’altezza del fregio ma lasciano un vuoto al di sopra delle teste, in modo tale che esse dessero l’impressione di muoversi; questo è uno dei pochissimi esempi di libertà spaziale e di concezione prospettica nell’arte romana.

Pittura

Scene di mercato, scene di processioni religiose, ecc.

  • I fatti vengono illustrati con la preoccupazione di rendere ben evidenti gli avvenimenti. Ciò si ottiene distorcendo la prospettiva.

Esempio:

  • Rissa nell’anfiteatro, Museo Archeologico Nazionale di Napoli (p. 64): rissa fra spettatori di Pompei e di Nocera, avvenuta nel 59 d.C.; anfiteatro distorto nella sua veduta interna; velario che ricopriva una parte dell’edificio per riparare gli spettatori dal sole posto in alto, distaccato dal resto (come il baldacchino nel rilievo da Amiternum) → tutto ciò che caratterizza il luogo deve essere rappresentato senza nuocere alla chiara leggibilità della scena.

Arte patrizia: il ritratto

Risale a non prima della metà del IV secolo a.C., cioè a non prima che il ritratto fisionomico si affermasse in Grecia. San Giovanni Scipioni, Biblioteca Nazionale di Parigi (p. 73):

  • Ritratto onorario pubblico dipendente dalla ritrattistica ellenistica;
  • Testa in bronzo;
  • Tecniche “impressionistiche”, come il punteggio della barba o i capelli;

Il tipico ritratto romano nasce invece nella sfera privata e precisamente in quella del culto familiare (anche se poi -ricordiamolo- si estenderà all’immagine da porsi sulla tomba, es. Cippo funebre, Museo Nazionale a Taranto, p. 74): tipicamente romano è lo ius imaginum, nonché il privilegio di tenere le immagini degli antenati nell’ambiente centrale della casa, ovvero nell’atrium. Le imagines, riprodotte in epoche successive in numerose repliche per seguire gli appartenenti ai vari rami della famiglia, venivano conservate ciascuna in un armadietto a sportelli, ed erano prima in cera e poi in scultura.

A partire dal I secolo a.C., ovvero dall’età sillana, il ritratto romano cerca di esprimere l’austerità e la forza di volontà di una particolare stirpe ed è caratterizzato da:

  • Minuzioso realismo, con descrizione precisa dell’epidermide;
  • Attenzione all’analisi e non all’effetto d’insieme.

Un esempio che riassume quanto detto fino a qui riguardo al ritratto è la Statua Barberini, Palazzo dei Conservatori (p. 78), che rappresenta un uomo in toga che porta due busti:

  • La statua è d’età augustea per il tipo e il trattamento della toga;
  • La testa posta sulla statua è il tipico ritratto risalente al tempo del II triumvirato (43-32 a.C.);
  • I busti sono “precedenti”, ovvero d’età repubblicana, limitata a poco più del collo, e il loro stile non è quello del ritratto di età sillana, ma appartengono al naturalismo di tradizione ellenistica e medio-italica. Nello specifico, il busto tenuto con la mano destra risale al 50-40 a.C., mentre quello tenuto con la mano sinistra risale al 20-15 a.C.

Da tutto ciò si può capire come il ritratto romano del I secolo a.C. non possa assolutamente avere un’unica etichetta o un’unica definizione. Esso, infatti, può seguire ben quattro correnti di diversa provenienza:

  1. Ritratto semplice e oggettivo, di ascendenza medio-italica;
  2. Ritratto di tendenza patrizia di età sillana;
  3. Ritratto ellenistico, ricco di modellato e un po’ plastico;
  4. Ritratto ancora di ascendenza medio-italica ma che ha assorbito l’insegnamento ellenistico.

Esempi di commistione tra elementi ellenistici e romani

L’esempio tipico di commistione di elementi ellenistici e romani è la statua di un “generale”, Museo Nazionale, trovata a Tivoli (p. 86):

  • Figura nuda, raffigurata come gli eroi della leggenda greca;
  • Corazza posta a lato, che fa da puntello alla statua;
  • Volto plastico con labbra leggermente aperte e panneggio abbondante, tipici della ritrattistica ellenistica;
  • Eccessiva ricerca del dettaglio, tipica della ritrattistica patrizia di età sillana.

Accanto a questi ritratti, vi è l’imago ovvero l’immagine sullo scudo, di origine greca eclipeata, metallica (es. ritratto su scudo, Museo di Ostia, p. 90). Non si può dire che il ritratto romano sia una derivazione della maschera funebre. La maschera funebre, infatti, è la “matrice ideologica” del ritratto, ed è assai difficile esprimere perfettamente in forma artistica attraverso il ritratto il dato materiale della maschera. Il miglior documento del rapporto fra maschera e ritratto è una testa in terracotta, Museo del Louvre a Parigi (p. 92). Dunque, poiché l’imago fissata nella maschera non era di per sé un fatto artistico, è stato solo attraverso il contatto con il ritratto ellenistico altamente plastico che la civiltà romana si è espressa appieno in quest’arte.

Il ritratto dipinto

Ultimo aspetto da ricordare è il ritratto dipinto (es. ritratto di un magistrato municipale di Pompei e di sua moglie, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, p. 100, e ritratto di donna anziana, Museo di Berlino, prodotto in Egitto, p. 101).

Colombari

Coloro che non potevano economicamente esternare sé stessi in un grande monumento architettonico si riunivano in associazioni, che mediante una quotazione annua garantivano l’accoglimento delle ceneri in un ambiente decoroso. Questi sepolcreti, per le nicchie semicircolari che si aprivano sulle pareti come i rifugi dei colombi, venivano detti “colombari” (p. 104). Ciò dimostra il particolare aspetto della società romana, profondamente attaccata alla volontà di durare oltre la morte nel ricordo degli uomini attraverso la costruzione di grandiosi sepolcri lungo le strade, di modo che i passanti potessero vederli e leggere le iscrizioni.

Scultura: neoatticismo

Il Neoatticismo è una fase della scultura antica iniziato nel II secolo a.C. e conclusosi nel I secolo d.C. Le officine scultoree neoattiche erano dislocate soprattutto ad Atene (da qui il nome) e servirono la grande domanda da parte dei collezionisti romani di statue secondo lo stile classico del V-IV secolo a.C. e talvolta quello arcaico del VI secolo a.C. I neoattici non producevano copie, ma opere originali.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/07 Archeologia classica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tonnina di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia e storia dell'arte greca e romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Verona o del prof Facchini Giuliana Maria.
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