Capitolo 1: La prospettiva antropologica
“L’antropologia è lo studio della natura umana, della società umana, del passato dell’uomo – descrivere cosa vuol dire essere umani nel senso più ampio possibile.”
Focus sul fatto che tutti gli aspetti della vita umana si intersecano in maniere complesse, si plasmano a vicenda e finiscono con l’integrarsi.
Antropologia
- Olistica - integrare tutto ciò che si conosce a proposito degli esseri umani e delle loro attività.
- Comparativa – prove tratte da una varietà di società umane più vasta possibile.
- Evoluzionistica.
- Basata sulla ricerca sul campo.
Gli antropologi si sforzano di trarre generalizzazioni su ciò che significa “essere uomini” che conservino validità nello spazio e nel tempo.
Cultura
L’insieme delle idee e dei comportamenti appresi degli esseri umani in quanto membri della società. Essi servono per adattarsi al mondo e trasformarlo. La nostra sopravvivenza è affidata all’apprendimento in forma maggiore rispetto a tutte le altre creature viventi. Per l’antropologia la cultura informa le spiegazioni che formuliamo del perché gli uomini sono ciò che sono e fanno ciò che fanno non perché è scritto nei geni, ma perché lo hanno osservato dagli altri e hanno imitato quello che facevano. Biologia e cultura concorrono nel determinare le varie forme del comportamento umano – gli esseri umani sono organismi bioculturali, i geni e la chimica delle cellule rendono i nostri organismi capaci di creare cultura e servirsene.
Suddivisione antropologia
L’antropologia nordamericana è stata suddivisa in quattro branche però tale quadro si pensa possa limitare la collaborazione interdisciplinare e quindi alcuni corsi, attendendosi alla scelta olistica, cercano di includerle tutte in ogni percorso [no in Europa].
- Antropologia culturale: Alcuni studiano le maniere in cui i particolari gruppi umani si organizzano per svolgere compiti collettivi. Assomiglia alla sociologia, condividono infatti interessi simili per l’organizzazione sociale ma si differenziano perché l’antropologia ha come primo interesse comparare le diverse forme della vita sociale degli uomini. Oggi essi studiano tutte le società umane e rifiutano le etichette di civile e di primitivo. Essi hanno esplorato le modalità della vita materiale tipiche di vari gruppi umani, fra le quali spiccano la diffusa varietà dell’abbigliamento, l’edilizia abitativa, gli utensili e le tecniche per procacciarsi il cibo e fabbricare beni materiali. Le popolazioni non occidentali non imitano assiduamente gli usi occidentali, bensì ne sfruttano le tecnologie con modalità creative e spesso impreviste [esempio: indiani che usano la cibernetica occidentale]. Gli antropologi di tale settore effettuano studi comparativi sul linguaggio, la musica, la danza, l’arte, la poesia, la filosofia, la religione o i riti condividono spesso molti interessi coltivati nell’ambito di discipline quali le belle arti e le scienze umane. La ricerca sul campo è molto frequente, soprattutto nei casi di etnografia [“comportamenti sociali consuetudinari di un gruppo identificabile di persone”].
- Antropologia linguistica: Studia il linguaggio non solo come forma di comunicazione simbolica, ma anche come principale veicolo di informazione culturale. Studiano il modo in cui le differenze di linguaggio si correlano con genere, classe, razza o identità etnica. Quando i parlanti di lingue non affini sono costretti, per comunicare, a inventare le lingue le chiamiamo pidgin.
- Bioantropologia: Dal 19o secolo hanno studiato gli esseri umani come organismi viventi, sottolineando le diversità dell’aspetto fisico fra i popoli creando così categorie chiamate “razze”. L’antropologia biologica (o fisica) ebbe origine da studiosi con formazione in altri campi, spesso di medicina, ed uno di loro inizialmente identificò cinque diverse razze (caucasoide, mongoloide, americana, etiopica e malese) ed esse vennero definite come dei sottogruppi costanti ed immutabili dell’umanità. Però i tratti tradizionalmente usati per identificarle (es: colore della pelle) non si correlavano con i tratti fisici e biologici non riuscendo così nemmeno a definire un numero preciso di razze. La “razza” venne quindi definita come un’etichetta culturale inventata dagli uomini. Alcuni bioantropologi operano nei campi della primatologia, della paleoantropologia e della biologia dello scheletro umano (morfologia).
- Archeologia: si occupa del passato degli uomini tramite l’analisi dei resti materiali. Spesso essi hanno bisogno di competenze in fatto di metallurgia, di fabbricazione di arnesi di pietra o di vasellame antico. Le scoperte degli archeologi vanno considerate complementari a quelle dei paleoantropologi.
Altre tipologie
- Antropologia applicata: essa sfrutta l’informazione derivante da altre specializzazioni per proporre soluzioni ai problemi pratici, ad esempio le idee di una particolare cultura, riguardanti la cura per una malattia, possono essere usate come nuove pratiche sanitarie. Essi facilitano l’incontro tra la conoscenza occidentale e quella non nella speranza di dar vita a tecnologie sostenibili.
- Antropologia medica: nasce come una versione della psicologia applicata, capace di offrire nuove prospettive di collegamento fra la bioantropologia e l’antropologia culturale. Essa si occupa della salute umana, cioè dei fattori che creano un malessere fisico o vero e proprio e dei modi in cui le popolazioni umane li affrontano in certe circostanze. Essi richiamano l’attenzione su come la biomedicina occidentale non incoraggia le persone a cambiare i propri stili di vita per combattere la malattia ma ne allevia semplicemente i sintomi.
Capitolo 2: Cultura e condizione umana
La cultura è:
- Appresa e Condivisa = in quanto viene appresa da altri membri sociali ai quali si appartiene;
- Modellata = in quanto ogni cultura è rappresentata da modelli che si differenziano anche nello spazio (per esempio l’accento delle basse e quello di centro) permettendo così la distinzione tra le tradizioni culturali;
- Adattiva = di generazione in generazione le tradizioni culturali si arricchiscono sempre più, soprattutto grazie alla sopravvivenza biologica dell’uomo, adattandoci all’ambiente nel quale viviamo;
- Simbolica = un esempio può essere il linguaggio, che vede la comunicazione di qualcosa attraverso qualcos’altro.
Inoltre c’è da considerare che la cultura si è evoluta nell’uomo per milioni di anni. Secondo Potts vi sono 5 elementi che appaiono come prerequisiti della cultura simbolica dell’uomo:
- Trasmissione = il modello emulativo basato sull’osservazione o istruzione;
- Memoria = perché non possono svilupparsi tradizioni senza che si ricordi il nuovo comportamento;
- Reiterazione = attitudine a riprodurre o imitare comportamenti ed info apprese;
- Innovazione = attitudine ad inventare nuovi comportamenti;
- Selezione = attitudine a discriminare tra le innovazioni da mantenere e quelle da escludere;
In modo particolare nell’uomo come specie si vede l’abilità di elaborare capacità che negli antenati non erano presenti come per esempio la rappresentazione simbolica complessa. L’uomo vive in un'unica condizione?
- Dualismo = la concezione che tutto sia diviso da due forze radicalmente differenti ed è appartenente al pensiero occidentale. Il primo fu Platone con la suddivisione tra Mente e Materia. Il dramma interiore umano sembra quindi coincidere con la lotta interiore tra corpo e mente. Questa forma di lotta totale tra corpo e mente si chiama Dualismo Conflittuale.
- Idealismo = concezione che la vera natura umana sia spirituale quindi il corpo essendo contenitore dell’anima fa da ostacolo al pieno sviluppo dello spirito.
- Materialismo = concezione secondo la quale la vera natura umana sia prettamente fisica e materiale.
In conclusione queste due forme di pensiero sono entrambe dette Deterministiche in quanto trovino una determinazione della natura umana. La cultura oltre ad essere di carattere storico fa parte anche del nostro retaggio biologico, ma che limiti vi sono?
Vi sono due limiti di pensiero, la concezione che tutto è governato da forze superiori che sfuggono alla nostra comprensione ed il libero arbitrio, ovvero la concezione che le persone lottano regolarmente per avere qualche controllo sulla propria esistenza e queste persone vengono dette agenti; essi non possono sfuggire al contesto storico o culturale nel quale vivono ma hanno la possibilità di scelte, situazioni come questa sono quelle che segnano il loro “ruolo attivo” cioè la capacità di poter scegliere. Le descrizioni deterministiche della natura umana tendono a spogliare l’oggetto esaminato di tutti gli attributi che appaiono estranei o superflui, mirando a svelare un nocciolo immutabile di carattere, ossia l’essenza.
Vi è però una corrente di pensiero che vede gli umani alla nascita privi di essenza precostituita, infatti questa si formerebbe con la crescita e l’esperienza. Un’estrema corrente di questo pensiero (materialistico) vede l’uomo privo di essenza precostituita ma muta per effetto delle idee, dei significati delle credenze e dei valori che assorbe in quanto membro di una particolare società. Purtroppo per quanto vi sia questa visione del mondo apparentemente ottimistica che ci vede liberi da un’essenza precostituita, non a altro che ricadere nel pessimismo che vede sempre l’uomo come creatura duttile e passiva, plasmata da forze della natura, società, cultura o qualcos’altro ancora.
- Olismo = concezione che non vede confini netti a separare mente e corpo, asserisce che mente e corpo si compenetrano a vicenda e perfino si definiscono reciprocamente. Tendenzialmente vanno incontro all’olismo le persone che sono in cerca di una teoria sufficientemente ricca da rendere giustizia alla complessità della natura umana. Una definizione tradizionale dell’olismo asserisce che il tutto è maggiore della somma delle sue parti.
Quindi affinché gli individui umani sviluppino quella che riconosciamo come la natura umana è necessario che essi vivano un’esistenza sociale e condividano una cultura. Un modo utile di concepire le relazioni tra le parti di un insieme si rifà alla parola coevoluzione; il punto di vista coevolutivo vuole si che l’uomo, il suo pensiero, le sue azioni, la sua mente, concorrano in parti uguali a conferire la forma che acquisterà.
Etnocentrismo
Visione secondo la quale il proprio modo di vita è naturale o giusto, certamente l’unico che assicuri piena umanità. Spesso vi è una presa di coscienza della possibilità di modi differenti di vivere la vita, ma il tutto può diventare un modo per migliorare la propria condizione di vita accettando nuovi cambiamenti nella propria cultura, oppure può sfociare nella concezione che gli altri debbano cambiare e in casi estremi il risultato di questi comportamenti può sfociare in una guerra o in un genocidio (tentativo deliberato di sterminare un intero gruppo basandosi sulla razza, la religione, l’origine nazionale o altri caratteri culturali).
Relativismo culturale
Comprendere una cultura diversa nei suoi stessi termini, considerandola abbastanza empaticamente da farla apparire un progetto di vita coerente e dotato di senso. Vi sono culture (Africane) che praticano usanze religiose (clitoridectomia, ovvero esportazione del clitoride) che secondo la nostra cultura possono sembrare disumane, ma che all’interno della cultura in cui vengono praticate vengono concepite tranquillamente anche da parte delle donne; una pratica più brutale secondo la nostra concezione culturale è l’infibulazione (asportazione delle labbra insieme al clitoride e saturazione dell’epidermide residua formando un tessuto cicatriziale che richiude parzialmente l’orifizio vaginale) che per le stesse donne, per quanto la pratica risulti dolorosa e rischiosa per le malattie trasmissibili dovute ad infezioni, la difficoltà del parto, la difficoltà di rapporti sessuali dolorosissimi, ha valenza positiva sotto diversi punti di vista: secondo la loro concezione questo gesto è ciò che permette ad una donna di entrare nell’età adulta, di essere riconosciuta come “vergine”, di preservare la propria persona ed inoltre di poter contribuire insieme all’uomo alla creazione di una nuova tribù o dinastia.
Capitolo 3: La ricerca sul campo
Ricerca etnografica sul campo
È costituita da un prolungato periodo di stretto coinvolgimento con la gente al cui modo di vita l’antropologo si interessa, ed è il periodo nel quale si raccoglie la maggior parte dei dati. La raccolta dei dati che si effettua vivendo per un lungo periodo di tempo a contatto con i membri di un diverso gruppo sociale che si tende studiare si chiama osservazione partecipante. Questo è forse il metodo migliore del quale gli studiosi possono avvalersi per cercare di giungere alla comprensione olistica della cultura della condizione umana.
Classicamente la ricerca antropologica sul campo puntava sul lavoro all’estero, ovvero tra le società e culture lontane dalla nostra; per altro la scelta di ricerca impone al ricercatore lo studio di differenze che non troverebbe nella propria cultura. Nonostante questo, nell’ultimo periodo sembra stia nascendo la necessità e l’interesse di studiare ciò che avviene a “casa”, ovvero all’interno della propria cultura e società, come differenze tra classi sociali che vedono lo stesso antropologo appartenente ad un gruppo sociale nel quale vive.
L’osservazione partecipante impone al ricercatore uno stretto contatto con il popolo studiato, quindi questo può portare a diverse conseguenze e difficoltà, come per esempio l’alloggio del ricercatore che può sia corrispondere ad un alloggio consono alla nostra cultura ma anche a un appartamento del villaggio stesso in cui opera secondo le usanze e costumi del luogo. In ogni caso le stesse condizioni di vita sul campo possono offrire intuizioni fondamentali sulla cultura studiata; in realtà non tutti i siti possono risultare contrastanti con i costumi e gli usi del ricercatore, ma del resto rimane sempre un possibile primo ostacolo per l’antropologo.
Egli raccoglie informazioni, le mette per iscritto, ci riflette le analizza e poi riporta nuovi interrogativi e interpretazioni alla gente con la quale opera, per vedere se questi interrogativi e queste interpretazioni sono più accurati di quelli precedenti. Nonostante sia questo l’item dell’antropologo, anche le migliori note prese sul campo non possono essere considerate etnografie (descrizione scritta o filmata di una particolare cultura) libri o articoli da pubblicare in quanto non è così facile come sembri parlare e descrivere una cultura. Uno dei rischi in cui si può incappare è dovuto alla vulnerabilità delle persone che potrebbero essere deviate dai riscontri socio-politici trattati dall’antropologo oppure l’identità di coloro con i quali hanno lavorato.
Nel tempo comunque si è messo in discussione tutto il campo scientifico anche dell’antropologia; una conseguenza è stata l’affermazione che le scienze esatte (fisica, chimica ecc) abbiano più cose in comune con altre (antropologia, sociologia e psicologia) più di quanto si pensi. L’altra conseguenza è stata la presa di coscienza che esistano più metodi scientifici e non solo uno. Vennero così estrapolati intorno al primo decennio del ventesimo secolo 3 modi di considerare la ricerca etnografica sul campo:
Approccio positivista
Nato a cavallo tra 19esimo e 20esimo secolo tendeva a spiegare il funzionamento del mondo materiale rifacendosi a cause e processi materiali rilevabili con l’uso dei 5 sensi; vista, odorato, tatto, udito, gusto. Per il positivista la ricerca scientifica riguarda solamente ciò che è; in base ad un simile vincolo l’obiettivo tradizionale è stato quello di produrre conoscenza oggettiva (conoscenza che sia vera a prescindere dal tempo e dallo spazio).
Per il positivista lo scenario ideale sarebbe il laboratorio, ma evaderebbe dalla ricerca sul campo; dunque il primo passo consiste nell’approssimarsi alle condizioni di laboratorio in modo tale che lo stesso arco di variazioni che possano accadere corrispondano a quelle in laboratorio, dunque ogni scenario corrisponderà ad una situazione sperimentale (questo processo è detto comparazione controllata). Accusare d’insensibilità = descrizione degli oggetti umani come rocce.
[Vi fu una contestazione dell’approccio positivista] Dopo questa critica vi fu la concezione della possibile integrazione di altri dati su ricerche già effettuate con la loro integrazione, ed inoltre venne rivolta più attenzione alla dimensione etica e politica delle relazioni che gli antropologi stabiliscono con la gente della quale studiano la vita, e che normalmente definiscono informatori. Creare delle gerarchie che collocano l’intelligenza inquisitrice al di sopra della materia studiata, per un geologo è facile, ma per un antropologo a contatto con esseri umani è diverso; gli esseri umani hanno obblighi etici, i fattori politici possono complicare le relazioni che gli etnografi instaurano con i loro informatori. Per questo molti etnografi si riferiscono a loro con appellativi come consulenti, guide, consiglieri o in generale persone con le quali si lavora. Questi requisiti implicano che gli antropologi non accettino più senza discussione tutti gli assunti fondamentali della ricerca.
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