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Antropologia culturale

Introduzione: che cos'è la prospettiva antropologica?

L'antropologia può essere definita come lo studio integrato della natura umana, della società umana e del passato umano; è una disciplina che mira a descrivere nel senso più ampio possibile che cosa significhi essere umani, tentando di apprendere quanti più possibili modi di vita differenti. Tutto ciò non è possibile senza la consapevolezza che le attività umane sono caratterizzate da complessi intrecci di lavoro e famiglia, potere e significato, ecc. Per questo l'antropologia è:

  • Olistica = la ricerca è rivolta a tutti gli aspetti della vita umana che si intersecano fra loro in maniere complesse, plasmandosi a vicenda fino ad integrarsi, motivo per cui il tutto risulta la somma delle parti
  • Comparativa = la ricerca prende in considerazione elementi di somiglianza e differenza nel massimo numero possibile di società, prima di giungere a generalizzazioni concernenti la natura, la società e il passato umani
  • Basata sulla ricerca sul campo = la ricerca si sviluppa a diretto contatto con le persone = immersione totale
  • Evolutiva = i risultati della ricerca vengono collocati in una cornice temporale che tenga conto dei mutamenti nel corso del tempo, al fine di arrivare a formulare generalizzazioni su cosa significa essere umani che siano valide nello spazio e nel tempo. Ma attenzione: evoluzione culturale ≠ evoluzione biologica

Che cosa intendiamo con il concetto di cultura?

La conseguenza dell'evoluzione degli uomini che ha esercitato l'influenza più profonda sulla natura e sulla società umana è stata l'emergere della cultura = insieme di idee e comportamenti appresi che gli esseri umani acquisiscono in quanto membri di società e che utilizzano sia per adattarsi al mondo in cui vivono sia per trasformarlo. Il patrimonio culturale della specie umana è dotato di significato, ma ha anche una dimensione materiale; inoltre, gli esseri umani dipendono per la sopravvivenza dall'apprendimento più di qualsiasi altra specie. E qui subentra il concetto di cultura perché gli esseri umani sono ciò che fanno e ciò che fanno non è programmato nei loro geni, ma imparato per apprendimento (cultura).

Questo non significa che la biologia non abbia importanza e peso, anzi gli antropologi sottolineano che siamo organismi bioculturali, nei quali la dotazione biologica rende possibile la cultura e la cultura rende possibile la sopravvivenza biologica. Al tempo stesso sono state sviluppate teorie innovative sulla materialità della cultura (cultura materiale), sviluppate in campi come l'antropologia cibernetica e gli studi sulla scienza, studi importanti per capire le relazioni persone - cose.

Che cosa rende l'antropologia una materia interdisciplinare?

A causa della sua diversità, l'antropologia non rientra facilmente in nessuna classificazione accademica convenzionale. Viene catalogata come scienza sociale, ma spazia dalle scienze umanistiche a quelle naturali. Vediamo alcune delle sue specializzazioni:

  • Antropologia biologica: studio degli esseri umani in quanto organismi biologici, per certi versi simili/differenti ad altri organismi. Nel XIX secolo ciò si tradusse con la definizione di razze, raggruppamenti sociali che si presume siano fissi e immutabili e rispecchino particolari differenze di ordine biologico e culturale. Tale concetto era funzionale alla pratica sociale del razzismo, ovvero la sistematica oppressione dei membri di una o più "razze" socialmente definite, giustificata sulla base della presunta superiorità biologica intrinseca dei dominatori e dell'altrettanto presunta inferiorità biologica intrinseca dei dominati. All'inizio del XX secolo, alcuni antropologi e biologi, come la scuola di Boas, cominciarono a sostenere che la razza è un'etichetta culturale inventata dagli esseri umani per classificare le persone in gruppi, dotati di particolari e distinti attributi biologici, che in realtà non esistono di per sé. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, questa posizione acquistò prevalenza e sotto la guida di S. Washburn venne sviluppata una nuova antropologia biologica che ripudiava la classificazione razziale e spostava l'attenzione sui modelli di variabilità e di adattamento rilevabili nell'ambito della specie umana considerata nel suo complesso. Oggi alcuni antropologi biologici lavorano nei campi della primatologia (studio dei primati non umani), della paleoantropologia (studio di reperti fisici appartenenti ai nostri antichi antenati) e della biologia dello scheletro umano. Inoltre, nuove specializzazioni sono incentrate sull'adattabilità umana a diversi contesti ecologici, sulla crescita e lo sviluppo umani, oltre agli antropologi forensi, antropologi molecolari ecc.
  • Antropologia culturale: detta anche antropologia socioculturale, antropologia sociale o etnologia, si occupa di dimostrare come la diversità delle credenze e dei comportamenti nei diversi gruppi umani sia plasmata da insiemi di comportamenti appresi e idee acquisite tramite la società di cui gli stessi uomini sono membri. Il campo di indagine è piuttosto vasto: c'è chi concentra l'attenzione sulle organizzazioni sociali (rifiutando le etichette civilizzato/primirivo), chi sulle istituzioni relazionali (parentela, società segrete, coorti), chi su temi più attuali (genere e sessualità, migrazioni, urbanizzazione, globalizzazione), chi sulla cultura materiale (evoluzione della tecnologia) ecc. Tali ricerche si basano tutte, al di là dei differenti ambiti di interesse, sulla ricerca sul campo, caratterizzata dal coinvolgimento degli antropologi nella vita quotidiana di coloro che sono oggetto di indagine e che contribuiscono alla ricerca tramite il loro esempio di vita e gli informatori, intervistati, insegnanti, amici, collaboratori, persone con cui si lavora. Diversi termini aventi lo scopo di sottolineare la relazione di parità e di reciprocità con l'antropologo ricercatore. Dopo l'esperienza sul campo, gli antropologi riportano quanto hanno appreso su una particolare cultura in descrizioni scritte o filmate (etnografie) che possono poi essere usate all'interno di lavori comparativi fra più culture (etnologia).
  • Antropologia linguistica: specializzazione dell'antropologia che si dedica allo studio dei linguaggi umani, intesi non solo come forma di comunicazione simbolica, ma anche come principale veicolo di importanti informazioni culturali. Il linguaggio è infatti un sistema di simboli vocali arbitrari atti a codificare la propria esperienza del mondo e degli altri. Gli antropologi linguisti contemporanei (e i sociolinguisti) studiano il modo in cui le differenze di linguaggio sono correlate alle differenze di genere, classe, razza o identità etnica, più che cosa accade quando si parla più lingue, le lingue pidgin, i linguaggi dei segni, le strategie comunicative di bambini e altri enti sociali ecc., cioè studiano il linguaggio sotto un preciso profilo e mettendolo in relazione ai più ampi contesti culturali, storici e biologici che lo rendono possibile.
  • Archeologia: può essere definita una antropologia culturale del passato umano che implica l'analisi dei resti materiali di società più antiche; gli archeologi vanno alla ricerca di prove della passata attività culturale.
  • Antropologia applicata: settore dell'antropologia che usa le informazioni derivanti da altre specializzazioni della disciplina per proporre soluzioni a problemi pratici di natura interculturale e attuale = antropologia della pratica.
  • Antropologia medica: specializzazione nata recentemente in seno all'antropologia applicata che si occupa della salute umana, cioè dei fattori (biologici e culturali) che concorrono a causare una patologia (disease) o un'esperienza di malattia (illness) e dei modi in cui le popolazioni umane affrontano tali condizioni. Questa branca prende in considerazione variabilità fisiologiche, caratteristiche ambientali, pratiche culturali di determinati contesti locali e acquista un carattere "critico" laddove si collega ai processi sociali, economici, politici operanti su scala nazionale o globale. Invero, uno dei più importanti contributi degli antropologi medici critici è stato aver segnalato che "varie pratiche tradizionalmente definite 'adattamenti' dagli antropologi culturali possano essere più opportunamente analizzate come aggiustamenti sociali alle conseguenze di relazioni sociopolitiche oppressive" le quali generano diseguaglianze sociali tali da compromettere la possibilità di accedere al benessere biologico e suscitano l'emergere di questi "adattamenti di resistenza".

A che cosa serve l'antropologia?

Gli antropologi sperimentano la gratificazione ma anche il rischio di imparare a conoscere come vivono altre persone e la loro attività è servita a sfatare molti stereotipi dannosi che più di una volta hanno reso pericoloso o impossibile il contatto fra culture. L'antropologia serve appunto per imparare a capire che genere di organismi siamo noi esseri umani, i diversi modi in cui viviamo le nostre vite e come diamo senso alle nostre esperienze. Antropologia per J. W. Fernandez = il mestiere di ampliare gli orizzonti e accrescere la convivialità umana, mestiere apprezzabile, ricco di umanissimo ottimismo e di buon senso, chiamato ad opporsi all'omogeneizzazione e a celebrare la grande varietà, mantenendo il senso delle proporzioni, la comunicazione interculturale comporta usi e abusi.

Perché il concetto di cultura è importante? Come definiscono la cultura gli antropologi?

Gli antropologi sostengono da tempo che la cultura sia ciò che distingue la condizione umana da quella delle altre specie viventi. Cultura intesa come insieme di comportamenti e idee socialmente ereditati assieme a tutta una serie di strumenti e artefatti materiali. Nelle scienze sociali si usano due termini per riferirsi a questo processo di apprendimento plasmato culturalmente e socialmente:

  • Socializzazione = processo attraverso cui gli esseri umani, in quanto organismi fisici che vivono insieme ad altri organismi simili, imparano a rapportarsi alle regole di comportamento stabilite dalle proprie rispettive società
  • Inculturazione = processo attraverso cui gli esseri umani, vivendo fra loro, imparano a venire a patti con i modi di pensare e di sentire che sono considerati appropriati nelle loro rispettive culture

Sono entrambe esperienze olistiche, condivise e apprese, che comportano cioè un apprendimento simultaneo a livello di agire, pensare, sentire e parlare avente come scopo la costruzione sociale e culturale di un sé capace di funzionare con successo nella società. Questo apprendimento avviene per incorporazione di pratiche culturali quotidiane e tramite le interazioni con la cultura materiale ed è ciò che l'antropologo francese P. Bourdieu chiama habitus.

Le pratiche culturali condivise all'interno dei gruppi sociali includono sempre le diverse conoscenze e abilità di molti individui. Le culture umane, inoltre, si presentano caratterizzate da modelli che fanno ripetutamente comparsa in aree diverse della vita sociale ed in diversi momenti storici, sebbene siano sottoposti a variazioni nel tempo e nello spazio. Questa variazione dei modelli culturali permette agli antropologi di distinguere fra "tradizioni culturali" differenti, anche se ciò non risulta di sempre facile attuazione in virtù della presenza all'interno delle stesse tradizioni culturali di elementi contraddittori o elementi condivisi con altre tradizioni = confini sfumati e mobili, non nettamente definibili.

Ciò induce alcuni antropologi a concepire la cultura non in termini di specifici costumi, bensì di regole che divengono "modi determinati di riunire idee provenienti da ambiti differenti". Dunque la cultura è appresa, condivisa, basata su modelli; le tradizioni culturali vengono anche ricostruite e arricchite, di generazione in generazione, soprattutto perché la sopravvivenza biologica umana dipende proprio dalla cultura, la quale è di conseguenza adattiva: tradizione e innovazione si plasmano reciprocamente nel corso del tempo anche e soprattutto attraverso la mediazione della cultura materiale. Infine, la cultura è simbolica.

Un simbolo è qualcosa che sta per qualcos'altro e se osserviamo bene, qualsiasi cosa facciamo nella società possiede una dimensione simbolica. Alcuni antropologi hanno osservato che le scimmie antropomorfe (es. gorilla, oranghi) possiedono apparentemente una rudimentale capacità di codificazione simbolica o rappresentazione simbolica, cosa che, senza alcun dubbio, possedevano anche i nostri antenati. Le nuove specie possono sviluppare nuove capacità che non si riscontrano nei loro progenitori e probabilmente questo è ciò che è avvenuto nel passato umano, quando i nostri progenitori hanno sviluppato l'attitudine alla rappresentazione simbolica complessa. E così, gradualmente, cultura e cervello dell'uomo sono coevoluti.

La moderna predisposizione umana per la cultura non è comparsa tutta in una volta, bensì i vari elementi che la compongono si sono aggiunti uno alla volta e in tempi diversi nel corso del nostro passato evolutivo; si parla dunque di coevoluzione appunto per indicare questa relazione dialettica fra processi biologici e culturali-simbolici, in cui entrambi concorrono largamente a definire l'ambiente nel quale gli uni e gli altri devono adattarsi.

Cultura, storia, e agency umana + perché contano le differenze culturali?

La condizione dell'uomo affonda le sue radici nel tempo ed è plasmata dalla storia e dalla biologia (eredità bioculturale). E il libero arbitrio? Gli agenti umani non possono sfuggire al proprio contesto storico e culturale, ciò non toglie che spesso tale contesto non è in grado di suggerirci la scelta "giusta" da fare e dunque siamo noi ad elaborare determinate interpretazioni culturali, formulando obiettivi e preparando gli strumenti adatti per perseguirli = agency/agentività umana = esercizio di una qualche forma di controllo da parte degli esseri umani sulle proprie vite.

Per capire l'agency umana è necessario adottare una prospettiva olistica, che tenga conto del fatto che organismi umani, ambiente fisico, manufatti e pratiche simboliche si codeterminano a vicenda e possono coevolvere insieme con il trascorrere del tempo, generando una natura umana intimamente connessa al mondo circostante e profondamente plasmata dalla cultura. Gli stessi oggetti, azioni, eventi acquistano significato diverso in culture/contesti differenti = ambiguità dell'esperienza umana. Per risolvere l'ambiguità è necessario interpretare l'esperienza umana attraverso le specifiche tradizioni culturali.

Vedi esempio dei Corpi di pace operanti in Africa meridionale fra gli Tswana = diverso concetto di solitudine + diverso significato che può avere il "fare l'occhiolino".

Che cos'è l'etnocentrismo? È possibile evitare il pregiudizio etnocentrico? Il relativismo culturale

Etnocentrismo = opinione secondo cui il proprio modo di essere umani sia l'unico veramente naturale e giusto. Tale concetto ha portato a pregiudizi, a politiche di emarginazione e tentata conversione, o, peggio ancora, a genocidi. Per evitare il pregiudizio etnocentrico è necessario innanzitutto aprirsi alla possibilità che esistono altri modi di essere umani, nella consapevolezza della loro peculiarità ma anche della loro vicinanza a noi e del loro carattere coerente. La comprensione di un'altra cultura nei suoi stessi termini ed in una maniera sufficientemente empatica da farla apparire come un progetto di vita coerente e dotato di senso è chiamata relativismo culturale.

Vedi relativismo culturale e principio morale della tolleranza per la diversità vs. legislazione sui diritti umani e demonizzazione della cultura. Relativismo culturale e la pratica culturale del taglio genitale:

In molte culture il passaggio all'età adulta avviene tramite il taglio rituale dei genitali = taglio del prepuzio del pene, incisione sul clitoride femminile, asportazione del clitoride (clitoridectomia), asportazione del clitoride, delle piccole e parte delle grandi labbra con successiva suturazione della pelle (circoncisione faraonica o infibulazione). Queste pratiche spesso comportano gravi complicazioni cliniche.

Nel 1978 la femminista radicale Mary Daly accostò la mutilazione genitale femminile alle pratiche come la fasciatura dei piedi in Cina e il rogo delle streghe nell'Europa medievale, etichettando tutte queste pratiche patriarcali come "sado-rituali" atti a distruggere "l'autoaffermazione in quanto donne". Negli anni '80/'90 hanno fatto seguito altre critiche e la pubblica condanna della pratica tramite leggi e organizzazioni no-profit che offrono assistenza legale (per violazione dei diritti umani). Tuttavia è stato dimostrato quanto questi sforzi possano risultare controproducenti. "I dibattiti che imperversano intorno alla circoncisione vanno rielaborati in forme che non siano né di condanna né umilianti, ma che promuovano percezioni illuminate dallo studio attento delle complesse sfumature della cultura" (Abusharaf).

Janice Boddy, antropologa culturale americana che dal 1976 ha svolto ricerche sul campo in un villaggio musulmano nel Sudan settentrionale rurale, ha osservato quanto qui sia importante la circoncisione femminile, necessaria per far sì che la ragazza sia maritabile, dal momento che ne preserva la castità e le rende possibile "l'uso del suo grande dono: la fertilità"; in tale contesto, la verginità è qualcosa che si ottiene (e rinnova) tramite la pratica della infibulazione; i corpi femminili infibulati sono considerati puliti, lisci, puri, "allo stesso modo in cui il recinto della casa protegge i discendenti dell'uomo, il ventre chiuso protegge la fertilità della donna. Il ventre di una donna infibulata è un'oasi, il luogo della giusta fertilità umana". In tale contesto, la pratica dell'infibulazione costituisce "un atto simbolico assertivo" tramite cui viene conferito significato al corpo femminile, associato al calore e al dolore nonché al ruolo sociale imposto alle donne (il divenire ed essere madri). E talmente tanti sono i riferimenti culturali e gli aspetti associati...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eioads di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Quaranta Ivo.
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