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Sunto Criminologia, docente Curti, libro consigliato Oltre la

paura, Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli

Cinque riflessioni su criminalità, società e politica

Premessa

La criminalità al giorno d’oggi viene rappresentata soprattutto mediaticamente (basta

accendere la tv)  vengono raccontati i fatti ed espresse opinioni, tanto che l’indignazione

per l’accaduto non appartiene più solo alle vittime, ma a tutti i telespettatori.

Paura, rabbia, angoscia orientano le politiche penali e criminali?

Non bisogna negare il problema della sicurezza ed agire solo in caso di emergenza.

Non bisogna utilizzare la paura per la criminalità per distogliere l’attenzione su altri

problemi o come perno su cui poggiare e legittimare la classe politica.

Acting out  ricorrere a provvedimenti legislativi che diano alla gente l’illusione che si stia

facendo qualcosa contro la criminalità. Uno dei metodi per dare questa impressione è

aumentare le pene e le forze dell’ordine.

Capitolo I – criminalità e insicurezza

L’aumento di criminalità e violenza inquieta e spaventano i cittadini.

“La criminalità, - il fatto criminale e la paura della criminalità – segna la vita di ogni

cittadino”. Questa frase fu pronunciata da Lyndon B.Jhonson nel 1966 (all’epoca

presidente USA). Per la prima fu utilizzato il termine fear of crime.

La paura negli ultimi anni si è annidata nella politica delle decisioni e negli atti che

organizzano la vita sociale e si impone nei rapporti tra le istituzioni fino a diventare.

ICVS: indagine internazionale di vittimizzazione, dal 1992 misura il senso di insicurezza

percepito dalle persone. Confrontando le varie statistiche, ci si accorge che negli ultimi 20

anni non sono variate di molto le percentuali, nonostante una diminuzione della violenza.

L’Italia a partire dagli anni ‘70 si è caratterizzata come High Crime Society secondo

l’espressione cognata da David Garlan nel suo celebre “La cultura del controllo”.

Analizzando i dati sulla criminalità in Italia negli ultimi 60 si può notare che:

svolta tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70, in cui i delitti aumentano

1)

vistosamente, in particolare i furti, che quasi quadruplicano, e omicidi.

la tendente diminuzione di omicidi e furti negli ultimi 20 anni.

2)

Enrico Ferri: allievo e amico di Lombroso, ipotizza che nel corso del 900 si sarebbe

verificato un passaggio epocale da “criminalità medievale contro le persone” a criminalità

“borghese contro la proprietà”. Il boom economico di fine anni 50 ha di certo ampliato le

opportunità criminali, inoltre si attribuisce una maggiore centralità al concetto di “proprietà”.

L’aumento della criminalità nel periodo 1972-1992 trova le sue radici nell’interruzione del

processo di civilizzazione, al quale si aggiunge la crisi economica.

Se omicidi, furti e rapine sono diminuiti perché sono le percentuali dei delitti denunciati?

Aumento di truffe e introduzione del reato di immigrazione.

Karl R.Popper: “In nessun altra epoca, ne in alcun altro luogo, gli uomini sono stati più

rispettati come tali che nella nostra società: mai furono tanto rispettati i loro diritti umani, e

la loro dignità di uomini.” 1

Le società occidentali contemporanee sono tra le più sicure mai esistite, ma resta

comunque l’ossessione per la sicurezza.

Alcuni studiosi evidenziano come il panico possa essere il frutto di una strategia delle élite

dominanti per aumentare il consenso, la propria supremazia e fatturati.

MORAL PANIC: termine coniato da Stanley Cohen nell’opera “Folk devils and Moral

Panic” nel 1972 con riferimento al clima di allarme sociale diffuso in Gran Bretagna,

intorno alla presenza di bande giovanili.

La reazione di panico non avviene per via di una valutazione razionale dell’incidenza di

una particolare minaccia, ma è piuttosto l’esito di inquietudini non ben definite che alla fine

trovano un centro di esplosione in un singolo incidente o stereotipo  I suitable enemies

(categorie di persone spesso incapaci di attivare difese).

Cohen riprende l’opera di Morin, in cui descrive un’ondata di panico trasmessa tramite

delle dicerie, alimentate da chi può trarne giovamento.

TAUTOLOGIA DELLA PAURA (Alessandro Del Lago)  propagazione di sentimenti di

paura e ostilità per lo straniero che ne legittimano la sua indicazione come nemico sociale.

Civiltà in declino

Nesso profondo tra paura della criminalità e paure sociali. Perché abbiamo paura?

Manca la fiducia nella possibilità di controllare la violenza degli uomini attraverso un ordine

sociale.

Hobbes: la paura spinge gli uomini ad uscire dallo stato di guerra di tutti contro tutti, homo

homini lupus, a rinunciare al proprio diritto a tutto ed affidarsi ad un soggetto terzo, lo

stato, in grado di contenere la violenza.

Oggi lo stato non riesce a proteggerci  la paura segnala l’imminenza di una crisi di

sistema.

Oggi la paura esprime l’inquietudine diffusa che si possa regredire a uno stato di in-civilità;

si teme di ritornare a una condizione di homo homini lupus, di guerra tutti contro tutti, di

violenza incontenibile (confronto con l’ira di Achille).

Tzvetan Todorov: “E’ la paura dei barbari che rischia di renderci barbari”. In queste parole

l’autore condensa in circolo vizioso della paura, la quale legittima politiche che, aventi

l’intento di rassicurare, finiscono per produrre proprio quella regressione della civiltà tanto

temuta.

La paura orienta e legittima comportamenti disumani: piuttosto che costruire nuove

condizioni per una convivenza accettabile, si tende a scivolare verso una forma di Stato

penale dell’emergenza.

In questo scenario si chiede alla politica di essere protetti, in realtà inizia a prendere forma

la convinzione che l’unica strada praticabile sia il farsi giustizia da soli.

2

Capitolo II – Violenze Urbane

Città globale  una città senza confini

Nella logica comune i gesti violenti sono intesi come esito di una malattia mentale e/o una

predisposizione biologica. Infatti, è molto rassicurante pensare che una persona “normale”

non possa commettere certe azioni. Purtroppo le azioni violente si manifestano negli spazi

urbani che viviamo, tra persone che conosciamo, producendo inquietudine e una

sconcertante urgenza di prenderne le distanze.

In definitiva le strutture socio culturali influenzano l’agire umano solo attraverso la

riflessività interna della persona, la quale deve introdurre i dati del contesto esterno nelle

sue strategie e fare i conti con esse.

Esempi di litigi banali degenerati in violenza – Roma, ottobre 2010, fermata metro

Anagnina.

Roberta Senechal de la Roche: studia la violenza collettiva. Per gli studi psico-sociali

tali violenze sono caratterizzate dall’inflizione di un danno fisico a persone e/o cose, dal

coinvolgimento di almeno due perpetratori e dall’intesa coordinata, almeno in parte, tra

questi ultimi.

La violenza collettiva viene descritta come una forma di controllo sociale messa in atto da

un gruppo tramite un’aggressione unilaterale.

La definisce e distingue in base al grado di responsabilità per l’ingiustizia subita, al grado

di organizzazione e alla combinazione dei seguenti fattori:

distanza razionale: corrisponde al livello al quale le persone partecipano alle vite

1) altrui.

distanza culturale: è misurabile attraverso le differenze linguistiche e religiose che

2) intercorrono tra gruppi e individui.

interdipendenza funzionale: è il grado di cooperazione economica e politica che

3) intercorre tra individui e gruppi.

ineguaglianza di status: più vi è distanza tra le parti in conflitto più è facile che le

4) forme di controllo possano intervenire.

In breve le violenze collettive sono spogliate delle loro matrici ideologiche e concepite

come una forma estrema di risposta a un’ingiustizia.

Esempio del tassista ucciso a Milano per aver investito un cane.

Rinveniamo in molte violenze unilaterali commesse da un gruppo non tanto la risposta

emotiva a una sofferenza improvvisa, ma un estremo e distorto tentativo di riparare un

offesa che altera un fragile equilibrio sociale e di riaffermare una forma di controllo sul

proprio spazio vitale violato.

All’interno di una comunità turbolenta la segregazione allontana il cittadino dalle istituzioni

legittime, il modello dominante porta a reagire ad un torto a prescindere dal ricorso al

sistema ordinario di giustizia.

Esempi:

Londra quartieri di Tottenham, 2011: in seguito alla morte di un ragazzo causata da

1) un colpo di arma da fuoco esploso da un agente di polizia, scatta una furiosa

rivolta.

Francia: la rivolta delle banlieues parigine del 27 Ottobre 2005, in seguito alla

2) morte per fulminamento di 2 giovani ed il ferimento di un terzo, i quali si erano

rifugiati all’interno di una cabina elettrica convinti di essere inseguiti dalla polizia. Il

caso genera in 3 settimane di rivolta, arrivando allo stato di emergenza.

3

Milano via Padova: un cittadino egiziano viene ucciso da un cittadino domenicano.

3) Scoppia una rivolta in tutto il quartiere a causa dell’impossibilità di avere il corpo in

24 h.

Amartya Sen: un altro tema cruciale per comprendere le violenze collettive è quello

dell’identità.

In molte violenze collettive accade che diventa centrale il tema dell’appartenenza ai

gruppi, la necessità di salvaguardare le apparenze costitutive della propria identità e le

relazioni che intercorrono fra l’ingroup e l’outgroup.

In questa prospettiva di analisi può essere collocato il fenomeno delle bande di latinos.

Violenze oppositive

Ogni società democratica contiene soggettività profondamente ostili, che alimentano i

conflitti arrivando a negare le basi stesse della democrazia. In gran parte del mondo

queste violenze oppositive si mostrano senza significato politico, in Italia invece molti di

questi atti si consumano in quell’area generica definita “tifo calcistico” il quale assume la

forma di scontro politico.

Sempre più spesso assistiamo a unione tra squadre storicamente ostili contro le forze di

polizia, legati da un fine prettamente politico.

Luigi Manconi: In Italia la politicizzazione pervade ogni sfera sociale e ogni ambito

relazionale, rappresentando un incentivo alla mobilitazione perché offre ragioni al possibile

slittare delle azioni collettive verso la violenza.

Sofferenze urbane

La marginalità sociale, intesa come l’essere collocati al di fuori dei mercati legali del lavoro

e dei meccanismi di distribuzione dei bene e dei servizi, non è più l’unico fattore di

esclusione sociale.

Il venire meno di centralità strutturali e la conseguente comparsa di una fase di mobilità

culturale, stravolge l’ordine dei bisogni promuovendo bisogni quali l’individuazione della

propria identità e di quella collettiva. La fusione di necessità materiali (economici) e non

(culturali) riporta in auge il concetto di dignità della vita.

In questa dimensione ampia di sofferenza metropolitana\, le violenze trovano collocazione.

Nasce la percezione diffusa che ogni spazio urbano sia una zona di frontiera, in cui tutti

possono diventare nemici. 4

Capitolo III – Odio razziale

Senso di insofferenza nei confronti di chi “abita le nostre terre” e che percepiamo come

lontano, distante, diseguale.

Esempio di Rosarno  il caso riguarda un gruppo di persone con regolare permesso di

soggiorno, libere di risiedere dove volevano, che per evitare un linciaggio sono state

spostate fuori Rosarno.

Linciaggio: appartiene alla sfera delle violenze collettive più spontanee e meno

organizzate  si manifesta come un gesto irrazionale e immorale, ma può anche essere

visto come un tentativo estremo di ristabilire l’ordine morale nel punto in cui è stato violato.

Nel caso di Rosarno, viene giustificato dal voler ristabilire i confini tra ingroup e outgroup.

I linciaggi si manifestarono soprattutto tra il XIX e XX secolo negli Stati del Sud

dell’America. Anche allora come oggi, era la percezione di una perseverante minaccia al

proprio status sociale e alla propria autorità morale e politica sostenere atti di violenza. In

particolare si fa riferimento alla popolazione nera che stava uscendo dalla schiavitù.

Linciaggio come tortura pubblica  secondo Garland era una forma di repressione

razziale organizzata e alternativa alla giustizia ufficiale. Era un rituale retributivo volto a

riaffermare un sistema di controllo razziale fragile ed instabile attraverso l’esecuzione

pubblica.

Il sistema giudiziario era percepito dalle masse come lento e inadeguato a rispondere con

efficacia a crimini e criminali  affidare alle autorità il controllo di tali situazioni comportava

il riconoscimento di un carattere strettamente legale, spogliandoli della connotazione

razziale. La vittima veniva privata della sua dignità e collocata su un piano inferiore.

Mixofobia

Oggigiorno assistiamo ad un massiccio movimento di persone che desidera spostarsi da

una parte del mondo all’altra  individui e gruppi, molto distanti geograficamente, iniziano

ad immaginare e sentire collettivamente.

La proliferazione di immagini identitarie crea un sistema di differenze non omogeneizzabili

all’interno dei confini dello stato nazionale  questa tensione tra globale e locale si riflette

nelle città in un processo di ri-definizione continua degli spazi.

Multiculturalismo: è la risposta filosofico-politica nata negli anni 60 per coniugare il

rispetto delle differenze culturali con l’universalismo giuridico, e per integrare il pluralismo

all’interno della tradizione culturale politica liberale.

Quest’auspicabile passaggio da società frammentaria a società multiculturale deve fare i

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Scienze politiche e sociali SPS/12 Sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Natascia.9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Perugia o del prof Curti Sabina.
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