Oltre la paura
Criminalità e insicurezza
“La criminalità (il crimine e la paura che ne deriva) segna la vita di ognuno”; frasi come questa sono comuni e non richiedono dimostrazioni in quanto risultano auto evidenti. Queste percezioni sulla criminalità e sul suo aumento hanno influenzato le politiche penali adottate dai governi. La paura entra nella politica, cioè nelle decisioni e negli atti che organizzano la vita sociale e, ancora prima, nella mentalità e nella sensibilità che competono nell’orientare quelle decisioni.
Quantità della paura della criminalità nelle città
L’indagine internazionale di vittimizzazione (ICVS) misura il senso di insicurezza delle persone a livello internazionale. Indagine del 2004-2005: ¼ della popolazione si sente insicura a camminare in strada di sera, soprattutto quelle delle grandi città dei paesi in via di sviluppo, mentre quelle del Nord Europa sono considerate le più sicure. In generale, non variano molto le percentuali nei vari anni. In Italia: 1/3 di insicuri, non varia molto negli anni, anche se la rappresentazione (autoevidenza) è quella di una popolazione attanagliata dalla paura della criminalità.
Quantità di criminalità
Di fronte alla criminalità che si vede quotidianamente (giornali, tv..) sorge l’inquietudine che per questi fatti non ci sia alcuna soluzione; al tempo stesso si pretendono in tempo reale risposte efficaci e immediate. Questo circuito che lega l’inquietudine alla criminalità ha effetti distorcenti anche sul piano cognitivo: ogni forma di criminalità viene avvertita come sempre più diffusa e più violenta. Questa percezione s’impone come verità assiomatica che limita la riflessione. In generale si è registrata la tendenza all’aumento dei crimini tra gli anni ’60 e ’70 e poi una diminuzione negli ultimi 20 anni. Nonostante la criminalità e la sicurezza siano negli ultimi anni la maggior preoccupazione dei cittadini, in questo arco temporale si è registrata una significativa riduzione dei reati più gravi (omicidio, rapina, furto), soprattutto in Italia.
Quale tipo di crimine
Enrico Ferri, allievo di Lombroso, ipotizzò il passaggio nel ‘900 dai crimini contro la persona ai crimini contro la proprietà. I cambiamenti sociali in Italia negli anni ’50 hanno avviato processi di ampliamento delle opportunità criminali e di incremento della conflittualità sociale che hanno avuto ricadute sulla diffusione della criminalità e innescato processi di attribuzione di una centralità della proprietà che è diventata il perno del sistema sociale. Quindi l’aumento di furti negli anni ’60 sarebbe dovuto all’evolvere di una società di benessere e di un sistema proprietario. La parentesi di crescita degli omicidi tra gli anni ’70 e ’90 ha parallelismi in Europa e negli USA; anche in Italia si avvisa questa tendenza. Alcune interpretazioni per leggere la situazione italiana sono: l’interruzione del processo di civilizzazione, il passaggio da capitalismo del welfare al capitalismo liberista, la crisi economica degli anni ’70. La diminuzione negli ultimi vent’anni può trovare spiegazioni valide sia per l’Europa che per gli USA; ma nel caso dell’Italia probabilmente il problema è nel crimine organizzato: infatti la diminuzione e la crescita di questi tassi sono concentrate nelle regioni meridionali. Omicidi, furti e rapine sono meno frequenti eppure il tasso di criminalità è stabile: sono aumentate le truffe e reati contro la legislazione (vd anche immigrazione).
Abbagliamento di massa?
La società italiana è meno insicura dal punto di vista della criminalità sia rispetto alle altre società europee che rispetto al passato. Secondo Popper, le società europee sono le migliori nella storia, e questo si è ottenuto grazie al Welfare State (secolo Novecento come età della conquista dei diritti). Nelle società europee, nonostante le paure individuali non siano aumentate e siano inferiori rispetto a quelle di altre aree geopolitiche, si è sviluppata una sorta di ossessione per la questione securitaria, tale da segnare le esperienze sociali e le politiche pubbliche. La comunità è assillata da timori di contaminazioni e di invasioni e ricerca l’immunizzazione e difesa attraverso il ricordo di misure di protezione individuale e di ordine pubblico.
Moral panic
Alcuni studiosi mostrano come il panico che si impadronisce della popolazione sia il risultato di una strategia delle élite dominanti per aumentare il proprio consenso (paura come catalizzatore del consenso). “Moral panic” è stato coniato da Cohen nel 1972 in riferimento a delle bande giovanili in Inghilterra. La reazione di panico non avviene per una minaccia reale, ma è l’esito di inquietudini che trovano un centro di esplosione in un singolo incidente o stereotipo. Questo centro è spesso formato da categorie di persone che diventano il bersaglio della rabbia e della paura collettiva (vd. homeless, minoranze..). Si costruisce attorno a dicerie alimentate da politici e mass media che costituiscono un sistema di credenze in grado di catalizzare i cattivi umori e orientare le politiche. Es, a Orléans, sociologo Morin, studia le dicerie riguardo le sparizioni di donne dalle boutique. Sono 3 gli elementi che ricorrono:
- Le ondate di panico morale nascono dove vi è un nucleo di inquietudini accumulato intorno a una pluralità di minacce.
- L’esplosione può essere spontanea o costruita; comunque si stabilizza e dura nel tempo per l’intervento di agenti provocatori (mass media, politici..).
- L’ondata di panico costituisce una modalità collettiva per affermare determinati interessi e per ridefinire i confini della moralità contribuendo a produrre un nuovo ordine.
Civiltà in declino
Il nocciolo di angosce/inquietudini alla base della paura/panico non possono essere ricondotti solo alla manipolazione dei politici/mass media, ma ne costituiscono la base. Le nazioni moderne nel Novecento si sono formate attorno a una promessa di pace e sicurezza, soprattutto per la fiducia nella possibilità di governare la natura attraverso il progresso scientifico-tecnologico e di contenere la violenza. Oggi, lo stato ha perso la propria centralità e le protezioni che prima garantiva si stanno perdendo. È proprio nei momenti di crisi che la paura della violenza riemerge ed è un segnale d’allarme che indica la necessità di restaurare il progetto o di crearne un altro più adeguato. La paura segnala l’imminenza di una crisi del sistema.
La paura dell’uomo contemporaneo
La paura può essere letta nella sua dimensione soggettivante; esprime l’inquietudine diffusa che si possa regredire a uno stato di inciviltà, di violenza incontenibile in quanto lo stato non riesce più a garantire la sicurezza. La paura della violenza è l’esperienza affettiva che ci mette in guardia rispetto a quello che sta accadendo. La propagazione sociale della paura non dipende da una sommatoria di paure individuali, né riflette la crescita di crimini, né è l’esito della manipolazione politico-mediatica. È una passione collettiva, intesa come stato affettivo diffuso che si costruisce culturalmente in relazione a una certa idea di società e come apparato significante, che orienta la mentalità e sensibilità e il modo in cui percepiamo il mondo.
Politiche della paura
Circolo vizioso della paura: come una profezia che si auto avvera, la paura legittima politiche che con l’intento di rassicurare finiscono per produrre proprio quella regressione della civiltà temuta. La paura orienta e legittima comportamenti disumani, restrizioni illiberali, politiche discriminatorie; sostiene e attribuisce significato a pratiche legislative che portano all’esclusione dai diritti di intere fasce di popolazione. Piuttosto che costruire nuove condizioni per una convivenza accettabile, si tende a demolire gli assetti istituzionali dello stato di diritto e sociale, andando verso una forma di stato penale dell’emergenza e sulla costruzione di nuove categorie di soggetti pericolosi. In pratica si chiede alla politica l’immunizzazione attraverso l’eliminazione del “virus”. L’attuale domanda di sicurezza si fonda su una visione del mondo amico/nemico. La volontà di vivere in sicurezza si fonda sull’idea, in teorizzata nella coscienza sociale, che ogni conflitto possa essere governato e rimosso; così anche in politica si assiste alla rimozione del conflitto. Anche se si chiede alla politica di essere protetti, la promessa non mantenuta e la frustrazione delle aspettative, fa sì che nasca la convinzione che l’unica soluzione sia il fai-da-te. La rivendicazione del diritto individuale porta a una perdita della concezione della sicurezza come bene comune. La sicurezza non riconosce la necessità di un ordine condiviso e genera una paura che sorge dalla consapevolezza che l’affermazione del diritto assoluto comporta la diffusione di una violenza non governabile.
Sicurezza nel campo politico
La sicurezza non è un concetto a-politico; si è edificata attorno alla limitazione del diritto a tutto di ciascuno in vista del raggiungimento di un bene comune. Riconoscere l’origine politica della sicurezza permette di:
- Riconoscere la creatività della paura come passione esplorativa con l’obiettivo di dare vita a istituzioni capaci di garantire l’ordine.
- Le politiche di sicurezza non sono buone o cattive di per sé, ma sempre in relazione alla società che si vuole creare.
- Idea di ordine come esito dell’equilibrio tra le diverse istanze della vita sociale.
Violenze urbane
Città senza confini
I sociologi parlano di “città globale”, una città senza confini con simboli che si mimetizzano sempre più in aree anonime, che minano la consapevolezza di abitare un tempo e un luogo capaci di restituire una parte significativa dell’identità individuale (big cities = grandi bacini territoriali che fanno da contenitore al movimento di milioni di persone attorno ai poli produttivi). Sul piano urbanistico le città si estendono a macchia d’olio; dal punto di vista culturale l’urbanesimo è un fenomeno svincolato dal far parte della città e che orienta stili di vita e relazioni sociali rendendolo omogenei. Lo stile di vita occidentale è intrinsecamente urbano. È in questi “spazi urbani” che c’è la violenza come attacco al corpo. Un sistema economico e sociale che produce uno sviluppo diseguale alternato a frequenti crisi dei mercati e segnato da significativi flussi migratori, contribuisce a creare luoghi e situazioni altamente conflittuali e individui sempre più isolati perché diffidenti e impauriti a ogni contatto.
Attacchi ai corpi
Esiste una moderata ma significativa relazione statistica tra violenza e disturbo mentale; comunque i pazienti psichiatrici sono responsabili di una quota limitata dei delitti e non sono potenzialmente più violenti della popolazione generale. Il crimine non è legato alla psicopatologia. L’uomo “normale” costruisce attivamente il proprio agire, violento o no, attraverso decisioni che, anche se sembrano dettate dalla casualità, si basano su conversazioni interiori attraverso cui egli giudica se stesso e valuta cosa pensare e fare in quel contesto; è il dialogo interiore a base relazionale, non psicologica, a conferire senso alle azioni (vd. Athens). Quindi le persone decidono riflessivamente ma sempre dentro a concrete relazioni interpersonali, non passive al mondo esterno; le strutture socioculturali influenzano l’agire umano attraverso la riflessività della persona che introduce dati dal contesto esterno nelle sue strategie. La differenza tra attori violenti e no è che i primi assumono un’azione violenta come mezzo di risoluzione dei conflitti. Ogni subcultura cristallizza alcuni suoi schemi interpretativi ai quali i suoi appartenenti fanno riferimento, con il filtro della loro riflessività per risolvere in fretta questioni cruciali; gli individui tendono ad agire dando per scontato l’orizzonte entro cui si opera nella propria comunità. Nella città globale in cui vi sono differenze che non rientrano in un progetto di un’unica cittadinanza, contribuisce a sentire e leggere le azioni altrui come potenzialmente minacciose. Questo accade in comunità turbolente; il caos simbolico che c’è impedisce di stabilire gerarchie e di sapere in anticipo cosa succede quando divampano le lotte per il dominio.
-
Riassunto esame Criminologia docente Curti libro consigliato Oltre la paura Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli
-
Riassunto per esame sociologia della devianza, Prof.Prina, testo consigliato "Oltre la paura",Ceretti
-
Riassunto esame Criminologia, docente, Cornelli libro consigliato Cosmologie violente, Adolfo Ceretti, Lorenzo Nata…
-
Riassunto esame Criminologia, Prof. Ceretti Adolfo, libro consigliato Appunti Manuale: Criminologia. Storia, teorie…