Crescere con la tv e internet
È arrivata la tv
Le persone tra i 2 e i 18 anni trascorrono, in media, 5 ore e mezzo al giorno usando o esponendosi a qualche strumento di comunicazione. Dal tardo Ottocento sono iniziate iniziative di diffusione editoriale progettate in maniera specifica per un pubblico di bambini. Nel contesto italiano, Pinocchio fu la prima opera letteraria di dimensione nazionale destinata a un fruizione giovanile.
Proprio in quegli anni iniziava a diffondersi una concezione dell’infanzia come di un periodo caratterizzato da specifiche esigenze maturative, degno di rispetto, e non più considerato una sorta di generica fase da attraversare per prepararsi a entrare nel mondo degli adulti. Verso la metà del secolo scorso questa concezione del bambino come un essere vulnerabile e innocente, a cui proporre un mondo confezionato in maniera ingenuamente favolistica, comincia a essere messa in discussione. La domanda che alcuni si pongono non è banale: è giusto presentare ai bambini un mondo di sogno che a essi non capiterà mai di incontrare nella vita reale? Alcuni ritengono che il progressivo imporsi di questa concezione “non protezionistica” dell’infanzia sia anche il frutto di quella ventata ideologica che aveva accompagnato i movimenti di protesta degli anni Sessanta.
Molti ritengono che fu proprio la televisione a rappresentare lo strumento capace di scombinare lo scenario della comunicazione. Mentre la carta stampata aveva individuato e definito una categoria di giovani lettori, segregandoli e differenziandoli rispetto alla categoria degli adulti, la televisione progressivamente avrebbe eroso i confini e le barriere legate all’età e sempre più avrebbe funzionato come uno strumento di integrazione tra le generazioni. Con quali competenze, con quali ritmi, con quale consapevolezza i bambini sono in grado di individuare i confini che separano mondo rappresentati e reali avvenimenti? Come possono intervenire gli adulti per fare chiarezza, per indirizzare le risorse cognitive ed emotive dei piccoli fruitori?
A queste domande coloro che si occupano di televisione hanno tentato di rispondere seguendo due linee di ragionamento. Alcuni hanno sostenuto una posizione che potremmo definire della “televisione come una finestra magica”. L’idea di fondo è che la televisione sia una fedele immagine della realtà e che i bambini debbano essere protetti dalle sue inquietanti verità. Da questa impostazione deriva una semplice conclusione, ossia che le strategie di intervento dei genitori debbano mirare a un forte controllo restrittivo della fruizione televisiva da parte dei bambini, anche quando essa ha a che fare con il mondo fantastico dei cartoni animati.
Una posizione radicalmente differente è quella che sostiene che la televisione è il regno dell’artificiale: ciò che propone ai bambini questo strumento di comunicazione è una finzione, una sorta di enorme costruzione teatrale in cui non c’è nulla di vero. Il pericolo, in questo caso, è che troppa tv finisca per deteriorare l’equilibrato funzionamento delle piccole menti. Allora l’intervento dei genitori deve essere costantemente mirato a una sorta di screditamento del mezzo televisivo, sottolineando che ciò che appare sullo schermo è una finzione senza un preciso legame con gli eventi della vita reale.
Basta fare mente locale sulle intense emozioni sia positive sia negative che viviamo come reazione alle scene di film, di cui perfettamente conosciamo il carattere fantastico. Insomma le reazioni psicologiche e i vissuti emotivi degli adulti ci dicono che la distinzione tra realtà e fantasia è meno chiara di quanto si potrebbe immaginare. A maggior ragione tale distinzione potrà assumere valenze cruciali e impegnative per un bambino alle prese con l’interpretazione delle immagini e delle parole del mondo televisivo.
Pare accertato che la capacità di distinguere tra realtà e fantasia sia frutto dell’azione combinata di fattori che rimandano ad abilità cognitive e alla maturazione di abilità sociali. Molti autori invocano una teoria “stadiale”:
- Al primo stadio, corrispondente all’età di 2-3 anni, i bambini non sono in grado di apprezzare qualsiasi differenza tra realtà e fantasia. Considerano ogni cosa che appare in tv come vera.
- Il secondo stadio nell’interpretazione del rapporto tra realtà e fantasia si manifesta tra i 4 e i 5 anni e si concretizza in un netto rifiuto della verità di tutto ciò che compare in tv. La violenza viene interpretata come “azione”, il sangue come “macchie di pomodoro” e così via. La capacità che i bambini di questa età manifestano di distinguere tra realtà e fantasia è però ancora in un momento di transizione. Continuano a considerare vero qualcosa che si limita a rappresentare la realtà; immaginano che gli attori che interpretano ruoli professionali nelle situazioni televisive esercitino quei ruoli anche nella vita reale.
- Una più consapevole attenzione alle differenze tra realtà e fantasia emerge in corrispondenza di un terzo stadio di sviluppo, che si realizza attorno ai 6-7 anni. È questo il momento in cui i bambini mettono in luce una sorta di abilità letteraria nel “leggere” i testi e i formati televisivi. Abilità nel differenziare i generi televisivi, in grado di individuare le distinzioni tra programmi destinati ai bambini e programmi per adulti.
È interessante notare che i possibili interventi dei genitori nei confronti dei bambini interpretano in maniera mutevole il rapporto tra realtà e fantasia. Secondo Paul Messaris il primo tipo di interazione si realizza quando il bambino ha adottato un’ingenua teoria della televisione come “finestra magica”. Ecco allora che di fronte a un bambino spaventato per le scene viste sullo schermo il genitore interviene rincuorandolo e ricordandogli che ciò che ha visto è solo finzione, che il sangue che scorre è solo succo di pomodoro.
È chiara la funzione di questi commenti: proteggere il bambino da esperienze emotive disturbanti. Il secondo tipo di interazione ha a che fare con il realismo dei ritratti immaginari. È il caso delle situazioni in cui il bambino si interroga sulla differenza che è possibile cogliere tra i risvegli affrettati e incolori della propria famiglia e le idilliache atmosfere domestiche delle felici famiglie che consumano biscotti in favolose case di campagna. In questo caso il genitore preoccupato dal confronto e interessato a marcare la distinzione tra il mondo reale e quello della pubblicità afferma con convinzione che “queste cose capitano solo in televisione”
Quando il piccolo guarderà un filmato la cui trama ha a che fare con un dramma familiare imperniato sulle difficili esperienze di un giovane tossicodipendente, il genitore interverrà rinforzando il carattere realistico del filmato commentando: “ecco cosa ti potrà capitare se deciderai di consumare droghe”. Utile risorsa usata dai genitori per meditare il complesso rapporto che li lega ai propri figli in fase di crescita.
Violenza dei media e aggressività dei giovani telespettatori
Un tema che sta appassionando e preoccupando l’opinione pubblica ormai da molti anni: le possibili relazioni esistenti tra la violenza delle scene che compaiono sui media e le manifestazioni di aggressività da parte degli spettatori di tali scene, soprattutto bambini e adolescenti. Che lo scenario mediatico contenga forti dosi di spettacoli violenti è un dato incontrovertibile. Non solo spettacoli cinematografici o televisione ma anche videociochi. Una frequente esposizione a tale materiale finisce per indirizzare scelte di consumo mediatico. Già in quarta elementare la maggioranza dei videogiochi preferiti sia dalle femmine che dai maschi contiene scenari di violenza.
I ricercatori statunitensi verificarono che la violenza aveva cominciato a crescere in maniera vistosa quando la prima generazione di ragazzi cresciuti davanti alla tv aveva raggiunto la maggiore età. Mettendo a confronto i tassi di condotte violente e illegali, registrati prima e dopo l’avvento della tv, si è potuto constatare un incremento significativo di tali tassi dopo la diffusione della tv nel mondo occidentale. Naturalmente questi confronti fra tendenze demografiche non sono affatto la prova di una relazione causale tra violenza mediatica e comportamenti aggressivi. Numerosi fattori, al di là dell’aumento della presenza della televisione, possono influire sui tassi di criminalità rilevabili in un tessuto sociale.
Coloro che producono spettacoli televisivi si sono difesi affermando che la violenza dei suoi prodotti non fa altro che rispecchiare quella già esistente nella società. L’industria mediatica sta semplicemente funzionando come uno specchio che riflette ciò che nella società contemporanea accade. Coloro che si preoccupano dell’influenza della televisione farebbero meglio a far pulizia nella società invece di tentare di ripulire l’immagine che i mezzi di comunicazione si limitano a proporne.
Il ragionamento sembrerebbe non fare una grinza se non ci fossero alcuni dati capaci di indicare che le cose non stanno proprio come affermano i produttori televisivi. Se controlliamo i dati riguardanti l’incidenza dei reati nella società possiamo operare una semplificazione dividendo le azioni illegali in due grosse categorie: reati violenti e non violenti. Circa l’87% dei reati che avvengono nel mondo reale sono di tipo non violento, mentre se verifichiamo la frequenza con cui tali reati vengono rappresentati nei programmi televisivi scopriamo che è appena del 13%.
Lo scarto massimo fra mondo reale e mondo televisivo riguarda il più violento dei delitti, cioè l’omicidio. Soltanto lo 0,2% dei reati registrati nella società ha a che fare con omicidi, mentre negli spettacoli televisivi essi rappresentano il 50% dei reati rappresentati. A volte ci si spinge più avanti, fino a sostenere che la violenza dei media ha un effetto benefico sul comportamento. Una sceneggiatrice televisiva ebbe a dire che gli spettacoli violenti in tv “spesso servono da valvola di sfogo a impulsi aggressivi che altrimenti resterebbero soffocati, solo per esplodere in seguito”.
Secondo Hitchcock vedere un omicidio in televisione poteva essere terapeutico, dato che poteva servire a sfogare la propria aggressività. Vedendo i personaggi del dramma vivere eventi tragici, lo spettatore presumibilmente si purificava dei propri sentimenti negativi e questo processo aveva delle conseguenze positive non solo per l’individuo ma anche per la società. Malgrado le nobili origini di questa spiegazione, fino a oggi non si sono ottenute prove empiriche capaci di confermare che le cose vanno in questa direzione.
Le preoccupazioni dell’opinione pubblica sono aumentate negli ultimi anni. Ma esistono dati ed evidenze di tipo empirico capaci di confermare tali preoccupate valutazioni? Una risposta a questi interrogativi non è semplice. Cominciamo dalle ricerche di tipo sperimentale condotte già molti anni fa nei laboratori di psicologia. I partecipanti, i bambini inviati in un laboratorio, metà assegnati in maniera casuale, alla condizione in cui viene proiettato un film che contiene scene di violenza; l’altra metà viene invece assegnata alla condizione in cui il film proiettato non contiene scene di violenza. La prima sperimentale, la seconda di controllo. Dopo la visione del film gli sperimentatori misurano il livello di aggressività manifestato dai partecipanti.
I risultati ottenuti generalmente confermano che i bambini appartenenti alla condizione sperimentale successivamente giocano in maniera più aggressiva, si comportano in maniera più violenta nei confronti dei loro compagni. È interessante notare che questi comportamenti sono prioritariamente legati al film precedentemente visto e non possono essere imputabili a disposizioni o tendenze a condotte aggressive presenti nei bambini. È indubbio che i risultati ottenuti sono caratterizzati da una forte validità “interna”: essi sono l’esito dell’influenza di una condizione, la quantità di violenza presente nel filmato, opportunamente manipolata e monitorata dal ricercatore.
La situazione di laboratorio facilita anche il controllo e l’eventuale annullamento di altre variabili che, in un ambiente naturale, potrebbero intervenire e influenzare la condotta dei partecipanti. Ma che dire della validità “esterna”? I risultati ottenuti nel laboratorio di psicologia possono essere generalizzati al contesto esterno? In questo caso i ricercatori visitano luoghi di socializzazione e sottopongono ai partecipanti una serie di questionari a proposito della quantità e della qualità di spettacoli violenti a cui i bambini si espongono. I risultati ottenuti indicano con sistematicità che più i bambini sono esposti a messaggi violenti provenienti dai diversi mezzi di comunicazione, più condotte aggressive manifestano.
Questi studi hanno una buona validità “esterna”. L’unica certezza che essi propongono è che la relazione tra esposizione a messaggi violenti e condotte aggressive è alta. Ma i risultati ottenuti non ci consentono di concludere che è l’esposizione a scene di violenza a causare successivamente condotte aggressive nei piccoli spettatori. È per fornire una risposta convincente ai problemi riguardanti l’ambigua relazione causale tra i fattori considerati che si sono progettati studi definiti di tipo longitudinale.
I ricercatori registrano la frequenza e la qualità delle condotte aggressive manifestate dai bambini, sia nel contesto familiare sia in quello scolastico. Misurano la frequenza di esposizione a messaggi di tipo violento da parte degli stessi partecipanti. Fin qui nulla di diverso. La novità consiste nel fatto che i ricercatori ritornano a monitorare gli stessi partecipanti, a distanza di tempo. Dallo studio emerse una significativa correlazione tra la quantità di esposizione a televisione violenta nell’infanzia e successivi comportamenti aggressivi nell’età adulta. In definitiva, studi come questi sembrano confermare l’ipotesi che è la violenza diffusa dai mezzi di comunicazione a causare condotte di tipo aggressivo, mentre viene falsificata l’ipotesi che siano i bambini “naturalmente” aggressivi a esporsi preferibilmente a messaggi di tipo violento.
Teoria dell'apprendimento sociale
Due proposte: la teoria dell’apprendimento sociale e la teoria del trasferimento dell’eccitazione. Secondo questa teoria, proposta nel 1994 da Bandura, le manifestazioni di aggressività sono delle forme di comportamento apprese esattamente con le stesse modalità con cui qualsiasi comportamento umano è appreso. I bambini possono apprendere ad agire in maniera aggressiva sulla base di esperienze dirette. Durante le interazioni che essi realizzano nel loro ambiente sociale, essi verificano che alcune azioni si dimostrano coronate da successo, mentre altre producono conseguenze negative. Sulla base di questo semplice meccanismo di feedback, i bambini finiscono per selezionare le azioni coronate da successo e per scartare quelle che sono seguite da conseguenze negative.
Se le manifestazioni di aggressività sono punite i bambini apprendono a inibirne il loro apparire, se la loro aggressività ha successo, useranno in maniera sistematica tali comportamenti. I comportamenti aggressivi possono essere appresi anche mediante l’osservazione delle conseguenze della violenza messa in atto da altre persone. Il processo di apprendimento sociale si realizza attraverso l’osservazione di altri individui, chiamati “modelli”, che agiscono nell’ambiente. Quando il bambino verifica che le azioni prodotte dal modello producono risultati spiacevoli o indesiderabili, con minore probabilità di comporterà nello stesso modo. Il comportamento aggressivo dei bambini non si realizza solo sulla base delle esperienze dirette, ma anche in seguito all’apprendimento “osservativo”.
Bandura ha individuato tre contesti in cui possono proporsi dei modelli di tipo violento:
- Quello delle relazioni familiari;
- Quello della subcultura delle relazioni di gruppo in cui il bambino vive;
- Gli scenari dei mezzi di comunicazione di massa.
Esperimento del “pupazzo Bobo” diventato famoso. I bambini sono assegnati in maniera casuale a tre diverse versioni di un film, un adulto prende violentemente a calci un pupazzo. Nella prima versione l’adulto viene ricompensato, nella seconda versione l’uomo violento viene redarguito e criticato, nella terza versione l’uomo violento non riceve alcun feedback.
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