ESPERIMENTI DI PSICOLOGIA
A META’ DEL CAMMINO
Agli inizi del Novecento: la psicologia tedesca offre un panorama di riflessione teorica di estrema rilevanza. La scuola
di Würzburg dà l’avvio alla sperimentazione sui processi di pensiero, introducendo la tecnica dell’introspezione, Freud
sta approfondendo la teoria psicoanalitica e la scuola di Berlino di Wertheimer, Koehler e Koffka la Psicologia della
Gestalt. A stretto contatto con la scuola di Berlino, lavora Kurt Lewin, che concentra il suo interesse e la sua riflessione
teorica sulla psicologia dinamica, intesa come un sistema di tensioni psichiche che spinge l’individuo a determinati
comportamenti. Il grande interesse di Lewin è l’affermazione della necessità di introdurre il metodo empirico e
sperimentale su aree del comportamento considerate non raggiungibili dallo studio scientifico. Si pensava che potessero
essere studiati i processi cognitivi “superiori” (linguaggio, memoria), ma che non potessero essere analizzati, con i
medesimi strumenti, comportamenti di altro genere (affetti, emozioni). L’elemento di novità consiste nell’ipotizzare che
possano essere trovate delle regolarità di comportamento non solo per il linguaggio e la memoria, ma anche per il
complesso insieme dei fattori che costituiscono il comportamento umano. L’innovazione della sua proposta è quella di
iniziare a considerare la possibilità che l’agire dell’individuo sia il risultato di condizioni interne e di condizioni esterne.
L’ipotesi su cui la psicologia deve lavorare è che il comportamento umano sia il frutto di una interazione tra l’ambiente
e la persona. L’ipotesi lewiniana è che il concetto di ambiente non è immediatamente identificabile con l’ambiente
fisico o sociale circostante: è un insieme molto più ricco ed articolato che comprende la complessità delle interazioni
fisiche e personali di quell’individuo, in un dato momento. Il progetto teorico di Lewin è, certo, di grande interesse, ma
non c’è dubbio che la verifica empirica e sperimentale di tali assunti sia una sfida coraggiosa, per il contesto psicologico
di quell’epoca. Fra gli allievi che lavorarono a suo stretto contatto, Bluma Zeigarnik, condusse una serie di esperimenti
di estrema rilevanza, facendo emergere la presenza di un fenomeno psicologico, denominato “effetto Zeigarnik” e
tuttora considerato come un dato di conoscenza acquisito e stabile del comportamento umano. L’ambiente può indurre
dall’esterno un sistema di tensioni rivolte al soddisfacimento dei bisogni o dei quasi-bisogni.
L’intenzione di eseguire una determinata azione è la condizione preliminare perché tale comportamento possa essere
portato a termine, ma ciò che in realtà costruisce la possibilità di portarlo a termine è lo stato dinamico di tensione che
questo bisogno, o quasi-bisogno, produce. L’area di ricerca in cui la Zeigarnik inizia i suoi esperimenti è quella della
memoria. L’ipotesi secondo la ricercatrisce, è che lo stato di tensione psicologica legato ad un quasi-bisogno che non è
stato soddisfatto, cioè ad un’attività che è stata interrotta, influenzi anche l’attività mnestica.
Quando il soggetto si accinge a compiere le operazioni necessarie per completare il compito, si sviluppa dentro di lui un
quasi-bisogno di completamento del compito. È come l’apparire di un sistema di tensione che tende verso la
risoluzione. Completare il compito significa risolvere il sistema di tensione, o scaricare il quasi-bisogno. Se un compito
non è completato, rimane uno stato di tensione e il quasi-bisogno non è acquietato. La tensione cheporta alla
gratificazione di un bisogno non soltanto opera verso il completamento del compito, ma migliora le possibilità che
questo compito venga ricordato nel caso in cui il completamento sia stato impedito. Quindi il ricordo serve infatti come
segnale che indica l’esistenza di tale sistema di tensione.
Se persiste e non viene soddisfatta, influisce su tuto il sistema intrapsichico dell’individuo.
L’importanza delle differenze individuali: i soggetti ambiziosi, quelli in cui viene registrato un desiderio di eccellere,
come se si trattasse di una competizione in cui è importante vincere, mostrano un ‘effetto Zeigarnik’ superiore a quello
rilevato nei soggetti normali, cioè ricordano i compiti interrotti ancora di più di quanto non succeda mediamente. Lo
stesso fenomeno è presente nei bambini.
CHI CI AIUTA?
Secondo il punto di vista della sociobiologia, l’altruismo sarebbe uno degli istinti fondamentali del genere umano,
apparentato a quel sentimento di protezione e di cura della prole che permette la continuazione della specie, sarebbe un
meccanismo innato. Ragionando nei termini della teoria dell’evoluzione i sociobiologi ci ritengono un po’ semplificati.
L’individuo altruista ha in comune dei geni “altruistici” con il suo gruppo, e poiché un sacrificio è molto spesso
destinato ad aumentare le probabilità di sopravvivenza dei membri del proprio gruppo, i geni altruistici sopravviveranno
ugualmente nella discendenza di coloro che sono rimasti. Un altro tipo di spiegazione pone invece l’accento sui
processi empatici che portano a identificarsi con la persona che ha bisogno di aiuto. Se qualcuno che sentiamo simile a
noi soffre o ha bisogno di aiuto, noi soffriamo indirettamente con lui; aiutarlo quindi equivarrebbe ad alleviare le nostre
stesse sofferenze. È più frequente ricevere aiuto da qualcuno che fa parte dello stesso gruppo sociale o della stessa razza
o semplicemente dello stesso sesso. Quando era più facile identificarsi con la persona in pericolo, era più probabile un
intervento di soccorso. Alcuni studiosi sottolineano l’esistenza di grandi differenze individuali; pensano che
semplicemente vi siano persone più sollecite e generose della media.
Secondo il concetto di assunzione di responsabilità, quanto più un individuo si sente investito della responsabilità di
intervenire, per aiutare qualcuno o anche per cercare di porre rimedio a qualche inconveniente, tanto più è probabile che
lo faccia. Sono svariate le circostanze che determinano l’essere o il sentirsi responsabili. John Darley e Bibb Lantanè
hanno studiato il problema dell’assunzione di responsabilità, fissando in cinque punti le fasi del processo che porta una
persona ad intervenire per prestare aiuto:
1. Si presenta una situazione di pericolo
2. La situazione deve potere essere definita come un caso di emergenza
3. La persona che viene a conoscenza del pericolo deve sentire la responsabilità di intervenire in aiuto
4. Questa persona deve avere qualche idea di cosa fare per aiutare
5. La persona accorre in aiuto
Il nucleo centrale riguarda l’assunzione di responsabilità. L’ipotesi da cui Darley e Lantané sono partiti è la seguente:
quanto più numerose sono le persone che in una data circostanza di pericolo o di emergenza sono effettivamente in
condizione di accorrere in aiuto, tanto meno ciascuna di loro si sentirà investita dalla responsabilità di agire. È proprio il
fatto di essere, o di sentirsi, facilmente sostituibili da altri che in simili circostanze ci fa sentire poco responsabilizzati.
Darley e Lantanè hanno elaborato il concetto e coniato il termine di responsabilità diffusa. Per esperimento è stata
ideata una messa in scena verosimile, che serviva a ricreare in laboratorio le condizioni essenziali e tipiche delle
situazioni che possono presentarsi nella vita reale. Queste ‘sceneggiate’ sono spesso indispensabili, perché solo
riproducendo minuziosamente una realtà credibile si ha la possibilità di presentare la stessa esperienza più volte,
modificando esclusivamente quell’elemento del quale si vuole studiare il peso. Dal punto di vista deontologico è
naturalmente richiesto che la situazione non sia né traumatica né offensiva, che il soggetto sia completamente informato
di tutto dopo l’esperimento.
Le variabili dipendenti riguardano il comportamento del vero soggetto in ciascuna seduta sperimentale. Lo
sperimentatore annota se egli esce o no dalla stanza per segnalare l’incidente e chiedere aiuto e registra il tempo
intercorso dal momento in cui viene trasmessa la richiesta di aiuto al momento dell’intervento. L’85% che credevano di
essere i soli destinatari della richiesta di aiuto, corsero fuori per soccorrere. In media passarono 52 secondi. Di quelli
che credevano di far parte di un gruppo di 6 persone, solo nel 31% dei casi interruppero la sessione ed uscirono, il
tempo medio di 166 secondi. Questi dati confermano la teoria di Darley e Lantanè centrata sugli effetti della diffusione
di responsabilità. Anche coloro che non intervennero ebbero delle chiare e forti reazioni emotive. Addirittura chi non era
intervenuto sembrava più sconvolto di coloro che erano usciti dalla stanza. Sembra quindi chiaro che il problema
psicologico del comportamento altruista non possa essere posto esclusivamente in termini genetici o di carattere o di
affinità con la persona da aiutare. Esistono senza dubbio degli altri elementi, che caratterizzano ogni situazione specifica
e che rendono più o meno probabile la solidarietà o il disinteresse. Le conseguenze della diffusione di responsabilità
possono spiegare anche quei casi nei quali non si tratta manifestamente di soccorrere qualcuno in pericolo, ma solo di
intervenire per fare cessare un evento sgradevole e potenzialmente pericoloso, che può coinvolgere il soggetto stesso.
Un esperimento riempiva la stanza di fumo. Quando i soggetti si trovano da soli, nel 75% dei casi essi escono dalla
stanza entro 2 minuti. Se invece si tratta di un gruppo di tre persone, solo nel 13% dei casi questo avviene così presto.
Sembrerebbe che trovarsi da soli in una situazione spiacevole sia paradossalmente meno rischioso che essere in
compagnia. Le reazioni degli altri, di indifferenza o di allarme, costituiscono in molti casi l’elemento più importante e
leggibile di come noi dobbiamo considerare la situazione. Quando si presenta qualcosa di anomalo e potenzialmente
allarmante e non abbiamo altre informazioni su cui basarci, noi guardiamo al comportamento degli altri come per sapere
di che si tratta, se dobbiamo o no preoccuparci e intervenire. Quando non sappiamo se considerare una situazione come
un’emergenza, l’eventuale presenza di altri e le loro reazioni costituiscono un elemento determinante. Se vi sono altri
presenti che non intervengono sarà più difficile agire, non solo per una forma di pressione di gruppo, ma perché in tutto
il gruppo si diffonderà uno stato che viene chiamato da Darley e Lantanè di ignoranza pluralistica. Succede che
l’indifferenza o il controllo emotivo esercitato dalle persone di un gruppo che si trova di fronte ad un caso di potenziale
pericolo o rischio, si estende agli altri perché un comportamento inerte sembra trasmettere principalmente un messaggio
del tipo: “non c’è niente di cui preoccuparsi”. Il comportamento indifferente degli altri diventa un segno tranquillizzante
e quindi il modello da seguire. Per lo stesso meccanismo rovesciato, si può dare il caso opposto e potenzialmente
altrettanto pericoloso: che ad un primo soccorritore se ne aggiungano in un istante dieci altri. La solidarietà e
l’altruismo, più che dipendere da tratti stabili delle persone, possono essere determinati in grandissima parte da
circostanze esterne.
IL MONDO DELLE ILLUSIONI
Tutte le volte che vogliamo dare un giudizio su di un avvenimento e vogliamo essere certi di ciò che stiamo affermando,
diciamo: ‘prima voglio vedere’. Affidiamo l’ultima parola alla verifica percettiva diretta dell’oggetto in questione. Lo
scopo fondamentale della psicologia della percezione è quello di studiare i processi che ci permettono di elaborare le
informazioni che provengono dal mondo esterno, e le modalità attraverso le quali esse vengono organizzate dagli organi
di senso in strutture che recano significato. L’aspetto metodologico legato a questo importante tema psicologico ha una
storia antica: Fechner diede inizio alla psicofisica, cioè allo studio quantitativo delle relazioni fra mondo fisico e mondo
psicologico o del rapporto fra stimolo e risposta sensoriale. fra le diverse modalità percettive, quella visiva è stata
sicuramente la più studiata ed il rapporto fra ciò che si percepisce e la realtà fisica dell’oggetto esterno è stato
argomento di interesse della psicologia sperimentale fino dalla metà dell’Ottocento. Le prime illusioni ottiche ad essere
studiate furono quelle che implicavano distorsioni di grandezza e di forma. La definizione di illusione ottico-geometrica
pare essere stata creata da Oppel nel 1855.
L’apparato sperimentale di tutti i lavori sulle illusioni ottico-geometriche è relativamente semplice: esso consta di un
materiale figurale che viene opportunamente variato a seconda delle illusioni che si vogliono studiare. Una delle prime,
e sicuramente più famose, illusioni otiche è stata studiata da Müller-Lyer nel 1889. Titchener ha trovato che un cerchio
posto in una figura insieme a cerchi più grandi viene sottostimato rispetto allo stesso cerchio posto in una figura con
cerchi più piccoli.
LE ILLUSIONI DI DIREZIONE
Illusioni di grandezza, siamo portati ad alterare la misura di linee o di aree geometriche, esiste un altro genere di
distorsione che riguarda angoli o direzioni. Una delle più famose illusioni di direzione è quella di Johann Poggendorff,
descritta da Zollner nel 1860. Noi vediamo distanza, grandezze, direzioni di movimento che non esistono nella realtà.
Non esiste affatto questa identità fra ciò che vediamo e ciò che esiste nel mondo percettivo. Se fosse vera, noi saremmo
come dei registratori della realtà, passivi e fedeli di fronte agli oggetti, dei recettori di segnali come forme, suoni,
movimenti che provengono dall’esterno e che si depositano nel nostro magazzino di memoria, con la funzione di
accumulare conoscenza, noi vediamo la realtà, che esiste fuori e indipendentemente da noi: potremmo chiamare questa
idea ‘realismo ingenuo’. Ma queste piccole figure geometriche che ci appaiono come non sono, oppure che sono in un
modo che non riusciamo a vedere, non ci permettono di accontentarci di questa descrizione. È questo il motivo per cui
gli psicologi della percezione le hanno studiate con tanta accuratezza e così lungamente. La discrepanza che esiste fra
l’oggetto ‘fisico’ che è di fronte a noi e il fenomeno che noi vediamo, dunque l’oggetto ‘fenomenico’, è il segnale di una
nostra ‘attività’ percettiva che ha poco a che vedere con l’immagine della registrazione passiva. La nostra funzione
percettiva è attiva, nel senso che elabora lo stimolo che ha di fronte, lo trasforma, lo fa divenire oggetto fenomenico, e
dunque oggetto utilizzabile dal sistema cognitivo. Gli psicologi della percezione hanno studiato se esistono delle
regolarità di trasformazione dell’oggetto fisico in oggetto fenomenico: cioè se esistono delle leggi grazie alle quali gli
oggetti fisici vengono percepiti come oggetti fenomenici, con le medesime caratteristiche, da tutti gli individui. Hanno
trovato anche che esistono dei fenomeni, come la costanza di forma e la costanza di grandezza, che ci permettono di
mantenere invariate, nella nostra percezione forme e grandezze che sono, in realtà, estremamente differenti, nella nostra
retina.
NON PIU’ ERRORI MA OGGETTI IMPOSSIBILI
Nelle illusioni ottiche che abbiamo appena considerato, abbiamo davanti a noi una figura che non corrisponde a ciò che
noi vediamo. Nel mondo degli oggetti impossibili, noi vediamo perfettamente e in modo corretto la figura che ci è
davanti, ma siamo come presi da una sorta di sconcerto perché è impossibile che ci sia una figura come quella che
stiamo guardando. È il disegno di un oggetto che non può esistere nella realtà, ma nemmeno nella fantasia: non può
essere pensato.
OGGETTI REVERSIBILI
Esistono poi delle figure, chiamate figure reversibili, che possono apparire diversamente orientate nello spazio, a
seconda di come le guardiamo. Uno dei più famosi oggetti reversibili è il cubo inventato da Necker. La psicologia della
percezione non è ancora riuscita a dare una spiegazione definitiva a questo fenomeno, così affascinante, delle illusioni
ottiche.
NON STAVA FERMO UN MOMENTO: ERA RABBIA O ALLEGRIA?
Sembra ormai dimostrato che, a parte casi estremi di sensazioni intensamente dolorifiche, molte delle nostre alterazioni
fisiche possano essere vissute con diversi gradi di accettazione o rifiuto psicologico; la stessa modificazione del battito
cardiaco può essere sentita in un caso come piacevole, in un altro caso come spiacevole. Come alcuni stati di alterazione
fisica sono spesso legati in modo costante e significativo a degli stati emotivi, di cui ne costituiscono spesso
l’indissolubile versante fisiologico. Secondo una delle
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