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studiate furono quelle che implicavano distorsioni di grandezza e di forma. La definizione di illusione ottico-geometrica

pare essere stata creata da Oppel nel 1855.

L’apparato sperimentale di tutti i lavori sulle illusioni ottico-geometriche è relativamente semplice: esso consta di un

materiale figurale che viene opportunamente variato a seconda delle illusioni che si vogliono studiare. Una delle prime,

e sicuramente più famose, illusioni otiche è stata studiata da Müller-Lyer nel 1889. Titchener ha trovato che un cerchio

posto in una figura insieme a cerchi più grandi viene sottostimato rispetto allo stesso cerchio posto in una figura con

cerchi più piccoli.

LE ILLUSIONI DI DIREZIONE

Illusioni di grandezza, siamo portati ad alterare la misura di linee o di aree geometriche, esiste un altro genere di

distorsione che riguarda angoli o direzioni. Una delle più famose illusioni di direzione è quella di Johann Poggendorff,

descritta da Zollner nel 1860. Noi vediamo distanza, grandezze, direzioni di movimento che non esistono nella realtà.

Non esiste affatto questa identità fra ciò che vediamo e ciò che esiste nel mondo percettivo. Se fosse vera, noi saremmo

come dei registratori della realtà, passivi e fedeli di fronte agli oggetti, dei recettori di segnali come forme, suoni,

movimenti che provengono dall’esterno e che si depositano nel nostro magazzino di memoria, con la funzione di

accumulare conoscenza, noi vediamo la realtà, che esiste fuori e indipendentemente da noi: potremmo chiamare questa

idea ‘realismo ingenuo’. Ma queste piccole figure geometriche che ci appaiono come non sono, oppure che sono in un

modo che non riusciamo a vedere, non ci permettono di accontentarci di questa descrizione. È questo il motivo per cui

gli psicologi della percezione le hanno studiate con tanta accuratezza e così lungamente. La discrepanza che esiste fra

l’oggetto ‘fisico’ che è di fronte a noi e il fenomeno che noi vediamo, dunque l’oggetto ‘fenomenico’, è il segnale di una

nostra ‘attività’ percettiva che ha poco a che vedere con l’immagine della registrazione passiva. La nostra funzione

percettiva è attiva, nel senso che elabora lo stimolo che ha di fronte, lo trasforma, lo fa divenire oggetto fenomenico, e

dunque oggetto utilizzabile dal sistema cognitivo. Gli psicologi della percezione hanno studiato se esistono delle

regolarità di trasformazione dell’oggetto fisico in oggetto fenomenico: cioè se esistono delle leggi grazie alle quali gli

oggetti fisici vengono percepiti come oggetti fenomenici, con le medesime caratteristiche, da tutti gli individui. Hanno

trovato anche che esistono dei fenomeni, come la costanza di forma e la costanza di grandezza, che ci permettono di

mantenere invariate, nella nostra percezione forme e grandezze che sono, in realtà, estremamente differenti, nella nostra

retina.

NON PIU’ ERRORI MA OGGETTI IMPOSSIBILI

Nelle illusioni ottiche che abbiamo appena considerato, abbiamo davanti a noi una figura che non corrisponde a ciò che

noi vediamo. Nel mondo degli oggetti impossibili, noi vediamo perfettamente e in modo corretto la figura che ci è

davanti, ma siamo come presi da una sorta di sconcerto perché è impossibile che ci sia una figura come quella che

stiamo guardando. È il disegno di un oggetto che non può esistere nella realtà, ma nemmeno nella fantasia: non può

essere pensato.

OGGETTI REVERSIBILI

Esistono poi delle figure, chiamate figure reversibili, che possono apparire diversamente orientate nello spazio, a

seconda di come le guardiamo. Uno dei più famosi oggetti reversibili è il cubo inventato da Necker. La psicologia della

percezione non è ancora riuscita a dare una spiegazione definitiva a questo fenomeno, così affascinante, delle illusioni

ottiche.

NON STAVA FERMO UN MOMENTO: ERA RABBIA O ALLEGRIA?

Sembra ormai dimostrato che, a parte casi estremi di sensazioni intensamente dolorifiche, molte delle nostre alterazioni

fisiche possano essere vissute con diversi gradi di accettazione o rifiuto psicologico; la stessa modificazione del battito

cardiaco può essere sentita in un caso come piacevole, in un altro caso come spiacevole. Come alcuni stati di alterazione

fisica sono spesso legati in modo costante e significativo a degli stati emotivi, di cui ne costituiscono spesso

l’indissolubile versante fisiologico. Secondo una delle più antiche ed autorevoli teorie psicologiche delle emozioni, è

proprio a partire dalla percezione delle nostre modificazioni fisiologiche che possiamo essere in grado di riconoscere e

di dare un nome alle nostre emozioni. L’esperimento del 1962 di Schachter e Singer di cui parleremo tratta appunto del

processo di riconoscimento delle proprie emozioni e del ruolo che modificazioni fisiologiche ed elementi esterni hanno

in questo processo. È evidente il peso, per la gente comune e per la psicologia scientifica, del processo di

riconoscimento delle proprie emozioni a partire da tutte le informazioni, fisiologiche, comportamentali, percettive,

cognitive, che in quel dato momento abbiamo su noi stessi e sulla situazione che ci circonda. Le risposte emotive

autentiche hanno di regola un tempo di latenza brevissimo, durante il quale la persona interessata è al centro di

molteplici stimolazioni e viene bombardata da informazioni che possono essere di grande rilevanza. Questo complesso

e processo che abbiamo chiamato ‘etichettamento’ o riconoscimento delle nostre emozioni ha luogo in pochissimo

tempo e a partire da dati disparati e farraginosi, spesso in presenza di una impellente richiesta di azione da parte

dell’ambiente esterno. Il grande psicologo americano William James propose insieme allo psicofisiologo danese Carl

Lange, la teoria periferica delle emozioni. Le modificazioni fisiologiche seguono direttamente la percezione dell’evento

che crea l’eccitazione e il sentimento che nasce da queste medesime modificazioni nel momento in cui si verificano è

l’emozione. Poiché James fa coincidere le modificazioni corporee con gli stati emotivi, ne conseguirebbe che:

• Ogni distinta emozione deve essere accompagnata da un insieme di modificazioni corporee ugualmente

distinto e caratteristico;

• Inducendo determinate modificazioni corporee con sostanze chimiche o con altri mezzi, si creerebbero

nell’individuo determinati stati emotivi.

La teoria di James-Lange è stata però drasticamente messa in crisi da Walter Cannon che faceva rilevare che:

1. Le stesse modificazioni dell’attività viscerale si presentano sia durante stati emotivi molto diversi fra loro, sia

durante stati non emotivi;

2. Le alterazioni viscerali sono troppo lente per essere causa degli stati emotivi i quali, in genere, insorgono più

rapidamente;

3. Se si inducono artificialmente modificazioni viscerali che tipicamente si accompagnano a forti emozioni, le

persone non provano affatto delle emozioni.

Schachter e Singer postularono che un’emozione debba essere considerata funzione di uno stato di arousal e di un

insieme di percezioni e di conoscenze sulla situazione presente, che appaiono appropriate allo stato di arousal. Le

informazioni sulla realtà presente eserciterebbero una funzione di guida e di chiave di lettura del proprio stato, in quanto

verrebbero interpretate sulla base dell’esperienza passata, quando quei sintomi fisici e quegli accadimenti reali si erano

trovati associati. Se in quel momento la persona si trova ad assistere alla scena di un film dell’orrore, penserà che

probabilmente ha paura- l’assunto di base è che gli stati emotivi dipendano dall’interazione di fattori cognitivi con uno

stato di attivazione fisiologica. Da questo assunto discendono tre corollari:

1. Se una persona si trova in uno stato di eccitazione psicofisica di cui non conosce con certezza la causa, tenderà

a spiegare questo stato di arousal utilizzando le conoscenze disponibili circa la situazione presente. Quindi lo

stesso pattern di modificazioni fisiche potrebbe dare adito alle definizioni di “gioia” o di “rabbia”, in funzione

degli accadimenti ai quali si accompagna.

2. Dato uno stato di attivazione psicofisiologica che può essere spiegata adeguatamente facendo ricorso ad eventi

realmente accaduti, non insorge nessun bisogno di spiegazione né di etichettamento in termini emotivi.

3. Se si verifica una situazione nella quale sono presenti degli elementi cognitivi tali da indurre uno stato

emotivo, ma è assente lo stato di attivazione fisiologica, la persona in questione non proverà nessuna reale

emozione, anche se può sentirsi quasi come ‘costretto dalle circostanze’ a sentirla.

L’esperimento principale: i soggetti erano invitati a prendere parte a quello che veniva presentato come un esperimento

sulla psicologia della visione. Gli si diceva che l’oggetto della ricerca era l’effetto sulla vista di un composto vitaminico

Suproxin, e gli veniva fatta un’iniezione. Da questo punto le circostanze variavano a seconda del gruppo sperimentale.

1. Epinefrina – informati

Accelera la frequenza del battito cardiaco e dopo l’iniezione si osservava un aumento della pressione arteriosa

sistolica, del ritmo del battito cardiaco e la frequenza respiratoria. Ai soggetti di questo gruppo i sintomi

associati con l’epinefrina vennero descritti esattamente e che la sostanza era innocua.

2. Epinefrina – non informati

Ai soggetti di questo secondo gruppo lo sperimentatore comunicò loro solamente che la sostanza era innocua.

3. Epinefrina – disinformati

I soggetti di questo terzo gruppo vennero informati che il Suproxin avrebbe causato loro sonnolenza, pruriti e

mal di testa. I sintomi anticipati molto diversi da quelli che l’epinefrina induce.

4. Placebo – non informati

Iniezione di sostanza salina inattiva, detto che era innocua.

Un collaboratore dello sperimentatore ‘confederato’. Dopo l’iniezione induceva e suggeriva uno stato d’animo allegro o

tensione e irritazione.

Risultati.

1. Il comportamento del soggetto durante la ‘fase di attesa’, cioè quello che lo sperimentatore osservava

attraverso il vetro, che venne accuratamente codificato e quantificato secondo le dimensioni di euforia o

rabbia;

2. I dati di un questionario circa il proprio stato d’animo, che il soggetto doveva riempire immediatamente dopo il

periodo passato in laboratorio.

Dato interpretato come un approva che quando gli stessi sintomi fisici dovuti all’epinefrina vengono previsti e spiegati

proprio in base all’assunzione della sostanza indicata, lo stato emotivo di euforia è meno accentuato di quando invece si

è indotti ad attribuirlo ad una reazione chimica. I soggetti disinformati etichettavano maggiormente come euforia, cioè

come uno stato emotivo, quei sintomi fisici che in parte erano dovuti all’epinefrina, perché non erano in grado di

spiegarli altrimenti. Anche i soggetti placebo, si sentirono più allegri di quelli del gruppo epinefrina-informati, ma

questa differenza non raggiunge la significatività statistica. In generale i soggetti posti nelle condizioni epinefrina-non

informati ed epinefrina-disinformati si comportavano in modo più attivo, più euforico e collaboravano maggiormente ai

giochi del confederato rispetto ai soggetti posti nella condizione epinefrina-informati.

Sembra che nella condizione placebo mancava sia l’effetto del farmaco sia l’effetto dell’informazione, il livello emotivo

dei soggetti fosse più elevato che nella condizione epinefrina-informati. Il coinvolgimento emotivo resta basso se non vi

è un discreto livello di attivazione del sistema nervoso autonomo; ma resta anche molto basso se intervengono delle

cognizioni: in questo caso, se è possibile interpretare l’attivazione come effetto di un farmaco. Se invece le informazioni

sulle cause fisiologiche dell’arousal sono insufficienti, l’individuo tenderà a sentirsi o a comportarsi in modo emotivo, e

la qualità dell’emozione dipenderà interamente dalla situazione in cui egli si trova, cioè da aspetti cognitivi, e non certo

da uno specifico tipo o pattern di arousal.

IMMAGINI DEGLI OCCHI, IMMAGINI DELLA MENTE

Negli anni Sessanta spetta alla psicologia cognitivista l’esplorazione di un terreno ancora, per certi versi, sconosciuto.

Alcune funzioni cognitive, fra cui sicuramente quella immaginativa, diventano oggetto di ricerca teorica e sperimentale.

L’immagine è un prodotto ‘interno’ e dunque irraggiungibile: di esso non esiste possibilità di riscontro diretto, ma sono

necessari dei mediatori, siano essi linguistici che figurali. Esiste sempre uno scarto temporale tra l’evento-immagine e la

sua descrizione, che può provocare problemi o interferenze di tipo mnestico. Non è dunque facile né ‘arrivare’

all’immagine né quantificare il suo funzionamento. A Roger ed i suoi collaboratori l’interesse è duplice: essi intendono

esaminare da un lato il rapporto che esiste fra funzione immaginativa e funzione percettivo-visiva e dall’altro elementi e

modalità del processo immaginativo attraverso il paradigma dei tempi di reazione. La loro idea era che esiste una

stretta analogia fra i modi di funzionamento della percezione visiva e quelli della immaginazione: la relazione esistente

fra le due funzioni poteva specificamente essere definita come un ‘isomorfismo di secondo ordine’. Ciò comportava che

i processi di trasformazione, rotazione, confronto mentale di immagini seguissero le stesse modalità e gli stessi tempi

dei medesimi processi percettivi che erano relativi agli stessi oggetti. Per dimostrare questa ipotesi era necessario

individuare un lavoro mentale di tipo immaginativo e confrontarlo con l’analogo lavoro percettivo-visivo. I dati da

esaminare erano dunque i tempi impiegati dai soggetti a decidere se le due figure di ciascuna coppia erano le stesse

oppure no. I dati ottenuti mostrano molto chiaramente che il tempo necessario per decidere se due figure sono le stesse

oppure no varia in funzione dell’angolo di rotazione della figura. La funzione è di tipo lineare, cioè maggiore è l’angolo

di rotazione, maggiore è la quantità di tempo necessaria al soggetto per decidere. Non esiste differenza significativa fra

le due condizioni. L’ipotesi iniziale di Shepard era stata dunque verificata. Essi compiono, mentalmente, un movimento

di rotazione dell’immagine, fino al punto in cui una si sovrappone all’altra. Ma i risultati che Shepard ottenne dicono

anche qualcosa di più importante: il movimento di rotazione mentale dell’immagine ha un andamento analogo a quello

dell’oggetto reale, cioè vi è una corrispondenza puntuale fra i diversi stadi di cambiamento di posizione dell’oggetto

nella realtà fisica e nell’immaginazione. Questa analogia fra movimento rotatorio fisico e movimento rotatorio

immaginativo dimostra, secondo Shepard, che esiste una sorta di rapporto isomorfico funzionale fra evento reale ed

evento rappresentato. L’isomorfismo in questo caso non coinvolge la struttura dell’oggetto e la corrispondente struttura

della sua rappresentazione mentale. Si riferisce piuttosto ai modi di funzionamento del processo immaginativo rispetto

ai corrispondenti processi percettivo-sensoriali rappresentati. Nonostante le immagini della mente siano un oggetto di

studio molto importante della psicologia cognitiva, esse sono stata ‘trascurate’ per molto tempo dalla ricerca

sperimentale. La ragione di questo silenzio durato fino a tutti gli anni Sessanta, va ricercata nel lungo predominio

teorico del ‘modello comportamentistico’: spiegare il comportamento come un complesso insieme di associazioni fra

stimoli e risposte comportava, fra l’altro, l’esclusione dal campo dell’indagine scientifica di tutti i comportamenti non

visibili, e dunque, secondo questa impostazione, non sottoponibili ad un giudizio oggettivo. Il comportamentismo non

ha mai negato, naturalmente, l’esistenza di ‘comportamenti interni’ come le fantasticherie, i sogni e le immagini: essi

sono, altrettanto legittimamente, ‘comportamenti’ propri di ogni individuo e di essi esiste tale evidenza introspettiva da

non potere essere nemmeno messi in dubbio. Il punto è che essi non potranno mai possedere la stessa legittimità

scientifica di altri fenomeni.

SI IMPARA PRESTO A NON CADERE NEL VUOTO

Lo sviluppo delle capacità percettive è un oggetto di studio importante per la psicologia dell’età evolutiva. Il bambino,

per non parlare dei piccoli degli animali, non è in grado di descrivere verbalmente le caratteristiche dello stimolo che gli

sta davanti, e sono quindi necessari degli indicatori comportamentali dell’abilità percettiva. Lo sperimentatore deve

leggere i comportamenti dei soggetti secondo un criterio di discriminazione: se i bambini si comportano di fronte a più

di uno stimolo secondo modalità diverse, è legittimo inferire che esiste un certo grado di abilità nella organizzazione

percettiva che è funzione di alcune precise caratteristiche degli stimoli presentati e che permette al soggetto di

differenziare il proprio comportamento. Esistono alcuni studi compiuti negli anni Sessanta, come l’esperimento del

precipizio visivo, che riguardano la percezione della profondità in animali diversi, compreso naturalmente l’uomo.

Le considerazioni che Gibson e Walk hanno trattato da questo, riguardano che tale abilità è presente non appena i

bambini sono in grado di muoversi autonomamente, e si fonda sulla percezione visiva. La percezione di profondità

matura più velocemente delle abilità motorie. Questa parte dell’esperimento non dimostra che la capacità del bambino

di discriminare la profondità è innata, ma solo che è già presente quando il bambino inizia a muoversi da solo. Il

comportamento degli animali è risultato relativamente differenziato. Il comportamento delle capre e degli agnelli è

basato su un dato sensoriale visivo: è la vista che permette loro di percepire il ‘precipizio’. Le cose vanno in modo

relativamente diverso per topi e fatti. I topi sono animali notturni; i due sensi privilegiati per la sopravvivenza sono

l’odorato ed il tatto. Bandati si muovono abbastanza indifferentemente sia sulla superficie di legno che su quella di

vetro, mostrando solo una lieve preferenza per quella di legno. Se però lo sperimentatore solleva il listello centrale ‘di

confine’ tanto da impedire loro la percezione tattile della superficie vetrosa attraverso le vibrisse, allora il

comportamento dei topi subisce una consistente modificazione: la quasi totalità di essi preferisce rimanere o scendere

nella superficie di legno. I topi dimostrano quindi un’ottima percezione di profondità, fondata però prevalentemente sul

registro sensoriale tattile. I gatti si comportano diversamente: sono anch’essi animali notturni, ma sono pure dei

predatori, qualità che rende fondamentale il senso della vista. Gattini di quattro settimane di vita hanno mostrato il

comportamento univoco di cercare di evitare la superficie vetrosa; lo strumento fondamentale è la vista. L’uomo e le

diverse specie di animali nel momento in cui sono in grado di muoversi autonomamente nell’ambiente, possiedono la

capacità di percepire la profondità. Ciò può avvenire ad alcuni mesi di vita, per l’uomo, oppure ad appena un giorno di

vita, pulcini e capre, oppure ancora a circa tre-quattro settimane come nel caso di gatti e topi. Un altro problema è

quello di individuare quali fossero, da un punto di vista visivo, i cues (qualunque stimolo in grado di ‘guidare’ il

comportamento di un individuo e che gli permette di avere un’adeguata rappresentazione del mondo esterno. Qualunque

elemento che aiuta il soggetto a ricordare stimoli precedentemente appresi) che danno il senso della profondità. Non c’è

dubbio infatti che i soggetti, una volta arrivati sull’orlo del precipizio, vedono le due quadrettature in modo diverso. Nel

primo caso la distanza di una delle due superfici diminuisce sia la grandezza dei quadri che la loro distanza, negli altri

due casi la parallasse di movimento (fenomeno per cui, se un soggetto è in movimento, vede gli oggetti di fronte a lui

che si muovono gli uni verso gli altri e a velocità diverse, a seconda che siano vicini o lontani) produce nel campo

visivo dei soggetti un effetto di minore o maggiore velocità di passaggio dei quadrati, a seconda che essi siano

rispettivamente più lontani o più vicini. Dunque, pare che dei due cues presi in considerazione per la discriminazione

della profondità, la parallasse di movimento sia innata, mentre l’effetto distanza si formi tramite apprendimento. Le

considerazioni conclusive di Gibson e di Walk, pur riferendosi esclusivamente alle specie studiate, risultarono univoche:

alcune specie di animali e gli uomini, appena sono in grado di muoversi nell’ambiente, anche se ciò avviene poco dopo

la nascita, percepiscono la profondità ed esibiscono comportamenti motori di evitamento di uno spazio percepito come

un vuoto o un precipizio.

PENSIAMO CON LA NOSTRA TESTA… O CON QUELLA DEGLI ALTRI?

Le informazioni, specie se autorizzate e/o autorevoli, possono essere false e quindi trarre in errore la grandissima

maggioranza delle persone. Psicologicamente c’è una grande differenza fra una bugia e una manipolazione persuasiva.

La bugia consiste nell’affermazione deliberata che alcuni eventi stiano in modo diverso da come noi crediamo; il

destinatario deve trovarsi nell’impossibilità, almeno momentanea, di controllare personalmente lo stato delle cose. Una

manipolazione persuasiva è qualcosa che si aggiunge e non si sostituisce all’informazione diretta e neutrale, è un

intervento che induce una persona a vedere con gli occhi di un altro quello che, senza quel particolare influsso, avrebbe

visto diversamente, ad avere idee diverse da quelle che avrebbe avute senza quel messaggio. Ma l’esperimento di Asch

è attinente a questi problemi. Asch ha studiato come l’essere membri di un gruppo sia una condizione che può

modificare sostanzialmente le azioni e, in certa misura, anche le percezioni e i giudizi di un individuo. In campo morale

si formano dei codici non scritti secondo i quali ci si vergogna o si va fieri delle stesse cose. La stessa percezione e

rappresentazione fisica del mondo è determinata da quello che in ciascuna epoca viene considerato il parere

riconosciuto della scienza, almeno presso coloro che sono esposti alle informazioni e alle opinioni correnti. Due esempi

classici: la conoscenza del movimento degli astri nel sistema solare e la credenza nell’influenza delle stelle e dei pianeti

sul destino degli uomini. La scoperta di Copernico, che il Sole e non la Terra è al centro del Sistema Solare, ha

costituito un fatto clamoroso. Riguardo poi all’influsso delle stelle sul carattere e sulla vita quotidiana, questa era

qualche secolo fa una teoria che costituiva scienza ufficiale; oggi è soltanto un orientamento personale. Ancora più

comprensibile è il fatto che i comportamenti si adeguino a delle regole stabilite dal gruppo sociale. Più inquietante, ma

psicologicamente più interessante, è il fatto che credenze e opinioni possano essere manipolate dall’esterno senza per

questo ricorrere ad informazioni false in senso letterale. Quello che ci riguarda come psicologi è la possibilità di influire

sulle percezioni e sulle valutazioni senza, modificare lo stimolo distale, cioè non usando false info sulla realtà,

ricorrendo a distorsioni palesi. Partendo da fenomeni puri di suggestione ipnotica, si è poi passati in psicologia a

studiare il fenomeno della suggestionabilità: cosa caratterizza le personalità suggestionabili e, in generale, quali sono le

condizioni che possono rendere un individuo più vulnerabile all’influsso degli altri. Vogliamo comunque premettere che

non condividiamo affatto l’equazione suggestionabilità = irrazionalità che viene proposta da alcuni autori; lo stesso

concetto di ‘suggestionabilità’ orienta l’interpretazione del fenomeno in direzione di caratteristiche personali, mentre a

noi preme vedere quali elementi dell’intera situazione entrano in gioco nel formarsi delle opinioni e nel dare

valutazioni. Già prima di Asch, Moore aveva condotto delle ricerche che mostravano come persone che dovevano

esprimere delle valutazioni in campo linguistico, etico e musicale erano significativamente influenzate da opinioni

presentate loro come ‘il parere della maggioranza’ o ‘quello che pensano gli esperti’. Ma si trattava di giudizi

convenzionali o sentiti come tecnici per cui appoggiarsi all’opinione era una strategia di buon senso. Nella ricerca di

Asch l’oggetto dell’esperimento è più netto ed estremo: si tratta di vedere in quali condizioni e perché gli individui

cedono alla pressione del gruppo e fanno delle affermazioni decisamente contrarie alla loro esperienza percettiva. La


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Arianna21 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Classici della psicologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Meneghetti Chiara.

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