Esame psicologia generale
Prof.ssa Laura Piccardi
“Casi classici della psicologia”
Università degli Studi dell’Aquila
Cristiana
Parte I Psicologia cognitiva
L'uomo che non poteva dimenticare: Solomon Shereshevsky
Solomon era un giovane reporter, il suo redattore meravigliato della sua memoria lo spedì all’Università locale, per testare ulteriormente la sua abilità. Qui Solomon conobbe Alexander Romanovich Lurija, un professore russo che dedicò 30 anni allo studio della memoria di Solomon. Lurija iniziò l’esame raccogliendo informazioni biografiche, successivamente somministrò a Solomon una serie di test per la valutazione delle sue capacità di memoria, dalle quali emerse fin da subito l’abilità di Solomon, a tal punto che Lurija realizzò che non esisteva un modo per misurare la memoria del giovane reporter, perché sembrava essere illimitata. Era quindi impossibile un’analisi quantitativa, e per i successivi 30 anni si dedicò alla descrizione qualitativa della memoria di Solomon.
Già dai primi test emerse subito l’abilità di Solomon nella tecnica del serial probe (memoria seriale), ma il dato interessante è che questa abilità emergeva solo a condizione che la presentazione della lista di item da ricordare avvenisse ad un ritmo abbastanza lento, che è esattamente l’opposto di quello preferito dai soggetti sperimentali “normali”, che seguono meglio il compito se gli item sono presentati abbastanza velocemente. Questo perché Solomon utilizzava un meccanismo particolare per aiutarsi, a prescindere dal tipo di informazione che gli veniva presentata, convertiva sempre gli item in immagini visive. L’unica cosa importante era che potesse disporre del tempo necessario per convertire gli item in immagini che rendevano i suoi ricordi illimitati e durevoli.
Numerosi studi hanno dimostrato che la codifica visiva può migliorare le memoria in misura sostanziale. La codifica visiva attiva le regioni dell’elaborazione visiva del lobo occipitale e questo suggerisce che effettivamente ci serviamo del sistema visivo per formare ricordi basati su immagini mentali. La memoria di Solomon era prodigiosa, i suoi ricordi risalivano alla prima infanzia, cosa particolarmente strana dal momento che si pensa che i ricordi della prima infanzia non siano richiamabili in quanto la codifica del materiale è resa impossibile dal mancato sviluppo della memoria e/o del linguaggio. Solomon riportava ricordi di sé stesso neonato tra le braccia della mamma.
Nonostante i risultati sorprendenti, Lurjia riporta che Solomon spesso aveva difficoltà a codificare o ad elaborare le informazioni se avveniva una distrazione durante il processo di codifica. Questo lo spinse alla conclusione che Solomon aveva una forma pronunciata di sinestesia. La maggior parte dei sinesteti esperisce la fusione di soli due sensi, Solomon sembrava avere quattro sensi collegati, solo il senso dell’odorato non si intrecciava con gli altri.
Inoltre, allo scopo di ricordare gli item in una particolare sequenza, Solomon utilizzava il metodo dei Loci, una mnemotecnica che risale all’antica Grecia, usata dagli oratori per ricordare lunghi discorsi, che consiste nell’immaginare gli oggetti da ricordare in un posto familiare. Nelle rare occasioni in cui falliva nel ricordare un oggetto, Solomon spiegava di averlo posto in un luogo che aveva difficoltà a vedere mentre ripercorreva la strada. Per lui questi errori erano quindi difetti di percezione e non errori di memoria.
Una volta abbandonata la carriera giornalistica e divenuto mnemonista professionista, Solomon divenne più attento nel posizionare gli oggetti in luoghi appropriati, riducendo in maniera sensibile il numero di errori. Lurjia sostenne categoricamente che la memoria di Solomon fosse una caratteristica innata e che l’uso delle mnemotecniche durante i suoi spettacoli era un semplice meccanismo per aumentare e velocizzare un’abilità naturale per soddisfare un pubblico esigente.
L’incredibile memoria visiva di Solomon gli consentiva anche di controllare i propri processi fisiologici. Attraverso la sua immaginazione era in grado di regolare il battito cardiaco e alterare la percezione del dolore. La vita di Solomon era però un paradosso, la sua più grande abilità era anche il suo più grande handicap: appariva agli altri come lento e smemorato. Inoltre, a causa della sua sinestesia, nella sua vita quotidiana si verificavano strani eventi. Raccontava spesso che per mangiare in un ristorante doveva esserci un particolare sottofondo musicale, altrimenti il suono della musica interferiva con il sapore del cibo.
Diversamente dalla maggior parte delle persone che passano il loro tempo a studiare strategie per ricordare, Solomon lo passava in cerca di strategie per dimenticare. Dopo numerosi tentativi ideò una personale tecnica, ovvero quella di provare deliberatamente a dimenticare e, sebbene ancora oggi nessuno abbia idea di come funzionasse, questa sembrava funzionare.
L'uomo che viveva nel presente: Il caso di H.M.
Henry Molaison (H.M.) il giorno del suo sedicesimo compleanno ebbe la sua prima crisi epilettica di tipo “grand mal”. L’ereditarietà del suo disturbo era ipotizzabile dalla presenza in famiglia di altri casi di epilessia. Una crisi epilettica è causata da un cambiamento temporaneo del modo di lavorare delle cellule cerebrali, la crisi di solito dura pochi secondi o minuti e in seguito le cellule cerebrali tornano a funzionare normalmente. Nonostante l’epilessia si presenti spesso con un tratto di familiarità, può altrettanto spesso non essere associata ad alcuna causa nota in grado di spiegarne la comparsa.
Sfortunatamente la malattia di H.M. non venne affrontata in modo positivo, né dalla sua famiglia, né dai suoi coetanei. A soli 26 anni la sua vita era priva di ogni genere di aspettativa e aveva una crisi a settimana. Il suo medico cercò allora uno specialista in grado di aiutarlo. Nel locale ospedale neurologico due erano gli specialisti che avrebbero potuto seguire il suo caso. Uno dei due, Bill Scoville, era esperto in lobotomie e per sfortuna prese in carico il caso di H.M.
Nell’800 i medici che si interessavano dell’infermità mentale sostenevano che i trattamenti cruenti che mettevano in atto avrebbero restituito la sanità mentale ai pazienti. Negli anni ’30 l’incidenza delle malattie mentali gravi era in aumento, Egas Moniz iniziò ad eseguire interventi di rimozione dei lobi frontali, successivamente ricevette il Premio Nobel per la scoperta della lobotomia frontale, che in seguito fu descritta come la più scandalosa assegnazione nella storia del Premio Nobel.
Bill Scoville, in seguito ai dubbi sorti sull’efficacia effettiva della lobotomia, sottoponeva pazienti volontari ad operazioni pioneristiche, alla ricerca di un nuovo sito del cervello sede della malattia mentale. Nonostante Scoville fosse stato ammonito sui pericoli delle sue operazioni, H.M. venne operato il 25 agosto del 1953, in anestesia locale. Scoville rimosse gran parte dell’ippocampo, dell’amigdala e delle cortecce perinali ed entorinali. Proprio grazie al caso di H.M. è oggi chiaro il ruolo dell’ippocampo nell’apprendimento, a seguito dell’operazione H.M. aveva perso la capacità di codificare nuove memorie.
Il giorno successivo all’intervento si presentò una nuova crisi epilettica che suscitò dei dubbi sulla riuscita dell’intervento, ma le crisi divennero sempre meno frequenti, fino a ridursi ad una crisi maggiore ogni pochi mesi. Scoville non aveva però previsto l’effetto collaterale permanente che ebbe l’operazione sulla vita del paziente; l’intervento rese H.M. incapace, da allora fino alla sua morte, di aggiornare le sue memorie.
Scoville pubblicò diversi articoli che descrivevano l’operazione effettuata avvertendo gli scienziati del pericolo di svolgere questo intervento, ma non manifestò mai alcun senso di colpa. Contattò uno dei più famosi neurologi del tempo, Wilder Penfield, per raccontargli del suo paziente, che nonostante fosse furioso per l’ignobile intervento decise che H.M. rappresentava un’opportunità unica per comprendere il funzionamento del cervello.
Brenda Milner, collaboratrice di Penfield, iniziò a valutare sistematicamente H.M. Grazie al lavoro svolto con lui è oggi considerata uno dei più eminenti ricercatori nell’ambito della memoria. H.M. presentava uno dei più chiari deficit di memoria mai documentati prima, per lui era virtualmente impossibile acquisire ogni nuova memoria, a tal punto che ad ogni incontro non riconosceva la Milner, pur avendo lavorato con lei per 20 anni.
H.M. possedeva ancora una memoria a breve termine normale, il suo digit span era nella norma, ricordava approssimativamente 7 item, ma soffriva della più grave forma di amnesia anterograda mai vista prima. L’amnesia anterograda si riferisce all’impossibilità di ricordare ogni evento successivo al trauma. Inizialmente sembrava essere affetto da amnesia retrograda, ovvero perdita della memoria precedenti al trauma, ma gradualmente iniziò a recuperare le memorie precedenti l’intervento, ma riuscì a recuperare memorie solo fino all’età di 16 anni, soffriva quindi di un amnesia retrograda della durata di 11 anni, ovvero non era in grado di ricordare gli eventi avvenuti nella sua vita fino a 11 anni prima dell’intervento, evidenziando il fatto che i ricordi impiegano un tempo lungo per consolidarsi in memoria.
H.M. a volte sorprendeva i ricercatori riportando alcuni ricordi successivi all’intervento. Sembrava che dopo centinaia di ripetizioni fosse in grado di codificare alcune nuove, ma spesso confuse, memorie. Questo è stato spiegato dai studi successivi effettuati grazie all’avvento delle neuroimmagini che consentirono di rilevare che alcune parti dell’ippocampo erano ancora presenti dopo l’intervento. H.M. rimase un uomo intelligente, divertente ed educato, il suo QI ai test di intelligenza dopo l’intervento variava da 104 a 117, il Qi medio della popolazione è pari a 100.
La ricerca su di lui si spostò al MIT, Suzanne Corkin, allieva della Milner, lo prese in carico e continuò a sottoporlo a prove per tre volte l’anno fino al momento della sua morte, avvenuta nel 2008, quando cessò l’anonimato di H.M. e il suo vero nome venne rivelato: Henry Molaison. Henry dopo l’intervento non aveva idea di quale fosse la sua età anagrafica, credeva di avere circa 33 anni e ipotizzava spesso di essere nato nel 1930, non era in grado di riconoscersi in foto recenti, rimaneva scioccato al guardarsi allo specchio, non ricordava nulla dell’intervento, ma sapeva di avere un problema di memoria.
I test psicologici evidenziarono il deficit nella stima del tempo, oltre i 20 secondi Henry era incapace di stimarlo accuratamente, i ricercatori ritenevano che per lui pochi giorni trascorsi fossero equivalenti a dei minuti, settimane a ore ed anni a settimane. Uno dei doni che Henry fece alla scienza è stato quello di far riconoscere l’esistenza di diverse forme di memoria localizzate in diverse aree cerebrali. La sua perdita di memoria coinvolgeva il processo di memoria, ovvero la formazione, la classificazione e l’immagazzinamento di nuove memorie, processi nei quali svolge un ruolo fondamentale l’ippocampo, che si occupa non solo di archiviare nuove memorie, ma consente anche il collegamento con memorie associate contribuendo alla definizione dei significati.
Henry era in grado di acquisire e mantenere nuove abilità, la sua memoria procedurale non mostrava deficit rilevanti. Attualmente si ritiene che la memoria procedurale comprenda tre tipi di memorie: riflessi condizionati, associazioni emozionali, abilità e abitudini. Si ritiene che l’apprendimento dei riflessi condizionati, necessari all’apprendimento, sia a carico del cervelletto e il cervelletto di Henry non venne colpito dall’intervento. Un altro sintomo che è facile supporre potesse essere un altro sintomo del danno neurologico di Henry era la sua atipica alta resistenza agli shock elettrici, le associazioni emozionali, come sapere quando essere spaventati o arrabbiati sono a carico dell’amigdala, che nel caso di Henry era stata in gran parte rimossa.
Sebbene sembrasse arrabbiato e spaventato non aveva consapevolezza del perché provava queste emozioni. Henry mancava dell’abilità di formare nuove memorie inerenti agli episodi che avvenivano nella sua vita (il suo compleanno), questo tipo di memoria viene definito memoria episodica, inoltre Henry non era in grado di apprendere nuovi fatti (il presidente in carica), questo tipo di memoria viene definita memoria semantica. È evidente che le strutture cerebrali che Henry aveva perso non erano responsabili della memoria procedurale ma lo erano per la ritenzione della memoria semantica e della memoria episodica.
Grazie allo studio di Henry i ricercatori hanno scoperto che la memoria a breve termine non è localizzata nell’ippocampo, che esistono diverse forme di memoria a lungo termine, che l’ippocampo non è implicato nella ritenzione o nella codifica di memorie procedurali, ma che è implicato nella formazione di nuove memorie a lungo termine, episodiche e semantiche, e che la personalità non è largamente colpita dalla perdita dell’ippocampo. Alla morte della madre, la Corkin divenne suo tutore. Henry diceva sempre che voleva aiutare gli altri in difficoltà e diede il consenso per donare il cervello alla scienza. La dissezione del cervello di Henry fu la prima ad essere trasmessa in diretta. Le informazioni ottenute saranno caricate sul web per restare a disposizione dei ricercatori in futuro.
L'uomo che fu deluso da quello che vide: Il caso di S.B.
S.B. nacque nel 1906 e all’età di 10 mesi perse la vista in seguito ad un’infezione sopraggiunta dopo una vaccinazione antivaiolosa. Per gran parte della sua infanzia la sua testa è stata ricoperta di bende, riportava di avere solo tre ricordi visivi relativi ai colori rosso, bianco e nero, condusse a tutti gli effetti la vita di un bambino cieco. Nel 1923 uscì dalla scuola per ciechi con una buona educazione e le abilità necessarie per svolgere il lavoro di calzolaio, tutti gli strumenti erano stati concepiti per lui.
Nonostante il suo handicap, S.B. conduceva una vita piena e tranquilla, si sposò e mise su casa, era appassionato di ciclismo, che praticava appoggiando la mano sulla spalla di un amico che gli faceva da guida, e di giardinaggio, fino al giorno in cui si recò a fare una visita di routine alla vista, quando Mr. Hirtenstein, il chirurgo oftalmico che lo aveva in cura gli aprì la possibilità di riacquistare la vista. Poiché S.B. non era veramente cieco, ovvero non era totalmente insensibile alla luce, poteva essere sottoposto ad un intervento che avrebbe migliorato il funzionamento della cornea.
La cornea imprime una curvatura alla luce e la invia attraverso la pupilla, dovrebbe infatti essere liscia e trasparente, proprio per permettere alla luce di entrare nell’occhio. Il trapianto corneale implica la rimozione di una parte della cornea e la sua sostituzione con una parte simile prelevata dall’occhio di un donatore. Nel 1958 S.B. subì il trapianto prima all’occhio sinistro e un mese più tardi al destro. Un quotidiano nazionale pubblicò la notizia e Richard Gregory, uno degli esperti mondiali di percezione visiva, si interessò al caso e scrisse al chirurgo chiedendo di poter vedere il paziente.
Nonostante la mancata possibilità di poter visitare il paziente prima e dopo l’intervento, come previsto da uno studio ben controllato, Gregory e Wallace prepararono una serie di test per valutare le abilità visive di S.B. Il paziente era in grado di nominare tutti gli oggetti presenti nella stanza e di leggere l’ora dall’orologio appeso alla parete, considerando che questa abilità è seriamente compromessa nelle persone che hanno riacquistato la vista, i ricercatori si chiesero come facesse e la sua risposta fu che era in grado di riconoscere gli oggetti basandosi sull’esperienza tattile che aveva esperito quando era cieco.
La percezione della profondità di S.B. era limitata, mostrava inoltre delle difficoltà nel riconoscimento dei colori, manifestava delle difficoltà anche nella stima delle misure, che riusciva ad essere ragionevolmente accurata solo se aveva esperito l’oggetto precedentemente con il tatto. Gregory e Wallace sottoposero S.B. ad una serie di test percettivi che includevano note illusioni visive per indagare profondità e lunghezza, ma anche test di visione del colore e cambio di prospettiva. Diversamente dalle persone “normali”, S.B. non sembrava confuso dalle illusioni percettive, per lui non sembravano funzionare come illusioni. Inoltre, non vedeva il cubo di Necker come la rappresentazione di un oggetto tridimensionale, né trovava le facce del cubo reversibili, raramente riconosceva i colori e mai quello che rappresentavano.
Era inconsapevole del concetto di sovrapposizione, che ci dà l’informazione della distanza tra due oggetti e mostrava di possedere una conoscenza limitata del concetto di grandezza relativa, un indizio monoculare di profondità che il cervello sfrutta normalmente, anche con un occhio chiuso l’immagine retinica di un oggetto che stiamo osservando diventa più piccola quanto più l’oggetto è lontano, e più grande quanto più l’oggetto è vicino, quindi nel mondo reale, oggetti che sembrano più piccoli possono semplicemente essere più distanti e viceversa.
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