La Roma del Rinascimento
La legislazione dei beni culturali pone le proprie radici nel Rinascimento. Nel 1462, papa Pio II con la Bolla “Cum almam nostram urbem” prevedeva la scomunica, il carcere e la confisca dei beni a coloro i quali demoliscono, distruggono o danneggiano gli antichi edifici pubblici o i loro resti nel territorio di Roma e nel suo soprasuolo, anche se si trovano in proprietà private. Nel 1474, papa Sisto IV emana la bolla “Cum provida” che cerca di impedire che le chiese siano spogliate dei marmi e degli antichi ornamenti.
L'interesse dei pontefici per la conservazione del patrimonio monumentale storico riflette il desiderio di mantenere vive le tradizioni di una Roma imperiale ormai divenuta cristiana. Questo interesse si intensificò notevolmente nella prima metà del XVII secolo, poiché furono introdotti i primi fondamenti della legislazione di tutela. Tuttavia, bisogna ricordare che precedentemente i papi, messi sotto pressione da nobili e mercanti stranieri, si mostrarono accondiscendenti nei confronti del mercato antiquario; all'inizio del XVIII secolo si osserva una vera e propria inversione di tendenza: i papi imposero la propria autorità emanando provvedimenti e leggi a tutela del patrimonio culturale, vennero promossi nuovi scavi, acquistate collezioni, fondati nuovi musei.
Il 21 ottobre del 1726, il cardinale Annibale Albani emanò un editto volto a proteggere il patrimonio artistico enunciando le motivazioni e le finalità perseguite. Esso era protetto perché attirava il turismo, ma anche perché necessario a promuovere l'istruzione artistica: gli artisti contemporanei traevano continua ispirazione dalla contemplazione dei capolavori antichi.
Anche in altri stati italiani furono emanate disposizioni di tutela dei beni culturali. Nel 1738, nel regno di Napoli, Carlo III di Borbone promosse a Ercolano gli scavi archeologici che misero in luce statue di marmo e in bronzo, antiche decorazioni e iscrizioni. Nel 1757 vennero pubblicati otto tomi con la documentazione degli scavi, contribuendo così alla conoscenza del sito e al pieno inserimento di Napoli nel Grand Tour.
Nel 1764 fu pubblicata l'opera di Winckelmann, "Geschichte der Kunst des Altertums"; l'opera, frutto del soggiorno a Roma, ebbe un ruolo fondamentale nel superamento degli studi di antiquaria, creazione del gusto artistico e dell'impostazione scientifica della ricerca archeologica come studio della storia dell'arte.
Napoleone e il saccheggio del patrimonio artistico italiano
Fra il 1796 e il 1815, molte opere d'arte conservate a Roma furono oggetto di vicende che hanno contribuito alla formazione di un fondamento ideologico e culturale della legislazione di tutela dei beni culturali. Nel 1795 si sciolse in Francia la Convenzione e si instaurò il Direttorio, il quale inviò in Italia, nel 1796, il generale d'artiglieria Napoleone Bonaparte. Napoleone sconfisse i piemontesi e proseguì le operazioni belliche in Italia settentrionale contro l'Austria, fino alla pace di Campoformio del 1797. Le campagne d'Italia di Napoleone investirono non solo il territorio italiano, ma anche il patrimonio artistico, poiché la consuetudine dell'epoca ammetteva il saccheggio da parte del vincitore.
In occasione delle campagne d'Italia fu costituita una Commission pour la recherche des objets des Sciences et de l'Art, la quale organizzò e realizzò la razzia di molte opere d'arte nei ducati di Modena e Parma, nello Stato Pontificio e nei territori della repubblica di Venezia. Furono così trasportati a Parigi la statua dell'Apollo del Belvedere, il Lacoonte, la Trasfigurazione, la Madonna di Foligno e i cavalli di bronzo di piazza S. Marco.
Il saccheggio di Napoleone venne poi legittimato anche giuridicamente. Infatti, il trattato di Tolentino (sanciva la pace tra Francia e Stato Pontificio) diede diritto alla Francia di trattenere 100 opere a scelta. Le opere razziate sfilarono al Campo di Marte davanti al Direttorio e al popolo parigino, arricchendo il patrimonio artistico francese enormemente devastato dalle passate azioni dei rivoluzionari.
Le Lettres a Miranda di A. C. Quatremère de Quincy
Il saccheggio di opere d'arte iniziato da Napoleone venne osteggiato nella stessa Francia. Nel 1796, Quatremère de Quincy, uomo politico, architetto, studioso d'arte, pubblicò a Parigi, in forma anonima, un libretto di 74 pagine, il quale comprendeva 7 lettere indirizzate al generale napoleonico Miranda. In queste lettere pose il fondamento ideologico di una parte importante della legislazione italiana, ma anche di varie convenzioni internazionali sulla tutela dei beni culturali.
- Nella prima lettera Q. si rifaceva a concezioni dell'illuminismo per sostenere una comunità culturale europea, con membri legati fra loro dall'amore e dalla ricerca del bello e del vero, interessati alla conservazione dell'intero patrimonio artistico. Questa comunità sarebbe stata danneggiata in conseguenza di spoliazioni di opere dai luoghi originari.
- Nella seconda lettera considerava l'Italia "una specie di museo generale, un deposito di tutti gli oggetti propri allo studio delle arti". Osservando come il governo di Roma, seppur con finanze molto esigue, spendesse per le arti più di tutti gli altri governi messi insieme.
- Nella terza lettera Q. sostiene il principio illuminista secondo cui "Dividere è distruggere". Spezzetterare il patrimonio di Roma significa alterare l'ordine naturale delle cose. (idea di Roma come città sviluppatasi in modo naturale così come le varie opere che in essa trovano spazio)
- Nella sesta lettera riprende l'idea secondo cui le opere d'arte hanno senso ed un effettivo valore solo nei luoghi in cui sono state generate, poiché si legano perfettamente con tutto ciò che le circonda.
- Nella quinta lettera esorta gli studiosi a recarsi a Roma per comprendere i caratteri del vero e del bello.
- Nella settima lettera afferma di conoscere quali sono le motivazioni che spingono le nazioni ad accrescere le proprie collezioni (offrire ai suoi allievi il vantaggio di numerosi confronti), ma bisogna evitare di impoverire il centro generale di tutti i termini di paragone.
L'opera di Quatremère de Quincy non esercitò alcuna influenza sulle vicende del tempo.
Antonio Canova a Parigi nel 1815
Nel 1815, dopo la caduta definitiva di Napoleone, papa Pio VII conferì ad Antonio Canova il compito di recuperare le opere d'arte sottratte da Napoleone. Il compito si presentava difficile, poiché la razzia era stata legittimata anche giuridicamente dal trattato di Tolentino. Canova fece ristampare sia a Roma che a Parigi le Lettres à Miranda, in quanto l'opera esponeva in modo preciso tutti i principi e le motivazioni che intendeva far valere. Le particolari circostanze dell'epoca gli permisero di recuperare parte del patrimonio sottratto, tra cui l'Apollo del Belvedere.
L'UNESCO
La tutela del patrimonio artistico è compito di ogni stato, tuttavia esso si svolge anche sul piano internazionale, grazie ad accordi stipulati fra gli stati nonché all'attività di organizzazioni internazionali come l'UNESCO. L'UNESCO è un'organizzazione dell'ONU volta a promuovere la cultura e l'educazione.
La protezione dei beni culturali nei conflitti armati
Una tra le prime convenzioni promosse dall'UNESCO è stata quella firmata all'Aja il 14 maggio del 1954, intitolata Convenzione per la protezione dei beni culturali durante i conflitti armati. Essa riprende l'idea illuministica di una comunità culturale globale già espressa nel '700 da Quatremère de Quincy.
- Sono considerati beni culturali tutti i beni che rientrano nelle categorie di: beni immobili o mobili che presentano una grande importanza per il patrimonio artistico.
- Gli edifici, la cui funzione è quella di raccogliere ed esporre i beni culturali.
- Centri, comprendenti un numero considerevole di beni culturali definiti nei punti precedenti.
Le parti contraenti si impegnano a tutelare il proprio patrimonio artistico in caso di conflitto armato, ma devono anche cercare di rispettare quello degli altri paesi, limitando al minimo la violenza e qualsiasi attacco nei confronti di centri culturali, a meno che ciò non sia inevitabile.
Viene superato il principio di jus praedae, ovvero della razzia del patrimonio culturale da parte del vincitore del conflitto. Anzi, ogni paese deve impegnarsi a sviluppare nel popolo e nell'esercito una grande sensibilità nei confronti del patrimonio artistico.
Limiti della convenzione dell'Aja
- Non si considerano tutti i furti, saccheggi e distruzioni di opere d'arte avvenuti prima dell'entrata in vigore della convenzione.
- La convenzione obbliga soltanto gli stati che hanno aderito ad essa (134, ad esclusione di USA e GB).
- La convenzione si riferisce solo a conflitti internazionali, non considera scontri interni ad ogni paese.
- Non esistono vere e proprie pene per chi non rispetta gli obblighi imposti dalla convenzione, il giudizio viene lasciato all'opinione pubblica.
- In caso dei conflitti, ogni paese decide in che modo e se rispettare la convenzione.
- Un paese potrebbe servirsi di un determinato bene culturale per evitare di essere attaccato.
La convenzione sul patrimonio culturale mondiale
La convenzione sul patrimonio culturale mondiale venne firmata a Parigi il 14 novembre 1972 con la partecipazione di 170 stati. Riprende principi illuministici per la convenzione il patrimonio culturale si distingue in:
- Monumenti (opere di pittura/scultura monumentale, iscrizioni, grotte, edifici...) di interesse artistico, storico, archeologico e culturale.
- Complessi, comprendono gruppi di costruzioni aventi interesse.
- Siti, opere di congiunzione fra uomo e natura aventi interesse.
La convenzione riguarda i beni immobili. Ogni stato si opera per difendere il proprio patrimonio culturale, per questo motivo gli stati membri si adoperano ad istituire sul proprio territorio uno o più servizi di tutela, amministrazione, conservazione e valorizzazione dei beni, dotati di personale qualificato. Gli stati si impegnano anche ad adottare misure giuridiche, tecniche e amministrative adeguate.
Ogni stato si impegna anche a proteggere il patrimonio degli altri stati membri, senza prendere però proprie iniziative che potrebbero risultare dannose. Questo sistema di cooperazione si fonda sul Comitato del patrimonio mondiale che compila e aggiorna una lista di beni la cui tutela richiede sforzi considerevoli e una lista di beni minacciati da pericoli seri e concreti. Gli stati membri possono presentare al comitato delle domande di assistenza per quanto riguarda i beni inseriti in uno dei due elenchi. Se la domanda viene accolta il comitato agisce in diversi modi:
- Attraverso studi di tipo artistico, scientifico, archeologico, storico.
- Fornendo personale specializzato ed esperto e attrezzature.
- Concede prestiti e in casi eccezionali sovvenzioni non rimborsabili.
La convenzione dell'UNESCO del 14 novembre 1970
Ancor prima l'UNESCO aveva adottato a Parigi un'ulteriore convenzione volta ad impedire l'illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà.
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