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monumenti di antichità presenti a Roma, necessità che gli artisti di ogni nazione si recassero in

studio in Italia; 7) “frazionare l’insegnamento, troncare le collezioni e spezzettare le gallerie di

Roma e dell’Italia, non è propagare, ma disperdere i lumi; non è estendere l’istruzione, ma

decomporla; non è cambiarla di posto, ma esiliarla; non è sviluppare l’albero, ma distaccarne i

rami […]”.

1.4. Antonio Canova a Parigi nel 1815

Incaricato da Papa Pio VII (il quale nel 1802 lo aveva nominato Ispettore delle Belle Arti e Antichità

in Roma e nello Stato Pontificio) e dal segretario di Stato, il cardinale Ercole Consalvi, di

recuperare le opere d’arte sottratte dai francesi. Ad ostacolarlo sono le resistenze politiche (la

restituzione delle opere d’arte non era stata trattata dal congresso di Vienna) e giuridiche (il trattato

di Tolentino). Canova fa così ristampare le Lettere di Quatremère de Quincy, contenenti tutte le

ragioni che egli intende far valere.

Egli riesce a recuperare tuttavia solo una parte del corpo di opere trafugate.

1.5. Il chirografo Chiaramonti e l’editto del cardinal Pacca

Nel 1802 il cardinale Giuseppe Doria Pamphili emana con un suo editto un chirografo di Papa Pio

VII. Il chirografo 1)rinnova il divieto di esportazione; 2) conferma il divieto di distruggere gli antichi

edifici pubblici e i loro resti senza licenza del pontefice (licenza rilasciabile soltanto dal camerlengo

– previa visita dell’Ispettore e del Commissario – per quei ruderi riconosciuti non essere importanti

né per le Arti né per l’Erudizione); 3) stabilisce il divieto di mutilare, danneggiare ed alterare statue,

bassorilievi, lapidi, antichi monumenti ecc. o di fondere metalli antichi e oggetti simili in stato di

frammenti; 4) riconferma il divieto di privare chiese ed edifici di marmi, bassorilievi, iscrizioni e

mosaici antichi (l’autorizzazione è sottratta ai rettori e conferita al solo camerlengo, ovviamente

previa la visita dell’Ispettore e del Commissario).

Viene istituito un vero e proprio apparato amministrativo, dal momento che all’Ispettore e al

Commissario si aggiungono anche gli Assessori.

Il chirografo viene redatto dall’abate Carlo Fea, avvocato, Commissario per le Antichità di Roma e

curatore della seconda traduzione italiana dell’opera di Winckelmann.

Nel 1820 invece, quanto contenuto nel chirografo, viene perfezionato con l’editto del cardinale

Bartolomeo Pacca, editto che andrà a costituire il fondamento della legislazione italiana.

1.6. L’unità d’Italia e le collezioni d’arte romane

Dopo l’unità d’Italia passa molto tempo prima di una legge di tutela del patrimonio artistico. Nel

1871 si stabilisce di mantenere in vigore le leggi e i regolamenti preunitari: in particolare per le

collezioni è da applicare quel principio secondo cui “dividere è distruggere” (A.C.Q. de Quincy). La

problematica di tutela delle collezioni si pone in particolar modo per la città di Roma ove, oltre alle

raccolte papali, se ne sono formate altre su iniziativa di cardinali e nobili famiglie. Nel 1865

vengono abrogati i fedecommessi (istituzione di una pluralità di eredi in successione), i quali

andavano limitando la circolazione dei beni; ma sempre nel 1871 viene stabilito che, al fine di non

disperdere le collezioni, le stesse rimangano inalienabili fra i chiamati alla risoluzione dei

fedecommessi, loro eredi o aventi causa. Questo finché non fosse stata istituita una legge

apposita.

1.7. Tutela della proprietà e protezione del patrimonio artistico

Per lungo tempo manca una legge di tutela del patrimonio artistico italiano di proprietà privata,

questo a causa della difficile mediazione fra interessi pubblici e protezione della proprietà privata.

Nel 1865 il codice civile prevede che la legge possa limitare la facoltà di uso delle cose, ma

l’ideologia delle forze politiche del tempo lotta per a garanzia piena della proprietà. Ricordiamo a

tal proposito il discorso tenuto dal senatore Piepoli durante un dibattito parlamentare nel 1877, e la

relazione dell’onorevole Giacomo Rosadi alla proposta di legge che poi divenne la l. 20 giugno

1909, n.364.

Le parole di quest’ultimo esprimono molto bene le ragioni di fondo di un’importante parte della

disciplina di tutela dei beni culturali: solo all’inizio del XX secolo di sviluppa compiutamente un

interesse pubblico verso le cose d’antichità e arte, cose che – pur rimanendo di proprietà privata –

vanno ad essere assoggettate ad una pubblica tutela (uguale interesse ovviamente anche per i bei

di proprietà pubblica).

Le ragioni principali della tutela dei beni sono: accrescere il decoro e la celebrità del paese,

favorire l’occupazione nel settore artistico, sostenere l’istruzione artistica, attirare il turismo, ecc.

1.8. L’evoluzione della legislazione di tutela

L. 12 giugno 1902, n. 185 – Disposizioni circa la tutela e la conservazione dei monumenti ed

oggetti aventi pregio d’arte o di antichità o Legge Nasi;

L. 20 giugno 1909, n.364 – Sulle antichità e belle arti o Legge Rosadi (a questa legge fa seguito il

regolamento per la sua esecuzione, emanato con il r.d. 30 gennaio 1913, n.363;

L. 1 giugno 1939, n.1089 – Tutela delle cose d’interesse artistico e storico;

D.lgs. 29 ottobre 1999, n.490 – Testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali

e ambientali  disposizioni di legge necessarie al coordinamento formale e sostanziale dei beni

culturali ed al riordino e semplificazione dei procedimenti. Il testo unico comprende anche la

disciplina di protezione del paesaggio (bellezze naturali e beni ambientali): la tutela dei beni

culturali e quella del paesaggio ricadono infatti nella competenza dello stesso ramo di

amministrazione statale, il Ministero per i beni e le attività culturali.

D.lgs. 22 gennaio 2004, n.42 – Codice dei beni culturali e del paesaggio (entrato in vigore il 1°

magio 2004).

Per quanto riguarda la normativa regolamentare viene mantenuto in vigore il regolamento

esecutivo emanato con il r.d. 30 gennaio 1913, n.363.

CAPITOLO II

LA TUTELA INTERNAZIONALE E COMUNITARIA

2.1. L’Unesco

Organizzazione delle nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura – istituita nel 1946, con

sede a Parigi. Essa si propone di favorire gli scambi culturali internazionali, l’educazione della

popolazione, la diffusione della cultura e del sapere, al fine di favorire in tutto il mondo il

mantenimento della pace e il rispetto della giustizia, della legge, dei diritti dell’uomo e delle libertà

fondamentali.

2.2. La protezione dei beni culturali nei conflitti armati

1954, Convenzione per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, firmata all’Aja (il

termine beni culturali entra per la prima volta nel lessico giuridico italiano: esso appare sia nel

ramo di amministrazione statale del settore, sia nel titolo della fonte normativa di base). Nella

convenzione dell’Aja ritroviamo l’influsso dei principi promossi da Quatremère de Quincy, in

particolare quello di una “Repubblica delle arti e delle scienze”. Art.1  definizione dei beni

culturali: a) beni – mobili e immobili – che presentano una grande importanza per il patrimonio

culturale dei popoli; b) edifici destinati alla conservazione/esposizione dei suddetti beni; c) centri

monumentali. Art.2  la protezione dei beni comporta la loro salvaguardia e il loro rispetto. Art.3 

le Parti Contraenti si impegnano a predisporre la salvaguardia dei beni contro gli effetti di uno

scontro armato. Art.4  incentrato sul rispetto dei beni culturali: superamento del jus predae (vietati

saccheggi, furti, atti di vandalismo e rappresaglia). Art.7  le Parti si impegnano a inculcare nel

personale militare il senso del rispetto nei confronti delle culture e del loro patrimonio artistico.

2.3. I limiti della convenzione dell’Aja

La convenzione non dispone circa furti, saccheggi e distruzione di beni culturali durante conflitti

armati svoltisi prima della sua entrata in vigore; obbliga soltanto gli stati che ad essa abbiano

aderito (134 paesi); l’adesione non costituisce di per sé garanzia del suo effettivo rispetto (manca

un’autorità superiore che con poteri preventivi di controllo o con sanzioni successive obblighi al

rispetto della convenzione).

Bisogna anche considerare che solitamente, durante i conflitti bellici, la vigilanza consueta si

attenua e i beni culturali possono subire gravi danni anche per azioni civili.

2.4. L’obelisco di Axum e la sua restituzione

Trafugato nel 1937 durante la guerra d’Africa e collocato a Roma in piazza di Porta Capena,

presso l’edificio sede del Ministero delle colonie e ora sede della Fao. L’Italia si impegna – a partire

dal trattato del 1947 – a restituire l’obelisco: il termine dei 18 mesi al tempo non viene rispettato,

ma l’impegno viene riconfermato con l’accordo Italia – Etiopia nel 1956: l’Italia si assume la

responsabilità del trasporto dell’obelisco a Napoli e del suo imbarco su una nave scelta dal

Governo etiopico (entro il termine di 6 mesi dall’entrata in vigore dell’accordo). Un impegno che

tuttavia resta inadempiuto per diversi decenni e viene infine mantenuto nel 2005.

2.5. La convenzione sul patrimonio culturale mondiale

Firmata a Parigi nel 1972, questa convenzione si ispira al principio secondo cui il patrimonio

culturale appartiene a tutti i popoli del mondo, dunque per tutelarlo è necessaria la collaborazione

fra tutti i paesi. Ad essa aderiscono ben 170 Stati. Preambolo  la degradazione/sparizione di un

bene culturale costituisce un impoverimento del patrimonio di tutti i popoli del mondo. Art.1 

definizione del patrimonio culturale, suddiviso fra monumenti – complessi – siti = la convenzione

tratta solamente beni immobili. Art.4  ogni stato membro della convenzione riconosce che

l’obbligo di tutela – conservazione – valorizzazione incombe in primo luogo su di lui. Art.5  agli

Stati vengono indicate alcune misure essenziali per la tutela del patrimonio culturale: servizi di

tutela, conservazione, valorizzazione, misure giuridiche, scientifiche, amministrative, finanziarie,

tecniche… Viene inoltre affermato il principio della cooperazione internazionale, la quale si muove

in due direzioni: 1) ogni Stato si impegna a non adottare misure che possano danneggiare il

patrimonio culturale situato nel territorio di altri Stati membri della convenzione; 2) per tutela

internazionale del patrimonio culturale mondiale si intende la costituzione di un sistema di

cooperazione e assistenza volti a favorire gli Stati nei loro sforzi per preservare e identificare il

patrimonio. Questo sistema di cooperazione si fonda su un comitato intergovernativo: il Comitato

del patrimonio culturale. Esso, sulla base di elenchi presentati dai singoli Stati, compila, aggiorna e

pubblica un elenco di beni ritenuti di valore universale eccezionale (e, qualora le circostanze lo

impongano, l’”elenco del patrimonio mondiale in pericolo”). Gli Stati possono presentare al

Comitato domande di assistenza, il cui oggetto può essere: protezione, conservazione,

valorizzazione, restauro … L’assistenza può a sua volta avere varie forme: studi, nomina di esperti,

formazione di specialisti, fornitura di attrezzature,concessione di prestiti, concessione di

sovvenzioni non rimborsabili … La convenzione tuttavia stabilisce che il finanziamento dei lavori

debba provenire soprattutto dallo Stato che beneficia dell’assistenza internazionale – a meno che

le proprie risorse non lo permettano – e coinvolgere solo parzialmente la comunità internazionale.


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viola_fr

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher viola_fr di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Legislazione dei beni culturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Roccella Alberto.

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