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Sunto Antropologia culturale, professoressa Faranda

Libro Medusa allo specchio, Faranda-Callieri

Capitolo I – Appunti per una fenomenologia della maschera

In questo saggio gli autori, sin dall’inizio, nel trattare la “fenomenologia della maschera” mostrano come il loro interesse verte sulla dimensione filosofica proposta da Husserl, ovvero quella di interessarsi ai fenomeni (vale a dire ciò che si mostra, fenomeni vari, sentimenti ecc), e soprattutto al senso di questi fenomeni, la loro essenza. In questo studio il fenomeno analizzato è quello delle maschere che a una prima definizione apparirebbero come qualcosa che nasconde il volto. In realtà lo rivela, perché nel momento in cui indosso una maschera mi mostra all’altro in questo modo, nel nascondermi mi svelo. Rivelo la verità più vera del reale, coprendo il volto rivelo la mia anima.

“Lo specchio non lusinga: mostra fedelmente ciò che in esso si riflette, e cioè il volto che non esponiamo mai al mondo, perché lo veliamo per mezzo della “persona”, la maschera dell’attore.” La maschera nasconde il volto per svelarne la sua incomprensibile essenza. Con la maschera noi rompiamo con la continuità, la coerenza che scandisce la vita umana, la quotidianità. Il primo problema che riguarda la maschera in questo trattato è quello del tempo: la dimensione più ambigua della maschera occidentale.

Nelle altre culture, come quella africana o degli indiani d’America, domina il tempo sacro, ovvero il tempo degli spiriti, domina una figura dai tratti sempre uguali a se stessi. Una dimensione liturgica e simbolica che però vale anche per le maschere occidentali. La maschera ci consente di passare dalla visione delle essenze al mondo delle essenze.

La smorfia e la caricatura, attraverso il trucco, hanno velato la visione dell’essenza perché il trucco non esalta bensì camuffa. Il trucco inganna lo sguardo degli altri. La maschera è come un testo dove si ricongiungono autore e lettore, la maschera costruisce e decostruisce, è uno spazio polisemico, ovvero un significato variabile secondo diverse dottrine come quella biografica, psicoanalitica, socio-storico ecc. Può avere diversi stili ma ha un unico senso: essere il veicolo di messaggi che evocano le cose invisibili del mondo. La maschera è un invito a decifrare il suo intrinseco messaggio, e dobbiamo approcciarci alla sua decodificazione senza timore del simulacro ma consci della sua ambiguità.

Capitolo II – Ripensando “la via delle maschere”

In questo capitolo si approfondisce la ricerca che Levi-Strauss ha condotto sull’uso delle maschere rituali di diverse culture indigene. La prima maschera di cui si parla è quella di Dzonokwa: una sorta di “signora del grido” dotata di enormi mammelle che abita nei boschi, che rapisce i bambini per divorarli o per renderli ciechi. Un volto scuro, ricoperto di peli neri che formano i capelli, le folte sopracciglia e molto spesso la barba. Gli occhi sono dei fori ad orbite profonde, guance incavate e bocca con la smorfia di una persona che si accinge ad emettere una sorta di ululato, caratteristico del suo grido. La lingua è nascosta. Cieca e debole di vista la “signora del grido” rapisce i bambini e li rende ciechi incollando le loro palpebre con della resina. Il suo rito si celebra in inverno.

Qui ha la significazione antropologica primaria della maschera, ovvero quella di dare forma all’“altro” ma anche il suo venire da un “altrove”. Sempre nel libro di Strauss si narra del mito d’origine delle maschere le quali caddero dal cielo come eroi culturali. Nelle varianti continentali, invece, tali maschere emergono da profondità lacustri. Dalla volta celeste, dall’infero o dalle profondità del mare, la maschera arriva sulla terra trasformando il caos in ordine culturale.

Nel nord America possiamo riconoscere un legame tra la maschera di Dzonokwa e i “buffoni sacri” attraverso convergenze mitiche che connettono entrambi con gli spiriti bambini. Nel caso dei “buffoni sacri” tale legame si concretizza nel rapporto con il culto degli spiriti Kachina, spiriti rappresentati da uomini in maschera nei quali si riconoscevano bambini morti in tenera età per espiare un peccato o solo per annegamento accidentale, durante la traversata di un fiume all’epoca delle emigrazioni.

Il contrappasso si risolve nel tentativo da parte di questi spiriti di tornare ogni anno nei villaggi per rapire questi bambini, fino a quando gli stessi abitanti del villaggio non avessero promesso di dar vita a un culto in loro onore. Eredi e garanti di tali maschere saranno appunto i buffoni sacri. Ciò che si mantiene nascosto è la potenza di tali personaggi che indossando questa maschera si trasformano in signori del caos e della follia.

Levi-Strauss ci descrive la cerimonia diffusa nel corso del quale un uomo può danzare con il Dio che impersona la follia. Per i primi due giorni, questi danzatori sfidano un essere invisibile che si chiama Oxinehede, “il folle”. Alcune volte era mascherato e aveva il corpo dipinto interamente di nero, con dei cerchietti bianchi che rappresentavano le stelle. Completavano la sua acconciatura un bastone e due piccole zucche, che rappresentavano il sesso. I bambini lo temevano e sognare il “folle” era presagio di morte.

Una volta sconfitto “il folle” si trasforma in un pagliaccio non lussurioso, recitando una scena grottesca con due danzatori uomini travestiti da donna, una saggia e l’altra folle. Dapprima fa la corte a quella saggia che lo respinge, poi si rivolge alla seconda che accoglie le sue offerte con entusiasmo. La comparsa di Oxinehede garantisce l’equilibrio della comunità, che essa stessa ciclicamente può evocare, ed identificandola nel Folle, temuto e allo stesso tempo ricercato. La riconciliazione finale con la “donna folle” afferma la reciprocità e la necessità della relazione tra saggio e folle.

Nella dialettica dello sdoppiamento nasce il rito del ndop tra gli Wolof del Senegal, all’interno del quale non è necessario dotarsi di una maschera in senso proprio. La funzione salvifica della maschera si traduce in una serie di attenzioni rituali prestate al corpo martoriato da uno spirito ancestrale, che da svilito dovrà tornare a corpo vissuto grazie a questo rito. Poiché tale processo volga al successo non occorre indossare la maschera, ma occorre che le cure, le carezze e i massaggi restituiscano al corpo in questione l’aiuto psichico necessario per superare il disagio. Solo dopo si procede al mascheramento che consente di trasferire lo spirito del corpo della malata, a quello di un animale sacrificale, della quale sarà ricoperto il corpo in questione. Intanto il terapeuta intona un canto in suo onore, così la donna inizia a muovere ritmicamente il proprio corpo contro quello dell’animale, e infine si alza e si unisce alle danzatrici.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fabrizio.sani.1 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Faranda Laura.
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