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Antropologia culturale

Introduzione all'antropologia

Antropologia = studio del genere umano. Antropologia culturale = studio dell’uomo dal punto di vista culturale. Cultura = complesso di idee e comportamenti tramandati, acquisiti ed espressi dagli uomini in tempi e luoghi diversi per interagire col mondo; per Tylor “l’insieme di conoscenze, credenze, arte e capacità acquisite nella società in cui si vive”.

Cos'è l'antropologia

Il primo antropologo fu Erodoto (sec VI a.C.) che descrisse le diversità tra Greci e Barbari; poi nel ‘400 ci furono dibattiti relativi alle popolazioni dei Nuovi Mondi (Indie e Americhe), discussioni che portarono a considerare come inferiori quelle culture profondamente diverse per moralità, religione e organizzazione sociale (visti come mostruosi, figli del demonio, arretrate). Le descrizioni di queste civiltà venivano fatte dai missionari Cristiani (Compagnia di Gesù) che resocontavano i loro usi e costumi e li intendevano come esseri “altri” dall’uomo; da fine ‘700 gli scienziati e i filosofi Illuministi elaborarono teorie “unitarie” del genere umano concepito come un’unica specie.

Ma il primo progetto scientifico di analisi delle differenze tra le varie culture fu in seguito alla Rivoluzione Francese, quando degli intellettuali di Parigi si riunirono in un circolo chiamato “Société des observateurs de l’homme” nel 1799, che si poneva appunto come oggetto di ricerca l’osservazione dell’uomo in ogni suo aspetto sociale, i costumi, gli atteggiamenti sociali, le conoscenze scientifiche, ecc… tutto ciò ispirandosi ai razionalisti illuministi e giungendo alla conclusione che queste osservazioni dovevano essere eseguite direttamente, viaggiando e entrando in contatto diretto con questi popoli; infatti proprio nelle colonie si crearono ambienti adatti a queste ricerche, senza partecipare allo sfruttamento attivo delle popolazioni indigene ma cercando invece di stabilire con essi delle relazioni.

Ricerca antropologica

Un famoso esempio di ricerca antropologica fu quella di Itarde Pinel sul “ragazzo selvaggio di Aveyron” (1800): essi cercarono di insegnare ad un bambino abbandonato (succedeva spesso in quel periodo) la lingua e la cultura francese, ma dopo lunghe sperimentazioni si accorsero che era impossibile inculcargli la cultura occidentale in quanto era un bambino ormai sviluppatosi in un ambiente che non era quello degli sperimentatori (i primi tre anni servono per apprendere i primi modelli culturali e lui fu trovato a 11 nella foresta). Dunque per eseguire e capire certe ricerche bisogna comprendere l’ambiente sociale e il periodo storico in cui esse si svolgono.

Colonialismo e antropologia

In Africa il colonialismo fu totale e le diverse culture presenti furono tutte costrette al processo di “civilizzazione” occidentale che aveva la pretesa di “educare” le popolazioni locali come fossero inferiori. In queste colonie e in questo clima si eseguirono le prime ricerche antropologiche vere e proprie, anche se da prima del XX secolo i viaggi erano rari e si preferiva fare comparazioni tra i resoconti dei missionari e degli esploratori che si recavano nei paesi colonizzati; nei primi anni del ‘900 però si cominciò a “fare antropologia”, cioè a raccogliere informazioni in prima persona interagendo direttamente con gli esseri umani di cultura diversa per coniugare le conoscenze teoriche con la propria esperienza.

Evoluzionismo e antropologia

I primi antropologi furono degli “evoluzionisti”, legati cioè alla teoria di Darwin che vedeva le specie come evolversi adattandosi all’ambiente, perciò la civiltà occidentale era quella considerata “più evoluta” (da qui scaturirono molte opinioni comuni di differenziazione razziale in cui si consideravano “barbari” tutti quei popoli diversi dagli europei per conformazione fisica e organizzazione sociale). Ma non tutti aderirono a queste ipotesi. Tylor fu il primo ad ottenere una cattedra di antropologia ricerca (1871) e descrisse l’antropologia come “lo studio dell’insieme di elementi caratterizzanti la cultura di persone e popoli”, quindi delle abitudini e capacità acquisite dall’uomo in quanto membro della società in cui vive. Dunque non bisogna vedere come inferiori le altre culture, ma semplicemente come diverse, in quanto hanno avuto altre storie, altre risorse e altri mezzi per svilupparsi.

L'importanza della cultura

Ora sappiamo che la cultura è molto più importante per sopravvivere della natura, il nostro cervello si sviluppa per anni prima di assicurarci indipendenza nell’ambiente a differenza di altri animali, perciò importante è come ci relazioniamo socialmente per poter apprendere i metodi di sopravvivenza, in quanto comunichiamo con codici linguistici appresi non con segnali geneticamente prestabiliti; la cultura, in quanto complesso di codici comportamentali e ideazionali riconoscibili nel gruppo in cui si è stati educati, non fissa in modo predefinito il nostro essere, ma possiamo comunque elaborare nostre preferenze e le facoltà psichiche continuano ad evolversi durante tutta la vita.

Modelli culturali

Con l’educazione apprendiamo dei modelli di comportamento che possono essere modelli “per” (guida per il comportamento e il pensiero in contesti diversi) e modelli “di” (idee di come sono o dovrebbero essere le cose considerando le nostre credenze). La cultura è “operativa” nel senso che ci permette di agire in relazione ai propri obiettivi adattandosi sia all’ambiente naturale che sociale; essenziale dunque è l’abitudine, nozione che ci mette di fronte alla consapevolezza di non essere pienamente liberi di agire, in quanto tutto ciò che si fa è legato alle abitudini, disposizioni fisiche e intellettuali risultato dell’interiorizzazione di modelli di comportamento e di pensiero elaborati dalla cultura in cui viviamo, presenti anche quando trasgrediamo a questi modelli.

Mauss nel ‘36 elaborò il concetto di tecniche del corpo cioè quei metodi che ci fanno eseguire varie azioni: le più complesse e “tecniche” (saltare con l’asta, fare a maglia) e le più automatiche e “semplici” (dormire, correre).

Dinamismo culturale

La cultura è un complesso di modelli tramandati, acquisiti ma anche selezionati, infatti la “selezione” degli elementi che si accordano coi modelli in vigore è importante per l’evoluzione dei modelli culturali che risentono dunque anche dell’interazione con altri modelli esterni. Dunque bisogna capire che la cultura è “dinamica” in quanto non costituisce un modello fisso per tutti i membri di quella società, si rischia così di basare il proprio giudizio sugli altri su stereotipi, dunque bisogna capire che ogni cultura ha una storia e subisce continue trasformazioni.

Comunicazione culturale

La comunicazione è dunque essenziale per la trasmissione di informazioni che andranno poi a costituire l’insieme di conoscenze e idee tipiche di una cultura: noi comunichiamo col linguaggio, insieme di segni, parole e simboli socialmente condivisi e riconoscibili, caratterizzati da “creatività” cioè dalla presenza di due elementi:

  • L’universalità semantica = tutte le lingue producono informazioni relative a eventi, qualità, luoghi e tempi vicini-lontani, passati-futuri, reali-immaginari.
  • La produttività infinita = ciò che si dice può essere seguito da un’infinita varietà di altre affermazioni che noi possiamo dedurre ma che non sono legate necessariamente.

Cultura e linguaggio

La creatività culturale porta ad un’evoluzione continua del linguaggio che produce nuove espressioni che però devono essere approvate dal sistema di modelli comuni di quella cultura corrispondente. La cultura inoltre è “olistica” cioè composta da più modelli che comprendono la sfera politica, religiosa, sociale, linguistica, ecc… dove quindi ci possono essere influenze tra le varie parti che possono essere più o meno importanti per lo sviluppo della mentalità e identità di un individuo.

Le culture non hanno confini netti e distinti, infatti possono mescolarsi, interagire e influenzarsi a vicenda, perciò come si fanno a studiare? Non bisogna considerarle come da cogliere nella loro “interezza” poiché non c’è un confine netto, serve dunque un approccio che analizzi essenzialmente un determinato aspetto della cultura di quel popolo studiato, mettendolo poi in relazione a tutti gli altri, per far questo serve una “pratica della ricerca”, cioè una vera e propria ricerca sul campo (o etnografia): l’esperienza diretta con le popolazioni studiate permette di capire ciò che accade in società, confrontare quello che succede con quello che dicono su certi argomenti, si fanno interviste, si condivide lo stesso stile di vita, si apprendono capacità e conoscenze della cultura analizzata, insomma si esegue una “osservazione partecipante” che permetta di vedere il mondo dal loro punto di vista con l’interazione, rimanendo comunque distaccato in (partecipazione) quanto esterno (osservazione).

L'approccio antropologico

Proprio l’olismo ha portato a studiare di più le comunità di piccole dimensioni dove è più semplice individuare le relazioni tra differenti aspetti della vita sociale e culturale, tutto ciò però tenendo conto del contesto di provenienza dei dati studiati, così da comprendere meglio come ogni sfera interveniva nella vita dell’individuo di quella comunità. Importante per la ricerca antropologica è avere uno sguardo universalista, cioè evitare che tutte le info relative alle diverse culture siano viste attraverso il filtro della propria, cioè evitare l’ “etnocentrismo”, la tendenza istintiva e irrazionale che porta a vedere i propri comportamenti come migliori di altri.

Dunque il ricercatore deve stare attento ad osservare esternamente le culture estranee alla sua senza vederle come strane o sbagliate. E. Said per esempio coniò il termine di “Orientalismo” per descrivere l’atteggiamento eurocentrico che avevano gli occidentali nel considerare le culture orientali come “altre”, una visione stereotipata delle altre culture.

Antropologia comparativa

La ricerca etnografica è lo studio sul campo di un popolo definito, l’etnologia invece è uno studio comparativo tra il popolo analizzato e altre civiltà, perciò l’antropologia ha anche un compito comparativo: da un parte rapporta culture e società storicamente interrelate e vicine così da comprendere alcuni elementi particolari con precisione, da un’altra considera società diverse tra loro (sia nel tempo che nello spazio) per poter accostare fenomeni simili tra culture differenti creando generalizzazioni che offrano ampie visioni di certi aspetti culturali; dunque l’antropologia serve a farci cogliere la differenza tra elementi apparentemente unitari e simili (analisi particolare) e l’unità tra eventi e idee di culture diverse (analisi generale).

Dunque, l’antropologia ci permette di studiare la complessità delle culture dei vari popoli con comparazioni, comprendendole nell’insieme oltre che nel particolare, ma per fare ciò serve un distacco da parte del ricercatore, un’osservazione oggettiva che può essere raggiunta con il “relativismo culturale”: l’atteggiamento che consiste nel ritenere che i comportamenti e i valori di una cultura siano da considerare all’interno del contesto in cui si trovano e non da vedere con l’occhio soggettivo dell’osservatore, quindi ogni elemento va visto in una prospettiva olistica in connessione con gli altri. Il relativismo perciò è quel meccanismo che consente di vedere gli altri usi sociali-politici-morali, anche quelli che consideriamo inaccettabili o dannosi, non come frutto di un popolo “barbaro” e arretrato, ma come manifestazioni di una cultura diversa inserita in un certo contesto nel quale va compresa, con una visione il più possibile oggettiva; quindi riti come la circoncisione o usanze come la poligamia che per noi occid sono illegali o criminali, per altre popolazioni sono eventi normali o essenziali, perciò col relativismo si può comprendere il diverso collocando ogni cosa nel posto giusto, ma tutto ciò non è un mezzo per “giustificare” qualsiasi cosa succeda (infibulazione), ma “un modo per trovare modi difendibili per la diversità”, considerare insomma ogni costume degno di rispetto.

L'applicazione dell'antropologia

L’applicazione dell’antropologia è variata col tempo: nell’800 fu usata per studiare meglio i colonizzati e quindi meglio controllarli, nel ‘900 si discusse sul quanto gli antropologi furono colpevoli di favorire le colonizzazioni, nella seconda metà del ‘900 si cominciarono ad usare antropologi per dare risalto ai propri progetti e interessi in quanto davano una parvenza di scientificità, sia dal punto di vista educativo che sanitario ed economico, ciò però spesso a vantaggio dei più potenti in quanto alcuni studi che salvaguardavano gli interessi dei popoli più svantaggiati non venivano considerati. Numerosi gli esempi di “antropologia razzista” che diffondeva nell’opinione pubblica dati mal interpretati per dar ragione a chi considerava la razza bianca come superiore, nonostante molti antropologi ingaggiassero grandi battaglie antirazziste (America per la schiavitù, Italia fascista e Germania nazista).

Riflessione e unicità umana

Infine si può dire che l’antropologia sia una disciplina riflessiva: infatti l’incontro con culture diverse permette allo studioso di esplorare la propria soggettività e la propria cultura riflettendo su sé stessi, ciò non è però un evento che punta ad un’esperienza personale del ricercatore, ma ad una “produttività sul piano della conoscenza”, è osservando le caratteristiche degli altri che possiamo comprendere meglio le nostre in quanto decentriamo il nostro sguardo da noi e osserviamo noi stessi con lo sguardo degli altri. La situazione etnologica che si crea tra osservatore e osservato porta ad un intreccio di esperienze e quindi un’influenza reciproca, i giudizi dell’altro entrano come parte di sé.

Unicità e varietà umana

C’è grande varietà nel genere umano, sia dal punto di vista fisico che linguistico e culturale; ma c’è anche forte unità sul piano della specie e quindi delle caratteristiche biologiche. Però fino a 30 anni fa era ancora diffusa e socialmente riconosciuta la distinzione tra razze umane considerate diverse sul piano delle capacità e quindi dei diritti, per questo ancora oggi si fatica a eliminare il razzismo dalla mente delle persone. La “razza” però è un concetto frutto di una costruzione culturale, basata sulle apparenze e su differenze fisiche che sono causate dai diversi ambienti di sviluppo e non da una diversa evoluzione della specie (ormai la scienza ha confermato tutto ciò con analisi del DNA).

Linguaggio e differenze genetiche

Il linguaggio invece è ancora oggi oggetto di disputa: c’è chi pensa che sia frutto dell’evoluzione di una lingua originaria che poi si è evoluta e differenziata con la migrazione dei popoli primitivi e la stanzialità successiva, c’è chi invece pensa che questa visione unitarista non sia giusta in quanto bisognerebbe trovare delle protolingue da cui sono derivate le diverse lingue che conosciamo oggi per poter poi fare dei rapporti; la presenza di una lingua in una certa zona può essere frutto di un’occupazione di una regione disabitata, la divergenza (allontanamento di gruppi con stessa lingua), la convergenza (assimilazione di termini di altre lingue) e la sostituzione di una lingua (per esempio nelle colonie dove dai dialetti tribali si è passati all’inglese o allo spagnolo).

Anche le differenze genetiche possono essere spiegate in questo modo: i popoli “unitari” (quelli più primitivi sviluppatisi in una determinata area) da nomadi diventano sedentari, cominciano a coltivare e si riproducono in comunità ristrette, così le modifiche del DNA (casuali e adattative) avvengono in quel determinato gruppo che dunque presenterà caratteri diversi da quelli di altri gruppi diventando caratteri “tipici” di quella popolazione e di quell’area, segnando la differenza genetica (anche se minima) tra uomini.

Aree culturali e organizzazione sociale

Così si sono sviluppate di conseguenza delle aree culturali, cioè aree geografiche che comprendono elementi sociali, linguistici e culturali simili, zone costruite dagli antropologi per mettere ordine al complesso di popolazioni e culture presenti nel mondo, quindi di solito ogni area culturale viene vista in modo stereotipico come composta da popolazioni più rappresentative, ma bisogna tenere in considerazione la grande varietà che c’è al loro interno.

Gli uomini presentano diversi tipi di organizzazione sociale, la più diffusa in antichità, tra gli uomini primitivi (presente ora in una bassissima percentuale di popolazioni nomadi) sono le “società acquisitive”, cioè quelle che acquisiscono risorse spontanee dalla natura, quindi i popoli cacciatori-raccoglitori, che ora sono composti da pochi elementi che si spostano continuamente e vivono in modo autosufficiente di raccolta di vegetali e caccia per sostentamento autonomo, mentre in epoca primitiva erano un po’ più stanziali e numerosi in quanto erano società più diffuse con più risorse a disposizione rispetto ad ora (la spontaneità delle risorse avvantaggia chi si sposta). Per essi il lavoro è un’attività di sostentamento immediato e la divisione del lavoro è minima: le donne sono libere e si occupano del raccoglimento con attività di tre volte a settimana, mentre gli uomini sono più impegnati nella caccia.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eddyilgranata di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia Culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Beneduce Roberto.
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