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l’antropologia può essere allora intesa come la descrizione empirica nei contesti nei quali maturano

forme particolari e irriducibili di razionalità ( relativismo epistemologico: non pretendere di

possedere a priori criteri universali di razionalità, prima di accostarci allo studio delle diversità delle

culture) per cui altre culture non possono essere definite irrazionali. Un tipo di relativismo che è stato

sostenuto in modo esplicito e consapevole è quello etico, riguardante la formulazione di giudizi morali e

sistemi di valori. E’ stata la scuola americana di antropologia culturale a fare del relativismo uno

strumento di lotta al razzismo.

La convivenza interculturale è garantita oggi anche dal diritto internazionale.

4. Ricerca sul campo e l’evoluzione dei metodi etnografici.

Gli antropologi ottocenteschi non erano insensibili all’importanza di una ricerca in grado di produrre

fonti di prima mano. Ma in generale ritenevano quello del ricercatore sul campo e quello del teorico

comparatista due ruoli e ambiti completamente diversi, che erano e dovevano restare separati (Frazer).

Con il XX secolo tuttavia si sviluppa progressivamente una diversa sensibilità, che problematizza proprio

il momento della raccolta dei fatti e della produzione delle fonti: osservazione e interpretazione

scientifica diventano inseparabili. Bisognerà però aspettare Malinowski per arrivare all’osservazione

partecipante: questa ha il suo massimo successo tra gli anni 20 e 70 del novecento. La somma di tante

indagini partecipanti e monografiche finisce per costruire una sorta di banca dati universale. La svolta

avvenne successivamente col processo di decolonizzazione (anni 60-80), quando cambia anche il modo

di scrivere etnografie: matura in questo quadro l’antropologia interpretativa.

l’avvento della globalizzazione porta al superamento del concetto di “primitivo” e costringe gli

antropologi a “tornare a casa”, cioè a studiare indifferentemente la propria società e quella degli altri.

Per la ricerca oggi la sfida è mostrare le articolazioni fra il locale e il globale.

5. Paradigmi teorici.

- Darwinismo = prospera nel clima scientifico della teoria dell’evoluzione. L’evoluzionismo

antropologico ha l’obiettivo di risalire indietro nel tempo, alla scoperta dell’origine delle forme

viventi: l’evoluzione si dispiega in modo graduale, continuativo e costante, seguendo alcune grandi

leggi, ma non alla stessa velocità.

- Diffusionismo = cerca di stabilire in modo meno ipotetico, ripercorrendo attraverso prove

documentarie, i processi di circolazione di particolari tratti. Manca però di una teoria sociale. La

dimensione collettiva o sociale della cultura sta al centro della scuola francese fondata da Durkheim

(la società è qualcosa di più della somma degli individui che la compongono), che parlerà di

coscienza e rappresentazione collettiva.

- Funzionalismo = studia le diverse parti di una cultura cercando di farle incastrare come in un puzzle

( teoria scientifica della cultura). Funzione di ogni pratica culturale è il “ruolo che essa svolge nella

vita sociale intesa come totalità e il contributo che da al mantenimento della continuità strutturale.

- Strutturalismo = Strauss propone di trattare la cultura come un linguaggio. Punto di partenza sono

le strutture elementari. E’ fondamentale per lui analizzare le costruzioni simboliche di cui una

cultura è fatta.

- Approccio interpretativo = si è affermato nell’ultimo decennio del novecento grazie a Geertz. La

questione del significato è cruciale. Per Geertz i problemi interpretativi sono già presenti nella

descrizione, cioè nella costituzione dei dati.

6. Spiegare, comprendere, interpretare.

Nella loro fase positivista, le scienze sociali cercano di assomigliare a quella naturali o “esatte”,

individuando dati o fatti che si presumono oggettivi. Tuttavia non basta limitarsi a osservare e

descrivere dall’esterno : generalmente l’antropologo, per quanto si estranei, ha sempre una base di

pre-comprensione. Harold Garfinkel propone l’etnometodologia.

Ciò che si prefigge l’antropologia interpretativa è di ricercare un sapere comprensivo e non esplicativo.

Alla fine degli anni ’60 de Martino contrappone all’etnocentrismo e al relativismo una terza posizione

che sarà chiamata etnocentrismo critico.

Verso la fine degli anni ’80 entra in scena l’approccio post moderno, che si basa sull’oggettività storico-

sociale e sulle relazioni di potere: in quest’area di studi emergeranno i concetti di falsa coscienza e

ideologia. Sarà Edward Said ad introdurre il concetto della funzione plasmante del potere.

7. Folklore, cultura popolare, cultura di massa.

Alla fine del XVIII secolo, la cultura dei ceti popolari acquista un posto centrale nelle preoccupazioni

degli intellettuali europei (volkgeist). Se ne privilegia il carattere nazionale, dunque la particolarità

linguistica e culturale. Il romanticismo si concentra quasi esclusivamente sulla letteratura orale, sui

prodotti folkloristici a cui è possibile assegnare un valore artistico. Il positivismo tenta di documentare

tutti gli aspetti della cultura del popolo. Ogni cultura nazionale produce una propria tradizione di studi.

Nei primi anni del novecento questo filone positivistico di studi raggiunge il culmine: nel corso del

novecento antropologia e demologia si sono distinte. Il folklore è stato poi strumentalizzato dalla

politica, sottolineandone le caratteristiche nazionaliste.

Dopo la guerra saranno due i fattori principali a determinare la stagnazione della ricerca in campo

folklorico e antropologico: il fascismo e l’idealismo storicistico di benedetto Croce, che vede le scienze

umane e sociali come pseudo-scienze.

Successivamente Gramsci si disfa delle concezioni romantiche e positivistiche del folklore e lo ripensa

come fenomeno centrale dei rapporti tra le classi e come conseguenza diretta dei processi egemonici

tramite i quali i ceti dominanti esercitano potere. Gli intellettuali sono i principali mediatori dei processi

di egemonia culturale. Alberto Cirense sostiene che le vecchie documentazioni possono essere

conservate, a patto di rileggerle come contrapposizione dei egemonia- subalternità.

Il folk revival si inizia a diffondere negli anni ’60-’70 ed è caratterizzato da una modalità più estetica e

commerciale cultura di massa, prodotta industrialmente.

Dagli anni ’80 si afferma una nuova cornice incentrata intorno alla nozione di memoria e di patrimonio,

grazie anche al lavoro dell’Unesco, introducendo il concetto di patrimonio intangibile. Nei recenti

dibattiti si è ripreso il concetto di tradizione, ma più che usare il sostantivo, si dovrebbe parlare di

processi di tradizionalizzazione o folklorizzazione.

- La cultura popolare può essere ricercata fuori dalla sfera d’influenza della cultura di massa.

- Cercare il popolare nelle modalità stesse del consumo di massa, in cui possiamo riscontrare anche

pratiche di resistenza.

8. Verso un’etnologia del consumo culturale.

Una piccola premessa: la sfera della produzione e del consumo sono separate dalla fase industriale.

Adorno e la scuola di Francoforte, rispetto al marxismo classico, era interessati al modo in cui il dominio

del sistema capitalistico si insinua fino all’interno della sfera oggettiva e nella cultura di massa. Adorno

sostiene che l’industria culturale vuole abolire la libertà individuale e il pensiero razionale. Bauman

parla invece di modernità liquida. Roland Barthes e Umberto Eco sono i più importanti semiologi del


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Crash_9009 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia Culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Broccolini Alessandra.

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