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Discipline demoetnoantropologiche

Le discipline DEA.M-dea sta per discipline “demoetnoantropologiche”, che comprendono l’etnologia, la demologia e l’antropologia. L’antropologia culturale nasce nell’ottocento, con la pubblicazione di Primitive Culture di Taylor: fin dall’inizio la disciplina si caratterizza dallo schierarsi contro i pregiudizi antropocentrici e condivide l’interesse per la differenza culturale. Ciò che la distingue dalle altre discipline è la ricerca sul campo (osservazione partecipante, Malinowski). In questo tipo di approccio è fondamentale imparare il linguaggio locale e studiare la vita sociale nel suo complesso. Trattando di un oggetto così ampio e differenziato, le culture umane, l’antropologia è aperta ad una molteplicità di temi e campi di ricerca diversi e si articola in partizioni specialistiche, che di solito vengono divise per continenti o aree geografiche. Le fonti orali sono il più comune strumento utilizzato nella ricerca, ma non mancano le fonti iconografiche, come foto e video. I principali ambiti dell’antropologia riguardano: i sistemi di parentela, i sistemi economici, la stratificazione sociale, il linguaggio, la religione e l’espressione estetica.

Razza, cultura, etnia

La nozione di razza si afferma nell’ottocento come strumento concettuale di una riflessione sull’origine del genere umano. Anche il concetto di cultura si sviluppa ed entra nell’uso comune nella seconda metà del secolo. Pur non facendo strettamente dipendere le differenze culturali da differenze biologiche o razziali, l’antropologia culturale ottocentesca non rinuncia all’idea di una gerarchizzazione delle culture, ipotizzando un unico processo evolutivo, che si muove a diverse velocità. La differenza è riletta in termini di avanzamento – arretratezza. In seguito questa teoria si sostituirà con il concetto pluralista e relativista: il mondo è diviso in una pluralità di culture.

Il concetto di etnia fa riferimento a differenze tra gruppi umani indipendenti dalle suddivisioni politiche. In riferimento all’accezione razzista, etnico non potrà mai riferirsi ad una cultura dominante, ma alle minoranze. Il razzismo differenzialista o fondamentalismo culturale non fa più riferimento alle razze, ma all’etnia e alla cultura, per indicare le radici che tengono insieme un popolo (si accetta il principio del relativismo culturale). Levi-Strauss è stato ripreso, impropriamente, dalle nuove destre, che intendono appunto “preservare e coltivare le proprie differenze”.

Il razzismo, in senso ampio, si riconosce da: categorizzazione essenzialista (l’appartenenza ad una categoria produce un giudizio aprioristico e totalizzante su una categoria debole), la stigmatizzazione (processo di esclusione simbolica) e la barbarizzazione (credere che certe categorie di esseri umani non siano civilizzabili). Ciò secondo Taguieff porta alla segregazione, discriminazione, espulsione e persecuzione. Paradossalmente l’antirazzista oggi corre il rischio di usare proprio gli stessi strumenti ideologici e culturali e di riprodurre meccanismi di essenzializzazione, stigmatizzazione e barbarizzazione dell’avversario.

Etnocentrismo, relativismo, diritti umani

Conoscere costumi e credenze non basta a superare il razzismo, ma è l’apertura mentale che consente di capire e apprezzare le diversità (Remotti). Ciò che ci appare come verità o valore assoluto non è altro che frutto della convenzione o della consuetudine. La cultura novecentesca, in tutti i suoi campi, sembra indirizzata allo scuotimento delle vecchie certezze. In questo clima si sviluppano orientamenti filosofici critici verso il positivismo. È interessante segnalare come il rapporto tra razionalità scientifica e diversità antropologica si vada invertendo (nel positivismo la scienza spiegava la cultura): l’antropologia può essere allora intesa come la descrizione empirica nei contesti nei quali maturano forme particolari e irriducibili di razionalità (→ relativismo epistemologico: non pretendere di possedere a priori criteri universali di razionalità, prima di accostarci allo studio delle diversità delle culture) per cui altre culture non possono essere definite irrazionali.

Un tipo di relativismo che è stato sostenuto in modo esplicito e consapevole è quello etico, riguardante la formulazione di giudizi morali e sistemi di valori. È stata la scuola americana di antropologia culturale a fare del relativismo uno strumento di lotta al razzismo. La convivenza interculturale è garantita oggi anche dal diritto internazionale.

Ricerca sul campo e l’evoluzione dei metodi etnografici

Gli antropologi ottocenteschi non erano insensibili all’importanza di una ricerca in grado di produrre fonti di prima mano. Ma in generale ritenevano quello del ricercatore sul campo e quello del teorico comparatista due ruoli e ambiti completamente diversi, che erano e dovevano restare separati (Frazer). Con il XX secolo tuttavia si sviluppa progressivamente una diversa sensibilità, che problematizza proprio il momento della raccolta dei fatti e della produzione delle fonti: osservazione e interpretazione scientifica diventano inseparabili. Bisognerà però aspettare Malinowski per arrivare all’osservazione partecipante: questa ha il suo massimo successo tra gli anni 20 e...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Crash_9009 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Broccolini Alessandra.
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