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Parte prima: genesi e natura dell'antropologia culturale

Origini e significato dell'antropologia

Definizione di antropologia

L'antropologia è lo studio del genere umano dal punto di vista culturale. Si differenzia dallo studio degli usi e costumi folkloristici: le scienze antropologiche si occupano dei problemi della società contemporanea studiandone i processi di interazione.

Si costituisce di tre fasi: etnografia (ricerca sulle etnie attraverso la raccolta di dati sul campo), etnologia (sintesi e riflessione più profonda che prevede la comparazione delle etnografie) e antropologia (generalizzazioni teoriche sul genere umano). Il metodo antropologico consiste dunque nell'osservazione di elementi concreti, per poi procedere tramite scarto e comparazione creativa al fine di giungere a generalizzazioni sul genere umano in senso lato.

Origini dell'antropologia

Il primo resoconto etnografico viene fornito dallo storico greco Erodoto nel VI secolo a.C. Egli visita territori sconosciuti e presenta osservazioni sulle diversità tra greci e barbari e sulla differenza di costumi tra i popoli. Le radici dell'antropologia risalgono alla scoperta del Nuovo Mondo e dei suoi abitanti, talmente diversi da non sapere se catalogarli come umani. Con l'espansione coloniale e i traffici commerciali del Cinquecento si intensificano i contatti con popoli diversi (i missionari della Compagnia di Gesù documentano usi e costumi dei popoli delle Americhe con precisione).

Sotto l'influenza dell'Illuminismo dalla seconda metà del Settecento si inizia a riconoscere l'umanità intrinseca di ognuno a prescindere dalla diversità di usi e costumi. Nel corso dell'Ottocento il colonialismo intensifica l'interesse per i popoli diversi e in questo contesto nasce l'antropologia come disciplina vera e propria.

Sviluppi dell'antropologia

In passato gli antropologi si sono occupati solo dello studio dei popoli loro contemporanei ma geograficamente lontani. La diversità si basava appunto sulla distanza geografica: si tendeva a una visione in senso primitivo dei popoli lontani, alimentata dall'idea colonialista della necessità di educare e civilizzare i selvaggi. In seguito gli interessi degli antropologi si sono spinti alla contemporaneità, estendendo le indagini a popoli più simili. Tra fine Ottocento e inizio Novecento gli antropologi iniziano a recarsi personalmente presso i popoli da studiare, finora esaminati a distanza sulla base di testimonianze, inaugurando la nuova metodologia di ricerca sul campo.

Oggetti e metodi dell'antropologia culturale

Definizione di cultura

L'oggetto di studio dell'antropologia è la cultura, ovvero il complesso di idee, simboli, comportamenti, disposizioni, azioni che si tramandano storicamente attraverso la comunicazione linguistica in un gruppo di individui che li condividono e li usano per rapportarsi al mondo in senso pratico e intellettuale.

Concetto antropologico di cultura

La prima definizione antropologica di cultura viene data dall'antropologo inglese Edward Tylor, autore di Primitive Culture (1871): egli intende la cultura come tutto ciò che l'uomo acquisisce in quanto membro di una società, anche le sue manifestazioni più strane, orribili e selvagge. Questa visione tende a considerare la cultura come un dato universale del genere umano a prescindere dalle sue manifestazioni particolari.

Le caratteristiche della cultura

  • È un complesso di modelli (idee, simboli, azioni, disposizioni, comportamenti) che servono come strumenti operativi. Questi modelli sono modelli per (guida al pensiero e al comportamento in contesti culturali diversi) e modelli di (come dovrebbero essere le cose).
  • Habitus: si connette nelle pratiche ripetitive quotidiane al punto da risultare naturale.
  • Dinamica: si rinnova costantemente nel processo storico.
  • Selettiva: recupera sempre elementi dal passato anche se poi di generazione in generazione vengono filtrati gli elementi utili al presente.
  • Differenziata e stratificata al suo interno (età, classi sociali, dislivelli interni, potere, controllo, etnie, orientamento sessuale, genere).
  • Si basa sulla comunicazione che dà potenzialità creativa alle culture.
  • Olistica: complessa e integrata, formata da elementi con un rapporto di interdipendenza reciproca.
  • Porosa: è un nucleo forte condensato al centro ma poi si amplia.

Caratteristiche del ragionamento antropologico

  • Prospettiva olistica: guarda il fenomeno nelle sue interrelazioni in un’ottica organicistica ed è quindi collegata al contesto.
  • Problematica contestuale: essenziale per comprendere un fenomeno in tutte le sue sfaccettature. È utile ad evitare le decontestualizzazioni arbitrarie dei fenomeni a scopo comparativo.
  • Atteggiamento universalista e antietnocentrico: tutti gli esseri umani, anche nella diversità, sono esseri umani degni di diritti e di attenzione. Si oppone alle tendenze etnocentriche razziste e irrazionali.
  • Relativismo culturale: capacità di fare un passo indietro e lasciare spazio ad altre visioni (va di pari passo con la prospettiva olistica). Le esperienze culturali diverse non possono essere interpretate attraverso l’applicazione ingenua delle categorie della cultura dell’osservatore. Questo non deve essere usato come giustificazione dei fenomeni che vanno contro i diritti umani (nazismo, infibulazione, ecc…)
  • Metodo comparativo: Il primo stile comparativo si esercita su società storicamente o geograficamente vicine [vantaggi: precisione descrittiva e maggior controllo delle variabili; limite: non consente generalizzazioni ampie]. Il secondo stile comparativo si applica a società non storicamente affini [vantaggi: ampie e sintetiche visioni dei fenomeni; limite: mancanza di precisione analitica e rischio di generalizzazioni indebite].
  • Metodo qualitativo dell’osservazione partecipante: va di pari passo col metodo etnografico e la ricerca sul campo, introdotti da Malinowski dal 1920. Permette di considerare con un certo distacco (nell’osservazione) l’esperienza vissuta dall’antropologo con gli appartenenti a una cultura diversa (partecipazione in quanto cerca di vedere il mondo dal punto di vista dell’altro ma pur sempre mantenendosi cosciente di sé).
  • Vocazione dialogica (traduzione e negoziazione): vale sia per il lavoro sul campo sia per la comunicazione divulgativa. Non è solo un problema linguistico ma soprattutto di categorie mentali e cognitive che supportano diversi modi di vita conducendo a distacchi (necessaria una traduzione linguistica ma soprattutto concettuale).
  • Processo finalizzato alla riflessione e allo sguardo decentrato: la riflessione consente di cogliere il punto di vista altrui per comprendere meglio il proprio. Bisogna decentrare lo sguardo cercando di osservare noi stessi con lo sguardo degli altri.
  • Risvolto applicativo: antropologia intesa come strumento utile alla costruzione di una società migliore.

Parte seconda: unicità e varietà del genere umano

“Razze”, geni, lingue e culture

Principali fattori di riconoscimento della differenza

Aspetto fisico, insieme alla lingua, è il principale fattore di differenza: porta spesso a ideologie razziste e discriminazioni che derivano dal nesso arbitrario tra aspetto e cultura per giustificare il dominio di un gruppo su un altro.

Il concetto di razza

“Razza umana”: costruzione ideologica indebita volta a strumentalizzazioni politiche. È frutto di fattori storico-culturali e prodotto del senso comune. Non ci sono criteri scientifici (biologici o genetici) per definire “razza” il genere umano.

Differenziazione somatica

Le differenze somatiche sono superficiali e relativamente recenti nella storia della specie umana. Circa 50000 anni fa gli esseri umani iniziano a differenziarsi somaticamente in seguito al processo migratorio che portò alla dispersione della specie. Così si crearono le differenziazioni genetiche: quanto più tempo passa dalla separazione di due popolazioni, più grande è la distanza genetica tra esse.

Famiglie linguistiche

Con il processo migratorio si creano anche le famiglie linguistiche. Il termine risale al secondo ‘700 quando il giurista inglese William Jones individua un gruppo di lingue non più parlate accomunate da somiglianze e affinità (sanscrito, latino, greco, celtico, gotico) che unisce nella famiglia indoeuropea. Bisogna evitare di cadere nell’essenzialismo, ovvero la tendenza a stereotipare le aree culturali in modo superficiale.

Forme storiche di adattamento: le società acquisitive

Primi insediamenti umani

Durante la colonizzazione del pianeta l’umanità ha occupato le fasce temperate di Europa, Asia e Africa, quelle fredde dell’aria circumpolare e nelle zone tropicali di Africa, Asia e Sudamerica: per questo motivo sono state necessarie diverse strategie di adattamento, al cui centro c’è sempre il lavoro.

Primo modo di produzione: caccia e raccolta

Homo sapiens sapiens da 40000 anni: ha la stessa nostra forma del cranio, quindi ha lo stesso tipo di connessioni neurali. I primi insediamenti umani si basano sul prelievo delle risorse dall’ambiente: le donne si occupano della raccolta e gli uomini della caccia (o pesca). Queste società si chiamano acquisitive in quanto sopravvivono traendo risorse spontanee dall’ambiente senza modificarlo. Il lavoro è un’attività a rendimento immediato. La mobilità, dovuta all’esaurimento delle risorse, è uno dei tratti caratterizzanti, insieme all’egualitarismo e alla parità dei rapporti tra sessi. La prima forma di sistema economico si basa sulla raccolta di cibo, prima su piccola scala e poi complessa (intensificazione della produttività, più complessità sociale).

Società di flusso

I cacciatori-raccoglitori di oggi dipendono comunque da altre forme di organizzazione sociale, economica e politica, e vengono denominati società di flusso: si spostano vivendo di attività a rendimento immediato, spesso alimentate dal turismo. Sono società piccole (non più di 100 individui), egualitarie e cooperative.

Forme storiche di adattamento: coltivatori e pastori

Fasi dell’attività economica

  1. Produzione: trasformazione delle materie prime in prodotti.
  2. Distribuzione: forma di circolazione dei beni. Tre tipi di distribuzione: reciproca (in società ristrette redistribuzione egualitaria guidata da un chief che lo fa gratis, rafforza i rapporti sociali), stratificata (in società produttive chi distribuisce accumula ricchezza e potere, si genera stratificazione sociale e obbligo di contributo alla raccolta sotto forma di tasse) e scambio (reciproco o di mercato). Più complessa è la distribuzione più si sviluppa l’uso del denaro e la stratificazione sociale.
  3. Consumo: oggi è la forma di identità su cui si basano le divisioni sociali.

Rivoluzione agricola

10000 anni fa una fase di espansione grazie alla riduzione della produttività e al probabile aumento demografico porta alla necessità di intensificare il lavoro. Per rimediare al crollo della produzione è necessario un mutamento tecnologico: viene introdotta una forma di sistema economico che prevede la produzione di cibo attraverso agricoltura, allevamento e pastorizia. Il lavoro è qui un’attività a rendimento differito.

Orticoltura

È la fase embrionale di investimento sull’ambiente che prevede lo sfruttamento di piante addomesticate tramite un investimento lavorativo nel processo di produzione.

Agricoltura

Due tipi: pluviale (2/3 del pianeta, rapporto ancora spontaneo con l’ambiente) e intensiva (sviluppatasi dal Neolitico, rendimento molto differito). Con l’agricoltura intensiva emergono nuove tecnologie, professionalità, investimenti, accumulazione delle risorse. Genera una nuova stratificazione sociale che spesso porta allo schiavismo e alla riduzione della qualità della vita e un modello di stanzialità collegato all’identità territoriale. Alla fine prevale il modello territoriale stanziale, presupposto fondamentale dello Stato nazionale.

Allevamento

C’è un forte legame con le comunità contadine: gli animali sono stanziali e allevati con foraggi provenienti dalle coltivazioni.

Pastorizia

Nasce in Medio Oriente con la rivoluzione agricola. Gli animali sono nutriti naturalmente e i pastori sono nomadi (beduini). Ormai essi vivono in simbiosi col mondo agricolo e urbano a causa della volontà di inquadramento e controllo degli Stati nazionali. Esistono tuttora però delle comunità peripatetiche, cioè in movimento, emarginati dalla società e discriminati (zingari: Rom, Sinti).

Parte terza: comunicazione e conoscenza

Oralità e scrittura

Società a cultura orale e scritta

  • Oralità primaria: Nelle società tradizionali in cui non è presente la scrittura (dette verbomotorie o omeostatiche) la trasmissione del sapere avviene via voce, è legata all’orecchio ed è affidata a cantastorie attraverso formule fisse, memoria, ripetizioni, modelli prestabiliti fissi nel tempo e comunicazione in presenza. In assenza di scrittura le parole sono eventi senza esistenza visiva: il linguaggio diventa azione di cui il corpo è parte e modifica la realtà. L’atteggiamento nei confronti della realtà è più pratico e concreto.
  • Oralità diffusa: Compare la scrittura ma non è dominante tra la gente bensì solo negli apparati statali e burocratici (leggi, statistiche, regolamenti). Lo stile comunicativo non è influenzato dalla comunicazione scritta. Come nell’oralità primaria ci sono i sistemi mnemonici di trasmissione del sapere. In alcune di queste società la scrittura ha autorità sacra poiché conosciuta da pochi individui che la usano per tramandare formule magiche o sacre (Egizi, Mesopotamia, Maya, Aztechi).
  • Oralità ristretta: L’alfabetizzazione è tardiva. Ci sono ancora forme di pensiero e comunicazione orale.
  • Oralità secondaria o di ritorno: Nelle ricche società postindustriali come la nostra si verifica un regresso all’oralità sul piano di ricchezza lessicale e conoscenza linguistica a causa delle nuove forme di comunicazione visiva e multimediale. Viene ripreso l’elemento della compartecipazione emotiva, della mistica partecipatoria e della concentrazione sul presente: i media danno notizie che vengono presto dimenticate e rimpiazzate da nuove e pongono grande enfasi nei fenomeni comunicativi per stimolare l’appartenenza ad una comunità e quindi l’emotività.
  • Cultura scritta (differenziata tra manoscritta e stampa): È una forma di addomesticamento del pensiero che introduce sistemi simbolici per mediare con la realtà. Si sviluppano tipi di ragionamenti diversi (logica, formalizzazione, matematica) per cui si inizia a pensare in modo più astratto, analitico, freddo e oggettivo, distaccandosi dalla realtà categorizzandola. La memoria perde il suo valore in favore dei supporti materiali come i libri che permettono il perdurare delle informazioni: il sapere viene espresso esponenzialmente e formalmente. Acquista valore l’innovazione. L’occhio subentra all’orecchio, creando una distanza cognitiva nell’assemblare e capire la realtà: cambiano strutture cognitive, concezioni di tempo e spazio e forme di percezione del pensiero e del mondo. La lettura diventa privata, estensiva, di massa, si sviluppano individualismo e nazionalismo, censura, persecuzione e le religioni universalistiche. Alla consuetudine subentra il diritto.

Media e cultura

Dagli anni Settanta grande diffusione dei media su scala planetaria: i media (specialmente la tv) sono produttori di cultura e fungono da orientamento nella quotidianità. I messaggi trasmessi possono influire sulle relazioni tra uomini e sulla loro immaginazione: l’agency è un meccanismo per cui i media portano ad immaginare comunità o stili di vita distorti per favorire la migrazione e il fenomeno delle comunità immaginate (sodalizi transnazionali in cui le persone sono collegate tramite il web e condividono qualcosa). Queste comunità di migranti ormai sono comunità di diaspora: il rapporto si mantiene ma l’unità non verrà mai raggiunta.

Percezione e cognizione

Percezione del mondo fisico e stili cognitivi

La percezione del mondo coincide con i processi mediante cui si organizzano le informazioni provenienti dai sensi: per questo a seconda dei soggetti la percezione può variare. I processi cognitivi elementari sono capacità universali e identiche in tutti gli esseri umani e sono astrazione, categorizzazione, induzione e deduzioni. Ciò che cambia è il modo in cui questi processi vengono applicati tramite i sistemi cognitivi funzionali, prodotti del contesto culturale. Sono strategie di organizzazione dei processi cognitivi per risolvere particolari problemi.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elib. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trieste o del prof Altin Roberta.
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