Manuale del montaggio
Che cosa è il montaggio?
Concretamente il montaggio è un'operazione tecnica che unisce la fine di un'inquadratura con l'inizio di un'altra in successione. Ma più di tutto, il montaggio è un linguaggio, fatto di materia audiovisiva, con una grammatica che a noi oggi sembra scontata, ma che ha subito lunghi processi di cesellatura durante i primi decenni dalla nascita, tramite un confronto tra autori e pubblico, per raggiungere quella perfezione che conferisce, o dovrebbe conferire, al film quella "illusione di realtà" o più specificamente quell'unità di tempo, spazio, azione e soprattutto di senso.
Il montatore, infatti, ha il merito di conferire alla narrazione e senso di immergerla in una sua propria dimensione temporale, arricchendola di nuovi spazi, oggetti, personaggi soltanto aggiungendo banalmente un'inquadratura alle precedenti. Il montatore insieme al regista può dare attraverso il montaggio un senso narrativo, descrittivo (arrivando in modo ravvicinato agli oggetti che si vogliono mostrare) e anche concettuale (tramite delle immagini particolarmente evocative). Come però ci ha già insegnato la filosofia classica, il contenuto viene sempre percepito attraverso una forma. In questo caso la forma è quella audiovisiva, fatta da luci, ombre, immagini e suoni che prendono significato grazie alle aree associative del nostro cervello (Wernicke e Broca).
Ogni forma chiaramente dà origine a un tipo di genere cinematografico, uno stile registico, dal pulp al poliziesco al Western (questo spiega perché alcuni registi hanno alcuni montatori di fiducia, es. Scorsese - Thelma Schoonmaker). Il montaggio inoltre ha sempre giocato con lo spazio e il tempo, di conseguenza anche con l’azione. Per quanto concerne il tempo, il regista e il montatore, sia che seguano una linea temporale cronologica, sia che si perdano in intricati intrecci ricchi di prolessi, analessi e ellissi temporali, riescono sempre a creare una "temporaneità cinematografica" che è l'unica che lo spettatore percepisce, poiché legata alla sua stretta emotività.
Mentre grazie a un duro lavoro i cosiddetti "tempi reali e di sequenza", che indicano rispettivamente il tempo ipotetico che nella realtà prenderebbe quella particolare azione e il tempo effettivo che dura la sequenza, rimangono invisibili. Stesso ragionamento vale per lo spazio, dove ogni singola inquadratura che racchiude elementi come sguardi e movimenti che richiamano inevitabilmente dei fuori campi, ovvero spazi non presenti nell’inquadratura, che il montaggio riempie a proprio piacere con inquadrature riprese in altri luoghi, in altri momenti, digitalmente ricreati (esempio mitico è quello della scena di gelosia nell’"Otello" di Orson Welles, scena ripresa in due luoghi e in due anni diversi /49 - 50/ e in due stagioni diverse, e nonostante le grandi difficoltà di montaggio per luci, colori, tono di voce diversa, ripetizioni di piani uguali, e velocità diversa il risultato è ancora incredibile).
Tutti questi elementi sono elaborati attraverso il montaggio e conferiscono all’opera audiovisiva un ritmo. Nel cinema il ritmo funziona esattamente come la musica, è una cadenza, una pulsazione e se non viene rispettato lo spettatore sentirà degli affanni nel film e l’illusione viene spezzata. Il regista/montatore, come il compositore, deve cercare di scegliere una battuta, ovvero un contenitore di valori che si ripete in maniera omogenea e con la stessa durata, da riempire con le immagini giuste. Le inquadrature come le note musicali hanno un "peso" determinato da fattori quali:
- Il tempo necessario per la lettura dell’immagine (un piano lungo impiegherà più tempo del primo piano per farsi esplorare e comprendere dallo sguardo dello spettatore).
- Significato evocativo della scena.
- Il numero di volte che la scena è ripetuta e come viene ripetuta se sempre uguale o con delle variazioni di inquadratura.
Sta al bravo montatore "sentire" il ritmo della sequenza e dare il giusto valore alle inquadrature.
Storia del montaggio e perché tagliare?
Non sappiamo con precisione quando ci fu la prima operazione di "taglio e cucito", potrà essere avvenuto nel laboratorio dei fratelli Lumière per gioco o sperimentazione o potremmo attribuirlo ai film realizzati dalla cosiddetta "scuola di Brighton" (‘1900-1902), o al grande regista Edwin Porter con il celeberrimo primo piano del bandito nella scena finale di "The Great Train Robbery". Ma già se vogliamo parlare di senso di movimento, profondità e verosimiglianza possiamo anche parlare, un po’ impropriamente, di montaggio interno, come nel caso del primo documento del "cinematographe Lumière" il celebre "Arrivée d’un train en gare de la Ciotat", primo piano-sequenza della storia reso tale dal movimento del treno che invade l’inquadratura come le persone che arrivano da fuori campo fino ad arrivare avanti all’obiettivo.
La domanda principale ad ogni modo non è "Quando?" bensì "Perché?". Perché registi e montatori hanno iniziato ad adoperare questa tecnica? (Nonostante alcune parentesi Rosselliniane dove negli anni ’50 alcuni registi di formazione drammatica /Rossellini e Jean Renoir/ furono dell’opinione di non interrompere mai l’emozione drammatica tra gli attori.) Le ragioni sono di vario tipo:
- Grande opportunità e vantaggio dal punto di vista produttivo: semplificazione del set e di tutti i problemi che lo riguardano, possibilità di rilegare questi ultimi alla singola inquadratura.
- Estrema semplificazione per tempo e facilità di esecuzione con i sempre più recenti software contro le vecchie moviole e taglierine.
- Esigenza narrativa. Il montaggio divide l’opera audiovisiva nelle macrostrutture, ovvero le sequenze, e nelle microstrutture, ovvero le singole scene che compongono la sequenza.
- Montaggio inteso come scambio di piani. Il cinema prende coscienza di essere l’unica arte che può portare lo spettatore vicino al particolare, a descrivere il volto umano o un ambiente da vicino, senza bisogno di un binocolo teatrale. Le regole per una successione di piani/campi sono semplici. I piani/campi devono essere omogenei e dare un senso di continuità dell’azione tra di loro e devono essere significativamente diversi. Se così non fosse lo spettatore percepisce una sensazione di durezza e innaturalezza dovuta al fatto che ha dovuto mettere a fuoco il fatto che le inquadrature sono eccessivamente simili e ripetitive, rompendo così l’illusione del montaggio.
- Ci stiamo abituando sempre di più, fin da quando siamo nati, quasi ad osservare più fluida un’immagine vista da più punti di vista che da una singola inquadratura continua.
Il "montaggio invisibile" e i suoi strumenti
Per montaggio invisibile intendiamo il lavoro titanico di registi, montatori, direttori di fotografia, lambisti, tecnici audio, fabbri e scenografi che dagli esordi del cinema cercano con tanta fatica di rendere il cinema quanto più verosimile possibile e di dare quel senso di "continuity" spazio-temporale di cui parlavamo. Una continuità resa da un’illuminazione omogenea, da un sonoro costante e da una corrispondenza di azioni. Per quanto riguarda i tagli il cinema hollywoodiano "della continuità" ha imposto le seguenti regole:
- Lo spettatore non deve avvertire il passaggio da un'inquadratura all'altra.
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