Introduzione.
Tra le professioni del cinema, il mestiere del montatore è sicuramente uno dei più anonimi, oscuri e trascurati. Nella parola
montaggio convivono tre significati differenti.
In primo luogo si fa riferimento all’ultima tappa di lavorazione industriale del film: in questo senso è un’operazione materiale,
che consiste nel catalogare le centinaia di inquadrature girate dal regista e collegare l’una all’altra quelle ritenute adeguate.
In secondo luogo si fa riferimento alle modalità di giustapposizione di due o più inquadrature dal punto di vista espressivo,
secondo principi di continuità e discontinuità: in questo senso è un’operazione retorica, finalizzata a suscitare un determinato
effetto nello spettatore, attraverso l’articolazione di un discorso (filmico).
In terzo luogo si fa riferimento a un principio compositivo generale che rimanda a un determinato modo di concepire il film: sotto
questo aspetto è un’operazione concettuale.
Le tre accezioni del termine inglese rimandano ai termini cutting, montage, editing della lingua inglese.
1. Montaggio primitivo. Il cinema delle origini.
La storiografia più recente è concorde nel sottolineare la forte estraneità del cosiddetto “cinema delle origini” da quello che lo ha
seguito. Quello che i contemporanei chiamano “fotografia animata” è più vicino alle pratiche spettacolari precinematografiche
che al regime “istituzionale” che ne ha disciplinato internazionalmente forme, tecniche e organizzazione commerciale. Quindi fino
a che punto è lecito applicare una nozione a noi familiare come quella del montaggio ai film dei primi tempi?
La figura del montatore non è ancora nata, come non è ancora nata la moviola. Difficile poi pensare alla funzione espressiva
del montaggio, dal momento che buona parte dei film delle origini sono composti da poche inquadrature, indipendenti le une
dalle altre. Applicare la nozione di montaggio al cinema delle origini è assai problematico. Il termine primitivo esprime la radicale
differenza che sostanzia le pratiche del montaggio del cinema istituzionale. Il controllo sul montaggio del film delle origini non
spetta a una figura deputata dalla produzione. Per molto tempo è addirittura l’esercente ad avere l’ultima parola. Il montaggio,
tante volte, è assimilabile più al settore degli effetti speciali. Si pensi ai film a trucchi, in cui il montaggio, invisibile, è deputato
appunto alla perfetta riuscita di un trucco. Parlare del montaggio nel cinema delle origini vuol dire riconoscere i caratteri
specifici del montaggio primitivo.
L’esercente montatore.
Nel corso di una normale seduta di proiezione le pellicole si graffiano, si usurano, possono addirittura rompersi. (Leo Catozzo,
allergico all’acetone brevetterà una giuntatrice a nastro adesivo che “Pressa Catozzo” viene utilizzata ancora oggi). Il bagaglio
tecnico dell’operatore d’inizio 900 include forbice, raschietto e acetone. L’esercente del cinema delle origini può essere
considerato il primo montatore della storia del cinema, in un contesto che non riserva ancora il controllo esclusivo del film alla
produzione. Il programma di proiezione non è altro che una sorta di montaggio, più o meno sofisticato, di materiale filmico
eterogeneo.
I primi spettacoli si compongono di un numero variabile di vedute non collegate le une alle altre, per una durata complessiva non
superiore ai 30 minuti.
L’esigenza sempre più diffusa per una composizione organica dei programmi cinematografici spinsero gli operatori in attività a
dedicare agli avvenimenti di maggor rilievo, delle vere e proprie serie di inquadrature, da proiettarsi singolarmente o in
sequenza, a seconda dei gusti o delle possibilità economiche dell’esercente. Un caso particolare di serie è costituito dai soggetti di
carattere religioso.
La responsabilità degli aspetti che oggi chiameremmo di postproduzione del film è stata dunque condivisa a lungo da esercenti e
realizzatori. I gestori del cinema hanno esercitato un ruolo decisivo, scegliendo i film da proiettare, stabilendo l’ordine di
proiezione, manipolando all’occorrenza la pellicola e predisponendo in prima persona anche l’accompagnamento verbale e
musicale del programma. Quello che oggi chiamiamo montaggio è stata soprattutto una pratica da esercenti.
Il montaggio come effetto speciale.
The Execution of Mary Queen of Scots (1985) è probabilmente il primo film storico mai realizzato. Per filmare l’esecuzione si è
ricorso, probabilmente per la prima volta al trucco arresto-sostituzione che viene realizzato in 2 tempi: prima in fase di ripresa,
si interviene rimpiazzando un componente della scena con un altro e poi in fase di laboratorio, tagliando i fotogrammi non
necessari. Il trucco implica dunque un decisivo intervento di montaggio. Si tratta di saldare la parte superiore dell’ultimo
fotogramma impressionato prima dell’arresto con la parte inferiore del primo fotogramma impressionato dopo la sostituzione.
Nessuno quanto Méliès ha fatto però del trucco dell’arresto-‐sostituzione la pietra angolare della propria arte. I film fantastici di
Méliès sono chiamati dagli esercenti del tempo “ vedute a trasformazione”.
Escamotage d’une dame chez Robert Houdin: il film stabilisce le caratteristiche principali di un sottogenere delle vedute a
trasformazione: il numero di prestidigitazione. Sono pellicole che propongono il repertorio “di magia” del teatro Robert Houdin.
Sul palcoscenico del Robert Houdin è la scenotecnica teatrale a consentire il trucco, mentre nel film si ricorre all’arresto-‐
sostituzione per tre volte. La precisione del montaggio è tale che lo spettatore non percepisce nessuno di questi interventi. Il
trucco delle vedute a trasformazione funziona come una sorta di effetto speciale, e come un effetto speciale attira l’attenzione
dello spettatore. Nei film di prestidigitazione i trucchi costituiscono il momento forte dello spettacolo, la ragione stessa della
messa in scena.
Il concetto di “ attrazione” vuole sottolineare come la finalità dominante dei film del tempo non fosse ancora quella di raccontare
una storia, bensì quella di intrattenere lo spettatore facendogli vedere cose fuori dall’ordinario. Dal punto di vista stilistico,
l’organizzazione del materiale profilmico è indubbiamente la preoccupazione principale dei primi cineasti, eppure i tagli perfetti
di Méliès non hanno niente da invidiare agli attacchi invisibili del cinema istituzionale che verrà.
Il montaggio discontinuo.
A cavallo del 1900, Smith, Williamson, W. Paul e Hepworth, raggiungono i pioneristici risultati sul piano della ricerca linguistica.
In Grandma’s Reading Glass (1901) Smith lavora sulla soggettiva.
In Stop Thief! (1901) prototipo del film ad inseguimento, Williamson sviluppa addirittura una significativa continuità d’azione
tra più inquadrature. Eppure, fino al 1902, la maggior parte dei film del cinema delle origini è ancora “monopuntuale”. Gli
studiosi del cinema delle origini considerano la scarsa comunicazione fra le inquadrature di uno stesso film un elemento
talmente generalizzato da parlare di “stile non-‐continuo”. Fortemente non continuo, anzi, discontinuo è per esempio il montaggio
praticato da Méliès nella sua produzione.
In Le Voyage dans la lune la maggior parte degli episodi sono realizzati da Méliès in inquadrature indipendenti le une dalle altre.
Questo tipo di messa in scena non esclude il santuario ricorso a logiche di montaggio continuo (tra le inquadrature 6 e 7 e 12, 13
e 14 è sicuramente riscontrabile una certa continuità d’azione). Ma Méliès non è interessato a raccontare in modo preciso
neppure le inquadrature in questione. Il più che rispettabile bagaglio méliesiano ci induce a considerare il
mancato raccordo sul
movimento, una scelta deliberata e consapevole.
La sovrimpressione temporale tra inquadrature ravvicinate è una delle caratteristiche tipiche del cinema delle origini. Allo
spettatore dell’epoca la ripartizione non gli suscitava alcun turbamento.
In Life of an American Fireman (1902) di Porter: l’inquadratura 8, girata dall’interno di una camera da letto, vede un pompiere
entrare dalla porta, rompere i vetri della finestra e scendere attraverso una scala. L’inquadratura 9, girata dall’esterno, vede il
pompiere dell’inquadratura precedente salire una lunga e ripida scala, entrare nell’edificio e, dopo, effettuare (nuovamente!) i
salvataggi descritti.
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