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fino all’Egitto e alla valle dell’Indo. I Greco-Macedoni fondano qui numerose città fin nell’attuale

Afghanistan, regione che i Greci chiamavano Battriana. Certo in questo grande spazio i Greci non

si sostituiscono alle popolazioni locali, pur costituendone la parte fondamentale quanto a lingua e

cultura, ma dando vita ad importanti fenomeni di acculturazione.

LA FORMAZIONE DELLA CIVILTA’ GRECA

1.

PREISTORIA E PROTOSTORIA (40000-2000)

Durante il Paleolitico, circa nel 40.000 a.C. tracce di occupazione umana si riscontrano in Grecia a

partire dalle zone settentrionali. Gli abitanti sono cacciatori e raccoglitori e conducono una vita

seminomade. Nel 7000-6000 inizia il processo di sedentarizzazione che conduce al Neolitico,

periodo che in Grecia copre l’arco cronologico dal 6000 al 3000. Si formano comunità stabili,

riunite in villaggi, dedite all’agricoltura e all’allevamento.

Fin dalla preistoria il bacino dell’Egeo appare caratterizzato da intense relazioni, intrattenute dalle

popolazioni che vi abitano con quelle di territori limitrofi o anche più distanti: esplorazioni e scambi

sono favoriti da:

- situazione geografica – grazie alla profonda compenetrazione di terra e di mare;

- frazionamento insediativo – collegato con una struttura orografica che divide il territorio in distretti

regionali;

- necessità di reperire risorse primarie.

Intorno al 3500-3000 la transizione dal Neolitico all’Età del Bronzo corrisponde ad un notevole

ampliamento dei circuiti di scambio verso l’Egeo orientale e l’Europa centrale. I centri più

importanti si spostano dalle zone settentrionali a quelle meridionali (Peloponneso, Cicladi, Creta):

proprio dove si svilupperanno le più grandi civiltà di questo periodo, quella minoica a Creta e quella

micenea nella Grecia peninsulare.

LA CIVILTA’ MINOICA (2000-1450)

L’esistenza della civiltà minoica fu scoperta solo agli inizi del XX secolo grazie agli scavi di Arthur

Evans nell’area dell’antica Cnosso. Tra il 2000 e il 1450 ca. l’isola di Creta svolge un ruolo di primo

piano, sia durante il periodo dei primi palazzi (2000-1700), sia durante quello dei secondi palazzi

(1700-1450), che rappresenta l’apogeo della civiltà minoica. Durante la seconda fase i palazzi già

esistenti, dopo una grave distruzione attribuibile a cause naturali oppure alle conseguenza di lotte

interne, vengono ricostruiti in forme più complesse. Tale fase è caratterizzata dall’egemonia di

CNOSSO, la cui denominazione deriva dal mitico re cnossio Minosse, ricordato da Tucidide come

il più antico possessore di una flotta e thalassokrator (dominatore del mare) in area egea.

Il SISTEMA PALAZIALE, già presente nel Vicino Oriente, è un sistema di organizzazione politico-

sociale fortemente centralizzato, basato appunto sul palazzo e sulle sue diverse funzioni: sede del

potere politico, esso svolge anche funzioni economiche (organizzazione della produzione agricola

e artigianale, raccolta delle materie prime, dei prodotti della terra e dei manufatti, di ridistribuzione

degli strumenti di lavoro e delle risorse disponibili, ecc.), nonché religiose e culturali.

L’adozione del sistema palaziale a Creta è stata collegata, oltre che all’influenza orientale, anche a

un’evoluzione interna legata a fattori diversi, come l’introduzione delle colture della cosiddetta

triade mediterranea (vite, ulivo, cereali), che avrebbe creato la necessità di organizzare la

produzione, la raccolta delle eccedenze e la loro ridistribuzione, e lo sviluppo di un artigianato

altamente specializzato.

Dal punto di vista architettonico, il palazzo ha una STRUTTURA complessa, che è alla base della

tradizione cretese sul Labirinto. Intorno ad un grande cortile centrale, di forma rettangolare, si

raggruppano stanze di servizio, d’abitazione e di ricevimento, sale di culto, magazzini, uffici,

laboratori; un ampio cortile lastricato introduce alla facciata monumentale, collocata sul lato

occidentale. Il palazzo è aperto sull’ambiente circostante e sull’abitato che lo circonda. La

mancanza di fortificazioni sembra indicare una certa sicurezza rispetto alle aggressioni esterne.

Particolare attenzione è rivolta anche all’aerazione e all’illuminazione.

Creta in questo periodo è densamente popolata e gli affreschi rinvenuti colpiscono per freschezza

e vitalità con immagini tratte soprattutto dalla natura. Tutto sembra pertanto suggerire pace e

BENESSERE. Principali fonti della ricchezza di Creta furono la metallurgia, l'oreficeria, l'artigianato

tessile e della ceramica.

La RELIGIONE è un aspetto importante della vita del palazzo, che riservava al culto ambienti

specifici e dedicava ad aspetti cultuali parte della decorazione; diversi oggetti hanno una specifica

destinazione cultuale, tra i quali la labrys, l’ascia bipenne destinata al sacrificio. Anche la religione

sembra avere una forte impronta naturalistica; le figurine interpretabili come divinità sono femminili

e rappresentano una Potnia (signora) affiancata da animali.

Un elemento fondamentale nello sviluppo della civiltà minoica è poi costituito dai progressi dei

sistemi di notazione, dall’uso dei sigilli a quello della SCRITTURA. Essa, necessaria per la

contabilità palaziale, era già nota in Mesopotamia ed Egitto, ma i Cretesi approntarono un sistema

autonomo: prima una scrittura ideogrammatica (definita da Evans “geroglifica”); poi la cosiddetta

Lineare A. si tratta di scritture sillabiche, che esprimono una lingua non greca che non è stato

possibile decifrare. Nel 1450 ca. invece compare a Creta la Lineare B, elaborata dagli abitanti della

Grecia continentale. La sua presenza a Creta è ritenuta testimonianza della conquista dell’isola da

parte dei Micenei.

LA CIVILTA’ MICENEA (1600-1100)

Lo sviluppo della civiltà micenea muove dall’Argolide e dalla Messenia, per poi investire altre aree

regionali come la Laconia, l’Attica e la Beozia. In Argolide in particolare sorgono tra il 1800 e il

1700 diversi centri nuovi, tra cui Micene che assume un’importanza eccezionale a partire dal 1700-

1600 ca. come risulta dai ricchissimi corredi ritrovati nelle tombe cosiddette a pozzo proprie di una

élite aristocratica di guerrieri che sembra volersi distinguere dal resto della popolazione, cui sono

state riservate tombe più povere. Particolarmente importanti sono a Micene le tombe a pozzo dei

cosiddetti CIRCOLI A e B. Il primo, scoperto da Schliemann e comprendente sei grandi tombe

(databili tra 1570 e 1500) giustifica pienamente, con i suoi corredi comprendenti la famosa

maschera di Agamennone, la definizione omerica di Micene come “ricca d’oro”. Il secondo circolo è

invece più antico e comprende 24 tombe a fossa, databili tra il 1650 e il 1550.

I corredi funebri ritrovati all’interno delle tombe sono testimonianza di grande ricchezza e frutto di

intensi TRAFFICI COMMERCIALI con zone poste anche molto lontane, come Egitto e Oriente. La

grande presenza di oggetti d’ambra testimonia inoltre scambi con l’Europa settentrionale; lo stesso

vale per l’utilizzo del bronzo, frutto di una lega metallica, i cui materiali (rame e stagno) non si

trovano in Grecia, se non in modiche quantità.

A partire dal 1600 si sviluppa l’organizzazione di comunità micenee in vaste aree della Grecia

meridionale e centrale. Si è discusso se si trattasse di comunità a conduzione monarchica oppure

oligarchica, come sembra piuttosto far pensare l’alto numero di tombe monumentali. L’influenza

minoica appare notevole, soprattutto in ambito RELIGIOSO: molte divinità del futuro Olimpo greco,

come Zeus, Atena, Artemide, Ares, Dioniso, sono già note presso i Micenei; fra esse hanno un

ruolo particolare le divinità femminili (Potniai) e Posidone.

Nel 1500 inizia l’espansione micenea nell’Egeo testimoniata dal ritrovamento di TAVOLETTE

scritte in lineare B. La documentazione che esse offrono è però limitata perché le tavolette che

sono stata conservate rappresentano solo una piccola parte degli archivi e riguardano una

documentazione mensile o al massimo annuale. Si tratta di registrazioni amministrative, relative a:

persone legate al palazzo, razioni di grano o olio, affitti di terre, tributi, offerte, ecc. La scrittura, la

LINEARE B proviene certamente da Creta in quanto costituisce un adattamento della Lineare A a

un dialetto greco; essa venne decifrata a metà del ‘900 da Ventris e Chadwick.

Rispetto ai modelli minoici, si nota la tendenza a collocare gli insediamenti in luoghi ben difendibili

e a fortificarli: il timore di attacchi esterni è dunque maggiore. Il cuore del palazzo, il megaron, in

cui si trova il focolare, è la struttura di rappresentanza del signore, il wanax. Una struttura analoga,

ma secondaria, è riservata al lawagetas, un capo militare. La SOCIETA’ micenea appare molto

gerarchizzata. Il wanax e il lawagetas sono assegnatari di una porzione di terra, il temenos; sotto

di loro vi sono altri funzionari assegnatari di terre, i telestài; la base produttiva è garantita da

personale dipendente, che comprende il damos (popolazione che paga le tasse, dotata di una

certa autonomia) e i servi.

La produzione agricola e l’allevamento sono controllati rigidamente dal PALAZZO, così come

l’industria tessile e metallurgica. Il palazzo funge da centro di un sistema economico di tipo

ridistributivo, che controlla un territorio statale ampio, in cui sono integrati principati e regni più

piccoli.

E’ in definitiva un mondo complesso che presenta tratti tipici del primo mondo greco. Tale civiltà

viene tuttavia lentamente a declinare e scomparire. Un fenomeno questo non puntuale, perché non

avviene in un momento preciso: si riconosce infatti una prima fase di decadenza nel 1200 e una

seconda attorno al 1100, che vede la scomparsa degli ultimi palazzi ancora abitati. La FINE del

mondo miceneo è difficile da capire, ed è stata oggetto di svariate ipotesi. Non sono da escludere

fattori endogeni quali calamità naturali, siccità, terremoti. Bisogna tuttavia collegare la scomparsa

di questo mondo alle problematiche che percorrono anche il Vicino Oriente, dove si verificano

fenomeni analoghi di crisi e scomparsa di altri regni, come quello degli Ittiti. Anche l’Egitto vive un

momento di crisi a causa delle invasioni dei cosiddetti “popoli del mare”; e fenomeni simili si

verificano anche in Siria e Palestina. Così anche le cause della scomparsa del mondo miceneo

potrebbero essere attribuite a fenomeni di migrazioni consistenti.

L’ETA’ OSCURA (1100-800)

Le conseguenze della caduta dei palazzi micenei sono molto gravi per il sistema politico, sociale

ed economico che faceva perno su essi: l’unità culturale caratteristica del periodo minoico-miceneo

va incontro ad una grave frattura. A partire dal 1100 ca. la maggior parte del continente greco e

delle isole è caratterizzata dall’abbandono dei siti e dallo SPOPOLAMENTO.

Di questa fase, comunemente chiamata età oscura, ci manca una documentazione scritta. Per cui

ci si appoggia a due tipi di FONTI: i documenti archeologici e i poemi omerici, che raccolgono però

una tradizione trasmessa oralmente e furono redatti solo intorno al 700 (all’inizio dell’età arcaica).

L’ETA’ OSCURA è un periodo privo di fenomeni di accentramento del potere e di stratificazione

sociale, periodo in cui terminano pure gli scambi commerciali. L’architettura monumentale

scompare del tutto, insieme con le fortificazioni che avevano caratterizzato i palazzi micenei. Se

presso i micenei si erano sviluppate le tombe a tholos, camere circolari con cupole visibili in

superficie e destinate ai capi della tribù, questo viene a cessare nella nuova età; nascono tombe

individuali e, venendo meno ogni forma di gerarchizzazione, ognuno ha una sepoltura degna.

Scompaiono poi i manufatti bronzei e c’è un impoverimento generale dell’arte figurativa. Si diffonde

infatti un vasellame povero che gli studiosi definiscono barbarian ware (ceramica barbara), se

confrontata con le preziose ceramiche micenee. E infine scompare la scrittura, fatte salve forme

isolate.

Le premesse per la ripresa che porterà alla fioritura della civiltà greca arcaica, che ci appare già

ben visibile nel corso del 700, sono comunque già rintracciabili durante l’età oscura, e sono legate

sicuramente alla permanenza di forme di INTERSCAMBIO. L’arrivo di nuove popolazioni da una

parte, gli spostamenti di Micenei alla ricerca di nuovi sedi dall’altra, mantennero viva la mobilità.

Promotrici di contatti tra Greci e stranieri furono sicuramente l’Attica (particolarmente avanzata sul

piano culturale) e l’Eubea (ricca di ferro e in posizione privilegiata), centro di scambi con l’Oriente

come testimoniano ritrovamenti in un sito, oggi chiamato di LEFKANDI. Qui è stato rinvenuto un

edificio che ha colpito i primi scavatori per il suo carattere monumentale e appariscente. Si tratta di

un edificio a forma absidale (vedi planimetria in fotocopia), che anticipa peraltro tipologie di

costruzione successive. Da un punto di vista costruttivo e architettonico non ha punti di contatto

con gli edifici micenei; è costruito infatti con una tecnica inedita: mattoni crudi poggiati su uno

zoccolo di pietra più una colonnata esterna di pilastri in legno. Al centro vi è una tomba divisa in

due parti:

- da una parte un contenitore di bronzo con scene di caccia raffigurate sul bordo e contenente

delle ossa cremate di un uomo, e delle armi (una lancia e una spada di ferro);

- dall’altra, invece, vi è una sepoltura femminile con un corredo funebre notevole: manufatti

preziosi di oro e bronzo.

Insieme a tutto ciò sono poi state rinvenute le ossa di quattro cavalli, due dei quali portavano

ancora il morso in bronzo. Si tratta sicuramente di una tomba principesca. Gli oggetti rinvenuti

rimandano ad una società gerarchizzata e non isolata dall’esterno. Intrattiene anzi scambi

commerciali, che pure sappiamo interrotti in questo periodo.

Notevole è poi il fatto che questo edificio sia nella sezione centrale dell’EUBEA, dove abbiamo

testimonianza dell’esistenza di una comunità vivace, produttrice, con ogni probabilità, così come

l’Attica, di oggetti destinati poi all’emporio presente, secondo la documentazione, in Siria. L’ATTICA

è molto vicina e storicamente si distingue in questo periodo dal restante mondo greco per la

presenza di un palazzo miceneo sull’acropoli, che non fu distrutto. Quest’area fu dunque

risparmiata all’ondata di distruzione e sopravvisse meglio nei secoli bui.

In questo periodo comunque deve essere sopravvissuto un certo patrimonio della cultura micenea,

una sorta di MEMORIA STORICA, altrimenti non si potrebbe nemmeno spiegare la nascita

dell’epos. Nonostante la società sia molto cambiata, persiste una forma di continuità.

Nel corso degli anni sono state fatte dagli storici diverse ipotesi riguardo a chi fossero i Greci dei

secoli bui:

1. Snodgrass ritiene che si tratti di una SOCIETA’ essenzialmente PASTORALE, per la

tendenza innata a spostarsi nel territorio. Questo giustificherebbe:

- la mancanza di siti definitivi;

- l’importanza della pastorizia anche nei poemi omerici, dove i buoi vengono addirittura

utilizzati come unità di misura del valore;

- le dediche ad animali domestici presenti nelle prime forme di santuario che cominciarono

ad apparire.

2. Altri si sono basati sul carattere precario dei RAPPORTI DI POTERE, e hanno supposto

l’esistenza di uomini più forti (Big Men) che hanno imposto il loro potere su una massa di

sudditi.

Bisogna tuttavia tenere in conto anche i segni di una RIPRESA TECNOLOGICA: viene a

svilupparsi una manifattura in ferro, la cui lavorazione è più difficile e complessa di quella del

bronzo. Anche per quanto riguarda il vasellame, si sviluppano nuovi motivi decorativi, si parla di

“ceramica geometrica”: viene utilizzata un’argilla di maggiore qualità, lavorata con il tornio veloce e

l’uso combinato di compasso e pennello multiplo.

Verso la fine dell’età buia nascono anche i PRIMI SANTUARI, che inizialmente si configurano

come semplici luoghi di culto (testimonianze sono le tracce di offerte votive) privi di architetture

monumentali. Il più antico esempio risale al IX secolo: il santuario di Era nell’isola di Samo, una

struttura lunga circa 37 metri e larga 9 con un portico. Alcuni di questi primi santuari sono collocati

sull’acropoli, altri in una zona che diverrà di confine nelle successive città, quasi a segnalare

l’occupazione di una certa porzione di territorio. Talvolta si trovano nello stesso sito in cui prima

sorgeva un palazzo miceneo. Proprio nell’età oscura emerge il ruolo di incontro e di mediazione

culturale svolto dai santuari.

Questo è anche il periodo che vede lo sviluppo di CULTI EROICI: alcune tombe micenee ancora

visibili diventano luoghi di culto e devozione con tracce di offerte e sacrifici, perché tombe di antichi

eroi. Un esempio significativo è nel sito di Olympia, che sarà poi uno dei siti principali di santuario

panellenico.

Nei secoli bui uno dei pochi punti di riferimento cronologici che la ricerca antica ha individuato è il

776: anno in cui furono celebrate per la prima volta i GIOCHI OLIMPICI, anche se non nella forma

in cui sono testimoniate in epoca successiva. Fulcro delle celebrazioni è il recinto funerario

dell’eroe Pelope (da cui poi Peloponneso) di età micenea. Nascita dei culti eroici e dei primi

santuari sono i simboli della nuova comunità: la Grecia dei secoli bui è sì arretrata, ma al tempo

stesso caratterizzata da segni di sviluppo e dinamismo.

Da un punto di vista istituzionale, la maggior parte delle nostre notizie sulla Grecia di quest’epoca

deriva dai POEMI OMERICI. La poesia di Omero riflette infatti una realtà stratificata,

comprendente elementi dell’età micenea, della successiva età oscura e dell’epoca contemporanea

alla stesura dei poemi stessi, che va collocata probabilmente tra l’800 e il 700.

I poemi mostrano un’evidente VOLONTA’ ARCAICIZZANTE, che propone lo stile di vita dell’età

degli eroi (cioè dell’Età del Bronzo) come modello per l’aristocrazia contemporanea. L’autore

richiama consapevolmente un mondo che non c’è più:

−Le armi sono di bronzo.

−Nell’Iliade i guerrieri si muovono su carri da guerra e combattono poi a piedi; evidente

forzatura questa, perché il carro nasce come integrazione nel combattimento e non come

mezzo di trasporto. Il carro scompare poi alla fine dell’età micenea: per cui l’autore arcaizza

volutamente il mondo che va a rappresentare.

−Il wanax (Agamennone) non è in Omero un sovrano assoluto, ma un primus inter pares,

con funzioni militari, religiose e giudiziarie, accanto al quale si individuano un consiglio di

anziani e un’assemblea del popolo in armi. È dunque ragionevole ritenere che il mondo

omerico corrisponda, su grandi linee, ad alcune società greche dell’alto arcaismo, in cui il

wanax è affiancato da vari basileis, e il potere del re viene così progressivamente limitato

dalla formazione di un’aristocrazia la cui ricchezza è basata sulla proprietà e

sull’allevamento. Essa appare suddivisa in casate (ghene) e fratrie (phratriai), strutture

basate sulla discendenza di un antenato comune e quindi organizzate sulla base della

parentela.

In Omero vediamo i primi segni del nuovo mondo greco che convivono consapevolmente con

elementi arcaici; si tratta infatti sicuramente di un periodo di grandi trasformazioni, anche se poco

documentato.

La Grecia di questo periodo ha ancora una spiccata CARATTERIZZAZIONE REGIONALE. Essa si

riflette anche nella lentezza del processo di formazione del nome con cui i Greci si definivano in

età storica (Hελληνες). In Omero, il nome Elleni identifica genti della Grecia settentrionale,

stanziate in Epiro o in Tessaglia. Per designare i Greci nel loro insieme, Omero usa designazioni

diverse come:

− Argivi, abitanti di Argo e dell’Argolide; dal momento che il capo della spedizione è

Agamennone, gli Argivi diventano Greci per eccellenza;

− Danai, che rimanda a Danae, personaggio della mitologia;

− Achei, che in età storica abitano in una zona ben precisa del Peloponneso.

La progressiva affermazione del nome Elleni può dirsi compiuta solo nel 600, in età arcaica, e

sembra legata al fatto che esso comprendeva le tre grandi stirpi greche (EOLI, IONI e DORI),

ciascuna delle quali si identificava in un preciso dialetto e in una ripartizione interna in tribù. I tre

dialetti continueranno a sopravvivere a lungo; solo più tardi si affermerà una forma di lingua greca

più o meno uniforme: la κοινή διάλεκτος.

Di queste stirpi, quella dei Dori è completamente assente nel mondo omerico. I Greci così

elaborarono un mito, quello degli ERACLIDI: Eracle, eroe legato in misura privilegiata al mondo

dorico (quello ionico invece è Tèseo), vantava dei diritti sul Peloponneso. Dopo la sua morte, i suoi

successori, gli Eraclidi, furono espulsi dal Peloponneso e cercarono di far valere i propri diritti

facendosi aiutare dalla popolazione locale dei dori. Insieme invasero quindi il Peloponneso (questo

dopo la guerra di Troia, che secondo i Greci avvenne nel 1184 o nel 1214 a.C.). Lo riconquistarono

e lo divisero tra loro stessi, dando vita a tre grandi centri: Argo, Messene e Sparta. Così sarebbero

arrivati i Dori nel Peloponneso. È un mito questo che ha avuto un’importanza fondamentale anche

negli studi più recenti: molti storici greci vedono nel mito un nucleo di verità, poichè i Dori,

invadendo il Peloponneso, hanno posto fine alla civiltà micenea. E la distribuzione dei dialetti

sembrerebbe confermare la portata storica di tale mito.

L’ETA’ ARCAICA (800-479)

L’età arcaica comincia intorno all’800, ed è caratterizzata da numerosi fatti importanti:

− Ricomparsa della scrittura con l’introduzione dell’alfabeto;

− Colonizzazione diretta a diverse zone del Mediterraneo;

− Affermazione graduale di un nuovo modo di sistemazione della comunità, la polis;

− La riforma militare dell’oplitismo.

1. LA SCRITTURA

La scrittura ricompare dopo un intervallo di circa tre secoli. In età micenea era nata la lineare B,

caratterizzata da segni sillabici. I documenti di lineare B sono tanti e perlopiù di carattere

amministrativo e istituzionale; è quindi una scrittura destinata a pochi. Tratto notevole è il fatto che

la lingua di questa scrittura sia già greco. La lineare B viene però a scomparire con la fine dell’età

micenea. Solo probabilmente alla fine dell’800 nasce la scrittura alfabetica dall’adattamento al

greco (con l’aggiunta delle vocali) all’alfabeto fenicio.

L’alfabeto fenicio aveva pochi segni, ventidue, che riproducevano in maniera stabile i fonemi,

ovvero i suoni distintivi della lingua parlata, che tendono a semplificare i diversi sistemi di scrittura

in uso all’epoca. I Greci tuttavia inseriscono fin dall’inizio delle varianti a seconda delle regioni.

Inoltre i segni dell’alfabeto fenicio rendevano solo le consonanti (quelli vocalici mutavano a

seconda della grammatica e della sintassi), il greco presenta invece suoni vocali in primo piano, al

pari di quelli consonantici. Si rese dunque necessario un adattamento; un esempio è costituito

dalla S, presentata con ben quattro segni nell’alfabeto greco, laddove invece se ne incontra uno in

quello fenicio. Risultato: strumento più utile e maneggevole, semplificato, perché potesse essere

divulgato più facilmente.

Un ruolo fondamentale, nel processo di acquisizione di questa scrittura, fu svolto in particolare

dagli Eubei, presenti negli scambi tra Oriente e Occidente e in particolare nell’emporio greco di Al

Mina, sulla costa siriana; ma anche Creta e la Ionia possono essere chiamate in causa come aree

interessate al processo. La scrittura alfabetica non fu usata solo per SCOPI commerciali: essa

trovò applicazione nell’uso privato (firme di vasai, epigrafi funerarie in versi, dediche agli dei,

maledizioni), nella redazione scritta di testi poetici (a partire dalla poesia omerica) e infine in

ambito pubblico (codificazione delle leggi) e culturale (sviluppo di saperi nuovi rispetto a quelli tipici

della civiltà orale).

Se riusciamo a datare la prima forma di iscrizione che utilizza tale sistema di scrittura, 770, tuttavia

è difficile dire quale regione fu per prima coinvolta in questo fenomeno: bisogna però pensare a

regioni i cui abitanti erano entrati più a contatto con i Fenici. Perciò, culle dell’alfabeto greco

sarebbero l’Eubea e l’isola di Creta. Viene spontaneo pensare che questo fenomeno abbia

riguardato in primis l’ambito economico-commerciale. Lo stesso Aristotele, infatti, nella Poetica

scriveva che la scrittura era utile per le amministrazioni e gli affari economici di una società. In

realtà i primi documenti di carattere economico sono piuttosto tardi: iscrizioni su pietra, metallo o

terracotta risalgono al 550: occorre però considerare che sono in nostro possesso solo iscrizioni su

materiale resistente; il che non esclude che prima di questa data non fossero esistiti documenti

commerciali. Gli studiosi hanno infatti chiarito di come inizialmente venissero usati materiali

deperibili, come il papiro, la cui conservazione è avvenuta solo in alcune aree. Non sono poi

mancate altre ipotesi: c’è chi ritiene che la scrittura sia nata per mettere per iscritto i poemi omerici.

Certo è però che, per circa un secolo e mezzo, dal 750 al 600 a.C., nell’epigrafia greca prevalgono

documenti non di carattere pubblico, ma privato, prodotti cioè in una sfera che può essere quella

della famiglia o del simposio. Molte sono poi le iscrizioni metriche (non in prosa): iscrizioni come

segni di proprietà spesso nelle forme di oggetti parlanti, come la coppa di Nestore; dediche alle

divinità su oggetti indifferentemente grandi o piccoli; insulti e maledizioni perlopiù standardizzate,

come nel caso dell’iscrizione del 600 proveniente da Cuma, che unisce la forma dell’oggetto

parlante a quella magico-superstiziosa.

Dal 600 circa compaiono anche le prime iscrizioni di carattere pubblico, nate per essere esposte in

un luogo visibile a tutti o in un santuario. Il più antico testo legislativo a noi noto è quello di Drero,

città dell’isola di Creta. Nel 500 compaiono anche iscrizioni funerarie e leggi sacre; così il corpus

epigrafico si accresce sino a toccare il culmine nel 400. E’ importante notare anche l’importanza

della dimensione sociale della scrittura: nei documenti rinvenuti si fa spesso riferimento alle leggi

esposte, che hanno valore documentale e monumentale; per cui spesso si è affermato il bisogno di

sapere che un’iscrizione è esposta in un luogo, senza però la necessità di consultarla.

Nell’antichità, infatti, appare sfumato il confine tra copia e originale (quest’ultimo depositato negli

archivi della città); anzi sembra aver fede, in contrasto con i tempi moderni, le copie esposte per le

strade della città.

2. LA COLONIZZAZIONE

Il fenomeno più notevole dell’alto e medio arcaismo è di certo il movimento coloniale del 700 e del

600, che conferma la grande importanza della mobilità umana e dell’interscambio culturale nel

processo di formazione e di sviluppo della civiltà greca. Il termine colonizzazione è in sé

abbastanza improprio per indicare tale fenomeno, poiché rimanda al termine latino “COLONIA”

inteso come insediamento di natura militare-agricola, che rimanda infatti al verbo colere =

coltivare, abitare.

La colonizzazione è spesso stata vista come l’esito di spinte determinate da diversi fattori, quali

sovrappopolazione, esigenze commerciali, fame di terre, rivolgimenti politici collegati con la crisi

delle aristocrazie. Sicuramente non è la fame di terra il motivo fondante, se pur la popolazione

aumenti; ma è improbabile che i Greci fossero così numerosi da cercare spazio altrove è

improbabile.

- Il picco di aumento della popolazione si verifica attorno alla metà del IV secolo attraverso una

serie di elementi, primo fra tutti un grado di SFRUTTAMENTO RURALE, come si evince dalla

documentazione archeologica. L’agricoltura mediterranea, infatti, è caratterizzata da frequenti

sbalzi climatici interannuali, che possono provocare anche periodi di siccità e dunque di carestia.

Si afferma così il bisogno di cercare altrove ciò che non si trova nella propria terra. E questo

motivo potrebbe essere alla base di alcuni dei fenomeni di emigrazione.

- Possono poi essersi verificati casi di natura SOCIALE e POLITICA: al potere vi sono infatti gruppi

aristocratici instabili nel loro potere e nelle alleanze, interessati spesso da faide tra le famiglie e ad

una manodopera che dev’essere sfruttata. In questa situazione di instabilità e precarietà, si può

immaginare che un gruppo di famiglie, perso il potere nella propria città, si sposti, ponendosi così a

capo di un gruppo nuovo di comunità. La società greca è animata da un forte spirito competitivo di

ricchezza, onori e privilegi.

Nell’800 lo storico Burkhardt ha affermato che preminente nella società greca era lo spirito

agonale, che si manifesta non solo negli agoni e nelle feste panelleniche, ma permea l’intera

società greca, in particolare i ceti aristocratici. Da qui le lotte, che non nascono solo per ragioni

economiche, ma anche per l’onore, componente fondamentale per l’identità individuale e di

gruppo. Questo aspetto ci aiuta a capire la frequenza delle guerre civili, in alcuni casi stasis

continua. Dunque una parte dei migranti è sicuramente spinta ad andare altrove per ragioni socio-

politiche.

La tendenza a fondare nuove comunità è un aspetto che non si limita alla grande ondata dell’VIII e

del VII secolo. Il mondo greco è interessato costantemente da fenomeni di spostamento e di

migrazione, con una significativa PLURALITA’ DI FORME che si riflette nella ricca articolazione

terminologica:

- le colonie di popolamento, le cosiddette apoikiai, sono generalmente quelle di età arcaica e il loro

nome esprime l’idea dell’allontanamento dal luogo in cui si abita; in altre parole, si tratta delle

colonie legate al fenomeno dell’emigrazione. Esse creano nuove comunità completamente

autonome e indipendenti da un punto di vista politico, mantenendo relazioni con la madrepatria

solo sul piano linguistico, religioso e culturale. Certo i rapporti possono alla lunga mutare; e nella

Grecia si sono visti sia rapporti di affiliazione, come nel caso Corinto/Siracusa, sia rapporti di

guerra aperta, come per Corinto/Corcira.

- le colonie militari-agricole di cittadini, dette cleruchie, prevedono che i coloni mantengano la

cittadinanza originaria;

- con il termine epoikiai sono indicati i rincalzi coloniari, cioè l’invio di coloni a prendere possesso di

comunità già esistenti o a rafforzare un’iniziativa coloniale già in atto;

- abbiamo inoltre empori commerciali, come Naucrati sul delta del Nilo;

- colonie panelleniche come Turi, e poi ancora fondazioni regie e kataoikiai militari di età ellenistica

(eredi delle più antiche cleruchie).

La spedizione destinata a fondare una colonia (apoikia) era guidata da un fondatore, l’ECISTA, di

cui spesso la tradizione conserva il nome e che era oggetto, dopo la morte, di un culto eroico. Suo

compito era, dopo aver chiesto una sanzione religiosa all’impresa consultando l’oracolo di Delfi (il

quale rivendicava una sorta di protettorato sulle iniziative coloniali), portare alla nuova destinazione

il fuoco sacro tratto dal focolare pubblico della città d’origine e, una volta scelto il sito in base a

diversi criteri (difendibilità, accessibilità al mare, fertilità del suolo), distribuire la terra ai coloni,

fondare i santuari, stabilire regole di convivenza e istituzioni nella nuova comunità. I coloni erano

per lo più maschi, provenienti da una o più comunità; in genere erano pochi, il che poteva rendere

necessario, in un secondo momento, un rincalzo coloniario (eipoikia) che potenziasse la comunità

sul piano demografico.

Il MOVIMENTO COLONIALE di VIII e VII secolo procede sulle rotte già battute dai Micenei e dalla

navigazione precoloniale. Tuttavia, se nell’VIII secolo prevalgono le iniziative individuali, nel VII

secolo, invece, viene dato maggiore impulso dalla stato. Destinazioni privilegiate sono: in

Occidente, l’Italia meridionale e la Sicilia, l’Africa settentrionale, la Gallia, la Spagna; in Oriente,

Macedonia, Tracia, zona degli Stretti e coste del Mar Nero.

La colonizzazione però non sempre si configura come atto pacifico: in Sicilia, ad esempio, la

presenza di forti poteri locali diede vita a due rivolte, l’una più violenta, l’altra invece più pacata.

Ogni colonia presenta al suo interno una città con un suo territorio rurale. La città è organizzata sul

modello greco, con al suo centro un santuario e l’agorà, luoghi principali della vita politica e

cultuale della polis.

Un ruolo primario nell’iniziativa coloniale va riconosciuto ai Calcidesi d’Eubea e ai Corinzi. I

CALCIDESI, di stirpe ionica, cercarono in terra coloniale quel sostentamento impedito in patria

dall’accentramento della proprietà terriera nelle mani degli Ippoboti, ma anche sbocchi di mercato

per i propri manufatti e materie prime, tra cui il ferro.

I CORINZI, di stirpe dorica, maturarono fin dal 700 una vocazione marinara e commerciale, anche

grazie alla posizione geografica che ne consente il controllo; in Occidente essi cercarono

soprattutto terre fa coltivare, ma l’industria ceramica e cantieristica li portò a farsi anche rivali delle

città dell’Eubea sulle rotte commerciali. Interessi agrari e commerciali che spesso sono stati visti

come antitetici, sembrano dunque da considerare invece convergenti nella colonizzazione.

La più antica colonia greca d’Occidente è PITECUSSA (Ischia), fondata da Calcide in Campania

intorno al 770. L’isola ha restituito la cosiddetta coppa di Nestore, recante la più antica iscrizione

greca in versi.

Osservando i materiali rinvenuti durante gli scavi in Sicilia è stato possibile creare una cronologia

capace di datare anche la fondazione degli altri centri. Le Storie di Erodoto (che si compongono di

nove libri, che trattano di una storia complessa e varia) sono una fonte importantissima per la

ricostruzione della Grecia arcaica. In uno dei suoi numerosi excursus geo-etnografici, Erodoto

parla a lungo della fondazione di CIRENE (IV libro), unica vera apoikia. La sua fondazione risale

attorno al 630; colonizzatori furono principalmente gli abitanti di Tera. Cirene diventerà poi un

grande centro, ben più grande e potente della sua stessa madrepatria. Erodoto visita la città

attorno al 450 e si fa carico della tradizione locale per dar vita poi alla digressione circa il suo atto

di fondazione. In particolare, egli reca due differenti atti: un gruppo di abitanti di Tera mette in

evidenza il ruolo di primo piano svolto dalla stessa Tera; un altro gruppo, invece, insiste

sull’importanza di altre città come Sparta. Tra le due è da considerare veritiera la prima. Un altro

punto della digressione insiste invece sulla situazione interna alla città: in un momento di crisi tra la

vecchia dinastia dei Battiadi e il passaggio a un regime democratico, alcuni filomonarchici insistono

nell’esaltazione di Battos (primo a governare la città) al di fuori della città. A ciò si aggiunge però

una tradizione indipendente, il cosiddetto Giuramento dei fondatori di Cirene, unico fondamento

che ci riserva il modo in cui avvenne la fondazione della città di Cirene. Molti dubitarono

dell’autenticità di questo documento, creato nel IV secolo per attestare i diritti dei Teri su Cirene,

sulla base del fatto che già si conosceva il nome da dare alla città. A ciò si aggiunge poi il fatto che

l’espressione l’assemblea decise è una formula sicuramente posteriore al VII secolo. Vero è pero

che non ci sarebbe nulla di strano nel pensare che il documento originale sia andato censurato e

che sia stato poi ripreso in un’età più tarda.

Un altro documento, testimonianza anche questo del fenomeno della colonizzazione, è proposto

da Tucidide, che nel I libro parla a proposito dei contrasti fra Corinto e la sua colonia CORCIRA, la

cui posizione strategica nello Ionio la rendeva assai importante per il controllo delle rotte per

l’Occidente; nel corso di questa “guerra coloniale”, si svolse quella che Tucidide ricorda come la

più antica battaglia navale della storia greca.

La tradizione che fa capo a Strabone attribuisce ai Milesii la fondazione, alla fine del 600, sulla

foce canopica del Nilo, dell’emporio di Naucrati. Il secondo libro delle Storie è interamente dedicato

all’EGITTO. L’Egitto rivestiva un’importanza notevole agli occhi dei Greci, perché visto come culla

di una civiltà millenaria, ricca di saggezza e cultura. Parlando dell’Egitto, l’autore s’interessa ad

una delle dinastie più recenti, esattamente la ventiseiesima dei faraoni (664-525) detta Saitica,

dalla città di Sais lungo il Nilo. Con il 525 anche la dinastia egiziana viene inglobata sotto l’impero

persiano. Si tratta di un periodo fondamentale per la storia egiziana: dopo un periodo di grandi

turbolenze, in cui l’Egitto perde la sua unitarietà, vengono ripresi i contatti con la Grecia. Si tratta di

un periodo molto turbolento. Una lega di undici re, infatti, esilia il faraone e Psammetico (primo re

della dinastia saitica), ritenendo di aver subito un oltraggio, cova vendetta. Consultato l’oracolo, gli

venne vaticinato che vendetta sarebbe nata quando uomini di bronzo sarebbero giunti dal mare.

La storia volle che uomini provenienti dalla Caria e dalla Ionia, regioni greche dell’Asia minore

occidentale, stessero navigando a scopo di bottino nel delta del Nilo e avessero attraccato proprio

in Egitto, presentandosi rivestiti di bronzo. Psammetico, comprendendo che l’oracolo aveva detto

bene, convinse ioni e cari ad essere suoi alleati nel rovescio degli undici re. Come ricompensa, il

faraone insedia questi greci in una località a capo di uno dei rami del delta del Nilo. Nasce così un

profondo legame con questi, in prima istanza linguistico. Dal loro ruolo di mercenari si passa poi a

gruppi greci realmente inseriti nella città. Tra 570 e 526 si afferma poi il regno di Amasi, che è poi

la parte più felice della ventiseiesima dinastia. Amasi salì al trono dopo aver combattuto con il suo

avversario, Abrie, che contava su un esercito di 30.000 mercenari greci. Amasi riuscì tuttavia a

prevalere agitando la bandiera del nazionalismo egiziano. Ottenuto il potere, si servì anche lui dei

mercenari, vera e propria realtà militare. In particolare, Amasi trasferì ioni e cari a Menfi e questo

sembra essere confermato dal fatto che fonti storiche successive parlano di Ellenomenfiti e di

Carimenfiti, in riferimento proprio a questi nuclei in città che davano poi vita a famiglie miste. Del

resto, è proprio sotto Amasi che si verifica il contatto fra Greci e Egiziani da un punto di vista

economico. I mercanti greci, che giungono sul Nilo senza volontà di abitarvi, hanno la possibilità

non solo di praticare le più svariate forme di commercio (diventano προσταται του εμπορου, centro

quest’ultimo di natura esclusivamente commerciale) attraverso un canale ben visibile aperto, ma

anche la possibilità di innalzare santuari alle divinità. Il più famoso, afferma Erodoto, è l’Hellenion,

con implicito riconoscimento dell’identità ellenica e la consapevolezza di appartenere ad una

nazione. A chi voleva rimanere in Egitto invece, Amasi diede da abitare la città di Naucrati, sul

ramo canopico (più occidentale) del delta del Nilo. Ioni, Dori ed Eoli fondarono numerose città e si

riconobbero tutti nel sacro recinto dell’Hellenion. Gli Egineti, invece, provenienti dall’omonima isola

governata da un’aristocrazia interessata ai commerci, costruirono un proprio recinto, così come

Sami e Milesi.

Amasi stabilisce così delle regole che presiedono a tale forma di contatto commerciale: unica

stazione commerciale era infatti allora NAUCRATI (situazione che cambierà con l’arrivo dei

Persiani). Questo si traduce in vantaggi per l’Egitto: Amasi poteva

- controllare al meglio la componente straniera;

- accentrare il commercio significava controllarlo in primo luogo da un punto di vista fiscale: i

mercanti erano infatti tenuti al pagamento di dazi, consistenti con ogni probabilità in una parte dei

loro guadagni da destinare alla divinità del luogo.

Evidente a questo punto la volontà reciproca (tra Greci e faraone) di dar vita a queste forme di

contatto: l’Egitto è stato infatti da sempre produttore di materie prime (in primis grano) e i Greci,

vista la crescita demografica, necessitavano di risorse; non bisogna poi dimenticare il papiro, per i

Greci supporto primo per la scrittura, e il legno per la costruzione delle navi. In cambio, la Grecia

esportava vari manufatti: ceramiche, oggetti in metallo (bronzo e argento). Naucrati rappresenta

sicuramente l’esempio più esplicito di port of trade, luogo che, in quanto emporio, favorisce il

contatto tra vari popoli.

CONSEGUENZE SOCIALI, ECONOMICHE E CULTURALI:

- La colonizzazione diede uno straordinario impulso alla produzione artigianale, agli scambi

commerciali, alla navigazione.

- La crisi delle aristocrazie terriere, dal cui potere divenuto intollerabile molti coloni cercavano

scampo, la mobilità sociale e l’evoluzione in senso isonomico furono fortemente accelerate.

- La stessa diffusione della MONETA, nata nel 600 in Asia Minore con le prime coniazioni in elettro,

ma diffusasi poi a partire dal 500 con le coniazioni di Egina in bronzo e argento, non può essere

sganciata dal fenomeno della colonizzazione.

Secondo gli economisti la moneta assolveva tre funzioni: 1. Unità di misura del valore; 2.

Mezzo di scambio; 3. Mezzo di tesaurizzazione. Se nell’eta pre-monetale ci si affidava allo

scambio di oggetti, dal bestiame ai tripodi di ferro, nell’età arcaica si comincia invece ad

utilizzare la moneta, pezzo di metallo su cui un’autorità politica imprime un segno che ne

garantisce il valore. Il documento più importante, che ci parla dell’avvenuta nascita della

moneta, è un deposito di fondazione del tempio di Artemide ad Efeso: durante gli scavi

archeologici sono infatti emersi oggetti di elettro, lega presente solo in questa parte del

mondo, alcuni dei quali dei tondelli che presentano dei segni, altri invece recanti immagini

imprecise. Si verifica così il passaggio all’età monetale. La moneta conosce una rapida

diffusione. Intorno al 480, 120 poleis hanno una loro moneta. La maggior parte delle monete,

al di fuori della zona di Efeso, è d’argento, e questo per ragioni di approvvigionamento. Ogni

polis tende comunque a distinguere la propria moneta dalle altre: Corinto adotterà

l’immagine di Pegaso, il cavallo alato; Egina una tartaruga; Atene la civetta. Diverse teorie si

affrontano circa la nascita della moneta, teorie che possono essere racchiuse in due punti

contrapposti:

Finley, con The Ancient Economy, vedeva l’economia antica come una realtà

completamente diversa da quella moderna, quasi che l’antica economia fosse chiusa e

incomparabile con il mondo moderno. Egli collega comunque la nascita della moneta ad

una motivazione di tipo politico: le città si compiacevano di emettere questi pezzi di

metallo perché simbolo di indipendenza della polis.

Altri studiosi hanno invece insistito sull’aspetto etico-normativo: fissazione del valore

e quindi degli scambi. In particolare, il francese E. Will riconduceva la nascita della

moneta come spinta alla nascita di leggi uguali per tutti.

Tuttavia anche la moneta è da ritenere parte di fenomeni più complessi: la possibilità di fare

uso della moneta era infatti simbolo di grande dinamismo. Certo inizialmente aveva più un

valore intrinseco, quindi si pensa che se ne sia servito lo Stato. In seguito diventa

fondamentale anche a livello privato, in quanto fattore moltiplicatore dell’economia.

3. LA NASCITA DELLA POLIS

Nel corso del 700 il mondo greco è interessato dai processi di trasformazione caratteristici della

fase di transizione e di assestamento che coincide con la nascita della polis: un fenomeno

complesso, che dà alla Grecia classica il suo assetto caratteristico, consistente nella coesistenza

di una spiccata unità culturale (in senso etnico, linguistico, religioso, giuridico) e di un forte

frazionamento politico, determinato dalla presenza di più di mille stati indipendenti, diversi per le

dimensioni geografiche e la natura del territorio, per le caratteristiche socio-demografiche e

insediative, per l’assetto urbanistico e monumentale, per le modalità di definizione della

costituzione.

Il PROCESSO DI FORMAZIONE della polis, che comincia prima del 700, si estende per in lungo

arco cronologico. Tale processo presuppone alcuni fattori che segnalano il superamento delle

condizioni caratteristiche dell’età oscura: la stabilità delle comunità sul territorio, lo sviluppo

dell’economia agricola, la crescita demografica, il miglioramento del livello di vita.

Il termine POLIS non include soltanto l’aspetto topografico delle strutture urbanistiche (quartiere

residenziale riunito attorno a un centro politico-commerciale, l’agorà, in cui si riuniscono i cittadini,

e a un centro religioso, il santuario, dedicato al dio con cui si identificava la polis); esso ha anche

un significato politico e sociale: si tratta infatti di una comunità di uomini liberi che si riconoscono

nel culto di una divinità e in un corpus di leggi accettate da tutti, e che prendono decisioni politiche

attraverso organi come l’assemblea e il consiglio.

Nella polis svolge infatti un ruolo primario l’IDEOLOGIA COMUNITARIA che comporta che territorio

e popolazione diano sentiti come una cosa comune; che la popolazione debba partecipare alla sua

gestione; che il potere debba essere esercitato per periodi definiti e a rotazione; che il suo

esercizio debba essere conforme alle regole fissate dalla legge.

La polis non è frutto di un’invenzione momentanea, improvvisa. È un processo che in alcuni casi si

conclude in tempi brevi, in altri invece si verifica in età tarde oppure non si verifica affatto. In altre

parole, è un MODELLO PREVALENTE e non totalizzante. Basti infatti il riferimento alle zone della

Grecia settentrionale, che non hanno conosciuto il modello della polis, preferendo piuttosto dar vita

a stati federali, o meglio confederazioni.

A partire dagli anni Novanta del secolo scorso, un grosso corpo di ricerca, il Copenaghen Polis

Centre, che ha dato vita ad un’opera intitolata Inventory of Archadic and Classical Poleis. Si tratta

di un inventario in cui sono divise, per macroregioni, tutte le comunità greche che nell’antichità si

identificavano come poleis ed è analizzata la loro organizzazione politica, sociale, ecc. Fra le

caratteristiche strutturali della polis, una fondamentale è la STATUALITA’: è infatti una forma

politica che si dota di organi politici, istituzioni e magistrature, vale a dire di quell’insieme di cose

che mettono in evidenza la dimensione politica della città-stato.

La LEGGE COSTITUZIONALE DI DRERO (Creta, 650 a. C.) è la più antica legge che ci sia

pervenuta. Essa proibisce l’iterazione, nell’arco di dieci anni, della magistratura più importante

della città, quella del kosmos. Nel caso in cui la legge venga violata, è prevista una pesante

sanzione economica per il cosmo: i suoi atti sono dichiarati nulli ed egli stesso perderà i suoi diritti

civili e sarà maledetto (dimensione religiosa). Termini di rilevanza istituzionale della legge sono:

− Eade ta poli: che secondo alcuni indica l’assemblea dei cittadini di pieno diritto, secondo

altri la città come entità politica organizzata, la comunità nel suo insieme, comprensiva dei

suoi magistrati.

− Damioi: aggettivo sostantivato che ha come base damos (attico demos). Nei documenti in

lineare B indica il territorio su cui si estende il dominio della polis, oppure un collegio di

magistrati con competenze finanziarie, oppure ancora farebbe riferimento a tutti i cittadini a

pieno diritto.

− I 20 della città: un consiglio ristretto (il numero dei membri varia a seconda della polis),

quasi certamente si tratta del Consiglio degli anziani.

Lo scopo della legge è ben chiaro: impedire che un cittadino acquisti troppo potere ricoprendo più

volte, e in un tempo breve, la carica. Nella Legge costituzionale di Drero si trova dunque lo

scheletro delle istituzioni della polis, che vede la compresenza degli organi ufficiali della città, un

collegio più vasto e uno più ristretto, conosciuto quest’ultimo nel resto della Grecia come Boulè.

Le fonti antiche non ci riportano molte notizie su come le comunità si organizzassero per costituire

la polis. Alcuni ritengono che un primo, fondamentale documento sia il settimo canto dell’Odissea,

dove però il termine polis ha un’accezione differente rispetto a quella corrente. Nei versi è evidente

come OMERO, raccontando la creazione della comunità di Nausicoo, descriva piuttosto la

fondazione di una colonia dal nulla in un luogo disabitato, più che la nascita di una vera e propria

polis.

L’idea che la polis nasca da comunità preesistenti è contenuta nella Geografia di Strabone, opera

in 18 libri pervenutaci integralmente. L’opera, composta in età augustea, compendia storia e

geografia, in un clima di continua ossessione, da parte dell’autore, di confrontarsi con Omero. Il

che non deve ovviamente stupire, vista l’importanza che ricoprivano i testi omerici nella cultura

greca. Nell’ottavo libro, parlando delle regioni del Peloponneso, Strabone si sofferma sulla regione

dell’Elide ed in particolare sull’omonima città. Egli coglie un aspetto della formazione della polis: la

fusione di un certo numero di comunità che abitavano nello stesso territorio durante i secoli bui.

Tecnicamente questo processo si definisce SINECISMO (συνοικισμός), fenomeno le cui modalità

possono variare. Si può parlare di:

1. Sinecismo di carattere formale: si crea una comunità coesa ma ognuno continua ad abitare

nel proprio villaggio; rimangono invariate le più antiche strutture di insediamento.

2. Sinecismo urbano: che comporta un trasferimento fisico di popolazione (come dalla

campagna alla città) e cambiamenti insediativi.

Il fenomeno della formazione della polis è connesso comunque allo sviluppo di strutture che

richiedono un’adeguata organizzazione dello spazio. Nel CENTRO URBANO, luogo politico e

religioso, hanno sede le principali strutture funzionali (il pritaneo, sede del focolare pubblico e delle

magistrature; l’agorà, luogo di incontro e di mercato; il bouleuterion, sede del consiglio;

l’ekklesiasterion, sede dell’assemblea) e culturali (templi, focolare comune, tomba del fondatore).

Significativamente è lo “spazio religioso” a dotarsi per primo di strutture architettoniche: gli edifici

più antichi che compaiono nelle aree urbane (altari, heroa, santuari) affermano il primato

dell’esperienza religiosa come fattore unificante della comunità, mentre solo in un secondo

momento compaiono gli edifici di carattere più propriamente civile e amministrativo.

La Grecia però non era fatta solo di poleis: fin dall’arcaismo è presente, accanto allo stato

cittadino, lo STATO FEDERALE. Questo tipo di stato era stato denominato ricorrendo a termini

generici come ethnos (che propriamente significa “popolo”, “nazione”, non ha implicazioni politiche

e può anche riferirsi alle tribù etniche in cui le popolazioni si dividevano) o come koinon (che indica

qualunque tipo di comunità, dalle associazioni religiose a quelle professionali).

Lo stato federale era caratterizzato dalla SYMPOLITEIA, cioè dalla coesistenza di una cittadinanza

federale con una cittadinanza locale: in ambito ufficiale essa si esprime nella definizione

onomastica del cittadino, che accosta all’etnico del koinòn, la specificazione della località di

origine, espressa con un complemento di provenienza. (Es. Tessalo di Larissa). Lo stato federale

fu l’organizzazione politica caratteristica dell’”altra Grecia”, quella Grecia periferica, di area

prevalentemente centro-settentrionale e caratterizzata da:

- territori montuosi e isolati,

- difficoltà delle comunicazioni e degli scambi,

- un’economia di carattere prevalentemente pastorale,

- assenza di un adeguato sviluppo cittadino (la popolazione viveva dispersa in villaggi o komai, a

loro volta riuniti in distretti).

Tucidide parla di regioni quali Tessaglia, Beozia, Epiro, Acarnania, Etolia, Focide e Locride, in cui

non erano nate poleis, come i PAESI PIU’ ARRETRATI da un punto di vista economico, sociale e

politico. I Greci cominciarono a nutrire nei loro confronti una certa indifferenza. Tucidide racconta

che gli Etoli, per esempio, vivevano come primitivi, si davano al brigantaggio, mangiavano carne

cruda, ecc. La Beozia era abitata da un ethnos beotico, pur contenendo al suo interno diverse

poleis. I cittadini beoti, così come i Tessali, hanno mantenuto comunque un senso di appartenenza

allo stesso enthos e nel corso della storia diverse volte hanno manifestato una tendenza

federalista.

Nel corso del 300, a fronte dell’indebolimento delle poleis, gli stati federali acquisteranno un ruolo

progressivamente maggiore. La ragione più profonda del successo degli ethne come alternativa

alla polis sta nel fatto che l’organizzazione federale si caratterizza per una maggiore apertura

rispetto al mondo cittadino:

- l’abitudine allo scambio di diritti fra le realtà locali appartenenti all’ethnos;

- la disponibilità a rinunciare parzialmente all’autonomia delle singole comunità in cambio di

vantaggi comuni;

- il minor grado di partecipazione diretta del cittadino al governo in favore del principio di

rappresentanza;

rendono gli ethne, indipendentemente dalle forme costituzionali adottate più capaci di integrazione

e di assimilazione rispetto alle poleis.

Perché i Greci si organizzano prevalentemente in poleis? Probabilmente il motivo principale sta nel

fatto che mancava un principio unificante, una struttura di carattere monarchico. Da questo punto

di vista la Grecia è assimilabile alla Fenicia e all’antico Israele, che presentavano diverse

ripartizioni in città simili alle poleis. Eppure non si tratta di casi perfettamente sovrapponibili (le città

fenicie avevano un re).

IL GOVERNO DELLE ARISTOCRAZIE

La Grecia d’età arcaica è invece dominata dall’aristocrazia, all’interno della quale non manca una

forte tensione egalitaria. I privilegi dell’aristocrazia si basano prima di tutto sulla nascita, garantita

da genealogie risalenti all’età degli eroi, dei quali gli aristocratici si sentivano gli eredi. Da questa

discendenza nobile, l’aristocratico traeva quella virtù (areté), negata agli uomini di origine più

umile, ed espressa anche nella bellezza (l’ideale aristocratico dell’uomo è espresso nella formula

kalos kai agathos) e nella ricchezza. La RICCHEZZA degli aristocratici era soprattutto fondiaria,

cioè basata sul possesso di terre; e inoltre sul possesso di beni come case, bestiame, servi, e su

clientele costituite da parenti e da compagni. Oltre che dalla terra, gli aristocratici traevano la loro

ricchezza dalla guerra e dalla pirateria, un’attività che secondo Tucidide era considerata normale e

onorevole nell’arcaismo; era praticato anche lo scambio praticato dagli stessi aristocratici su nave

propria o attraverso la mediazione di mercanti di professione.

La vita degli aristocratici è legata all’OIKOS, termine che in greco significa casa, ma che

comprende anche la famiglia e la proprietà. L’oikos è infatti un insieme di persone e beni che

include, oltre al capofamiglia, la moglie, i figli, i servi, l’abitazione, il tesoro familiare, le terre e il

bestiame. Garantire la sopravvivenza della casata richiede una gestione complessa, la cosiddetta

oikonomia, termine che designa un’economia di carattere domestico, incentrata sull’agricoltura e

disinteressata alla produzione e allo scambio. L’oikos è poi anche una comunità con valore

giuridico e religioso. Talora contrastanti in origine, il diritto dell’oikos e il diritto della polis, finiscono

per convivere e per integrarsi sulla base del principio della pluralità degli ordinamenti.

Le attività principali della vita aristocratica, oltre alla gestione dell’oikos, sono la guerra e la politica,

compito a cui l’aristocratico è destinato dalla disponibilità di tempo libero che gli deriva dal fatto di

non lavorare. Tra gli SVAGHI, oltre alla caccia, va ricordato il simposio, che costituisce uno dei

momenti fondamentali della vita sociale e culturale. Gli uomini si riuniscono per bere insieme e

svolgono attività di carattere culturale come musica, canto e recitazione, e politico, come gli elogi

degli uomini valorosi e la critica ai tiranni. Il simposio appare come il luogo della discussione fra

pari, in cui si creano rapporti di reciproca fiducia: gli stessi legami che trovano espressione nelle

cosiddette eterie, società segrete che si impegnano a sostenere i propri membri in ambito politico e

giudiziario e vengono talora a costituire una realtà istituzionale parallela.

Le relazioni fra casate aristocratiche vanno al di là della comunità di origine e, attraverso i rapporti

di ospitalità (XENIA) assumono carattere internazionale. La xenia era una forma di ospitalità

fondata sulla reciprocità, che prevedeva la mutua assistenza (espressa attraverso l’ospitalità

concreta , cioè l'offerta di vitto e alloggio) e veniva sancita con lo scambio di symbola, piccoli

oggetti spezzati in due parti, che servivano come strumento di riconoscimento e come prova dei

legami di ospitalità anteriormente stabiliti. La xenia costituì uno degli strumenti mediante i quali le

grandi famiglie aristocratiche giunsero a intessere una fitta rete di rapporti al di fuori della comunità

di appartenenza.

Un ulteriore strumento delle relazioni internazionali fra aristocratici furono i legami MATRIMONIALI,

che unirono casate appartenenti a città e popoli diversi. Un altro aspetto della dimensione

“internazionale” dello stile di vita aristocratico è l’inserimento dei membri delle aristocrazie nei

circuiti agonali e propagandistici legati alle feste religiose panelleniche. Gli aristocratici, per dar

prova della propria areté, si confrontavano infatti con i propri pari negli AGONI atletici (ma anche

poetici e musicali) previsti nei Giochi Olimpici (iniziati secondo la tradizione nel 776), Pitici, Istimici

e Nemei. La vittoria in questi agoni era fonte di grande prestigio per il singolo individuo, per la sua

famiglia e per l’intera comunità.

Sul piano militare l’aristocrazia è legata al modello omerico del duello eroico e all’uso del

CAVALLO. Quella che Tucidide considera la prima guerra panellenica, combattuta in Eubea fra

Calcide ed Eretria per il possesso della pianura di Lelanto, fu caratterizzata proprio dal confronto

fra capi aristocratici che combattevano a cavallo.

4. L’OPLITISMO

La CRISI DELL’ARISTOCRAZIA, innescata da fenomeni complessi come la diminuzione della

produzione agricola e il conseguente impoverimento e indebitamento dei contadini, che minarono

le basi socioeconomiche dei regimi aristocratici, trova un importante risvolto militare nell’avvento di

quel nuovo modo di combattere che noi chiamiamo “riforma oplitica”. Il termine OPLITA deriva dal

greco hoplon, che originariamente indicava lo scudo. Esso era l’arma difensiva che poteva arrivare

anche a un metro di diametro, con un’inclinatura all’interno che assicurava una presa solida (due le

prese: avambraccio e polso).

Classico schieramento degli opliti era la FALANGE: file ordinate in modo da formare una barriera

ininterrotta di scudi. Nella falange dunque il soldato combatte a ranghi serrati, difendendo se

stesso e il proprio vicino; per assicurare questa difesa e per garantire alla falange la necessaria

forza d’urto, è fondamentale che il fante mantenga il proprio costo nello schieramento; il che

implica il superamento dell’individualismo e una profonda integrazione del singolo nel gruppo.

L’areté eroica del guerriero aristocratico viene così superata e si affermano nuovi valori, come la

virtù dell’autocontrollo e della moderazione (sophrosyne) e il senso della solidarietà e della parità

fra uguali. Dall’oplitismo nacquero così comunità di cittadini più ampie e coese che, sul piano

costituzionale, si diedero, al posto delle aristocrazie, GOVERNI TIMOCRATICI, cioè basati sul

censo (timé) e quindi potenzialmente più aperti e caratterizzati da una maggiore mobilità sociale.

La falange oplitica rimane il nucleo fondamentale del combattimento, fino alle guerre macedoni,

quando cioè subirà modifiche di carattere tecnico. Nel periodo in cui si afferma la falange, i Greci

acquisiscono una grande egemonia. Certo i guerrieri dovevano avere una prestanza fisica

notevole per sostenere i 25 chili di una PANOPLIA completa (scudo in bronzo, corazza in bronzo e

cuoio, mitra [parte inferiore agganciata alla corazza che proteggeva il ventre del guerriero] cimiero,

elmo, spada), e la calura delle pianure entro cui si combatteva: i Greci infatti preferivano

combattere d’estate o poco prima della mietitura così da bruciare, in caso di vittoria, le messi,

infliggendo un grave danno ai vinti. In breve tempo la falange si afferma come tecnica di

combattimento per eccellenza, efficace in quanto imprime una spinta al momento dell’attacco

nemico. La più antica panoplia restituitaci dagli scavi archeologici risale al tardo VIII secolo: questa

è stata rinvenuta in una tomba ad Argo. Mentre la prima chiara rappresentazione di due gruppi di

guerrieri che si affrontano disposti in falange è la decorazione del Vaso Chigi (640 a. C.).

Sull’oplitismo persiste tuttavia un PROBLEMA di carattere STORIOGRAFICO. Ancora di recente,

infatti, si parlava di rivoluzione oplitica. Nei poemi omerici, tuttavia, non sembra esserci

un’immagine chiara di massa di combattenti; tanti sono invece i casi di duelli fra eroi. Anche se non

è da escludere che si tratti di tecnica narrativa. Dunque la falange è stata una vera e propria

rivoluzione oppure un miglioramento di una tecnica, che già in Omero esisteva seppur sullo

sfondo? I tradizionalisti sostengono l’idea della rivoluzione; i divisionisti invece ritengono ci sia

stata una forma di continuità con la precedente tecnica. Certo è che le prime testimonianze di

falange risalgono al tempo dell’apparizione degli uomini di bronzo in Erodoto. Dunque potrebbe

essersi verificato ciò: a cambiare è il contesto sociale e politico: le città cioè, a partire dal VII

secolo, cominciano a schierare migliaia di opliti.

In tutte le città greche, ad eccezione di Sparta, l’oplita si armava a proprie SPESE: il che spiega la

differenza di armatura tra i vari guerrieri. Per cui, se una città greca schiera alcune migliaia di

cittadini che hanno un’armatura di qualità buona, significa che quella stessa città è

economicamente e socialmente avanzata, poiché ha sviluppato una élite di uomini ricchi capaci di

pagare da sé le armi. Certamente accanto agli opliti continua a esistere il resto: la cavalleria ha

infatti un ruolo subalterno, spesso utilizzata per azioni di disturbo o per inseguire i fuggitivi. I

cavalieri, che dovevano essere molto più ricchi degli opliti, erano in rapporto di 1 a 10 negli eserciti.

Con questa RIFORMA, incentrata sul ruolo dell’oplita (il fante armato pesantemente), la funzione

guerriera cessò di essere un privilegio aristocratico e si ampliò fino a comprendere anche i membri

del demos, cioè della popolazione contadina residente sul territorio. L’armamento dell’oplita era

infatti accessibile anche agli strati meno ricchi della popolazione: furono così i membri della classe

media, i piccoli proprietari contadini, a fornire il servizio di fanteria pesante oplitica, il nuovo nucleo

dell’esercito.

5. LA TIRANNIDE

La tirannide in Grecia non rappresenta un fenomeno unitario da un punto di vista cronologico, né

può dirsi un fenomeno che interessa tutte le città. Essa si verifica quando una singola personalità

conquista un potere più o meno assoluto e lo esercita in maniera violenta contro la comunità. Il

termine TIRANNO, forse di origine microasiatica, significa signore e identifica colui che esercita un

potere assoluto; già nel 600 la parola assume una connotazione negativa alludendo a un potere

esercitato senza il consenso dei cittadini. In Erodoto appare codificata l’immagine topica del

tiranno come incarnazione dell’illegalità.

Aristotele individua diversi MODELLI di tirannide:

- tiranno demagogo che diviene tale appoggiandosi al popolo;

- tiranno ex magistrato, che, a partire da un ruolo istituzionale, conquista un potere eccezionale;

- tiranno il cui potere nasce dalla degenerazione di una monarchia o di una oligarchia.

I moderni si sono interrogati sugli INTERESSI che i tiranni rappresentano: alcuni hanno valorizzato

il rapporto con i nuovi ceti artigiani e mercantili, altri quello con l’elemento militare oplitico e quindi

con il ceto medio agrario. In realtà è difficile generalizzare, perché il fenomeno della tirannide

interpreta e aggrega spinte diverse:

- la lotta contro le aristocrazia (dalle quali spesso i tiranni stessi provengono, pur appartenendo a

frange emarginate);

- il riscatto dei contadini poveri e indebitati,

- la nascita di nuove realtà economiche e di nuovi gruppi sociali.

In genere i tiranni non intervennero sulla situazione costituzionale delle città, che rimase invariata;

essi agirono piuttosto sulla situazione politica e sociale, operando nel senso di un’integrazione

degli esclusi attraverso la ridistribuzione della terra. Non a caso Tucidide inserisce la tirannide tra i

fattori di SVILUPPO DELLA GRECIA ARCAICA, nel contesto di un superamento della debolezza e

dell’isolamento originari favorito dalla crescita della potenza politico-militare, della ricchezza, delle

rendite provenienti dai tributi, dalla marineria.

Interessante è anche la POLITICA RELIGIOSA dei tiranni, che appare complessivamente incline

alla valorizzazione di culti panellenici e rurali rispetto a quelli poliadi e di culti misterici di carattere

non gentilizio: ciò conferma da una parte gli orientamenti antiaristocratici della tirannide, dall’altra

l’inserimento nella prospettiva internazionale valorizzata da Tucidide.

Anche se non furono veri e propri riformatori sociali, i tiranni contribuirono così all’EVOLUZIONE

DELLA SOCIETA’ verso forme più egalitarie, accelerando la crisi dei regimi aristocratici.

Nella madrepatria greca, le tirannidi più importanti sorsero nelle città dell’Istmo di Corinto,

caratterizzate, grazie alla posizione che favoriva i traffici, da maggior ricchezza e dinamicità. A

CORINTO si affermò nel 658/657 la tirannide dei Cipselidi, che ci è nota grazie alla testimonianza

di Erodoto.

Il capostipite, Cipselo, sottrasse il potere all’aristocrazia dei BACCHIADI, una famiglia che cercava

di conservare l’esclusiva del potere detenendo l’esclusiva delle cariche pubbliche, e la cui

ricchezza si basava sul possesso della terra e sul controllo fiscale del commercio. Lo storico

Diodoro Siculo, autore di Biblioteca storica, che raccoglie periodi spesso non contemplati da altre

opere, dice che questa famiglia, discendente da Eracle, era composta da 200 capifamiglia che

avevano in mano il potere e governavano la polis in comune, scegliendo uno di loro per ogni anno

in qualità di magistrato supremo (il basileus), per circa un secolo (750/40 – 650). Anche Erodoto

dedica una parte della sua opera (metà del V libro) a questa cerchia di famiglie, dicendo che

praticavano l’endogamia, in modo tale da impedire che il potere passasse in altre mani che non

fossero le loro.

CIPSELO, preso il potere, impose un regime tirannico sulla città. La sua storia è contemplata nel V

libro delle Storie erodotee (vd. Fotocopia), dove è possibile trovare anche numerosi oracoli e

riferimenti propagandistici ai Cipselidi. Peraltro la storia è piena di dettagli, quasi favolistici, che si

ritrovano in numerose altre culture: lo stesso terzo oracolo è posto post eventum, cioè dopo la fine

di questa dinastia. Ma quella di Erodoto non è certo l’unica versione: c’è infatti da considerare

anche Nicola di Damasco, che racconta una storia più credibile. Cipselo, figlio di un outsider,

esercitava la carica di polemarco e, per ottenere l’appoggio del popolo, si rifiuta di punire chi non

saldava i debiti. Questa versione non solo ci fa capire che Cipselo apparteneva di fatto ai

Bacchiadi, ma anche che è sicuramente più intraprendente degli altri, perché capace di assicurarsi

un favore popolare con una politica populistico-demagogica.

A Cipselo successe il figlio PERIANDRO, sul quale pure sorgono numerosi aneddoti e leggende.

Costui era annoverato nel canone dei sette sapienti di Diogene Laerzio, anche se il resto della

tradizione gli attribuisce episodi cruenti.

Questa tirannide concluse il suo corso nel 580 circa e si ricostituì nuovamente il governo

aristocratico. Sotto i due tiranni comunque la città di Corinto:

­ Si allargò mediante la fondazione di colonie;

­ Vi fu un’elevata diffusione della ceramica corinzia;

­ Fu molto abbellita con edifici pubblici e sacri.

Sempre nella zona dell’Istmo, a SICIONE si affermò intorno al 650 la dinastia degli Ortagoridi, il cui

governo ebbe un carattere più spiccatamente popolare. L’esponente più significativo della dinastia,

CLISTENE, fu autore di una riforma delle tribù consistente nel ribattezzare le tre tribù doriche

tradizionali con nomi di animali (maiali, asini, porci) e nel creare una quarta tribù (quella degli

archelaoi, “dominatori del popolo”) in cui furono inseriti gli Ortagoridi stessi. La riforma è stata

spesso ritenuta di carattere antidorico. Ma alcuni ritengono che sia stata dettata, più che da

tensioni etniche, da esigenze militari e di sviluppo territoriale; considerando che nelle aree di

insediamento dorico sono presenti sperequazioni sociali dovute alla sottomissione degli antichi

abitanti da parte di invasori, l’ipotesi che Clistene abbia voluto intervenire su queste diseguaglianze

non va esclusa. Clistene svolse anche una politica estera, in senso ostile ad Argo in area

peloponnesiaca e, a livello panellenico, inserendosi, con la prima guerra sacra, nella grande

politica internazionale, a difesa delle rotte del golfo di Corinto. Clistene promosse la propria

immagine in Grecia partecipando alle feste panelliniche e intessendo rapporti con grandi casate

straniere, come rivela il matrimonio della figlia Agariste con l’ateniese Megacle, della grande

famiglia degli Alcmeonidi. La dinastia ortagoride venne rovesciata intorno al 550 dagli Spartani.

Altro caso interessante è anche la città di MITILENE nell’isola di Lesbo, la cui società aristocratica

era molto raffinata, perché a contatto con la cultura dell’Asia Minore. Queste notizie emergono

anche a livello letterario dai frammenti di Alceo e Saffo. Mitilene è una città molto competititiva: tra

il 590 ed il 580 abbiamo PITTACO, che, in qualità di arbitro, aveva avuto il compito di ristabilire

l’ordine sconvolto a causa di una lotta tra i due tiranni precedenti, Melancro e Mirsilo. Dapprima

alleatosi con la famiglia di Alceo, in seguito un suo voltafaccia lo condurrà ad allearsi con Mirsilo,

scatenando la rabbia del poeta. La posizione di Pittaco è certamente interessante: prima tiranno,

poi arbitro, evidente conseguenza del disordine che vige in città a causa della competizione.

Ultimo personaggio di rilievo è POLICRATE di SAMO, che presenta tratti storicamente più

attendibili. La sua tirannide si muove dal 540 al 522. Egli giunse al potere in seguito ad una guerra

civile promossa dal popolo, inteso quest’ultimo come parte di cittadini arricchitisi con attività

artigianali e mercantili. Policrate, insediatosi al potere, espelle gli aristocratici. Tre sono i tratti

interessanti della sua politica:

1) la fondazione di una grande potenza marittima grazie alla quale allarga la sua influenza sulle

isole vicine, esercitando così per primo la talassocrazia (dominio sul mare);

2) opere pubbliche: Policrate diede vita al nuovo santuario dedicato ad Era, al molo costruito nel

porto e lungo 2 stadi (vera innovazione del mondo greco da un punto di vista marittimo), infine ad

una galleria (la galleria di Eupalino) scavata nella roccia per garantire alla città un

approvvigionamento idrico;

3) amò circondarsi di poeti e intellettuali.

Terminata la tirannide, si ha a Samo uno sviluppo interessante: la tirannide apre infatti la strada ad

un assetto politico di tipo isonomico, cioè di uguaglianza di fronte alla legge, concetto questo che è

una forma embrionale di democrazia. MEANDRIO, infatti, cui Policrate aveva affidato la reggenza,

rinuncia al potere mettendolo al centro, restituendo alla polis un regime costituzionale.

L’esperienza della tirannide in generale, in sede di giudizio storico, è stato un fenomeno che ha

contribuito a rompere il monopolio del potere aristocratico, certo con modi ed esiti diversi. Modi che

non sempre hanno portato alla nascita della democrazia, benché in alcuni casi il tiranno si è

dovuto appoggiare al demos per costruire la sua piattaforma di potere.

6. LA LEGISLAZIONE

Sotto i regimi aristocratici, i detentori del potere giudiziario erano depositari della legge in quanto

esperti delle themistes, la norme di origine divina conservate da una tradizione esclusivamente

orale. L’amministrazione della giustizia da parte degli aristocratici era così sottratta a ogni controllo

e diventava spesso espressione del loro prepotere, come attestano le lamentele contro i giudici

ingiusti e corrotti che emergono dalle pagine esiodee. La CRISI DELLE ARISTOCRAZIE fece così

emergere il bisogno di procedere alla codificazione delle leggi, resa possibile dall’acquisizione

della scrittura e capace di garantire una maggior certezza del diritto anche ai non privilegiati.

I più antichi interventi di carattere legislativo si registrano in AREA COLONIALE, perché in

comunità nuove più facilmente si verificarono le condizioni per la fissazione di norme condivise e

più forte era sentita l’esigenza di garanzie egalitarie: abbiamo così i nomi di Zaleuco di Locri, di

Caronda di Catania.

Secondo la tradizione, ZALEUCO di Locri avrebbe legiferato per i Locresi Epizefiri, ispirandosi

all’autorevole modello cretese; caratteristiche della sua legislazione sarebbero state la limitazione

della discrezionalità dei giudici e l’adozione di un linguaggio semplice e accessibile.

CARONDA avrebbe invece redatto un codice molto puntuale, che mitigava la prassi giudiziaria

introducendo pene pecuniarie anche per reati di sangue. Tali pene erano graduate in base al

patrimonio, il che sembra implicare una costituzione di tipo timocratico, con la divisione della

popolazione in classi di censo.

Un ruolo particolare tra i legislatori della MADREPATRIA ha lo spartano

LICURGO, la cui figura è da ritenere leggendaria. Le sue leggi, ispirate secondo la tradizione da

Apollo e non prive di contatti con il mondo cretese, sono di datazione incerta e vanno ritenute,

probabilmente il prodotto di una lunga evoluzione. La legislazione di Licurgo, la cosiddetta rhetra,

si occupava prevalentemente di definire i poteri delle diverse componenti dello stato spartano ed

era all’origine del particolare ordinamento che caratterizzava Sparta e che era conosciuto come

kosmos, l’”ordine” per eccellenza; essa non venne mai messa per iscritto, ma in parte rifluì nella

Eunomia di Tirteo.

Alla fine del 600 fu attivo in Atene il legislatore DRACONE, della cui legislazione si ricordava la

particolare severità, che avrebbe redatto una costituzione i cui elementi sono però molto incerti,

perché attestati da una tradizione fortemente influenzata dalla propaganda oligarchica. Meglio nota

è invece la legge draconiana sull’omicidio, che sottraeva spazio al regime della vendetta privata,

lasciando alla famiglia del morto l’iniziativa dell’azione penale, ma allo stato l’applicazione della

pena di morte e incoraggiando la transazione; soprattutto distingueva i tipi di omicidio e le relative

pene sulla base dell’atteggiamento soggettivo dell’omicida e, quindi, del grado di volontarietà

dell’azione. Si trattò quindi di un rivoluzionario intervento nell’ambito del diritto penale, che tentava

di superare i rigori dell’antica prassi della vendetta familiare riservando alla polis il ruolo principale.

7. LEGHE SACRE E ALLEANZE MILITARI

• L’estrema frammentazione del mondo politico greco rese fin dall’inizio necessarie forme di

collaborazione tra i diversi stati. Un primo tentativo fu quello delle ANFIZIONIE, o leghe sacre, di

popoli vicini che si riconoscevano in un culto comune. Secondo Strabone all’origine di queste

esperienze vi fu il fatto che popoli e città vicini, bisognosi del reciproco aiuto, presero a celebrare

insieme feste e incontri, dai quali si sviluppò un legame di amicizia. Alcune di esse ebbero un

carattere spiccatamente etnico e culturale, come l’anfizionia ionica di Delo, intorno al tempio di

Apollo; altre ebbero carattere locale, come quella che riuniva le popolazioni affacciate sul golfo

Saronico, intorno al tempio di Posidone a Calauria.

Un carattere panellenico ebbe invece l’Anfizionia per eccellenza, quella DELFICO-PILAICA, che

dimostra quanto profondamente la sfera della religione e quella della politica si compenetrino.

Essa è una lega di 12 popoli (ethnè), che si realizza originariamente intorno al luogo di culto della

dea Demetra ad Antela. La posizione del santuario in un punto nodale della geografia dell’Ellade, il

passo delle Termopili, può spiegare l’aggregazione e la persistente importanza che essa riveste. In

una data non precisabile, al primitivo polo di aggregazione se ne aggiunge un altro: il santuario di

Apollo a Delfi.

Ogni popolo veniva rappresentato, nelle riunioni che si tenevano due volte all’anno, in primavera e

in autunno, da due ieromnemoni, mentre le poleis, non rappresentate, inviavano osservatori

chiamati pilagori. L’Anfizionia delfico-pilaica costituì l’unico ORGANISMO PANELLENICO capace

di operare stabilmente e di fornire gli strumenti per un’azione comune: primo fra tutti la “guerra

sacra”, che poteva essere dichiarata dagli Anfizioni contro i violatori di norme, e che si prestò in

molti casi a utilizzazioni politiche.

L’Anfizionia fu spesso dilaniata dal tentativo di singole forze greche di egemonizzare la lega sacra

e di mantenere sotto il proprio diretto controllo il santuario delfico, sia per le ricchezze che vi erano

depositate sia per la possibilità di utilizzare propagandisticamente l’oracolo o anche

semplicemente l’autorità morale promanante dal centro del santuario.

• Un tentativo su basi diverse, prive di immediati risvolti sacrali, fu quello delle leghe militari o

SYMMACHIAI, di natura originariamente difensiva, nelle quali un gruppo di poleis riconosceva

volontariamente la guida (“egemonia”) di un’altra polis: a essa venivano delegati il comando in

guerra e la responsabilità di organizzare l’attività militare comune, in caso di attacco a uno degli

stati membri. Di questa natura furono la Lega di Corinto, la Lega del Peloponneso (sotto

l’egemonia di Sparta), le due leghe navali costituite sotto la guida di Atene nel 400, la Lega delio-

attica, e nel 300, la Seconda lega ateniese.

LA GRECIA TARDO-ARCAICA

2.

I GRECI D’ASIA E DELLE ISOLE

Sulle coste e sulle isole dell’ASIA MINORE fiorivano nel VI secolo numerose prospere città, che

avevano avuto un ruolo di grande rilievo nella colonizzazione e avevano visto lo sviluppo della

poesia epica e lirica e, a Mileto in particolare, di saperi nuovi come la filosofia (Talete, Anassimene,

Anassimandro), la storiografia e la geografia (Ecateo). L’area geografica era divisa, su base

prevalentemente linguistica, in tre zone a partire da nord: l’Eolide, abitata da coloni giunti dalla

Tessaglia e dalla Beozia, la Ionia, abitata da coloni provenienti dall’Attica e dall’Eubea, e la Doride,

abitata da coloni di origine dorica.

Le città microasiatiche avevano subito, nella prima metà del 600, l’attacco di vari re Lidi, per ultimo

Creso. Sotto il suo dominio l’interazione culturale tra Greci e Lidi raggiunse il massimo sviluppo:

grazie anche agli ampi spazi di autonomia che la monarchia lidia concedeva nell’ambito del suo

dominio, si creò una KOINE’ CULTURALE GRECO-LIDIA, espressa anche a livello religioso dalla

comune attenzione ai culti di Artemide efesina e di Apollo delfico.

Cadute le antiche monarchie, in molte città d’Asia Minore si affermarono, in seguito a gravi lotte

civili, GOVERNI TIRANNICI: a Mitilene, sull’isola di Lesbo, alla monarchia dei Pentilidi seguirono le

tirannidi di Melancro, di Mirsilo e soprattutto di Pittaco, buon legislatore e governante, tanto da

essere annoverato tra i Sette Saggi.

Dopo la conquista della Lidia da parte del re persiano Ciro il Grande (546), della dinastia degli

Achemenidi, le città greche dell’Asia Minore passarono sotto il controllo dei Persiani. Il

consolidamento dell’IMPERO ACHEMENIDE e la riforma amministrativa e fiscale realizzati dal re

Dario I, con il conseguente accentramento del sistema, accrebbero quello scontento che sfociò,

nel 499, nella rivolta ionica. Analoga sorte subirono, in tempi diversi, le isole più vicine alla costa

asiatica. Alcuni Greci dell’Asia Minore, di fronte all’occupazione persiana, cercarono condizioni di

vita migliore altrove, emigrando o impegnandosi in imprese coloniali.

Tra le ISOLE GRECHE ricordiamo:

- Egina, l’Eubea, Corcira;

- le isole CICLADI, che costituivano un ponte fra il continente greco e il Vicino Oriente, con la rotta

che giungeva a Mileto;

- CRETA, la più grande isola greca, in posizione strategica tra Asia, Egitto e Grecia, abitata da

popolazioni doriche che praticavano la pirateria e il mercenariato. Creta aveva fama di avere

ottime istituzioni, imitate da molti Greci, e di essere stata il luogo d’origine della legislazione.

LA GRECIA CENTRO-SETTENTRIONALE

La Grecia centro-settentrionale comprendeva:

• TESSAGLIA

, grande pianura formata dal fiume Peneo e dai suoi affluenti, circondata dalle

montagne; adatta alla coltivazione dei cereali e all’allevamento, era una delle zone della

Grecia più ricche di risorse; le sue aristocrazie di cavalieri erano famose per il loro alto

tenore di vita. Nel 500 essa costituiva uno stato federale, nel cui territorio si trovavano

diverse città, le cui dinastie al potere erano in rivalità. Quella degli Alevadi di Larissa

assicurò un’unità al koinon, consentendo ai Tessali di ridurre la popolazione preesistente

sul territorio allo stato di servi, denominati penesti e costretti a coltivare la terra per gli

aristocratici, cui versavano una congrua parte del raccolto. Erano detti invece perieci i

popoli circonvicini, soggetti anch’essi a un tributo.

Attraverso i voti dei perieci i Tessali furono in grado di controllare l’Anfizionia delfico-pilaica.

Una parte della tradizione attribuisce ai Tessali un ruolo preponderante nella cosiddetta

“PRIMA GUERRA SACRA”, primo atto storico dell’Anfizionia, che si concluse con

l’istituzione del cosiddetto agon stephanites, il primo dei Giochi Pitici. La guerra fu condotta

fu combattuta dal 592 al 582 circa, quando l’ateniese Solone e l’Anfizionia decisero di

punire i Focesi di Cirra, accusati di aver coltivato la terra sacra del santuario di Delfi e di

aver disturbato i pellegrini; era chiaro l'intento di poter controllare il santuario. Euriloco di

Larissa, a capo della coalizione dei 4 tetrarchi tessali e degli alleati vinse la contesa e

riportò il santuario nell'orbita di influenza tessale. La guerra segnò, anche il rafforzamento

di Atene che venne inclusa nell'anfizionia di Delfi.

Dopo il 510 i Tessali acquisirono un ruolo panellenico rilevante in corrispondenza con il

rafforzamento dell’unità della federazione. Il KOINON fu riorganizzato sul piano

amministrativo e militare: il territorio tessalico fu diviso in tetradi destinate a fornire

contingenti di opliti e cavalieri all’esercito federale, governate da tetrarchi o polemarchi e

sottoposte all’autorità centrale del tago. La tagia era la magistratura suprema della

federazione, aveva carattere militare e tendeva a diventare vitalizia.

Sotto i grandi Tagi della fine del 500 (Scopa di Crannone e Aleva di Larissa), i Tessali non

solo acquisirono il pieno controllo dei perieci, ma conquistarono anche la Focide ed

estesero la loro INFLUENZA su tutta la Grecia centrale, fino alla Beozia. Il controllo

dell’Anfizionia, attraverso i voti dei popoli che entravano nella loro influenza, consentì loro

di assumere l’organizzazione dei Giochi Pitici e soprattutto di influire sull’oracolo,

utilizzandone la grande autorevolezza politica e morale: con il suo appoggio i Tessali

avviarono una politica filospartana, in accordo con il re Cleomene I, e antiateniese, in

accordo con i Pisistrati ormai costretti all’esilio. Il tentativo dei Tessali di esercitare

l’egemonia sulla Grecia con il sostegno di Delfi e dell’Anfizionia, terminò con la morte di

Aleva e con alcune sconfitte da collocare probabilmente nell’intervallo tra le due guerre

persiane.

• MACEDONIA , stato federale poco coeso, articolato in diversi cantoni guidati da re guerrieri

col loro seguito di eteri; essa restò a lungo ai margini della storia greca, cercando,

attraverso legami di alleanza con le diverse potenze greche, di mantenere la propria unità e

indipendenza. Lo stesso accadde all’EPIRO, abitato da tribù di stirpe dorica e illirica.

• I due stati federali dell’ARCANANIA e dell’ETOLIA, zone abitate da genti di lingua greca,

ma culturalmente arretrate. Tucidide dice che gli Euritani parlavano una lingua greca

incomprensibile e mangiavano carne cruda, accentuando fortemente il carattere selvaggio

e primitivo di queste popolazioni e la loro estraneità rispetto alle aree più avanzate del

mondo greco.

• Scarsa importanza avevano la DORIDE e le due LOCRIDI. La FOCIDE, caratterizzata

anch’essa da un discreto sviluppo urbanistico, doveva la sua importanza alla presenza del

santuario di Delfi, che la pose per altro al centro degli interessi di diverse potenze greche.

• BEOZIA , ricca regione agricola, caratterizzata sul piano istituzionale, da antiche e solide

tradizioni federali. L’unità e l’equilibrio del koinon tuttavia furono costantemente minacciati

dalle ambizioni egemoniche di alcune città, come Orcomeno e Tebe.

ATENE

L’ATTICA è un vasto territorio situato nella Grecia centrale che vede, già a partire dai secoli bui,

una lenta unione di alcuni villaggi, alcuni dei quali vanno a formare un grosso insediamento, Atene.

La regione ha certamente conosciuto un vasto popolamento nel corso del 700. L’Attica è infatti il

centro di produzione della ceramica geometrica, che conosce in questo periodo il suo massimo

sviluppo: numerosi resti sono stati rinvenuti in un’area cimiteriale, sorta nei pressi della porta

monumentale del Dipylon. Ciò testimonia ovviamente l’esistenza di una committenza aristocratica.

Intorno al 1000 si era registrato un fenomeno chiamato impropriamente prima colonizzazione: è

piuttosto un fenomeno di migrazione vera e propria che conduce nuclei di abitanti attici verso l’Asia

minore. Certo potrebbe esserci un aspetto propagandistico dietro questo evento, ma c’è

indubbiamente anche una realtà storica: la prima testimonianza di una migrazione risalente al 600

è fornita da Mimnermo di Colofone; non si tratta dunque di ricostruzioni a posteriori: nuclei di realtà

storica mettono in evidenza l’affinità tra l’Attica e le città ioniche dell’Asia. L’Attica è sicuramente

una regione di poleis, il cui centro è Atene; due i miti di fondazione relativi alle città:

1. AUTOCTONIA - secondo cui il popolo di Atene era “nato dalla terra” e aveva sempre

abitato lo stesso territorio, diversamente dalla maggior parte dei Greci che erano invece

“immigrati” nelle loro sedi dall’esterno. Per la coscienza di questa continuità insediativa gli

Ateniesi si sentivano privilegiati: la loro terra non ha subito insediamenti di altri popoli, né

invasioni.

2. SINECISMO - attribuito dalla tradizione al mitico re Teseo che avrebbe fuso le città attiche

in un unico grande centro. Il processo, che si svolge a partire dal 700 e appare concluso alla

metà del 600 trasformò le antiche poleis indipendenti dell’Attica in “demi”, cioè in circoscrizioni

territoriali di un’unica “polis”, Atene. In essa ebbero sede le istituzioni comuni, consiglio e

magistrati con i loro luoghi di riunione; in essa vennero raccolti i contributi fiscali.

La nostra fonte principale sulla storia più antica di ATENE dal punto di vista dell’evoluzione interna

è la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele. Conclusasi l’epoca dei re, la monarchia sarebbe stata

sostituita prima da “arconti” vitalizi, magistrati supremi che rimanevano in carica tutta la vita, poi da

arconti decennali; infine, con il 682 iniziava la lista degli arconti annuali, scelti in base ai criteri della

nascita e della ricchezza, e che entravano in carica nel mese di Luglio, che corrispondeva all’inizio

dell’anno ufficiale.

Gli ARCONTI erano nove: l’eponimo, che dava il nome all’anno; il re (basileus) che conservava le

competenze religiose del sovrano; il polemarco, incaricato della guida dell’esercito; a questi si

aggiunsero poi i sei tesmoteti (custodi dei thesmoi, le leggi ritenute di origine divina). I poteri degli

arconti, che secondo Aristotele derivavano dalla distribuzione di quelli in precedenza concentrati

nella persona del re, si ridussero col tempo a una serie di competenze relative all’amministrazione

della giustizia (istruzione delle cause e presidenza dei tribunali). Uscendo di carica, gli arconti

entravano nel consiglio dell’AREOPAGO, cosiddetto perché si riuniva sul colle di Ares nei pressi

dell’Acropoli, e vi restavano a vita: l’Areopago aveva competenze sui delitti di sangue e in materie

religiosa e, secondo una tradizione molto dubbia, anche un ampio e imprecisato ruolo di “custodia

delle leggi”.

La popolazione era riunita in quattro TRIBU’, ognuna guidata da un phylobasileus o “re della tribù”;

ogni tribù sarebbe stata divisa in tre trittrie e in dodici naucrarie, unità forse collegate con

l’allestimento della flotta ma anche con altri aspetti amministrativi. Il potere era nelle mani degli

Eupatridi, gli aristocratici; il ruolo dell’assemblea del popolo, pure probabilmente esistente, era in

origine estremamente limitato.

Una delle prime vicende storicamente note per Atene è quella del tentativo del giovane

aristocratico CILONE (vincitore nei giochi olimpici), genero del tiranno Teagene di Megara, di

instaurare la tirannide. Fallito il tentativo di occupare l’Acropoli, Cilone riuscì a fuggire, ma i suoi

compagni cercarono rifugio, come supplici, presso l’altare di Atena, da dove furono allontanati con

la promessa di aver salva la vita; della loro successiva uccisione furono ritenuti responsabili gli

Alcmeonidi, che vennero espulsi come sacrileghi. La cronologia dell’episodio è incerta e oscilla tra

la data tradizionale (630) e l’epoca di Solone, cui la tradizione attribuisce l’istituzione del tribunale

che condannò gli Alcmeonidi. Il fatto che Cilone volesse instaurare la tirannide ad Atene è da

ricollegare alle lotte tra famiglie aristocratiche per la competitività. Le stesse leggi di Dracone

mostrano la necessità di istituire leggi per riportare all’ordine la situazione. Sembra che dopo la

morte dei Ciloniani, Atene avesse addirittura chiamato uno sciamano dall’isola di Creta, un tale

Epimenide.

SOLONE

Alla fine del 600, il quadro sociale attico appare fortemente influenzato da problemi legati alla

questione agraria. L’Attica soffriva, infatti, per quella scarsità di terre coltivabili, che è stata

individuata come una delle cause della colonizzazione. I piccoli contadini, in caso di raccolti

insufficienti, erano costretti a chiedere in prestito cereali per la semina o per la sussistenza ai

grandi proprietari aristocratici; e finivano così per indebitarsi con loro, diventandone clienti, e

versando loro una quota del raccolto (se non erano in grado di farlo cadevano in schiavitù).

Crescevano dunque da parte dei piccoli contadini le rivendicazioni economiche e sociali e

l’aspirazione a una maggiore uguaglianza.

In Atene fu SOLONE a prendere in considerazione questi problemi, avviando un processo di

integrazione sociale e politica che fu il presupposto della democrazia. Solone fu scelto come

arbitro e arconte nel 594/3, dopo essersi distinto nella guerra contro Megara per il controllo

dell’isola di Salamina. Quello dell’operato soloniano è un terreno di basi più solide: Solone è infatti

un intellettuale che ha lasciato tracce concrete della sua attività politica. Autore di elegie e giambi,

sono giunti fino a noi frammenti che permettono di cogliere la personalità di quest’uomo. Egli

legiferò norme che riguardavano la vita pubblica e privata della città: la tradizione vuole che le sue

leggi fossero state scritte su pannelli di legno esposti nell’agorà (άξονες κύρβεις) e non incisi sul

bronzo. Parte di questi pannelli si conservano ancora nel 400: le sue norme rimasero dunque in

vigore a lungo e investono vari campi della vita sociale.

Una serie di FONTI confermano l’operato di Solone, oltre ai suoi componimenti. Sicuramente tra

queste c’è Aristotele con La Costituzione degli Ateniesi, opera formatasi attorno al 350, nella quale

furono incluse circa 160 costituzioni delle città greche; prevale in quest’opera non tanto l’aspetto

storico, quanto quello politico-istituzionale (l’opera fu ritrovata nel 1890 quasi per intero). Aristotele

dedica a Solone i primi capitoli. Altra fonte utile alla ricostruzione dell’opera di Solone è la Vita di

Solone di Plutarco, che probabilmente usa fonte principale lo stesso Aristotele.

Solone si trova in primis ad affrontare la QUESTIONE AGRARIA, aggravata dal fatto che i

contadini non avevano alcun diritto politico. In riferimento a questi Aristotele, nel secondo capitolo

della Costituzione degli Ateniesi, usa due termini, rimasti tali anche nel linguaggio italiano: pelatai,

indica “coloro che sono vicini”, forse da intendere come clienti, e hektemoroi, termine intraducibile

che compare solo in quest’opera. Da un punto di vista linguistico il significato di questo termine

non è difficile da cogliere: sono “quelli della sesta parte”.

− Il termine rimanda quindi alla mezzadria: i contadini che lavorano presso i ricchi hanno in

cambio o pagano la sesta parte. E’ più probabile la prima ipotesi: si spiega così la richiesta del

contadino al signore di anticipare il raccolto per la sua sussistenza e, in caso di situazioni

negative, la contrazione di debiti e l’offerta di se stesso e della sua famiglia in cambio del

prodotto. Solone agisce a tal proposito in maniera radicale: vieta infatti di fare prestiti con

garanzia sulla persona.

− Ma bisogna considerare altri due interventi di Solone in questo campo. C’erano infatti degli

Ateniesi che, divenuti schiavi, erano stati poi venduti all’estero. Solone decide pertanto di

richiamarli, rendendoli liberi.

− Stabilisce poi che nessun uomo libero avrebbe dato come garanzia per i debiti la propria

persona o quella di altri: in altre parole, un uomo che godeva dello status di libero non poteva

diventare schiavo in tal modo. Decretò dunque la cancellazione dei debiti, nota come

seisachtheia (scuotimento dei pesi).

Il frammento 30 G.-P. di Solone riporta la sua personale impressione circa la riforma. La sua è

sicuramente una poesia di autodifesa, perché egli è cosciente che queste riforme andavano a

ledere parte degli interessi dei ceti dirigenti. Egli si propone dunque come primo capo del popolo,

dando spazio alle spinte popolari, senza però procedere in senso rivoluzionario: la sua è piuttosto

un’OPERA DI MEDIAZIONE tra le richieste dei contadini e gli interessi dell’aristocrazia, che non

permetteva che i suoi privilegi fossero intaccati.

Degli obiettivi attorno a cui ho riunito il popolo,

a quale ho rinunciato prima di raggiungerlo?

Potrebbe testimoniarlo dinanzi al tribunale del Tempo

la grandissima Madre degli dèi dell’Olimpo

al meglio, la nera Terra: io un giorno

la liberai dei cippi ¹ conficcati in molti luoghi,

e se prima era schiava, adesso è libera.

Ricondussi alla patria Atene, fondata dagli dèi,

molti che erano stati venduti, o contro la legge,

o legalmente: costretti all’esilio

dal bisogno– e già avevano perso l’uso della lingua

attica, per il continuo vagare in molti luoghi –

o qui stesso ridotti a un’infamante servitù,

atterriti dal temperamento dei padroni,

io li resi liberi. Questo ho realizzato coniugando

col potere la forza e la giustizia²,

e ho compiuto pienamente le promesse.

Le leggi le ho scritte ugualmente ³ per il plebeo e il nobile,

applicando a ciascuno una retta giustizia.

Se un altro e non io avesse impugnato le redini,

uno di cattive intenzioni e avido,

non avrebbe trattenuto il popolo; se infatti avessi voluto

ciò che a quel tempo piaceva agli avversari,

o, al contrario, ciò che gli altri meditavano per questi,

la città sarebbe rimasta vedova di molti cittadini.

Perciò mi eressi una protezione da ogni lato

e andai, lupo in mezzo a molti cani.

¹ Due le interpretazioni del termine in uno dei punti più oscuri del componimento (Terra nera forse

metafora della divinità) :

− Nella sua materialità designa un cippo di pietra che faceva da confine ad una proprietà. Se il

significato è questo, potrebbe essere successo ciò: i ricchi si erano impadroniti di terre comuni

abbattendo materialmente questi cippi, restaurati poi da Solone.

− Potrebbero anche essere i cippi ipotecari posti su un terreno per coprire un prestito.

² Evidente autodifesa.

³ Solone persegue l’ideale dell’equità, cercando di trovare una via mediana tra due opposte parti.

Ciò che emerge dall’operato di Solone è l’importanza dello STATUS DI LIBERTA’; il che produce

ovviamente una differenziazione tra due grandi gruppi: gli schiavi da un lato e i liberi dall’altro.

Aristotele sottolineò il fatto che da allora nessuno poteva diventare schiavo per debiti, definendo

come popolare questa iniziativa di Solone.

La tradizione attribuisce poi a Solone una complessa legislazione comprendente norme di natura

diversa. Sul PIANO ECONOMICO, è attestata dalla tradizione una riforma dei pesi e delle misure,

consistente nell’adozione del sistema ponderale euboico mirante da una parte a ridurre i debiti

dall’altra a favorire lo sviluppo delle attività commerciali; il divieto di esportare derrate alimentari,

tranne l’olio, terrebbe conto delle particolari caratteristiche dell’agricoltura attica, con buona

produzione olearia ma insufficiente produzione cerealicola.

Sul PIANO FAMILIARE ED ETICO, Solone avrebbe legiferato sul matrimonio, sulla parentela, in

materia testamentaria ed ereditaria, sui funerali e sul lusso, mirando a tutelare l’oikos (la casata)

come cellula sociale e a integrarlo nella polis.

Sul piano GIUDIZIARIO è attribuita a Solone l’istituzione del tribunale popolare dell’Eliea, cui

avrebbero avuto accesso, come del resto all’assemblea, anche i teti. Egli avrebbe inoltre concesso

al cittadino la possibilità di chiedere, attraverso la ephesis (appello) al tribunale, il giudizio dei

propri pasi; e avrebbe sancito il diritto per qualunque cittadino, non solo per la parte lesa, di

intentare un’azione legale. Entrambe le riforme mostrano la volontà di coinvolgere il popolo

nell’amministrazione della giustizia, a tutela degli interessi comuni.

A Solone è attribuita anche una riforma costituzionale che comportava la divisione della

cittadinanza in quattro CLASSI DI CENSO:

1. Pentacosiomedimni, che arrivavano a produrre fino a 500 medimni di grano. Questi

costituiscono un gruppo ristretto: partecipano all’esercito in qualità di cavalieri e tra questi

stessi si individuano i tesorieri di Atena.

2. Cavalieri, coloro che, con una produzione compresa tra i 200 e i 300 medimni, sono in grado

di mantenere un cavallo.

3. Zeugiti, secondo alcuni il nome indicherebbe il giogo, secondo altri espressione metaforica per

indicare la linea degli opliti disposti in falange. Si tratta comunque della classe media, in

genere gli politi, che possedeva una certa quantità di patrimonio, da alcuni identificato con 200

medimni di grano.


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DETTAGLI
Esame: Storia greca
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vventrella di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Cagnazzi Silvana.

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