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Indice

  • Cap. 1 Introduzione: definizioni, cronologie e geografie
  • Cap. 2 Il problema delle origini
  • Cap. 3 Creta minoica: La formazione dello stato nell’Egeo
  • Cap. 4 La Grecia micenea: formazione, società, organizzazione
  • Cap. 5 La Grecia micenea: espansione e crollo
  • Cap. 6 Le Dark Ages: trasformazioni e continuità (XII – IX secolo)
  • Cap. 7 Un’epoca di grandi cambiamenti: il mondo greco nell’VIII secolo
  • Cap. 8 I Greci sui mari: la mobilità arcaica
  • Cap. 9 Opliti, legislatori, tiranni: la polis aristocratica nel VII secolo
  • Cap. 10 Un mondo a parte: Sparta in età arcaica
  • Cap. 11 La nascita di una grande potenza: Atene in età arcaica
  • Cap. 12 Grecia e Persia: la rivolta ionica e le guerre persiane (499-479)
  • Cap. 13 L’universo aristocratico: economia, società, cultura nell’età arcaica
  • Cap. 14 Il secolo breve di Atene: il mondo greco tra il 478 e il 431
  • Cap. 15 Atene democratica: alla ricerca di un nuovo modello di convivenza
  • Cap. 16 Economia, società, cultura ad Atene e nel mondo greco nel V secolo
  • Cap. 17 La guerra del Peloponneso (431 – 404)
  • Cap. 18 Tirannidi d’Occidente (fine VI metà V secolo)
  • Cap. 19 Gli anni di Sparta (404- 379)
  • Cap. 20 Alla ricerca di una pace impossibile (379 – 355)
  • Cap. 21 Filippo II di Macedonia: la conquista della Grecia (359 – 336)
  • Cap. 22 La Sicilia e la Magna Grecia nel IV secolo (405 – 337)
  • Cap. 23 Economia, società, cultura nel IV secolo
  • Cap. 24 Alessandro Magno (336 – 323)
  • Cap. 25 L’eredità di Alessandro (323 – 281)
  • Cap. 26 Un potere da conservare e tramandare: i regni ellenistici nel III secolo
  • Cap. 27 Vecchi e nuovi protagonisti nella Grecia del III secolo
  • Cap. 28 Fra Cartagine e Roma: i Greci d’Occidente in età ellenistica
  • Cap. 29 Economia, società, cultura nel mondo ellenistico
  • Cap. 30 La conquista romana del mondo ellenistico

Capitolo 1: Introduzione

Definizioni, cronologie e geografie

Problemi di identità

I Greci stessi non avevano le idee ben chiare sulla loro origine. L’identità locale fu sempre più importante di una incerta identità di popolo. Venivano ritenuti Greci quanti avevano diritto a partecipare ai giochi olimpici, ma questo, palesemente, spostava il problema senza risolverlo: nei casi dubbi (per esempio i re macedoni) sorgevano discussioni senza fine. In ossequio alla regola generale che l’identità viene esaltata in presenza di un nemico comune, fu durante le guerre persiane, a leggere Erodoto, che i Greci formularono la migliore definizione di se stessi: erano Greci coloro che condividevano “lo stesso sangue e la stessa lingua, e i santuari comuni degli dèi, i sacrifici e gli usi analoghi”.

A parte l’accenno allo “stesso sangue”, che è un concetto molto più vago di quanto i Greci, e i moderni fino a qualche generazione fa, avessero creduto, la definizione rimanda correttamente a una comunanza di lingua, alla condivisione di costumi (per esempio frequentare l’agorà e il ginnasio) e al venerare gli stessi dèi: o meglio, poiché la religione greca era una religione pratica, al prendere parte agli stessi rituali, tra i quali spiccava il sacrificio animale. A ben vedere, la definizione dell’Hellenikòn abbozzata dagli antichi Greci non è molto diversa da quella che ha elaborato la ricerca moderna: i Greci sono coloro che, nel corso dei secoli, partendo da un sostrato linguistico comune, sono giunti a condividere una corposa serie di usi, costumi, abitudini, credenze religiose.

Non è una definizione esatta: essa consentiva per esempio a Demostene di scagliarsi contro Filippo, definendolo più o meno il peggiore tra i barbari, pur potendo quest’ultimo partecipare ai giochi olimpici, mentre il dinasta siculo Ducezio, anche se probabilmente era assai più greco di costumi di qualsiasi abitante della Tessaglia, certo non sarebbe mai stato ammesso alle Olimpiadi. Ma è l’unica definizione che abbiamo.

I confini della storia greca

A lungo la storia greca non si poté far iniziare che con Omero e la stessa predominanza delle fonti scritte portava a trascurare l’età arcaica e a concentrare l’attenzione sui due secoli dell’età classica (dalle guerre persiane ad Alessandro Magno). Il progredire delle ricerche archeologiche, fino alla consapevolezza del fatto che i Micenei parlavano greco, grazie alla decifrazione delle tavolette in Lineare B, hanno permesso di considerare questa civiltà, fiorita nei secoli centrali del II millennio, come parte integrante della storia greca. Per continuità geografica e reciproche influenze, non è possibile neppure trascurare la civiltà che precede la micenea a Creta nell’Egeo, vale a dire la civiltà minoica.

La fine della storia greca è stata spesso legata al momento in cui le poleis avrebbero perso la loro autonomia, la loro libertà. Il momento tradizionale in cui sarebbe accaduta questa catastrofe era di solito individuato nella battaglia di Cheronea, con la vittoria di Filippo di Macedonia su Atene e Tebe. Una posizione simile da parte degli storici è oggi insostenibile. Grazie a Droysen si valorizzò e battezzò, il concetto di Ellenismo, dando questo nome alle vicende politiche e culturali degli stati sorti dalle conquiste di Alessandro, dotati di una matrice greca, o greco-macedone, secondo un’espressione coniata in età moderna. “Scoperta” feconda, quella dell’Ellenismo, che giungeva a collegare le radici della civiltà greca al Cristianesimo, e la cui estensione, idealmente, non avrebbe dovuto arrestarsi se non con la caduta di Bisanzio nel 1453 d.C.

In concreto, sono state scelte, per comprensibili motivi, date che hanno limitato il campo degli studi di storia greca. Furono così adottate come termine del percorso la pace di Naupatto, in quanto ultima vicenda che coinvolge unicamente protagonisti greci, prima dell’affermarsi di Roma; oppure il 146, data epocale nel mondo mediterraneo, che vede la distruzione di Corinto a conclusione dell’ultima rivolta greca al dominio romano; o ancora il 31, data in cui, con la battaglia di Azio, l’ultimo grande regno ellenistico, quello d’Egitto, cade in mano romana. In questo manuale, la narrazione vera e propria si ferma al 146, data fino alla quale le vicende politiche greche conservano ancora una loro autonomia, pur essendo ormai entrate nell’orbita romana.

Il “miracolo” greco e le fonti della storia greca

Alla base della decisione di dare ampio spazio a tutta la storia greca, stanno almeno due ordini di considerazioni:

  • In primo luogo, l’importanza della storia greca non sta nel miracolo greco, di un popolo che dal nulla avrebbe elaborato l’“indice” del libro della nostra civiltà (storia, filosofia, politica, scienza, ecc.). Piuttosto nei risultati delle continue interazioni che i Greci hanno intessuto con le altre civiltà, con il mondo orientale soprattutto, poiché è solo dagli incontri tra esperienze diverse che nascono cose nuove. I periodi precedenti e susseguenti all’età classica sono appunto i periodi dell’incontro dei Greci con gli altri. L’età classica è quella dell’arroccamento in se stessi.
  • La seconda riflessione concerne le fonti a nostra disposizione per la ricostruzione della storia greca. Per lungo tempo, in parte per necessità, ma in larga misura anche per scelta, le fonti letterarie sono state considerate le più importanti, e tra esse, ovviamente, le opere storiche. È per questo motivo che le guerre persiane, narrate da Erodoto, o la guerra del Peloponneso, immortalata da Tucidide, sono state a lungo privilegiate. Ciò è avvenuto non solo nei secoli anteriori all’Ottocento, quando ancora non era stato superato il profondo senso di inferiorità nei confronti degli storici classici, ma anche in tempi relativamente più recenti. In questo manuale si è ritenuto opportuno riservare un congruo spazio alla storia sociale, economica, culturale: in questo ambito l’ambizione è stata quella di non nascondere in alcun modo la diversità del mondo greco antico rispetto all’età moderna. Si inserisce bene in questo progetto la scelta di considerare con la massima attenzione le fonti non letterarie, e quindi in primo luogo le fonti archeologiche.

Appunti geografici

La Grecia propriamente detta, i cui confini corrispondono in larga misura a quelli della Grecia moderna, è la parte terminale della penisola balcanica, la terza grande penisola del Mediterraneo. Nell’antichità, era divisa in numerose regioni: la penisola del Peloponneso, era divisa in sei regioni (Laconia, Messenia, Arcadia, Elide, Acaia, Argolide); superato l’istmo di Corinto, a est si stende la penisola dell’Attica, mentre risalendo verso nord troviamo le regioni della Grecia centrale: Beozia, Focide, Doride, le due Locridi, l’Etolia e l’Arcanania. Ancora più a nord, nella Grecia settentrionale, la Tessaglia, e infine la Macedonia e l’Epiro, non sempre considerate come parte dell’Hellenikòn.

Fanno da contorno molte isole che geograficamente si possono considerare parte stessa della Grecia: tra di esse, Egina, l’Eubea e infine tra le innumerevoli isole e isolette delle Cicladi, Delo, Nasso, Paro, Tera e Melo. Si tratta di una zona geografica povera di risorse naturali, generalmente montagnosa (la cima più alta, dove i Greci collocavano la sede degli dèi, è il monte Olimpo, al confine fra Tessaglia e Macedonia, che sfiora i 3.000 m.) con poche pianure coltivabili e fiumi brevi e poveri di acque.

Come vedremo, fin dal II millennio i Greci si sono sparsi un po' in tutto il Mediterraneo: in Italia, in Sicilia, in Africa, in Spagna, in Francia, nella penisola calcidica, sulla costa settentrionale dell’Egeo, da Samotracia a Taso, da Lesbo a Samo, a Chio, a Rodi, solo per citare le più grandi. Senza contare Creta, che nel II millennio è una grande protagonista del mondo mediterraneo.

Altro protagonista della storia greca è sicuramente il mare (i Greci erano “come rane intorno a uno stagno”, secondo la celebre espressione di Platone). Quasi nessuna fondazione, infatti, sorge a più di qualche chilometro dalla costa e tutte le zone sono state raggiunte con spedizioni navali. Eppure il rapporto con il mare era ambiguo: era navigabile solo da aprile a ottobre, era popolato di pirati, le navi erano piccole e per nulla sicure, e soprattutto molte comunità greche non erano affatto marinare: le flotte di Sparta e Tebe solcarono l’Egeo per poco tempo, ma i loro cittadini non avevano alcuna esperienza di cose di mare. Persino Corinto e Atene sorsero non sul mare, ma a qualche chilometro di distanza: il mare infatti era percepito come un pericolo più che come una via di comunicazione.

Capitolo 2: Il problema delle origini

Storia greca: da quando iniziare?

La trattazione prende in genere le mosse dal periodo neolitico, cioè dal VII millennio, per continuare con l’Età del Bronzo e ai secoli ad essa successivi. Ma pochi paragrafi, se non poche righe, sono in genere riservati a trattare le vicende di interi millenni, creando un ingiustificato squilibrio nell’esposizione delle singole fasi storiche. Chiedersi chi siano i Greci da un punto di vista etnico o quando siano arrivati in Grecia, non ha più molto valore. L’ipotesi a lungo data per scontata, che nel corso del III millennio la Grecia fosse stata invasa da una popolazione di ceppo indoeuropeo, i Greci appunto, provenienti dall’Asia centrale, appare tramontata perché non sostenuta da alcuna evidenza a carattere linguistico o archeologico. Non è possibile cioè individuare un momento in cui un gruppo etnico definibile come greco sia arrivato in Grecia.

L’idea di grecità come valore condiviso da una comunità allargata va dunque annoverata tra le acquisizioni della civiltà arcaica e classica, e non serve a spiegare le origini di quest’ultima. Allora dove vanno cercate le fondamenta delle civiltà arcaica e classica? L’unicità della Grecia classica si spiega con la forza di una tradizione che da una certa data in poi appare continua e della quale lingua, memoria storica, comportamenti sociali ricorrenti ed elementi artistici risultano parte integrante. Già nella seconda metà del II millennio in Grecia è attestata una lingua di tipo greco. Lo indica la Lineare B, la scrittura in cui nel XIII secolo erano redatti i documenti amministrativi dei palazzi micenei. E proprio la civiltà micenea potrebbe essere ritenuta il punto di partenza di una linea di ininterrotta continuità culturale tra la Tarda Età del Bronzo e l’età arcaica e classica, autorizzando così a iniziare la nostra trattazione appunto dalla Tarda Età del Bronzo.

La civiltà micenea, da parte sua, è caratterizzata dal sistema palaziale che può essere ritenuto una forma arcaica di stato. Tale sistema però compare per la prima volta in area egea a Creta nell’ambito della civiltà minoica, e senza tener conto di quest’ultima, che si sviluppò nella Media Età del Bronzo e precedette immediatamente quella micenea, gli sviluppi conseguiti successivamente sul continente greco risulterebbero poco comprensibili. In altri termini è l’Età del Bronzo, così come si è sviluppata nella Grecia centrale e meridionale, e nelle isole, che rappresenta il grande serbatoio culturale che sta alle spalle della civiltà greca. Una storia del mondo greco può allora essere fatta iniziare dalla formazione della civiltà minoica, che segna la nascita, per la prima volta in Egeo, e in Europa, di entità politiche e culturali complesse, vale a dire di entità statali.

Civiltà minoica, civiltà micenea e le Dark Ages (1200 – 700) il lungo periodo che per convenzione si fa finire con l’VIII secolo, corrispondono alle fasi della storia del mondo egeo alle quali guardare per comprendere la formazione della civiltà greca arcaica e classica. Quanto alle fonti, qualche dato si può ricavare dai testi prodotti nel Vicino Oriente, ed elementi importanti si possono trarre dalla lettura delle tavolette in Lineare B. Ma in realtà la fonte principale per ricostruire le fasi più antiche della storia greca sono i dati e i risultati elaborati dalla ricerca archeologica.

I Greci e il loro passato

Nonostante l’uso della scrittura sia testimoniato almeno dall’VII secolo, la Grecia rimase per secoli una società largamente orale, una società in cui la memoria del passato veniva tramandata oralmente, e dunque con tutte le distorsioni, le creazioni, le innovazioni dovute all’uso della memoria come mezzo di trasmissione. L’Iliade e l’Odissea affondano le loro radici in una tradizione di poesia orale. In entrambe queste opere, composte tra VIII e VII secolo, confluirono una serie di storie tradizionali, molte formatesi nelle corti dei palazzi minoici e micenei, altre acquisite dall’ambiente mediterraneo e vicino-orientale, che erano state tramandate per secoli in forma orale. Ma i due poemi, proprio in ragione della loro natura, non possono essere considerati alla stregua di fonti storiche: come narrazione cioè più o meno fedele di eventi e fatti realmente accaduti.

L’esempio più pregnante è certo quello relativo alla guerra di Troia. Tale “storia” non può essere considerata come un avvenimento reale, che è possibile ricostruire nei dettagli. Piuttosto, deve essere intesa come un’invenzione poetica nella quale fatti e personaggi verosimili per il pubblico del tempo vennero fusi insieme e ambientati in un luogo, la città di Troia, storicamente esistito e “universalmente” riconosciuto, nell’Età del Bronzo come in età arcaica, quale centro primario del collegamento tra le entità politiche allora esistenti in Grecia e gli stati della regione anatolica.

Quanto alle genealogie o “storie” a carattere individuale, familiare o comunitario, che circolavano ad Atene come in gran parte del paese, la loro formazione è stata riconosciuta come soggetta a selezioni dovute a vari fattori e non attendibile addirittura per periodi poco distanti nel tempo. Esibire un albero genealogico che annoverasse tra gli iniziatori della famiglia personaggi del mito, dunque leggendari, fu particolarmente importante per i Greci. Alle loro origini e ai loro antenati essi infatti attribuivano grande valore in quanto ritenevano che da essi dipendessero le caratteristiche morali e il destino delle generazioni future. In conclusione, la tradizione orale della Grecia antica non può essere facilmente adoperata per la ricostruzione del passato.

C’erano però altre fonti di conoscenza del proprio passato alle quali i Greci d’età arcaica e classica si rivolsero, anche se sporadicamente. In primo luogo, gli oggetti antichi in circolazione. L’archeologia fornisce molti esempi di oggetti dell’Età del Bronzo che rimasero in circolazione in periodi più tardi. Essi vennero spesso riacquistati tramite la riapertura o la spoliazione delle necropoli. I sigilli di pietra intagliati sono l’esempio più comune. Più inconsueto, ma anche più significativo, il caso di una statuina fittile d’età arcaica, rinvenuta in Beozia: intorno al collo è dipinta una collana da cui pende la rappresentazione di una statuina fittile micenea. Dunque, molti secoli dopo la fine dell’Età del Bronzo, statuine micenee erano ancora in circolazione e venivano addirittura usate come pendagli, forse a mò di amuleti.

Accanto agli oggetti deve essere tenuta presente l’esistenza di rovine di edifici monumentali e l’incidenza che queste devono avere avuto sull’evoluzione della conoscenza storica.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/02 Storia greca

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tuttoriassunti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia Greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Guizzi Febo.
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