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 Si può parlare di vera democrazia? Probabilmente no: il potere delle famiglie aristocratiche non venne

eccessivamente compromesso; infatti restava operativo il vecchio ordinamento costituzionale basato sul

collegio degli arconti e sul consiglio di circa 300 membri. Quest’ultimo era il centro più importante del potere.

 Perché Clistene diede vita ad una riforma così profonda della politica quotidiana? Sono state date spiegazioni

riduttive, legate al puro interesse personale, nel senso che Clistene avrebbe inteso mantenere il potere della

sua famiglia, blandendo il popolo. Altri hanno invece sottolineato l’esigenza di coprire l’immissione nella

cittadinanza di numerosi elementi (financo schiavili) che non ne avrebbero avuto diritto.

Resta comunque il fatto che Clistene mostrò un’eccezionale capacità di elaborazione intellettuale e un’altrettanto

grande capacità di realizzare nella pratica del complessi mutamenti.

In questo capitolo

La storia di Atene non è ben conosciuta in età arcaica. A partire dal VI secolo, troviamo invece:

 Solone. Figura archetipica di saggio legislatore, cercò di eliminare le ingiustizie più palesi, ma non volle

favorire una più radicale rivoluzione.

 Pisistrato. Introdusse la tirannide ad Atene. La sua figura fu ricordata in modo positivo, a differenza di quella

di suo figlio Ippia.

 Clistene. Realizzò una profonda riforma delle istituzioni, creando quelle che rimarranno in vigore per tutto il

periodo della democrazia radicale. Cap. 12

Grecia e Persia: la rivolta ionica

e le guerre persiane (499-479)

1. Oriente e Occidente

Il conflitto tra le poleis greche e l’impero persiano va inserito in una prospettiva di lungo periodo. I persiani fanno

parte, in un certo senso, della storia greca. Come si vedrà in seguito, la loro ingerenza sulle vicende delle poleis,

rimarrà grande. Delle guerre persiane conosciamo solo la versione dei vincitori greci; dalla parte persiana il conflitto fu

sicuramente visto in maniera diversa: sia perché non venne considerato come un evento epocale, sia perché non privo

di qualche successo. Tutto questo non vuole sminuire l’importanza delle guerre persiane per il mondo greco: la vittoria

risultò decisiva per trasmettere alle poleis una grande fiducia in se stesse, si vuole solo sottolineare come la

narrazione delle vicende storiche sia, sempre e solo una questione di prospettive. E alla prospettiva di vedere le

guerre persiane come uno scontro tra Oriente e Occidente, tra dispotismo e libertà, noi preferiamo la visione del

grande cantore del conflitto, lo storico Erodoto, consapevole del fatto che le guerre fossero inevitabili, ma fiducioso in

ogni momento nella collaborazione tra civiltà, tra Oriente e Occidente.

2. L’impero persiano

Negli anni centrali del VI secolo, la geografia politica del mondo cambiò. I quattro grandi regni orientali (Lidia, Media,

Babilonia, Egitto) furono infatti abbattuti e il loro territorio unificato nell’impero persiano. Principale autore di questa

straordinaria impresa fu Ciro il Grande, della dinastia degli Achemenidi, che si impadronì in successione del regno dei

Medi, della Lidia, e infine entrò in Babilonia. A tali conquiste suo figlio Cambise aggiunse l’Egitto. Fondamentale fu poi

l’opera di rafforzamento dell’impero intrapresa da Dario I.

I persiani erano una popolazione di lingua indoeuropea, originaria dell’altipiano iranico e a lungo soggetta ai Medi. Di

essi colpisce la concezione religiosa che si esprimeva nel culto del dio Ahura-Mazda. Fondatore e codificatore del

mazdeismo , i cui sacerdoti erano conosciuti come Magi, era ritenuto un sacerdote-filosofo dagli incertissimi contorni

storici, Zarathustra (Zoroastro), forse da collocarsi tra VII e VI secolo.

Un tratto caratteristico dei Persiani fu una larga tolleranza in materia di culto nelle regioni dell’impero. Da sottolineare

anche quello che da alcuni studiosi è stato visto come uno dei “segreti” del successo persiano:una grande capacità nel

dare un’organizzazione efficiente alla aree conquistate, attraverso la divisione in regioni (satrapie, rette da satrapi),

dotate di amplissima autonomia amministrativa, mentre l’unità dell’impero era garantita, oltre che dal carisma del

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Gran Re, da un’intelligente unificazione di pesi, misure e monete, dall’adozione di una lingua “internazionale”

(l’aramaico) e dalla costruzione di numerose strade. Con tutto ciò i Greci d’Asia entrarono in contatto quando Ciro il

Grande si impadronì del regno di Lidia nel 546, con il quale i Greci avevano creato una sorta di cultura comune,

cementata da rapporti assai stretti tra le aristocrazie dei due popoli. Ora tutto questo era finito e i Greci che abitavano

le poleis sulla costa dell’Asia Minore si resero conto di cosa significasse abitare in una zona che il Gran Re considerava

“naturalmente” di sua proprietà.

3. La rivolta ionica

In un primo tempo, la situazione non apparve così disastrosa come i Greci avevano temuto. I Persiani non mostrarono

alcun intento vessatorio nei confronti delle poleis greche dell’Asia Minore. La situazione cambiò con la

riorganizzazione dell’impero promossa da Dario: i tributi che le città dovettero pagare si fecero più duri e venivano

riscossi con maggiore puntualità, gli spazi di libertà che avevano rischiarato gli anni precedenti tendevano a diminuire.

E’ in questo clima che maturò, nel 499, la sfortunata ribellione delle città greche d’Asia al potere persiano, la

cosiddetta rivolta ionica. Erodoto si mostra assai critico nei confronti di tale rivolta e sembra sostanzialmente

individuarne le cause nell’ambizione personale del promotore, Aristagora di Mileto. Questi governava la città e dopo

il fallimento di una spedizione contro l’isola di Nasso, piuttosto che affrontare le conseguenze dello scacco presso il

Gran Re, avrebbe preferito mettersi a capo di una ribellione contro i Persiani. Non sappiamo quanto di vero ci sia in

questa prospettiva: ciò che è certo è che l’iniziativa di Aristagora ebbe pieno successo e molte città aderirono alla

rivolta. L’esito negativo della guerra appariva scontato, se le città della madrepatria greca non avessero dato il loro

appoggio. Aristagora si recò a Sparta, dove il colloquio con il re Cleomene non ebbe alcun esito, e ad Atene dove

invece ottenne risultati migliori. L’assemblea della giovane democrazia clistenica, decise l’invio di venti navi in aiuto

dei rivoltosi, alle quali se ne aggiunsero cinque di Eretria, città della vicina Eubea.

In un primo tempo, gli insorti conseguirono qualche successo e giunsero fino a incendiare Sardi, ex capitale del regno

di Lidia, ma lentamente la macchina da guerra del Gran Re, si mise in moto. Le navi ateniesi ed eretriesi preferirono

rientrare in patria, mentre la compattezza dei rivoltosi veniva sempre più minata da rivalità e incomprensioni.

Nell’estate del 494 si giunse finalmente, presso Lade, al largo dell’isola di Samo, alla battaglia navale decisiva, nella

quale i Greci furono sbaragliati. La punizione dei Persiani fu assai dura nei confronti di Mileto: essa fu rasa al suolo, i

suoi abitanti uccisi o deportati.

4. La prima guerra persiana

4.1 Maratona

Commenta Erodoto, riferendosi all’invio degli aiuti da parte degli Ateniesi e degli Eretriesi, che “queste navi furono

l’inizio delle sciagure per i Greci e per i barbari”. I giudizio non è sbagliato: una serie di eventi sanguinosi ebbe origine

da quella decisione. Il primo anello della catena derivò dalla decisione dei Persiani di punire un’interferenza così grave

nei loro affari; essi decisero infatti di punire le due città. Nel 490, una flotta comandata dai generali Dati e Artaferne,

attraversò l’Egeo e si presentò in Eubea, di fronte alle mura di Eretria. La città si difese all’assedio persiano per una

settimana, dopo la quale un traditore aprì le porte della città, facendole patire la stessa sorte toccata pochi anni prima

a Mileto. Quindi i Persiani, attraversato lo strettissimo braccio di mare che separa l’Eubea dall’Attica, sbarcarono

presso il villaggio di Maratona. Faceva loro da guida il vecchio Ippia che, inseguendo personali vendette, coltivava la

speranza di poter di nuovo prendere il potere della città. Gli Ateniesi dovevano prendere una decisione difficile:

aspettare l’arrivo dei Persiani e subire un assedio, o andare loro incontro per sfidarli in una battaglia in campo aperto?

Fu questa seconda possibilità a essere scelta. Gli opliti ateniesi giunsero a fronteggiare l’esercito nemico accampato

nella piana di Maratona. I Persiani potevano schierare un esercito più numeroso, anche per questo motivo gli Ateniesi

avevano cercato aiuto presso altre poleis, in particolare a Sparta. Motivi religiosi ritardarono la partenza degli

Spartani, che in effetti giunsero solo a cose fatte: solo la città di Platea, inviò mille uomini. Lo scontro fu rinviato per

qualche giorno. Nessuno dei due eserciti prendeva l’iniziativa: in particolare gli Ateniesi. Alla fine però, decisero di

affidarsi a Milziade, esponente della nobilissima famiglia dei Filaidi. Milziade decise l’immediato attacco: in poche ore,

gli opliti ateniesi, meglio armati e meglio organizzati, sbaragliarono i Persiani, riportando una schiacciante vittoria. Ai

Persiani non restò che reimbarcarsi sulle navi per far ritorno in patria. Con l’insediamento di Serse nel 486 come Gran

Re, la guerra contro la Grecia riprese. 29

4.2 Tra le due guerre

Gli anni di intervallo furono però utili alla Grecia per rafforzarsi. Ad Atene, vincendo una dura opposizione,

l’aristocratico Temistocle, personaggio di grande intelligenza e fascino personale, riuscì a convincere gli Ateniesi a

destinare i fondi ricavati dalla scoperta di nuovi filoni argentiferi nella parte meridionale dell’Attica, alla costruzione di

una grande flotta. La decisione finì per risultare decisiva nella guerra contro i Persiani che si andava avvicinando.

5. La seconda guerra persiana

5.1 L’alleanza e i “medizzanti”

L’esercito che nella primavera del 481, si misi in marcia da Sardi verso la Grecia era ben più grande e agguerrito del

piccolo contingente sconfitto a Maratona. Anche gli scopi della spedizione erano cambiati: Serse in persona e

Mardonio suo genero e comandante in capo, giungevano in Grecia per chiedere “terra e acqua”, vale a dire la

completa sottomissione al volere del Gran Re. La decisione che le assemblee delle poleis dovettero prendere durante

quell’estate, erano delle più difficili. Col senno di poi, fu facile bollare quanti decisero di arrendersi ai Persiani come

traditori della causa greca. Ma è anche vero che le possibilità di opporsi apparivano assai esigue. Fu così che molte

città, specie quelle che avrebbero incontrato per prime l’esercito persiano, medizzarono, scelsero cioè di riconoscere

la superiorità persiana senza combattere. Fra queste la città di Tebe. Nondimeno, le città che presso l’istmo di Corinto,

dettero vita all’alleanza antipersiana non furono poche. Soprattutto ne fecero parte Sparta e Atene. Per la prima volta,

veniva riconosciuta l’esistenza di un qualcosa che legava i Greci, al di là delle divisioni politiche tra le varie poleis. La

creazione dell’alleanza non aveva comunque spento le divergenze sulla strategia da adottare. Sparta e gli alleati

peloponnesiaci privilegiavano la difesa del Peloponneso ed erano inclini a lasciare ai Persiani tutto il resto della Grecia.

Gli Ateniesi e i pochi alleati della Grecia centrale e settentrionale non potevano accettare una simile impostazione.

Alla fine, con una soluzione di compromesso, venne deciso di creare una linea di difesa alle Termopili.

5.2 Termopili e Artemisio

All’arrivo in Grecia nel 480 i Persiani, come era previsto, non incontrarono alcuna resistenza e giunsero sulla linea

difensiva tracciata dai Greci. Qui avvennero le prime battaglie, per mare e per terra. Se la battaglia navale

dell’Artemisio si risolse con un nulla di fatto, ben più drammatica fu la battaglia terrestre. Il contingente greco che si

schierò sul passo delle Termopili per fermare l’esercito persiano era chiaramente insufficiente, poco più di 5.000

uomini. Quando un disertore segnalò ai Persiani la via migliore per aggirare lo schieramento greco, i vari contingenti si

dettero alla fuga, ritenendo impossibile la resistenza. Fecero eccezione i 300 Spartani guidati dal re Leonida, che in

“obbedienza alle leggi della propria città”, sacrificarono le loro vite fino all’ultimo uomo, ritardando così

l’avanzamento dei Persiani. L’esempio di disciplina fornito dagli Spartani destò l’ammirazione di tutti.

5.3 Salamina

A subire le immediate conseguenze dello sfondamento dei Persiani furono gli Ateniesi. Privi ormai di qualsiasi

protezione essi presero la drammatica decisione di abbandonare la città e di trasferirsi in massa nella piccola isola di

Salamina. La difesa della città fu lasciata a un piccolo drappello di uomini, che non poterono impedire la distruzione

della città. Intanto la flotta persiana si attestava sulle coste dell’Attica, presso Salamina. La flotta greca alleata, era

composta da oltre 300 navi; il contingente più numeroso era quello ateniese, al comando di Temistocle. La tentazione

di portare le navi oltre l’istmo di Corinto per difendersi era forte. Temistocle tuttavia, impiegando tutta la sua abilità,

riuscì a provocare lo scontro con le navi persiane. Aveva calcolato giustamente che lo strettissimo spazio di mare a

disposizione non avrebbe consentito ai Persiani di far valere la propria superiorità numerica. E in effetti la battaglia, si

risolse in un trionfo per la flotta greca.

5.4 Platea e Micale. La conclusione della guerra

L’esercito di terra, guidato da Mardonio, era comunque rimasto in Grecia, e l’inverno vide di nuovo i Persiani

devastare la terra attica, con gli Ateniesi impossibilitati a tornare nelle loro case. Tentativi di corruzione degli stessi

Ateniesi, per indurli a venire a patti, non ebbero successo. Nella primavera del 479, un contingente spartano, la più

grossa concentrazione di Spartani che abbia mai combattuto in una stessa campagna, con 5000 uomini, superò

l’istmo di Corinto, e si mosse verso nord ricongiungendosi con il contingente ateniese. I Persiani avevano posto il loro

quartier generale nei pressi di Tebe; e in Beozia, presso Platea, si svolse nel 479, la battaglia decisiva per le sorti della

guerra. Fu una battaglia complessa, soprattutto per le lunghe fasi preliminari, che misero a dura prova, le capacità

logistiche di entrambi gli eserciti. Un fattore, questo, reso particolarmente drammatico dal fatto che gli eserciti che si

fronteggiavano erano enormi, se misurati con gli standard greci: se infatti Spartani, Ateniesi e alleati erano non meno

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di 60-70.000 uomini, almeno altrettanti erano i Persiani. Lo scontro vero e proprio fu breve, e mostrò la grande

superiorità della fanteria pesante spartana, e greca in generale. Lo stesso Mardonio, trovò la morte durante la

battaglia, e una carneficina di Persiani, presso l’accampamento nel quale avevano cercato rifugio fuggendo, chiuse

definitivamente la partita. Nella stessa estate, la vittoria greca fu resa più completa dal successo riportato dalla flotta

alleata, che inseguendo nel mare Egeo la flotta persiana riuscì a sorprenderla presso Capo Micale mentre si trovava in

secca. Lo stato di guerra con i Persiani non era tuttavia ancora terminato (la conclusione formale della guerra si avrà

solo nel 449); ma si concluse intanto, con il pieno successo dei Greci, il tentativo persiano di estendere il proprio

dominio a Occidente.

In questo capitolo

 Con il regno di Ciro il Grande nasce l’impeo persiano.

 I Persiani conquistano la Lidia (546) e inglobano nell’impero le città greche d’Asia Minore. Queste si ribellano

(rivolta ionica) aiutate da Atene ed Eretria.

 I Persiani decidono di punire le due città (490: prima guerra persiana), dopo aver distrutto Eretria, son

sconfitti dagli Ateniesi a Maratona.

 Nel 480 i Persiani invadono la Grecia da nord (II guerra persiana) viene formata la lega ellenica, guidata da

Sparta. Termopili, Artemisio, Salamina, Platea e Capo Micale. Atene è distrutta, ma il mondo greco ha

respinto l’invasione. Cap. 13

L’universo aristocratico: economia, società, cultura nell’età arcaica

1. Le comunità arcaiche: differenze e analogie.

La principale difficoltà che si presenta a che cerchi di delineare alcuni aspetti della vita economica, sociale e culturale

dell’età arcaica è che non esiste un unico mondo greco arcaico, ma tantissime comunità diverse da luogo a luogo e,

soprattutto, assai diverse nel tempo. E in effetti tra l’Atene di Clistene e le comunità omeriche, tanto per fare un

esempio, le differenze sono ovviamente enormi. Si è pertanto cercato dei minimi comuni denominatori che riescano a

dare un’unità, sia pure fittizia, a tale lungo periodo. In primo luogo, alcuni tratti che si possono definire “primitivi”

dell’economia arcaica; in secondo luogo il carattere innovativo e ricco di idee, della cultura arcaica e, per finire, il

tratto forse più importante: il predominio degli aristoi, i “migliori”, un gruppo di uomini tanto determinati nel

mantenere i propri privilegi quanto incerti nel definire i criteri di appartenenza alla loro casta.

2. L’economia

2.1 Agricoltura

L’attività più diffusa nel mondo greco, e non solo nel corso dell’età arcaica è l’agricoltura. Una parte dei terreni,

coltivata da schiavi o da braccianti dall’incerta condizione giuridica, è nelle mani di pochi grandi proprietari: sono loro,

ad avere il controllo politico della comunità.

Accanto all’agricoltura troviamo l’allevamento. Bovini, ovini, caprini, animali da cortile fanno parte del panorama della

campagna nella Grecia antica. Per i pascoli venivano impiegati terreni incolti, specie nelle zone montagnose:

l’importanza economica dell’allevamento, che tende a diminuire col tempo varia da regione a regione. Alcune di esse,

sono note anche per l’allevamento dei cavalli. Alla netta prevalenza dell’agricoltura come attività economica

predominate, si accompagna un’ideologia, secondo la quale il lavoro dei campi è l’unico degno dell’uomo

kaloskagathos (letteralmente “bello e buono”), in quanto l’unico che segua il ritmo della natura. Si tratta di

un’ideologia pervasiva, che accompagna tutto il corso della storia greca, all’origine della quale vi è anche l’identità tra

proprietario di terra e cittadino: quest’ultimo infatti doveva possedere terra nel territorio della polis.

2.2 Artigianato

Una minoranza di uomini in percentuali variabili non era proprietaria di terre ma traeva il proprio sostentamento da

attività artigianali, svolte in botteghe che servivano alla produzione come alla vendita dei prodotti. Le firme che alcuni

di essi hanno lasciato sulle loro creazioni, le dediche disseminate nei centri religiosi del mondo greco, testimoniano

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l’orgoglio con il quale creavano i loro prodotti. Nondimeno, è opportuno ricordare che gli artigiani, nel loro complesso,

non costituiscono una forza economica rilevante, tale da esercitare una qualche influenza sulla vita politica e sociale

della polis.

2.3 Commercio

Il discorso si fa più complesso quando si affronta il tema del commercio nel mondo greco arcaico. Negarne

l’importanza sarebbe un errore: nel quadro della mobilità arcaica, quanti trasportavano prodotti di ogni genere da un

capo all’altro del Mediterraneo erano in gran numero e hanno lasciato tracce del loro passaggio in un’infinità di

reperti archeologici. Di questi traffici, Corinto fu a lungo il centro più importante, grazie alla sua fortunata posizione

sull’istmo: nel corso del VI secolo essa venne gradualmente soppiantata da Atene.

Le principali questioni relative al commercio riguardano:

 Le dimensioni del fenomeno. E’ da tener presente una serie di fattori che, presi nel loro complesso, non

possono che ridimensionare il volume complessivo dei traffici. In primo luogo, esso si svolgeva su navi assai

piccole, poco sicure e poco manovrabili; la navigazione era attiva solo da marzo da ottobre, ed era resa

precaria dalla difficoltà con cui le navi affrontavano il mare aperto, dallo loro scarsissima velocità, dalla

presenza endemica e devastante dell’attività piratesca.

 L’atteggiamento delle poleis nei confronti dei commerci. Recenti scoperte di navi affondate con tutto il loro

carico hanno mostrato chiaramente, che per il mondo arcaico, è fuorviante il modello di mercanti che

viaggiavano per conto di una polis. Il modello arcaico è un modello privo di barriere rigide, in cui ciascun

mercante carica sulla sua nave prodotti di ogni genere, e dove non valgono neppure le barriere tra popoli

diversi. Nondimeno le poleis, ricavavano guadagni dai commerci. Il guadagno consisteva essenzialmente nelle

tasse portuali.

 Lo status dei mercanti. E’ forse il punto più delicato. Molti hanno visto l’emergere dei mercanti professionisti

padroni delle loro navi e in grado di formare un gruppo assai influente all’interno della società della polis.

Altri ritengono invece che, tranne rare eccezioni, l’attività mercantile rimase nella mani dell’aristocrazia.

Seguendo tali ipotesi, si dovrà immaginare che i mercanti che agivano nei porti non fossero i proprietari delle

navi che conducevano, ma solo degli “impiegati”. Quello che è certo, è che i mercanti non espressero mai una

nuova ideologia del guadagno, contrapposta al valore della terra. I mercanti che facevano fortuna di solito,

non facevano altro che trasformarsi in proprietari terrieri: e non esiste alcuna “classe” mercantile.

2.4 La nascita e la diffusione della moneta

Un evento capitale dell’età arcaica è l’invenzione della moneta coniata, avvenuta nell’ultimo quarto del VII secolo in

Asia Minore. La moneta di per sé, non è un’invenzione rivoluzionaria: emissioni di metallo pesato esistevano in

Oriente già dal II millennio; in realtà sembra che la moneta abbia avuto, per lungo tempo, un valore essenzialmente di

prestigio, di tipo simbolico, per la zecca della polis che la coniava, o al più abbia avuto un impiego per fini di

tesaurizzazione.

3. Aspetti della società arcaica

3.1 Chi sono gli aristocratici?

Per quanto riguarda l’aspetto politico, il ruolo più importante nella società della polis arcaica era riservato a un gruppo

di privilegiati che chiamiamo aristocrazia. Chi fa parte di questo gruppo di privilegiati? La domanda nasce dalla

considerazione che non esisteva alcuna norma che stabilisse l’appartenenza di una famiglia all’aristocrazia: i confini

non erano dunque chiari. Esisteva un’aristocrazia “di sangue”, che si autodefiniva tale e che avallava questa

definizione con la costruzione di alberi genealogici che risalivano a eroi e divinità. Spesso tali famiglie erano anche le

più ricche, ma ovunque accade che individui cadano in rovina, e altri salgano di grado: è quella che si chiama mobiltà

verticale all’interno di una comunità. L’aristocrazia, in effetti, si andava allargando. In primo luogo, dobbiamo

ricordare come avesse, già nel corso del VII secolo, abdicato al predominio nella sfera militare, con l’affermazione

dell’oplitismo. La conservazione di una leadership morale, e spesso anche politica, passava attraverso il

raggiungimento di compromessi con gruppi di individui che, avendo acquisito una certa agiatezza, premevano per

entrare nel gruppo “che conta” e ne imitavano lo stile di vita. 32

3.2 Essere aristocratici

In origine, come vediamo nei poemi omerici, l’uomo aristocratico è dedito in primo luogo all’attività militare: è la

guerra che fa risaltare le doti fisiche e morali che ogni uomo “bennato” deve possedere. Quando l’attività bellica si

apre agli opliti, l’aristocrazia conserva comunque alcune caratteristiche legate al mondo della guerra: l’amore per le

armi, la passione per la caccia. Gli aristocratici non lavorano: la loro ricchezza è costituita da terre che essi non curano

di persona. Il loro vivere in società è scandito da rituali che si consumano in luoghi privilegiati di incontro: il principale,

così importante da potere essere preso a simbolo stesso del modo di vita aristocratico, è il simposio. Il termine (nella

sua etimologia greca, “bere insieme”) rimanda ai pasti in comune delle associazioni guerriere maschili. Esso si

trasformò in un’occasione di incontro, che trasformava il pasto serale in un lungo e complesso rituale, che vedeva un

gruppo limitato nelle sue dimensioni (quindici-venti uomini), diretto dal padrone di casa, trascorrere molte ore della

sera e della notte, oltre che nel bere e nel mangiare, in lunghe conversazioni, recitazioni poetiche, canti, giochi

conviviali. Dall’Oriente veniva il lusso che spesso accompagnava il simposio, quasi simboleggiato dalla nuova postura

sdraiata con cui si consumava il pasto (nella Grecia omerica si mangiava sempre seduti); elementi tradizionali erano

invece: l’esclusione delle donne e lo sviluppo di pratiche omosessuali fra i partecipanti.

3.3 I Greci e l’agonale: le Olimpiadi e gli altri giochi

Il più grande storico della cultura antica dell’Ottocento Burckhardt, creò, per l’aristocratico della Grecia arcaica, la

definizione di uomo agonale, sottolineando con ciò la predilezione dell’uomo greco per la competizione per misurare

le proprie capacità e confrontarle con quelle dei propri pari. Per lungo tempo, le competizioni si svolsero in occasioni

di onoranze funebri rese in occasione della morte di qualche personaggio di spicco dell’aristocrazia. Nel corso dell’età

arcaica, fu però codificata una serie di feste religiose, all’interno delle quali si svolgevano giochi sportivi. Le più

importanti di tali feste, che possiamo senza dubbio considerare come una delle prime manifestazioni della coscienza

da parte dei Greci di costituire un unico popolo, erano:

 I giochi olimpici (Olimpiadi), i più antichi e prestigiosi. Si celebravano, addirittura a partire dal 776, con

cadenza quadriennale, presso il santuario di Zeus ad Olimpia, nell’Elide, una regione del Peloponneso

occidentale. Nel corso di cinque giorni, vi si svolgevano gare di corsa, di pentathlon, di lotta, di pugilato, di

pancrazio (una sorta di lotta libera).

 I giochi istmici, che si svolgevano con cadenza biennale, presso il santuario di Poseidone, sull’istmo di

Corinto.

 I giochi pitici, celebrati ogni quattro anni, nell’ambito del santuario di Apollo a Delfi.

 I giochi nemei, che si svolsero a partire dal 573, ogni due anni, presso il santuario di Zeus a Nemea,

nell’Argolide.

A questi giochi cui venne riconosciuto un carattere “internazionale” si aggiungevano moltissime manifestazioni

“locali”.

I giochi ebbero un’importanza enorme, non solo nell’età arcaica, ma lungo tutto il corso della storia antica, fino a

diventare il simbolo stesso della civiltà classica. Nella loro connotazione religiosa, i giochi si distinguono dalle Olimpiadi

moderne: ma ciò che più sorprende non sono le differenze, ma alcuni tratti di somiglianza tra gli atleti di ieri e di oggi.

Infatti, nonostante i giochi panellenici concedessero ai vincitori solo premi simbolici chi riusciva a primeggiare

otteneva spesso fama, onori e conseguenti vantaggi economici.

4. I Greci e i loro dèi

Nella vita pubblica e privata dei Greci il rapporto con il mondo degli dèi è di fondamentale importanza. Ogni atto

pubblico era infatti scandito da cerimonie religiose; il calendario di ogni città era regolato da una grande quantità di

feste in onore di questo o quel dio. Prima di intraprendere guerre, si cercava di interpretare la volontà degli dèi,

consultando i grandi oracoli della grecità, primo tra tutti quello di Apollo a Delfi.

Gli dèi insomma, facevano parte della vita di ogni giorno: e i Greci erano ben consci che, pur nelle differenze di culti, di

calendari, di credenze, il rapporto che essi intrattenevano con gli dèi costituiva un aspetto fondamentale della loro

identità. E’ opportuno sottolineare, a questo punto, le profonde differenze tra la religione politeista dei Greci e le

religioni monoteistiche. La frattura non è tanto nell’ovvia contrapposizione uno/molti dèi, ma nel fatto che le religioni

monoteistiche sono religioni rivelate agli uomini dallo stesso, unico Dio; esse hanno una verità da diffondere, da

difendere, seguendo la quale si raggiunge la salvezza; tale verità è custodita in un Libro. La religione greca non ha nulla

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di tutto questo: non vi è alcuna rivelazione, alcuna verità da preservare, alcuna salvezza promessa: non vi è alcun

testo sacro.

Per sintetizzare una materia complessa, possiamo dire che la religione greca è una religione pratica, una religione che

si manifesta essenzialmente in atti di culto, di rituali, dei quali di gran lunga il più diffuso è il sacrificio. Quest’ultimo

punto ci introduce all’arte della divinazione, molto praticata nell’antichità, in varie forme. Essa è l’unica che, entro

certi limiti, abbia conosciuto degli interpreti specializzati, gli indovini. Per quanto riguarda invece la consumazione

delle carni delle vittime, dobbiamo ricordare quanto questo momento fosse importante anche da un punto di vista

strettamente alimentare: era infatti uno dei pochi casi in cui la maggior parte delle persone poteva inserire nella

propria dieta alimentare il consumo di carne. Un altro aspetto, che in qualche misura affianca il momento del rituale è

quello legato alla narrazione di racconti, saghe, epopee che noi siamo soliti chiamare mito. Una produzione

incredibilmente vasta e legata alla tradizione orale: era infatti oralmente che tali storie venivano conservate,

trasformate, diffuse. La conoscenza che noi abbiamo di esse, del tutto parziale, costituisce ciò che chiamiamo

mitologia greca. Nella selva, pressoché infinita, di dèi e dee che popolavano l’immaginario dei Greci, esseri immortali

ma privi di quegli attributi di onniscienza e onnipotenza propri del Dio delle religioni monoteiste, spiccano i cosiddetti

dèi olimpici del pantheon. Essi sono: Zeus, accompagnato dalla sua sposa Era, Poseidone, Atena, Apollo, Artemide,

Demetra, Afrodite, Ermes, Efesto, Ares. Il dodicesimo infine, è una divinità assai particolare: Dioniso, dio del vino,

dell’ebbrezza, della follia, è infatti il dio dei “luoghi oscuri” dell’uomo.

5. La cultura dell’età arcaica

Il periodo arcaico è unanimemente considerato un’età eccezionale dal punto di vista culturale. Si può dire che, nel

corso di tre secoli, i Greci abbiano posto le fondamenta dell’intero percorso artistico e conoscitivo dell’Occidente. Di

tali conquiste fanno parte il campo politico e, in generale, quanto riguarda l’organizzazione della vita comunitaria ma

anche lo sviluppo di fondamentali riflessioni in campo artistico, nonché dai progressi nel campo dell’architettura e

dell’urbanistica. Comprendono la nascita della riflessione sul passato, e quindi della storiografia.

Ancora più importante è marcare l’influenza orientale sul terreno dei primi studi di tipo scientifico – filosofico e nella

riflessione storiografica; il vero centro culturale dell’arcaismo, proprio per la sua prossimità con il mondo orientale,

non fu Atene, ma Mileto. Tra quanto ci rimane della cultura arcaica dobbiamo ricordare anche la letteratura, che noi

siamo abituati a conoscere appunto come testi da leggere. Ma nessuno di essi , in realtà, veniva mai letto così come

noi siamo abituati a fare. La scrittura era impiegata per la composizione di un’opera, ma la pubblicazione dell’opera

stessa, vale a dire le modalità con le quali un testo veniva conosciuto, rimaneva orale e legata a occasioni comunitarie

di recitazione. La poesia, nelle sue varie e numerose forme, era un veicolo fondamentale di comunicazione all’interno

della società, e non certo un diletto per pochi appassionati.

In questo capitolo:

 L’economia arcaica si basa sull’agricoltura, l’unica attività degna dell’uomo.

 Le attività artigianali e commerciali, diffuse specialmente a Corinto e Atene, risentono dei limiti strutturali in

cui si sviluppano.

 Alla fine del VII secolo viene inventata la moneta.

 La società arcaica ha come gruppo di riferimento l’aristocrazia e i suoi modi di vita, segnati dal simposio e

dalla mentalità agonale.

 Espressione di quest’ultima sono i giochi panellenici.

 Lo sviluppo della cultura arcaica avviene in un contesto legato all’oralità della comunicazione. 34

Cap. 14

Il secolo breve di Atene: il mondo greco tra il 478 e il 431

1. La Pentecontetia

Il periodo che ci accingiamo ad affrontare è quello tra le due grandi guerre della grecità classica. Poiché gli antichi

giudicavano i periodi storici più o meno importanti a seconda delle guerre che li avevano caratterizzati, la

Pentecontetia (parola greca che significa periodo di 50 anni, il lasso di tempo che passa tra le guerre persiane e la

guerra del Peloponneso) rimase come “sacrificata” tra questi due grandi eventi. Ciò ha avuto delle gravi conseguenze:

per esempio, la cronologia di molti eventi del periodo tuttora ci sfugge. Eppure, sarebbe insensato definire il periodo

478-431 di secondaria importanza, poiché è in questi anni che Atene costruisce il suo impero e, sotto la guida di

Pericle, afferma la sua leadership culturale.

2. La fondazione della Lega di Delo

Le vittorie dei Greci sulla Persia, destinate a essere celebrate per secoli, non avevano peraltro concluso la guerra. Era

stato conseguito un grande risultato, impedendo che i Persiani si impadronissero della Grecia: ma la situazione

rimaneva fluida, il potenziale militare persiano quasi intatto. L’anno che seguì la vittoria di Micale fu testimone di un

evento assai importante: il comando della lotta contro i Persiani, e di conseguenza il ruolo di potenza egemone del

mondo greco, passarono da Sparta ad Atene. La causa di un simile sconvolgimento nelle gerarchie di potere delle

poleis greche è frutto di una serie di circostanze:

 Sparta incontrava palesemente delle difficoltà nel mantenere la sua egemonia. Da una parte, la città soffriva

di una crisi nelle sue strutture di comando, poiché entrambi i re designati erano minorenni, mentre l’uomo di

maggior spicco, il reggente Pausania, mostrò ben presto una sfrenata ambizione. Più decisivo ancora fu

l’atteggiamento psicologico degli Spartani: terrore nei confronti del mondo esterno, visto come corruttore

della purezza degli Spartiati; timore di impegnare le proprie forze militari, rivestite di un’aura di invincibilità

ma assai esigue. I buoni rapporti con Atene. Ecco i principali punti che il grande storico Tucidide è riuscito in

poche righe a riassumere magistralmente, e che danno conto dell’atteggiamento spartano nei mesi decisivi

dopo Micale.

 Atene invece, era pronta. Molti studiosi hanno insistito sulla stagione di straordinario entusiasmo, di

impressionante energia che la polis dispiega negli anni successivi alle vittorie di Salamina e Platea.

Atene accettò di buon grado di mettersi a capo dell’alleanza antipersiana: mostrando rapidità di azione e idee molto

chiare, già nell’estate del 477 dettò agli alleati le regole della nuova lega navale, che noi siamo abituati a chiamare

lega di Delo. L’ispiratore dei termini dell’alleanza fu Aristide: la stella di Temistocle aveva smesso di brillare poco

tempo dopo la vittoria sui Persiani; il vincitore di Salamina, finirà la sua vita in un esilio dorato presso i suoi vecchi

nemici persiani.

La partecipazione all’alleanza era libera, ma esisteva una differenza di status tra le poche poleis in grado di fornire navi

alla flotta della lega e le tante invece, che si limitavano a pagare un tributo annuo, che veniva utilizzato per

l’allestimento di navi. E, soprattutto, ben presto fu chiaro che la leadership di Atene andava ben al di là del comando

delle operazioni militari: agli Ateniesi spettava anche la determinazione del tributo che ciascuna città doveva versare.

Non solo: se entrare nella lega era una scelta libera, uscirne non era in pratica possibile; inoltre, il tesoro della lega, se

in un primo tempo era stato depositato in territorio neutro, fu trasportato ad Atene. Passo dopo passo, l’alleanza si

trasformò dunque nello strumento del dominio imperiale di Atene. Le comunità aderenti alla lega crebbero di

numero, fino a sfiorare le 400. Su di esse Atene giunse ad esercitare un’autorità che annullava il principio di

autonomia tanto caro a qualsiasi polis. Atene imponeva pesi, misure e l’impiego della dracma attica. Persino

l’amministrazione della giustizia nelle poleis della lega era sotto il controllo ateniese.

Lo scopo per il quale l’alleanza era stata creata venne comunque brillantemente raggiunto. Infatti, meno di dieci anni

dopo la creazione della lega, presso le foci del fiume Eurimedonte, in Asia Minore, i Persiani furono sconfitti e

cessarono di costituire un pericolo militare.

3. L’evoluzione costituzionale ad Atene

Il vincitore dell’Eurimedonte e protagonista di quasi tutte le imprese militari ateniesi nel corso degli anni settanta e

sessanta del secolo fu Cimone. Cimone ben rappresenta l’equilibrio raggiunto dalle varie istanze in seno alla società

ateniese del tempo: ricchissimo, e di famiglia di antica aristocrazia, era leale nei confronti del regime democratico

35

moderato. Nei confronti degli alleati/sudditi della lega, come visto, non esistevano divisioni all’interno della società

ateniese: e Cimone si prestò senza remore a reprimere i tentativi di defezione di alcune poleis. Nel 464, approfittando

di un forte terremoto che aveva sconvolto la Laconia, gli iloti si erano ribellati: la rivolta durò ben dieci anni, giungendo

a mettere in serio pericolo lo stato spartano. Cimone accolse prontamente la richiesta di aiuto da parte degli Spartani

e giunse in Laconia con 4.000 opliti. Ma, in capo a qualche mese, le truppe ateniesi, che peraltro non stavano offrendo

alcun contributo significativo per sedare la rivolta, furono bruscamente congedate dagli Spartani. La decisione

segnava, con tutta evidenza una grave sconfitta politica di Cimone.

Di tutto ciò approfittarono con grande tempismo i suoi avversari, guidati da Efialte, il quale riuscì in breve tempo a far

votare all’assemblea la cancellazione della maggior parte dei poterei di cui disponeva l’Areopago e far votare

l’ostracismo per Cimone. La forma istituzionale che da allora in poi sarà adottata ad Atene è chiamata democrazia

radicale, proprio perché da quel momento non vi fu più alcun vincolo al potere del popolo. A guidare la città non vi fu

però lo stesso Efialte, che venne ucciso ma il giovane Pericle, a lui vicino.

4. L’aggressività dell’imperialismo ateniese

Un’iscrizione del 459 riporta il nome dei caduti di una tribù ateniese nel corso di quell’anno, su ben sei teatri di guerra:

Cipro, Egitto, Fenicia e tre località della Grecia, in Argolide, presso Megara e ad Egina. Sarebbe difficile trovare una

testimonianza più evidente dell’incredibile attivismo degli Ateniesi negli anni cinquanta. Le prime tre località

dell’iscrizione si riferiscono alla continuazione su grande scala della lotta contro i Persiani. In questo settore, Atene,

insieme alle forze della lega di Delo, si impegnò in una grande spedizione in Egitto. L’iniziativa si risolse in un disastro,

con la perdita di molte delle 250 navi impegnate nel corso degli anni e di un numero imprecisato di uomini. La

leadership di Atene sembrò comunque non risentire dello scacco subito. Delle tre località greche, i morti a Egina si

riferiscono alla tradizionale lotta contro l’isola prospiciente la costa dell’Attica, che doveva definitivamente risolversi di

lì a poco con la vittoria ateniese. Le altre due, invece, testimoniano della mutata rotta in politica estera, che portò a un

atteggiamento aggressivo nei confronti della stessa Sparta e dei suoi alleati. Durante questo periodo, in effetti, i

rapporti con Sparta peggiorarono; gli scontri militari veri e propri di cui si abbia notizia non furono però molti e quei

pochi riguardarono più che altro i tentativi ateniesi di espandere la propria influenza nella Grecia centrale.

5. Il consolidamento dell’impero

Nel 450, poco dopo essere tornato dall’esilio, Cimone morì, probabilmente di malattia: il vecchio aristocratico si era

messo di nuovo al servizio della città senza alcun rancore. All’alba degli anni quaranta del secolo, iniziava così quella

che comunemente viene chiamata età periclea, poiché la politica ateniese fu dominata senza interruzione dal grande

uomo politico. Sul piano interno, dopo la fondamentale legge sulla cittadinanza, Pericle dette vita a un ambizioso

programma edilizio, centrato sulla ricostruzione dei templi distrutti dai Persiani. Per quanto riguarda i rapporti con

l’esterno, la non belligeranza con la Persia fu ufficializzata con un accordo indicato a volte come pace di Callia. La

difficoltà dei moderni nell’interpretare le modalità di tale avvenimento nascono dal silenzio della nostra principale

fonte, Tucidide, e dalla probabile natura non ufficiale dell’accordo; ciò non toglie che un’intesa, quasi certamente, vi

fu: e fu un’intesa che cristallizzò la situazione raggiunta già da alcuni anni, fissando una divisione in sfere d’influenza,

che lasciava ad Atene il controllo dell’Egeo e delle città dell’Asia Minore, principale pietra della discordia, e alla Persia

il dominio sull’Asia.

Pericle non aveva ormai rivali, e venne rieletto stratego per ben quindici anni consecutivi. L’unico suo avversario,

Tucidide di Melesia venne ostracizzato nel 445; la politica di durezza nei confronti dei sudditi della lega continuò, e a

farne le spese fu la grande isola di Samo, ridotta alla ragione dopo nove mesi di assedio da una spedizione guidata

dalla stesso Pericle. La gloria di Atene sembrava ormai incontrastata; sarà proprio questa la causa inconfessata della

guerra del Peloponneso.

In questo capitolo:

 Atene diventa la potenza egemone e fonda la lega di Delo, alleanza difensiva contro i Persiani, che si

trasforma nello strumento del dominio imperialistico sugli alleati/sudditi.

 477 – 461 Atene, sotto la guida di Cimone, esercita l’egemonia in pieno accordo con Sparta.

 461: ostracismo di Cimone. Ad Atene, inizio della democrazia radicale e peggioramento dei rapporti con

Sparta.

 460- 449: Atene è estremamente attiva su molti fronti (contro la Persia, contro gli alleati). 36

 449: pace di Callia con la Persia. Pericle non ha più rivali.

Cap. 15

Atene democratica: alla ricerca di un nuovo modello di convivenza

1. La democrazia degli antichi e dei moderni

La Costituzione europea contiene una citazione del cosiddetto Epitafio di Pericle, il discorso in onore dei caduti del

primo anno della guerra del Peloponneso. Ce lo riporta Tucidide, e da molti è stato visto come un vero e proprio

manifesto della democrazia ateniese. “La parola che adoperiamo per definire il nostro sistema politico è democrazia

per il fatto che nell’amministrazione, esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza”.

Pur con tutte le enormi differenze (ricordiamo in primo luogo, come la democrazia greca fosse una democrazia diretta

e non come le nostre rappresentativa), pur con tutti i suoi limiti è impossibile negare l’importanza e la validità di un

legame tra la democrazia greca e quella del mondo occidentale. Ed è per questo che lo studio di alcuni aspetti

dell’esperienza democratica ateniese, può risultare particolarmente significativo.

2. La democrazia radicale

L’abolizione di gran parte delle prerogative dell’Areopago, fece sì che ad Atene si realizzasse per la prima volta nel

mondo greco, e nella storia, un regimo politico nel quale il potere era totalmente nelle mani del popolo, e in cui le

decisioni venivano prese rispettando la volontà della maggioranza, espressa tramite votazione.

Gli Ateniesi si mostrarono assai affezionati a questo regime, tanto da mantenerlo immutato per circa 140 anni. Grazie

ad esso, il tasso di partecipazione alla vita politica nell’Atene del V e del IV secolo fu elevato, in un modo per noi ormai

inconcepibile, tanto da creare una nuova forma di identità basata proprio sull’essere cittadino. Per un ateniese, infatti,

ciò che conterà di più non sarà il privato (popolato da donne e schiavi), non sarà la sfera economica o religiosa, né

tanto meno quella ideologica: ciò che lo identificherà, ciò per cui mostrerà più attenzione, più passione, sarà la

partecipazione attiva, continua alla vita politica (giudiziaria) della sua città.

2.1 Il sorteggio

Quasi tutte le magistrature ateniesi venivano attribuite per sorteggio. Facevano eccezione il collegio dei 10 strateghi,

cui erano affidate le operazioni militari, e poche magistrature finanziarie, che comportavano l’amministrazione di

ingenti somme di denaro. Il sorteggio lo si giunse ad adoperare anche per l’arcontato, vale a dire per il collegio

magistratuale più prestigioso; scegliendolo e abolendo nel contempo le limitazioni di censo, come fu fatto per quanto

riguarda le magistrature, ad eccezione dell’arcontato e ancora una volta, di alcune magistrature finanziarie, divenne

realmente possibile per ogni cittadino, ottenere una carica. Quasi tutte le operazioni di sorteggio avvenivano dopo che

era stata formata una lista di volontari che intendevano partecipare all’estrazione: ciò consentiva, a chi non avesse

intenzione di impegnarsi in prima persona nella vita politica, di non rischiare di essere coinvolto contro la propria

volontà.

2.2 La retribuzione delle cariche pubbliche

Forse la più rivoluzionaria delle innovazioni fu una pratica che venne perfezionata alla fine del V secolo e rimase uno

dei capisaldi della democrazia nel corso del IV secolo: la retribuzione delle cariche pubbliche. Il principio è semplice: il

cittadino che partecipa alla vita pubblica viene pagato per questa sua attività, a compensazione del tempo sottratto

al lavoro. La paga non era alta, ma corrispondeva grosso modo a quanto un salariato poteva riuscire a guadagnare nel

corso di una giornata. Facile immaginare lo scandalo suscitato negli aristocratici da questa misura: con essa, veniva a

cadere l’impalcatura ideologica che identificava l’uomo dabbene con colui che, potendo vivere di redita, aveva tempo

per dedicarsi alla politica. Secondo i detrattori, la retribuzione delle cariche favoriva la moltiplicazione dei fannulloni,

specie dei cittadini poveri. Questi, infatti, avendo più agio di recarsi nei vari luoghi della politica, non avrebbero

ritenuto più necessario dedicarsi a un’attività lavorativa degna di questo nome.

2.3 La legge sulla cittadinanza

Per lungo tempo, l’accesso alla categoria di cittadino ateniese, non venne regolato in modo severo; a ciò pose fine una

legge voluta da Pericle nel 451, secondo la quale, da allora in poi, sarebbe stato cittadino solo chi fosse stato generato

da padre e madre ateniesi. Una clausola assai restrittiva che rese il numero dei cittadini molto più stabile. Qual è il

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significato politico da attribuire a una simile legge? Molto semplicemente una volta che la cittadinanza era divenuta

così conveniente, con l’istituzione delle retribuzioni pubbliche, si ritenne che l’accesso a questa cerchia non dovesse

essere allargato senza controllo. A testimonianza di questa interpretazione, dopo la promulgazione della legge, nel

446, in occasione di una distribuzione straordinaria di grano tra i cittadini, si procedette a una revisione delle liste, e in

tale circostanza circa 5.000 persone furono escluse e venne loro tolta la cittadinanza perché non avevano i requisiti

richiesti.

2.4 Democrazia e impero

Abbiamo osservato come Atene, negli anni cinquanta, fosse impegnata su più fronti per rafforzare ed espandere il suo

impero. E’ evidente che esiste un rapporto di causa/effetto tra l’instaurazione della democrazia radicale e l’evoluzione

aggressiva dell’impero ateniese. Due sono le motivazioni di tale nesso:

 La potenza ateniese era basata sulle dimensioni e l’efficienza della flotta. Nella flotta, servivano rematori

moltissimi poveri ateniesi. Da una parte, il servizio nella flotta consentiva a questi cittadini di guadagnarsi il

soldo, con l’ovvia equazione più guerra = più impiego della flotta = più paghe per i rematori; dall’altra i meno

abbienti ricavavano da tutto ciò anche una legittimazione a partecipare alla vita politica della città.

 Il progetto politico basato sulla retribuzione delle cariche pubbliche era assai costoso. In tale contesto, solo i

proventi dell’impero, garantiti da una politica aggressiva, basata sul continuo impiego della forza, potevano

assicurare ad Atene le risorse per rispettare tale progetto, oltre che per abbellire la città di splendidi

monumenti. Non è un caso se nel IV secolo, venuti meno i proventi dell’impero, le difficoltà per mantenere le

retribuzioni pubbliche furono assai maggiori, e si dovette perciò fare ricorso a complesse forme di tassazione

dei più abbienti.

3. I tribunali

La giustizia ad Atene veniva amministrata direttamente dai cittadini. Ogni anno, ne venivano sorteggiati 6.000, i quali,

nei numerosi giorni di convocazione dei tribunali, venivano chiamati, per mezzo di ulteriori, complessi sorteggi, a far

parte delle giurie popolari, le quali emettevano sentenze su imputazioni gravi e meno gravi. Nei giudizi meno

importanti, le giurie erano composte da 201 cittadini. Non esistevano professionisti: i magistrati, a turno, si limitavano

a istruire il processo, mantenere l’ordine e dare la parola alle varie parti. L’importanza dei tribunali risiede nel fatto

che ogni decisione dell’assemblea, ogni legge promulgata poteva essere impugnata in tribunale. Così, l’assemblea era

sì sovrana, ma esisteva comunque la possibilità di opporsi a una sua delibera tramite l’appello ai tribunali mentre la

sentenza di questi ultimi era inappellabile. Coloro che formavano le giurie popolari furono i primi a essere retribuiti. A

partire dagli cinquanta, i tribunali divennero la più grande istituzione (e la più costosa per lo stato) che godesse del

principio della retribuzione pubblica.

4. Pericle e la democrazia ateniese

La letteratura antica non fu, in generale, tenera con la democrazia radicale ateniese, che aveva interrotto una

consolidata e fortissima tradizione di predominio dei “migliori”, e per di più aveva avuto il torto, di perdere una guerra

che aveva iniziato con mezzi militari e finanziari superiori. Più variegato il giudizio su colui che fu l’ispiratore e che poi

diresse per un trentennio tale esperimento: Pericle. Nonostante l’importanza della sua figura, non sappiamo poi molto

della sua vita e della sua persona. Suo padre, Santippo, era stato un importante protagonista negli anni delle guerre

persiane e aveva comandato la flotta ateniese a Micale; la madre Agariste era nipote di Clistene; coltissimo, dotato di

grandi capacità oratorie e di eccezionale carisma, governò senza detenere mai alcun potere speciale. Nel IV secolo,

però, fu visto spesso come colui che aveva spinto Atene in una guerra senza senso, fautore di una strategia che

addirittura aveva permesso agli Spartani di calpestare impunemente il suolo dell’Attica. A contrastare tale giudizio, lo

storico Tucidide, che ne tratteggiò invece un ritratto più che positivo.

5. Contro la democrazia: le rivoluzioni del 411 e del 404

Negli anni della democrazia trionfante, che cosa facevano gli aristocratici, i ricchi e una volta potenti esponenti delle

famiglie più in vista? L’impero aveva portato vantaggi anche a loro: non avevano infatti alcun obbligo finanziario nei

confronti della città, mentre le loro grandi proprietà erano rimaste intatte. Il dibattito politico continuava nel chiuso

dei simposi e delle eterìe (esclusivi club aristocratici), e, a volte, in pamphlet che venivano fatti circolare tra gli

interessati. Alcuni, invece, sceglievano l’aperta collaborazione ponendosi, grazie alle capacità intellettuali e oratorie, a

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capo del popolo: è il caso di Pericle, e dell’altra eccezionale figura che dominerà la scena ateniese nel V secolo:

Alcibiade. Due soli furono i casi in cui l’opposizione oligarchica uscì allo scoperto, cercando di prendere il potere: in

entrambi i casi l’iniziativa nacque dalle difficoltà in cui si trovava Atene; in entrambi i casi la rivoluzione si arenò

quando si ruppe il fronte tra gli oligarchi più estremisti e i fautori di una democrazia “oplitica” moderata; in

entrambi in casi, infine, le rivoluzioni ebbero vita assai breve, segno di quanto il regime democratico fosse radicato ad

Atene.

5.1 La rivoluzione del 411

Nell’Atene indebolita dal disastroso esito della spedizione in Sicilia, alcuni esponenti dell’oligarchia, fautori di un

ritorno a una democrazia “oplitica”, credono sia finalmente giunto il momento di organizzare un colpo di stato che

ponga fine alla democrazia radicale. A seguire l’informatissima narrazione di Tucidide, il capo degli oligarchi era

Antifonte, grande oratore e uomo di elevata statura intellettuale, il più convinto tra quelli che, avevano scelto di

“nascondersi” nell’Atene democratica, nel cui regime non si riconosceva.

La congiura ebbe successo ai primi di giugno del 411: si trattò si un colpo di stato almeno in parte legale, in quanto

l’assemblea del popolo, terrorizzata da atti di violenza, di fatto approvò con una votazione gli stessi provvedimenti che

le toglievano il potere. Fu abolita immediatamente l’odiata retribuzione delle cariche pubbliche, mentre almeno a

parole, la cittadinanza veniva riservata a sole 5.000 persone. Il peggioramento della situazione militare, e soprattutto

la reazione durissima e appassionata dei marinai ateniesi della flotta di stanza nella lontana Samo, resero fin da subito

poco salda la condizione del nuovo regime. Lo stesso Alcibiade, probabilmente tra gli istigatori della cospirazione

oligarchica, passò abilmente a difendere la causa del popolare. Il ritorno alla piena democrazia era solo rimandato: ai

primi di settembre, dopo soli quattro mesi di governo, i 400 furono rovesciati, e il potere rimase nelle mani dei fautori

di una democrazia moderata, guidati da Teramene.

5.2 I Trenta tiranni

All’indomani della conclusione della guerra del Peloponneso, anche se il trattato di pace non ne precisava le

caratteristiche, era nell’ordine delle cose che Atene si desse un regime oligarchico, in linea con gli orientamenti

ideologici della vincitrice Sparta. E così avvenne: due mesi dopo la capitolazione gli Ateniesi nominarono 30 cittadini

incaricati di redigere una nuova costituzione. Erano tutti oligarchici, ma al loro interno non mancavano le differenze:

in particolare, vanno distinte le posizioni di Crizia, grande intellettuale allievo di Socrate e amico di Alcibiade, e di

Teramene. Mentre quest’ultimo era favorevole, ancora una volta, a una costituzione “oplitica”, Crizia era fautore di

un’oligarchia assai più ristretta. Nel dibattito dei mesi immediatamente successivi, è la fazione di Crizia ad avere la

meglio. Viene stilata un lista di 3.000 persone che avrebbero conservato i diritti di cittadino: tutti gli altri, divengono

vittime di una caccia all’uomo. Lo stesso Teramene è costretto a darsi la morte. Ma tutto questo, ancora una volta,

dura assai poco. Gli avversari dei “Trenta tiranni” si radunano al Pireo. Trasibulo, che già aveva avuto un ruolo

importante nel ripristino della democrazia sette anni prima, rientra da Tebe, e ottiene i primi successi militari; agli

oligarchici viene a mancare anche il sostegno di Lisandro, il generale spartano che più si era adoperato per dare un

governo di suo gradimento ad Atene. In pieno inverno i Trenta cadono e Crizia muore.

In questo capitolo :

Le principali caratteristiche della democrazia radicale, introdotta nel 461 e legata, per il primo trentennio, alla figura di

Pericle, sono:

 Il sorteggio di gran parte delle cariche pubbliche.

 La retribuzione delle cariche pubbliche.

 La partecipazione (anch’essa retribuita) dei cittadini all’amministrazione della giustizia.

 L’attenzione con cui si tendeva a non estendere il diritto di cittadinanza (legge del 451).

La democrazia si rivelò assai salda. Nel corso della sua storia, solo due volte venne abbattuta:

 La rivoluzione oligarchica del 411.

 I cosiddetti Trenta tiranni nel 404. 39

Cap.16

Economia, società, cultura ad Atene e nel mondo greco nel V secolo

1. Una grande città

Rispetto alle realtà dell’età arcaica, Atene raggiunse nel V secolo dimensioni inusitate e divenne una comunità che

aveva interessi in tutto il bacino dell’Egeo. Nel campo intellettuale Atene davvero ci abbaglia con le sue conquiste e

con la sua capacità di porsi come “modello di educazione” per il resto della Grecia. Dal punto di vista sociale ed

economico, sarà invece facile individuare aspetti ancora in larga misura “primitivi”. Una realtà complessa e ricca di

contraddizioni.

2. La società ateniese

2.1 Popolazione

Dei circa due milioni di abitanti della Grecia classica, una parte considerevole viveva nell’Attica, sicuramente la più

popolata delle regioni greche. Allo scoppio della guerra del Peloponneso vi erano forse tra i 40 e i 60.000 cittadini

maschi adulti. A questi vanno aggiunti gli stranieri residenti e il discusso numero degli schiavi. In effetti, gli stessi

Ateniesi ignoravano il numero di schiavi da cui erano contornati: le fonti mostrano solo che essi avevano

consapevolezza di quanto essi fossero numerosi. Le cifre di un censimento del IV secolo parlano di 40.000 schiavi, un

numero altissimo che ha “spaventato” gli studiosi, per motivi ideologici (si avvalla così l’idea dei cittadini fannulloni)

ma che per motivi più razionali relativi all’approvvigionamento della città, ai limiti dell’impossibile dovendo

presupporre una popolazione complessiva ben superiore al mezzo milione di abitanti. Peraltro, non è facile proporre

alternative: una cifra “di compromesso” tra i 100 e i 150.000, per se del tutto approssimativa non dovrebbe essere

troppo lontana dal vero. Comprendendo anche donne e bambini, quindi, l’Attica era abitata da on meno di 300.000

esseri umani, una cifra molto altra per l’antichità, che faceva della città di Atene una delle più grandi, se non la più

grande del Mediterraneo.

2.2 Cittadini, meteci, schiavi e donne

La tradizionale suddivisione in tre fasce, cittadini – meteci – schiavi, fornisce una prima fotografia della società

ateniese. Dell’éite privilegiata costituita dai cittadini si è già parlato.

 Gli stranieri residenti (meteci) sono la categoria più difficilmente caratterizzabile. Alcuni tra i maggiori

intellettuali erano formalmente dei meteci. Ad essi erano abbinate alcune imbarazzanti imposizioni, come il

pagamento annuale del metoikion, la tassa di 12 dracme che ciascuno straniero doveva pagare per

regolarizzare la sua posizione, o alla necessità di avere sempre un cittadino che rappresentasse il meteco e ne

curasse gli interessi; o ancora il divieto di acquistare terre o case nel territorio ateniese.

 Nessun dubbio che la società ateniese fosse una società schiavistica. Gli schiavi non costituivano in alcun

modo un gruppo compatto: venivano solitamente acquistati in appositi mercati, a un prezzo variabile a

seconda delle loro condizioni e capacità. Oltre alle differenze di origine, esistevano profonde differenze tra la

popolazione servile a seconda delle mansioni a cui veniva adibita: mentre infatti quanti venivano destinati al

lavoro nelle miniere d’argento, conducevano un’esistenza inumana, all’estremo opposto troviamo gli schiavi

domestici che, in limitati casi, giungevano a condurre un’esistenza quasi “normale”, portando avanti

un’attività artigianale in modo indipendente. Gli schiavi così impegnati erano quelli che avevano le maggiori

possibilità di riscattarsi dalla loro condizione, raggiungendo lo status di uomo libero. Colpisce però, rispetto

ad altre realtà, come per esempio quella romana, l’estrema parsimonia con cui gli Ateniesi concedevano

questa possibilità.

 La posizione della donna all’interno della società ateniese merita qualche riflessione. Appare evidente anche

a un primo sguardo come quella ateniese fosse una società maschilista, che riservava pochissimo spazio alle

donne. La vita delle donne si consuma all’interno delle mura domestiche, dedita alla conduzione della casa e

all’educazione dei figli, sempre sotto la tutela ufficiale, riconosciuta dalla legge, di un uomo, che fosse il

padre, il fratello o dopo il matrimonio, il marito. La presunta incapacità della donna si allarga persino alla

sfere affettiva: è infatti, secondo la legge ateniese, la donna adultera non fosse punibile, mentre il marito

tradito aveva il diritto di uccidere i rivale che avesse attentato alla virtù della moglie.

3. L’economia 40

Neppure nel V secolo muta l’approccio mentale che fa della terra il bene di gran lunga più importante e

dell’agricoltura l’attività più rispettabile. La grande maggioranza dei cittadini erano proprietari di almeno un piccolo

appezzamento di terreno nell’Attica. A ciò corrisponde una realtà economica di tipo ancora sostanzialmente

primitivo, che non presenta alcuno sviluppo in senso “capitalistico”, non registra la presenza di alcuna attività

manifatturiera che uscisse dagli angusti limiti della produzione domestica, supportata da pochi schiavi.

In questo quadro, i più ricchi tra gli Ateniesi avevano una scarsa propensione a ostentare il proprio status, e in

generale, le differenze tra i ricchi e poveri non apparivano così marcate come in altre società. La maggior parte dei

cittadini conservava un tenore di vita modesto, con consumi frugali: le case private erano quasi tutte assai semplici e

prive di lusso, il consumo di carne era un avvenimento speciale, un semplice mantello invernale era considerato un

bene di notevole valore, soggetto a furti. Le entrate di una grande potenza come Atene erano derivate dalle tasse

portuali, dall’esazione di multe e del metoikion e poco altro, per un budget complessivo di poche centinaia di talenti,

con cui lo stato era in grado di garantire pochissimi servizi. La stragrande maggioranza delle entrate era destinata alle

forze armate, mentre il resto era destinato alla costruzione e manutenzione degli edifici pubblici e al mantenimento di

un piccolo apparato burocratico. In effetti, furono in particolare i proventi dell’impero ateniese, a garantire la

costruzione dei templi dell’acropoli e, in generale, la florida situazione finanziaria di Atene. Questo sino allo scoppio

della guerra; con la sconfitta e la conseguente fine dell’impero, la situazione si farà assai più misera, e scarsissima la

capacità di affrontare spese straordinarie. Per molte cose si contava sulla disponibilità a base volontaria delle persone

più abbienti, le quali contribuivano al buon andamento della comunità non pagando tasse, ma con liturgie. Queste

ultime possono essere descritte come libere contribuzioni destinate a opere utili per la collettività.

4. Democrazia e teatro

Di due aspetti della cultura ateniese ci occuperemo perché prevedono l’interazione tra politica e società : il teatro e il

movimento sofistico.

4.1 Il teatro attico

L’attività teatrale fu, ad Atene, una manifestazione ufficiale, protetta e in larga misura sostenuta dallo stato, che

produsse un enorme numero di commedie e tragedie. Qualche cifra: nei due principali festival teatrali ateniesi, le

Grandi Dionisie di fine marzo e le Lenee di fine gennaio, entrambi legati a festività religiose in onore di Dioniso, veniva

ogni anno rappresentato un totale di 13 tragedie, 3 drammi satireschi, e 10 commedie. Tali rappresentazioni venivano

scelte tra un gran numero di opere presentate a una commissione di cittadini che, doveva operare la selezione sulla

base della trama presentata, della notorietà dell’autore e di altri pochi indizi a sua disposizione. Superata la selezione,

esse partecipavano alla gara, che determinava, in ciascun festival, il vincitore, il secondo e il terzo classificato. E

l’importanza del teatro aumenta se consideriamo che a ognuna di queste rappresentazioni assisteva una

percentuale elevatissima della popolazione ateniese. Lo stato stesso, destinava dei fondi per pagare il biglietto

d’ingresso ai meno abbienti tra i cittadini. Questi ultimi, peraltro, si sottoponevano a uno sforzo inconcepibile per la

nostra mentalità: basti pensare che, di solito, ogni giorno venivano presentate 3 tragedie e un dramma satiresco, per

un totale di non meno di una dozzina di ore di rappresentazione, con spettatori seduti su scomode panche. Di tutto

ciò, ci resta veramente poco: 32 tragedie e un dramma satiresco dei tre più famosi tragici e 11 commedie del più

celebrato tra i comici, Aristofane, oltre a qualche migliaio di frammenti. Non abbiamo le musiche, abbiamo solo indizi

sulle modalità di recitazione (gli attori erano maschi, anche per le parti femminili, e in numero, al massimo di tre:

recitavano con maschere che coprivano il volto, con voce lenta, stentorea, anche per la necessità di farsi sentire

all’aperto, in uno spazio così vasto, con una resa complessiva poco realistica) e, soprattutto, possiamo solo fare delle

supposizioni sul motivo del successo e dell’importanza del teatro per la vita ateniese. Se la commedia è più

immediatamente comprensibile, con la tragedia entriamo in un mondo assai più complesso. A prima vista, i

personaggi dei drammi non hanno nulla a che fare con il presente: sono infatti personaggi mitologici, grandi eroi ed

eroine leggendari, che rivivono sulla scena storie già ben note al pubblico. In effetti, ciò che era importante non era la

trama, il sapere come va a finire, ma il modo in cui la storia veniva presentata ed elaborata. Ma, attraverso queste

storie, il popolo di Atene “viveva” i grandi temi che la comunità dei cittadini si trovava ad affrontare: dalla giusta forma

di governo, al problema della giustizia. Tutti questi temi, e tanti altri, venivano affrontati, dibattuti e metabolizzati in

un modo non più realmente comprensibile per noi. Ciò rendeva la comunità stessa più forte e consapevole, e dà conto

del ruolo sociale svolto dal teatro attico.

5. La “rivoluzione culturale” della sofistica 41

Nel corso della seconda metà del V secolo, fanno la loro comparsa ad Atene dei “maestri di sapienza”, provenienti da

tutto il mondo greco e dediti all’insegnamento di varie discipline, che abbracciano questioni di natura filosofica e

morale, intrecciate con problemi che noi definiremmo scientifici, la costruzione di un sapere enciclopedico, nonché

tutto quanto attiene all’arte della parola, con le specifiche branche della grammatica, della dialettica e della retorica.

In effetti, poco li unisce, se non un aspetto pratico, il fatto di farsi pagare, spesso cifre assai elevate, per le loro lezioni,

e l’atteggiamento genericamente critico nei confronti del sapere tradizionale.

L’assoluta padronanza del linguaggio, e quindi l’insegnamento della dialettica e della retorica, sono fondamentali nel

movimento sofistico, in quanto centrali nella vita sociale della polis. La prima orientava gli allievi nell’arte del

discutere, la seconda istruiva nell’arte del parlare. L’importanza del movimento sofistico, conosciuto attraverso pochi

frammenti, quasi sempre provenienti da filosofi come Platone, è fondamentale nella storia della cultura antica. Dal

punto di vista sociale, i sofisti permisero a nuovi gruppi di persone di sfidare il predominio dell’aristocrazia tradizionale

nel campo della cultura; in senso più generale, la loro opera segnò anche la definitiva affermazione del sapere come

fatto primario nella valutazione del valore di un uomo, indipendentemente dalle sue origini. Non bisogna dimenticare

inoltre il rilievo dei loro studi pioneristici in un settore, quello del linguaggio e della comunicazione in genere, oggi

fondamentale.

5.1 Epilogo: la condanna di Socrate

Questa storia ha un triste epilogo. Nel 399, nel clima teso di un’Atene sconfitta e privata del suo impero, un tribunale

ateniese condannò a morte Socrate, il celebre filosofo maestro di Platone, per reati che noi chiameremmo di

“opinione”: infatti Socrate, con il suo insegnamento, era stato accusato di “corrompere i giovani e di non riconoscere

gli dèi che la città riconosce”.

Quale significato dobbiamo dare a questa decisione?

 Socrate venne condannato con una buona maggioranza da una giuria di semplici cittadini. Ciò può far pensare

che il sentimento di avversione nei suoi confronti fosse radicato in buona parte degli Ateniesi; e, del resto, la

commedia Nuvole, di Aristofane non fa che confermare la diffidenza dell’Ateniese “medio” nei confronti di

uno spirito così libero.

 Tale avversione venne esasperata degli eventi tragici cui Atene dovette sottostare: la città sconfitta aveva

perso il suo impero e la frustrazione dei cittadini aveva bisogno di capri espiatori.

 In generale, la condanna di Socrate si inserisce in una mentalità che ritiene lecito che lo stato possa

intervenire anche sulla condotta privata e sulle idee dei cittadini.

Per questo morì Socrate: una morte che noi sentiamo ingiusta, ma che è comunque un prodotto della grande passione

con cui gli Ateniesi dibattevano i grandi problemi di una comunità.

In questo capitolo:

 La popolazione ateniese: ipotesi sulla consistenza numerica di cittadini, meteci, schiavi e donne.

 La struttura sociale dell’Atene classica.

 Caratteristiche dell’economia di V secolo.

 La cultura democratica: il teatro attico.

 Il movimento della sofistica. Il processo e la morte di Socrate.

Cap. 17

La guerra del Peloponneso (431 – 404) 42

1. Tucidide e la guerra

Nonostante la pace trentennale firmata nel 446, la guerra che si scatenò nel 431 non colse di sorpresa nessuno. Uno

scontro chiarificatore tra le due grandi potenze della Grecia, portatrici di ideologie, modi di vita diversi, non poteva

essere rimandato a lungo. La guerra durò ben 27 anni.

L’unitarietà del conflitto è indiscutibile e fu compresa “in diretta” dal grande narratore delle sue vicende, Tucidide. Si

può riassumere la guerra attraverso le parole dello stesso storico: “Questo fu certamente il più grande sconvolgimento

che abbia interessato i Greci e una parte dei barbari che si sia esteso, per così dire, alla maggior parte dell’umanità”.

2. Le cause e primi scontri

E’ ancora una volta opera di Tucidide una distinzione tra cause dichiarate della guerra, vale a dire i fattori scatenanti

legati a situazioni del momento, e causa più vera, non esplicitata, che affonda le sue motivazioni nel passato.

Quest’ultima è chiaramente indicata da Tucidide:”gli Ateniesi divenivano più potenti e destavano apprensione negli

Spartani, al punto da costringerli alla guerra”. Le cause più immediate che portarono allo scoppio delle ostilità videro

invece come protagonisti gli alleati di Sparta e in particolare Corinto. Alcuni indizi inducono a ritenere che Atene si

stesse preparando alla guerra fin dagli anni trenta; in ogni caso gli avvenimenti che fecero precipitare la situazione si

concentrarono nel periodo 434-432, e sono sostanzialmente tre:

1. Atene decide di stringere un’alleanza difensiva con Corcira (Corfù), la grande isola del mare Ionio allora in

guerra con Corinto. L’intesa Atene – Corcira rompeva gli schemi tradizionali della alleanze, sia perché Corcira

era allora retta da un governo oligarchico, sia perché la città era legata a Corinto, in quanto erano stati coloni

provenienti da Corinto a fondarla. Sulla preferenza di Atene per regimi democratici, a volte imposti con la

forza nelle città dell’impero, ebbero la meglio considerazioni pratiche, legate all’imminenza dello scoppio

della guerra: indebolire Corinto e portare dalla propria parte Corcira. La battaglia navale che si svolse a largo

di Corcira, presso le isole Sibota, fu la più grande fino ad allora combattuta sul mare tra i Greci; i Corinzi

riuscirono vincitori, ma grazie all’intervento ateniese non ebbero modo di sfruttare la superiorità dimostrata.

2. Il secondo casus belli riguarda Potidea, la più importante delle città della penisola calcidica; la polis si trovava

in una situazione scomoda. Fondata dai Corinzi, manteneva con la madrepatria stretti rapporti ma nello

stesso tempo, come membro della lega di Delo, essa pagava regolarmente il tributo ad Atene. Quest’ultima

decise di forzare la situazione. Fu chiesto al governo della città di allontanare i magistrati corinzi e abbattere

una parte delle mura. I Potideati non poterono che opporre un rifiuto; poco dopo, iniziava un assedio che di

protrasse per ben due anni fino alla resa della città.

3. Sempre negli anni precedenti lo scoppio delle ostilità, un decreto ateniese impose ai cittadini di Megara la

proibizione di frequentare l’agorà ateniese e di attraccare le loro navi in tutti i porti dell’impero. Le

motivazioni addotte erano di carattere religioso. Difficile non inserire nel clima di tensione prebellico tale

provvedimento, che comportava gravi conseguenze, anche di tipo economico, per i Megaresi, alleati di

Corinzi e Spartani.

3. il primo decennio di guerra

3.1 Considerazioni generali

La guerra del Peloponneso ebbe caratteristiche particolari. Si trattò di una guerra totale, a cui nessuna delle poleis

greche poté dirsi estranea. Fu giocata non solo sul piano militare, ma anche ideologico, con la contrapposizione

democrazia/oligarchia propria delle due città egemoni, ed evidenziando la diversa origine etnica degli schieramenti:

dorica quella di Sparta, Corinto e dei principali alleati del Peloponneso, ionica quella di Atene e dei suoi alleati. Lo

scontro ebbe spesso le caratteristiche delle guerre di logoramento, con un numero assai limitato di grandi battaglie e

moltissimi episodi minori, che avevano lo scopo di modificare le alleanze o l’assetto interno di questa o quella polis.

3.2 La strategia periclea

Atene, con il suo impero, aveva il controllo del mare. E ciò non solo in virtù di un numero di navi molto maggiore ma

anche e soprattutto grazie al fatto che gli Ateniesi avevano elaborato tecniche di combattimento sofisticate. Atene

aveva dalla sua anche una disponibilità di denaro molto superiore; mentre dalla parte dei Peloponnesiaci stava invece

la superiorità degli eserciti di terra. Tali considerazioni portarono Pericle a elaborare una strategia relativamente

semplice: Atene non avrebbe mai dovuto accettare lo scontro sulla terra; il dominio del mare, oltre ad assicurarle gli

approvvigionamenti le avrebbe consentito azioni di disturbo. Ma anche la semplice conservazione dello status quo

avrebbe finito per logorare gli Spartani. Tale strategia, chiamata appunto “periclea”, era eccellente dal punto di vista

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militare, ma richiedeva notevoli sforzi soprattutto dal punto di vista psicologico. Il primordiale impulso a difendere le

proprie terre e la tradizione etica della guerra oplitica, che imponeva di scendere in campo per contrastare gli invasori,

spingevano gli Ateniesi ad affrontare a viso aperto i propri nemici. Ma Pericle li convinse ad abbandonare i campi alle

devastazioni spartane e a chiudersi all’interno delle Lunghe Mura che correvano dal centro di Atene al Pireo.

Nondimeno l’impatto delle invasioni dell’Attica, ripetuto quasi ogni estate nei primi anni della guerra, non fu facile da

sopportare per la popolazione ateniese.

3.3 Dalla morte di Pericle alla pace di Nicia

A complicare le cose, sopraggiunse un’epidemia di “peste” che colpì gli Ateniesi nel 430. Morirono in molti e, fra essi,

anche Pericle. La reazione degli Ateniesi orfani della loro guida fu comunque vigorosa. Sotto la leadership di Cleone,

esponente di una nuova classe politica di estrazione non aristocratica, Atene si fece ancora più aggressiva. Nel corso di

una spedizione destinata a raggiungere la Sicilia, infatti, un improvviso sbarco di Demostene, sulla costa occidentale

del Peloponneso, presso l’isoletta di Sfacteria, permise la creazione di un avamposto in pieno territorio nemico e la

cattura di 300 spartani.

Sparta sempre preoccupata dello scarso numero dei suoi Spartiati, fu presa dal panico e si affrettò a proporre la fine

delle ostilità. Cleone convinse i concittadini a rifiutare le offerte di pace, ma con ciò non fece che prolungare la guerra

per altri quattro anni: il momento favorevole di Atene era ormai passato.

Una sconfitta in una battaglia campale contro i Tebani presso il Delio, pose bruscamente fine alle ambizioni ateniesi in

Grecia centrale; intanto l’iniziativa di Brasida, il miglior generale schierato da Sparta risollevò le sorti dei

Peloponnesiaci in un altro settore cruciale delle operazioni, la Grecia settentrionale. In particolare, Brasida riuscì a

strappare ad Atene l’importante città di Anfipoli. Seguì un inverno di trattative e nell’aprile del 421 la firma della pace

di Nicia, così chiamata dal nome del ricchissimo aristocratico ateniese che l’aveva promossa. Le condizioni, che

contemplavano una pace quinquennale e la stipula di un’alleanza tra Sparta e Atene, rispecchiavano lo status quo

precedente la guerra.

4. La fase intermedia

4.1 Anni inquieti (420 – 416)

Ad Atene si scontravano due visioni: da una parte, troviamo i fautori di un’egemonia bipolare Sparte/Atene, che univa

ai buoni rapporti trea le due poleis una politica estremamente dura nei confronti degli alleati/sudditi della lega di

Delo: il principale esponente di questa linea è, Nicia. Dall’altra, quanti propugnavano l’obiettivo di una egemonia

globale sul mondo greco, favorevoli a una continuazione a oltranza del conflitto. A sostenere queste idee con la sua

personalità e con il suo fascino fu un lontano parente di Pericle, il giovane Alcibiade.

Alcibiade fu il promotore di un’alleanza con Argo, Mantinea e la regione dell’Elide che intendeva soffiare sul fuoco

dell’opposizione a Sparta all’interno dello stesso Peloponneso. La coalizione finì assai male, con la disfatta a Mantinea

contro l’esercito spartano.

4.2 La spedizione in Sicilia (415 – 413)

La Sicilia e in generale l’0ccidente erano da lungo tempo presenti tra gli obiettivi dell’ambiziosa politica estera di

Atene. La spedizione che partì nell’estate del 415 non era dunque frutto di una improvvisazione del momento. La

spedizione che doveva partire da Atene doveva avere al suo comando Alcibiade affiancato da Nicia ma poco prima

della partenza, avvenne un episodio inquietante: durante la notte, vennero mutilate le statue di Ermes che

abbellivano i crocicchi di Atene. Un gesto sacrilego del quale si trovò il modo di incolpare Alcibiade, non nuovo

peraltro a comportamenti disinvolti, e i suoi amici. Gli fu comunque permesso di partire, salvo poi cercare di condurlo

in patria per processarlo, quando la spedizione era ormai giunta in Italia. Alcibiade preferì fuggire: la spedizione

intanto continuava, privata del suo ideatore e ormai interamente nelle mani di Nicia. L’obiettivo primario era la più

grande città della Sicilia, Siracusa. Nicia iniziò l’assedio: le cose in un primo tempo sembravano mettersi bene e

Siracusa era in grande difficoltà, quando Sparta inviò un brillante generale, Gilippo, che prese in mano la situazione e

sollevò il morale dei Siracusani. Nicia era incerto sul da farsi, chiese rinforzi, che furono inviati nel numero di 70 navi al

comando di Demostene. Ulteriori indecisioni portarono al disastro: dopo una sconfitta della flotta nelle acque del

porto di Siracusa, Nicia e Demostene tentarono la fuga via terra, ma furono raggiunti e l’esercito massacrato. Molti

Ateniesi furono ridotti in schiavitù. Terminava così, nel peggiore dei modi l’avventura siciliana.

5. Gli ultimi anni di guerra e la vittoria di Sparta 44

Alcibiade fuggitivo riesce a raggiungere Sparta dove non ha difficoltà ad ambientarsi, e dove fornisce due eccellenti

consigli agli Spartani: l’invio di Gilippo a Siracusa e l’occupazione stabile del suolo attico, con la creazione di un

avamposto spartano nella fortezza di Decelea. Allontanatosi quindi da Sparta e recatosi in Asia Minore, lo stesso

Alcibiade inizia un complicato gioco diplomatico presso i Persiani, per spingerli ora verso Atene, ora verso Sparta. E’

questa seconda opzione che, in successive fasi, ha finalmente successo, ed è a ben vedere, l’evento che decide la

guerra. I Persiani forniranno infatti a Spartani e alleati, a più riprese, le risorse finanziarie per armare costosissime

flotte. E’ questo il primo caso, particolarmente evidente, di quella ingerenza persiana negli affari della Grecia, basata

non tanto sul potenziale militare quanto su enormi disponibilità finanziarie e tesa a mantenere uno stato di equilibrio

con il favorire quella, tra le poleis, che al momento sembra la più debole. Nello stesso tempo Alcibiade gioca tutte le

sue carte per rientrare ad Atene. Atene che sembra ormai in ginocchio incredibilmente si riprende proprio grazie ad

Alcibiade che guida la flotta ateniese appena ricostituitasi nella battaglia di Cizico ottenendo una grande vittoria.

L’euforia del momento porta al rifiuto delle proposte di pace spartane; Alcibiade fa finalmente ritorno in Atene,

accolto come un re da un’enorme folla festante, viene eletto stratego per l’anno successivo.

Difficile rendere conto dell’andamento apparentemente senza logica degli avvenimenti successivi. E’ sufficiente una

sconfitta di poco conto nelle acque dell’Egeo, vicino a Nozio, per far cacciare Alcibiade, che non rientrerà più ad Atene

e di lì a pochi anni verrà assassinato. Lo scontro costituisce anche uno dei primi successi di Lisandro, eccellente

generale, vero protagonista del trionfo finale spartano. Gli Ateniesi hanno ancora la forza per riportare un’altra

vittoria, presso le isole Arginuse. L’anno dopo (estate 405), Lisandro sorprende la flotta ateniese in secca a

Egospotami, distruggendola. E’ veramente la fine: Lisandro entra nel Pireo e prende possesso di un’Atene affamata.

Corinzi e Tebani proposero la distruzione completa della città. Le condizioni dettate dagli Spartani furono assai più

miti: distruzione della flotta, abbattimento delle mura, instaurazione di un regime oligarchico.

In questo capitolo:

 Le cause della guerra del Peloponneso (431 – 404): Corcira, Potidea, Megara.

 La guerra archidamica:la strategia periclea, la peste ad Atene con la morte di Pericle (429), Sfacteria, Delio, la

riscossa di Brasida, la pace di Nicia.

 Gli anni 421 – 413: Mantinea, la spedizione ateniese in Sicilia, l’occupazione spartana di Decelea e la ripresa

della guerra.

 L’ultima fase della guerra: le vittorie di Alcibiade e il suo ritorno ad Atene: Arginuse, Egospotami e la resa di

Atene. Cap. 18

Tirannidi d’Occidente (fine VI – metà V secolo)

1. Comunità di frontiera

Quando la guerra contro i Persiani era ormai imminente, racconta Erodoto, ambasciatori di Atene e Sparta si recarono

dal tiranno di Siracusa Gelone in cerca di aiuto. Quest’ultimo pose come condizione del suo intervento l’attribuzione

alla sua persona del comando assoluto, per terra e per mare, dell’esercito greco. Essendogli stato rifiutato questo

onore, preferì non partecipare alla guerra. Inventato o no, questo episodio testimonia dell’importanza raggiunta da

Siracusa, e dal mondo delle fondazioni greche in Occidente, agli inizi del V secolo.

I caratteri della storia delle poleis d’Occidente son facilmente individuabili: innanzitutto si tratta di comunità di

frontiera, le cui vicende sono fortemente influenzate dai rapporti con le popolazioni indigene e in secondo luogo, tali

comunità mostrano assai più spesso che non nella Grecia una predilezione per il ricorso al dominio assoluto di un

tiranno, nel tentativo di arginare i violenti e insanabili conflitti interni.

2. Lotte interne e conflitti con l’esterno nella Magna Grecia

2.1 Sibari e Crotone

Nel corso del VI secolo, Sibari, sulla costa ionica dell’attuale Calabria, raggiunge un grado di ricchezza e di potenza che

la rende la più importante tra le città della Magna Grecia. Le cifre tramandate dalla tradizione sulle dimensioni del suo

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“impero” e sulla straordinaria ricchezza dei suo abitanti, sono sicuramente esagerate; nondimeno possono essere

viste come un indizio delle vicende fortunate della polis “dell’eccesso”, come è stata definita. Tutto questo finì

improvvisamente. Mentre Sibari era guidata dal tiranno Telys, la vicina Crotone, retta da una ristretta oligarchia, le

dichiarò guerra. In questa decisione fu spinta, oltre che dalla tradizionale rivalità, dalle insistenze degli aristocratici

sibariti che, a causa della tirannide di Telys, si erano rifugiati a Crotone. Un ruolo importante fu giocato anche da

Pitagora, il grande saggio che, rifugiatosi a Crotone per sfuggire alla tirannide di Policrate, era divenuto un

protagonista nella vita della città magno-greca. La guerra fu breve e, nel 510, si risolse con la piena vittoria dei

Crotoniati e la totale distruzione di Sibari.

2.2 Aristodemo contro gli Etruschi. Taranto e gli Iapigi

Negli stessi anni in cui si svolgono queste vicende, abbiamo indizi di numerose difficoltà che le poleis della Magna

Grecia incontrano per difendere i propri territori da potenze esterne o dalle popolazioni locali. Ai limiti settentrionali

della Magna Grecia, in Campania, Cuma deve difendersi contro l’espansionismo etrusco; vi riesce grazie alla figura di

Aristodemo, che in seguito ai suoi successi militari, instaura una tirannide che assumerà ben presto connotati

fortemente antiaristocratici. Ma è a Taranto, la città che, soprattutto nel IV secolo, manterrà con maggiore

consapevolezza un ruolo egemonico in Magna Grecia, che nel 470 circa, avviene l’episodio più drammatico. Taranto

subisce infatti una terribile sconfitta contro la popolazione locale degli Iapigi: uno scontro che dovette avere una certa

risonanza se Erodoto ne parla come del “più grande massacro di Greci tra quelli di cui siamo a conoscenza”.

2.3 La fondazione di Turi

Tornando alle vicende della costa ionica, vanno segnalati i tentativi dei Sibariti superstiti di ricostruire la propria polis.

Crotone riuscì a sventare tutti i tentativi al punto che i Sibariti si rivolsero direttamente in Grecia, chiedendo aiuto a

Sparta e ad Atene. Qui Pericle si mostrò assai interessato al progetto; dopo un tentativo di rifondare Sibari sul sito

della vecchia città, violenti contrasti fra gli stessi Sibariti portarono alla fondazione, poco lontano, di una nuova città:

Turi (444). Il carattere della città era panellenico, nel senso che vi confluirono uomini da ogni parte della Grecia

3. Le tirannidi di Sicilia

3.1 Il VI secolo

Le poleis di Sicilia nel VI secolo sono generalmente dominate da oligarchie terriere. Il pericolo sempre presente, di

conflitti con le popolazioni indigene, la minaccia cartaginese, nonché una situazione sociale sempre esposta a

turbolenze e a rivolte, favorirono, fin dal VI secolo, l’insorgenza di tirannidi, sulle quali siamo peraltro assai poco

informati. La più nota tirannide in età arcaica è quella di Falaride ad Agrigento; la fama di quest’ultimo è basata più

che altro su aneddoti di dubbia veridicità storica, legati soprattutto alla sua presunta crudeltà.

3.2 Cleandro e Ippocrate: la tirannide a Gela

A Gela l’aristocratico Cleandro rovesciò l’oligarchia al potere e instaurò la tirannide. Alla sua morte il potere passò al

fratello Ippocrate che in soli sette anni rivoluzionò la geografia politica della Sicilia orientale, conquistando una serie di

poleis e giungendo fino a Zancle (Messina). In quest’ultima città, alla sua morte, si insediò un’altra figura di tiranno di

un certo rilievo, anche perché riuscì per qualche tempo a unire in suo potere le due città dello stretto, Zancle e Reggio:

Anassila, morto nel 476.

3.3 Gelone e Terone

Comandante della cavalleria dell’esercito di Ippocrate era Gelone; alla morte di Ippocrate, egli riuscì a succedergli.

Negli stessi anni, Terone prendeva il potere ad Agrigento e stabiliva un’alleanza con Gelone, che reggerà negli anni a

venire a dure prove e alla stessa morte dei due contendenti, e che veniva per il momento sancita da matrimoni

dinastici. Nel 485 Gelone occupò Siracusa, approfittando della debolezza del moderato regime siracusano, e ne fece la

sua capitale, mentre Gela veniva lasciata al fratello Ierone. Si trattò di un avvenimento epocale, denso di conseguenze:

Siracusa infatti conobbe uno straordinario accrescimento di popolazione, attraverso il trasferimento in massa degli

abitanti delle vicine Camarina e Megara Iblea e di parte almeno dei cittadini della stessa Gela. Inoltre Gelone non esitò

a concedere la cittadinanza a oltre 10.000 mercenari del suo esercito. Questi provvedimenti danno il senso della

precarietà del mondo siceliota e del distacco dal tradizionale mondo delle polis: non solo viene calpestata la sacralità

del diritto di cittadinanza, ma l’esistenza stessa delle città viene minacciata da deportazioni di massa. Come è noto,

nulla più di un nemico esterno può servire a cementare il fronte interno di un regime autoritario, scarsamente

legittimato a governare. Gelone ottenne tale risultato sfruttando la presenza cartaginese nella zona occidentale della

Sicilia. La minaccia si concretizzò quando Terone si impadronì di Imera, scacciandone il tiranno filo cartaginese Terillo e

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quest’ultimo si appellò ai suoi protettori che decisero un’invasione dell’isola. L’esercito cartaginese guidato da

Amilcare, si scontrò con quello congiunto di Terone e di Gelone: la morte di Amilcare decretò il completo trionfo

greco.

3.4 Ierone

Al culmine della sua potenza Gelone morì di malattia. Al fratello Ierone spettò il compito di tenere unito quello che

ormai era diventato un potente stato territoriale che controllava direttamente la Sicilia orientale e indirettamente

quasi tutta l’isola. Anche se non sempre i giudizi tramandati su di lui sono lusinghieri, egli fu sicuramente all’altezza del

compito. Un’esplicita richiesta di aiuto da parte degli abitanti di Cuma, in Campania, vide Ierone pronto a intervenire e

a battere la flotta etrusca in una memorabile battaglia navale nei pressi della stessa Cuma, che segnò la fine

dell’espansionismo etrusco verso sud. Anche Ierone aveva ora la “sua” vittoria contro il barbaro, un barbaro da

sempre alleato dei Cartaginesi nello scacchiere del Mediterraneo. Ma che lui, come il fratello, morì pochi anni dopo il

suo massimo successo. Il terzo fratello Trasibulo, fu presto costretto alla fuga.

3.5 Per un giudizio complessivo

Nel dare un giudizio complessivo del quarantennio che vide il sorgere e il decadere delle tirannidi in Sicilia possiamo

dire:

 Le città siciliane erano a contatto con un vasto entroterra indigeno, fonte di tensione e instabilità, ma anche

di ricchezza e manodopera.

 Come zona tipicamente di frontiera, la struttura della cittadinanza delle varie poleis era di gran lunga più

instabile che non nella Grecia continentale.

 La grecità di Sicilia conviveva con i Cartaginesi, la cui presenza, solitamente non minacciosa, poteva essere

sfruttata per compattare il fronte interno. E’ quanto accadde con Gelone.

 I tiranni di Sicilia, per quanto attiene ai modelli politici, tendono a superare l’orizzonte della polis, per creare

stati territoriali che prefigurano in qualche misura sviluppi tipici dell’età ellenistica. In questo senso, la Sicilia

può essere vista come laboratorio politico del mondo greco.

 La grande ricchezza culturale della corte dei tiranni è dovuto al tentativo di quest’ultimi di legittimarsi e di

collocarsi al centro della grecità.

4. Ducezio nella Sicilia senza tirannidi

Alla caduta di Trasibulo, in tutte le città della Sicilia vennero ripristinati dei regimi costituzionali, che, se di solito

vengono chiamati democrazie, sono in realtà, almeno nella sostanza, l’espressione di oligarchie moderate. L’ultimo

focolaio di tirannide, costituito dal figlio di Ierone, sarà spento nel 461. La situazione, al di là delle manifestazioni di

giubilo per la riconquistata libertà, non era facile, a causa delle ribellioni dei mercenari, cui i nuovi governi non

avevano alcuna intenzione di confermare i privilegi.

Le tirannidi scompaiono ma i problemi strutturali che affliggono l’isola rimangono e la storia del cinquantennio che

precede l’ascesa di Dionisio I è quella di un periodo travagliato, ricco di guerre, rivolte e distruzioni.

4.1 Ducezio e i Siculi

Il primo problema che i Greci di Sicilia si trovarono di nuovo ad affrontare fu quello del rapporto con i Siculi. Negli anni

cinquanta del secolo esso tornò in primo piano, dopo un periodo di relativo oblio, a opera di Ducezio, esponente di

una nobile famiglia sicula. Ducezio si mise alla testa di un movimento che, facendo leva sull’orgoglio nazionale dei

Siculi, giunse dopo vari successi, a fondare uno stato federale. Dopo ulteriori vittorie su Agrigentini e Siracusani

coalizzati, Ducezio subì una sconfitta e si rifugiò a Siracusa come supplice, ebbe salva la vita e si recò a in esilio a

Corinto. Nelle vicende di Ducezio c’è una circostanza che merita di essere sottolineata: il suo agire sempre con una

mentalità greca e, insieme, il suo legame con l’aristocrazia siracusana, che non lo contrasta fino in fondo e che non a

caso gli salva la vita. Segno tutto questo, di quanto profondo fosse stato, nel corso dei due secoli precedenti il

processo di ellenizzazione dell’aristocrazia indigena.

4.2 Siracusa democratica

Il governo che Siracusa se era data dopo la cacciata di Trasibulo e che abbiamo visto sfiorare la collusione con Ducezio

era apparentemente molto simile alla democrazia ateniese. La differenza sostanziale rispetto al regime pericleo

risiedeva nel fatto che le magistrature non erano assegnate per sorteggio e retribuite come ad Atene, ma elettive e

gratuite. Ciò faceva sì che di fatto il demos ne fosse escluso. Sono questi gli anni dell’interesse ateniese nei confronti

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della Sicilia; e Siracusa è sempre la più potente tra le forze che nell’isola si oppongono all’espansionismo di Atene. Il

principale uomo politico del periodo è l’aristocratico Ermocrate, protagonista della lotta contro gli Ateniesi e fautore

di una riconciliazione tra poleis siciliane in funzione antiateniese nel congresso di Gela del 424.

In questo capitolo:

 Lo scontro Sibari – Crotone con la distruzione di Sibari nel 510.

 Le città della Magna – Grecia contro gli indigeni.

 La fondazione panellenica di Turi (444).

 Le tirannidi di Sicilia: Cleandro, Ippocrate, Gelone, Ierone, Trasibulo.

 La rivolta di Ducezio e il ritorno della democrazia a Siracusa.

Cap. 19

Gli anni di Sparta (404 – 379)

1. La guerra come sistema

La guerra del Peloponneso aveva consegnato l’egemonia sul mondo greco a Sparta, ma non aveva risolto le

controversie tra le poleis greche. La storia di questo periodo è molto complicata, frammentata come è in una serie di

piccoli episodi, in continui scontri mai risolutivi, seguiti da periodi di tregua altrettanto poco stabili. Le città greche si

gettarono in altri decenni di scontri senza fine, invece di cercare un equilibrio che consentisse a tutto il mondo greco

di vivere in pace. In realtà, l’equilibrio esisteva: l’equilibrio delle comunità di cittadini delle poleis era un equilibrio che

comprendeva il ricorso continuo alla guerra come “mezzo per risolvere le controversie”. Lo stesso IV secolo, in effetti,

vedrà nascere un movimento contro la guerra tra Greci. Ma non si tratterà mai di un movimento contro la guerra: si

tratterà semplicemente di incoraggiare la guerra contro altri popoli, non greci. Contro i Persiani, innanzitutto, che

negli anni descritti in questo capitolo raggiungono la massima influenza sulla Grecia, sfruttandone abilmente le

divisioni interne.

2. I protagonisti: Sparta, Atene, la Persia e gli altri

2.1 Sparta

La vincitrice dello scontro epocale, potenza egemone del mondo greco, aveva una serie di problemi gravissimi che

resero fin da subito pericolante la sua leadership. Eccone i principali:

 La società spartana era del tutto inadatta ad assolvere il compito che la vittoria le aveva assegnato. Gli

spartiati erano pochi e le tensioni sociali e dinastiche resero il gruppo meno compatto. Pochissimi poi,

all’interno degli spartiati più influenti, erano quelli che potevano dirsi culturalmente e psicologicamente in

grado di affrontare i mutamenti derivati dalla vittoria e gestire l’immenso potere che Sparta avrebbe dovuto

esercitare. Uno di essi era Lisandro, brillante e ambizioso, che proprio per queste sue qualità, era quello che

forse metteva più a repentaglio l’ordinamento dello stato, mostrandosi insofferente alle vecchie regole di

austerità e prudenza. A ciò si aggiungeva il malcontento delle classi inferiori. Un episodio dà l’idea delle

tensioni che agitavano la città: un certo Cinadone, forse uno spartiata decaduto dalla sua condizione,

promosse una rivolta, contando sui numerosi focolai di scontento esistenti. Il tentativo fu sventato prima

ancora che avesse inizio, grazie a delle spie, ma costituì un inquietante campanello d’allarme per la comunità

che, sola in tutta la Grecia, non aveva mai conosciuto guerre civili. In quegli stessi anni, si risolveva la crisi

dinastica che vide il figlio di Agide II escluso dalla successione al padre perché sospettato di essere figlio di

Alcibiade; grazie anche all’appoggio di Lisandro, venne dunque eletto re il fratello di Agide, Agesilao.

Quest’ultimo zoppo dalla nascita e privo quindi della prestanza fisica che di solito accompagna l’immagine

degli Spartani, può essere considerato tra i più grandi protagonisti della storia del tempo: il suo lunghissimo

regno lo vide chiaramente restio ad adeguarsi alle nuove realtà e incapace di evitare la progressiva decadenza

della città.

 La vittoria contro Atene era giunta grazie al decisivo appoggio finanziario del Gran Re di Persia, che in cambio

aveva preteso il riconoscimento del suo potere assoluto sull’Asia e quindi anche sulle città greche dell’Asia

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Minore. Per gli Spartani era impossibile rispettare questi patti, e presentarsi allo stesso tempo al mondo

greco come difensori di tutta la grecità.

 Corinto e Tebe erano totalmente insoddisfatte di come era stata gestita la vittoria da parte di Sparta. In

generale, né l’una né l’altra sembravano aver ricavato alcun vantaggio dalle prove sopportate nel corso di

quasi trent’anni: il riconoscere la leadership di Sparta, non significava, a loro modo di vedere, essere ridotte al

rango delle piccole poleis satelliti.

2.2 Atene

Se non si considerassero le difficoltà di Sparta, la ripresa di Atene avrebbe del miracoloso. E in effetti, non si può non

definire sorprendente il fatto che dopo dieci anni la conclusione della guerra, Atene aveva ricostruito le Lunghe Mura

che univano la città al Pireo, era in possesso in di una discreta flotta e alcuni almeno tra i politici più in vista,

cominciavano a parlare sotto voce della possibilità di ricostituire l’impero perduto. Dopo l’esperienza dei Trenta

Tiranni in città era stato rapidamente reintrodotto il pieno regime democratico ma dietro la facciata dell’amnistia per

quanti erano stati coinvolti nel regime dei Trenta Tiranni, si agitavano forti tensioni, risolte superficialmente da una

vera e propria demonizzazione del breve governo autocratico che aveva fatto seguito alla sconfitta. L’odio nei

confronti dei protagonisti di quella pagina oscura della storia ateniese, in particolare di Crizia che ne era stato il capo,

univa infatti i democratici radicali e i moderati; è in questo clima che si svolse il processo e la conseguente condanna a

morte di Socrate.

2.3 La Persia

Per finire, il protagonista più importante del periodo. L’impero persiano, pur poco unito al suo interno è il vero

burattinaio della politica greca nei primi decenni del IV secolo. Sono i soldi persiani che danno il via alla guerra di

Corinto, ed è il Gran Re Artaserse II in persona a favorire prima Atene, poi di nuovo Sparta, fino a dettare la pace del

386.

3. La guerra in Asia Minore

3.1 Ciro contro il fratello Artaserse

Nello stesso anno in cui la guerra del Peloponneso terminava, moriva il Gran Re Dario II e gli succedeva il figlio

Artaserse II. Il fratello minore di quest’ultimo, il giovane Ciro, grande amico di Lisandro e decisivo nel far orientare i

Persiani verso Sparta, non si rassegnò a essere escluso dalla successione e concepì un temerario piano per rovesciare il

fratello. Fulcro di tale progetto fu l’arruolamento di ben 130.000 mercenari, provenienti da ogni parte del mondo

greco. Uno dei Greci che parteciparono all’impresa fu l’ateniese Senofonte. Senofonte scrisse sui drammatici

avvenimenti che seguirono la rivolta, la sua opera più famosa, l’Anabasi, vero e proprio archetipo della memorialistica

di guerra. In essa si racconta lo scontro decisivo tra i due fratelli vicino a Babilonia, con la morte di Ciro che rese inutile

il successo riportato dai mercenari greci, e la lunga marcia di ritorno di quest’ultimi. Tutta la vicenda ebbe anche un

riflesso sulle cose greche: Ciro, amico di Sparta, ne aveva chiesto la partecipazione nel tentativo di rovesciare il

fratello. E Sparta non aveva mancato, di inviare un modesto contingente. Nonostante queste cautele, come era

inevitabile, la morte di Ciro peggiorò i rapporti già delicati tra Sparta e i Persiani.

3.2 Sparta e l’impossibile liberazione delle città greche d’Asia Minore

Venuto a mancare Ciro e, con lui, il portavoce degli interessi spartani all’interno dell’impero persiano, alla città

laconica non restò che assumersi fino in fondo le responsabilità del suo ruolo di potenza egemone del mondo greco.

Fu così che tra il 400 e il 395, essa mantenne un piccolo esercito in Asia Minore, incaricato dell’impossibile missione di

sconfiggere i Persiani e restituire la libertà alle poleis della costa. Solo Lisandro coltivava progetti grandiosi di costituire

un impero simile a quello ateniese, e aveva negli anni precedenti tessuto una rete di amicizie e di clientele che ne

faceva il personaggio più conosciuto e potente in tutta l’area egea. Egli, peraltro, venne escluso dalla partecipazione

diretta alle operazioni: così facendo Sparta si difendeva dalle macchinazioni del suo generale più capace, ma nello

stesso tempo si privava dell’unico uomo in grado di risolvere una situazione così complessa.

I comandanti spartani in Asia non ottennero alcun risultato di lunga durata, in uno stillicidio di piccole scaramucce,

tregue e conquiste precarie.

3.3 Conone e la guerra per mare

In quegli stessi mesi, la guerra riprendeva anche per mare; Sparta conservava ancora intatta la flotta che gli stessi

Persiani avevano contribuito a costruire per sconfiggere Atene, ma contro di essa fu posta a capo della flotta persiana

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l’ateniese Conone. Conone non tradì le attese: nel 394 , presso Cnido, la flotta persiana da lui comandata distrusse

quella spartana, ponendo fine, di fatto, alle ambizioni marittime di Sparta.

4. La guerra di Corinto

4.1 L’inizio del conflitto

I Persiani, nel 395, dettero vita a una distribuzione di ben 50 talenti a esponenti politici antispartani nelle quattro

principali città della Grecia: Corinto, Tebe, Argo e Atene. Così facendo, ottennero che esse si coalizzassero e

dichiarassero guerra a Sparta; scoppiava la cosiddetta guerra di Corinto. Nel momento di maggiore difficoltà, gli

Spartani mostrarono che le loro capacità militari, che avevano fatto del loro esercito di opliti una macchina invincibile,

non erano ancora decadute. L’anno 394 si apre con la morte di Lisandro: una perdita grave ma che nei mesi successivi

viene superata grazie a due battaglie che vedono gli Spartani sbaragliare la coalizione delle quattro città greche. Le

battaglie furono certo importanti per ricordare ai Greci i motivi per cui Sparta era la potenza egemone: ma non furono

risolutive sul piano militare, perché le perdite degli alleati furono contenute. La guerra si trascinò dunque negli anni

successivi.

4.2 L’unione Argo – Corinto

Tra il 392 e il 386, Corinto si fuse con Argo, dando vita a un’unica polis. Pur continuando a vivere ciascuno nella propria

città, i cittadini delle due poleis erano rappresentati da un’unica assemblea e da un unico governo. In un certo senso,

si potrebbe descrivere la cosa come un’annessione di Corinto da parte di Argo: furono infatti le magistrature e le

assemblee della prima ad essere abolite, così come il regime politico che venne instaurato fu una democrazia, in linea

con le tendenze e la tradizione di Argo. Difficile comprendere il motivo di una tale innovazione: influirono senza

dubbio, in tale decisione, pur senza spiegarla del tutto, le contingenze della guerra, particolarmente dure per il

territorio di Corinto. L’esperimento può essere visto come un primo tentativo di superare il localismo più rigido, per

sperimentare nuove forme di aggregazione.

4.3 I peltasti di Ificrate e le innovazioni nell’arte della guerra

Il fatto che la guerra si protraesse per anni, senza interrompersi neppure nei mesi invernali, fece sì che non potessero

essere solo i cittadini a combatterla: il cittadino/soldato infatti è un dilettante, e non può dedicare che una parte del

suo tempo a forze mercenarie. Ecco quindi, una delle motivazioni fondamentali del ricorso sempre più costante a

forze mercenari e che rappresenta al contempo una delle innovazioni militari più significative, ma non l’unica; un

reparto dell’esercito spartano in marcia di trasferimento venne sorpreso da un attacco dell’ateniese Ificrate, che

guidava un battaglione di peltasti, soldati armati alla leggera con uno scudo a forma di mezzaluna, proveniente dalla

Tracia. Nello scontro morirono molti Spartani ma ciò che destò profondo scalpore fu il fatto che un contingente di

opliti spartani, considerati invincibili, fossero stati distrutti in un’imboscata condotta da soldati, considerati di rango

inferiore, che basavano la loro efficienza sulla velocità, la sorpresa e la mobilità.

5. La pace del Re

Nonostante le città alleate mostrassero di non avere la forza per avere la meglio su Sparta, nondimeno la situazione di

quest’ultima era difficile. Gli Spartani trovarono nella persona di Antalcida un uomo che, finalmente, si rivelò in grado

di condurre una politica di vasto respiro e di dialogare in modo efficace con il Gran Re. La proposta di Antalcida,

prospettata al Gran Re andava sostanzialmente incontro a tutte le richieste persiane. Più difficile fu convincere le città

nemiche di Sparta, nonostante nessuna di esse aveva la forza per continuare la lotta ad oltranza: in particolare Atene.

Nella primavera del 386, in un congresso di tutte le poleis tenuto a Sparta, sotto la presidenza di Agesilao, i

rappresentanti provenienti da tutto il mondo greco ascoltarono l’inviato di Artaserse che dettava letteralmente le

condizioni della pace: un momento che fu ricordato a lungo come il più umiliante vissuto dai Greci, e come il punto

più alto dell’influenza persiana sulle cose di Grecia. Gli accordi erano semplici: il Gran Re ribadiva il suo potere

assoluto su tutto il territorio asiatico e quindi sulle città greche d’Asia; per quanto riguarda il resto della Grecia, tutte

le poleis dovevano essere libere e autonome. Era, in pratica, vietata la creazione di qualsiasi lega. A Sparta veniva

riconosciuto il ruolo di “cane da guardia”: era alla città laconica, infatti, che veniva demandato il compito di vigilare sul

rispetto delle clausole della pace.

5.1 Dopo la pace

Gli anni immediatamente successivi alla pace del Re furono quelli in cui Sparta esercitò con maggiore vigore la sua

egemonia. Nel 382, un comandante spartano, un certo Febida, si impadronì dell’acropoli di Tebe, con conseguente

insediamento di un governo filo-spartano e il massacro o la fuga degli avversari. Si trattava di un atto privo di qualsiasi

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giustificazione formale, compiuto nel disprezzo di ogni norma giuridica e dei giuramenti religiosi che accompagnavano

i trattati ma Agesilao avallò il comportamento di Febida e non mostrò alcuna intenzione di ritirare il contingente

spartano. Con l’occupazione di Tebe, Sparta aveva raggiunto il punto più alto della sua parabola.

In questo capitolo:

 Difficoltà di Sparta nel gestire la sua egemonia.

 Rapida ripresa di Atene, con il ritorno alla democrazia.

 Inutile tentativo, da parte di Sparta, di liberare le città greche d’Asia Minore.

 Guerra di Corinto (395 – 386): Atene, Corinto, Argo, Tebe contro Sparta.

 Pace del Re, massimo momento di influenza persiana nelle cose di Grecia.

 Occupazione spartana di Tebe. Cap. 20

Alla ricerca di una pace impossibile (379 – 355)

1. La fine del bipolarismo Sparta – Atene

Il periodo in questione ha una protagonista: la città di Tebe, la quale, nella tradizionale elencazione delle egemonie,

esercita il predominio sul mondo greco tra le due battaglie di Leuttra (371) e Mantinea (362), si tratta dunque di

un’egemonia debole che dimostra l’impossibilità per qualunque poleis greca di superare in potenza le altre. Sono anni

ricchi di trattati di pace mai rispettati, continui cambi di alleanze, tipici di situazioni instabili in cui le tante forze

operanti non sono incanalate secondo precise scelte militari e ideologiche. Intanto emergono nuove forme di

aggregazione di tipo federale, che conserveranno una notevole importanza anche in età ellenistica. L’unica vera

potenza sconfitta in questi anni è Sparta.

2. Nuovi assetti politici: le confederazioni beotica e tessala

2.1 Tebe e il progetto federale

Il forzato ingresso di Tebe nell’orbita spartana ebbe vita breve. Da quel momento la città conobbe il suo periodo più

florido, che culminerà con un breve periodo di egemonia su tutta la Grecia e avrà termine bruscamente con la

distruzione della città da parte di Alessandro, nel 335.

Alla base del progetto politico di Tebe vi era l’adozione di ordinamenti democratici, in contrasto con la tradizione

oligarchica della città, e l’unificazione della Beozia in una confederazione. Due sono i personaggi che incarnano le

fortune della Tebe del tempo; il primo è Pelopida e il secondo è Epaminonda, che univa alle doti di comandante

militare un notevole spessore culturale. Negli intendimenti di Pelopida ed Epaminonda, il governo federale avrebbe

dovuto realizzarsi in modo sostanzialmente pacifico, senza ricorrere alla forza per convincere i vari centri della Beozia.

2.2 Giasone di Fere

La Tessaglia è sempre stata ai margini della storia greca. Negli stessi anni in cui Tebe raggiungeva la sua massima forza,

venne eletto tago (una sorta di monarchia elettiva a vita che costituiva la massima carica della confederazione tessala)

Giasone, tiranno della città di Fere. Questi, nel giro di pochissimi anni, riuscì nell’impresa di unificare la Tessaglia. Le

qualità e l’ambizione del personaggio fecero sì che le vicende della Tessaglia suscitassero l’interesse e le

preoccupazioni del mondo greco. L’esercito di Giasone si mostrò presto tra i più potenti e organizzati del tempo,

mentre il nuovo tago sembrava mostrare doti anche di tipo diplomatico, muovendosi con intelligenza come mediatore

tra Tebe e Sparta. Ma tutto questo ebbe fine in modo assai brusco: nel 370, appena cinque anni dopo il successo del

suo tentativo di riunificazione della Tessaglia, Giasone moriva assassinato in una congiura. Le vicende di Giasone

mostrano, ancora una volta, la debolezza del modello della polis tradizionale e la relativa facilità con la quale, nel

mondo greco, era possibile organizzare una forza militare in grado di intervenire pesantemente nelle lotte del tempo.

3. Alla ricerca del tempo perduto: la II lega ateniese 51

Nel frattempo anche Atene mostrava un notevole attivismo sul piano diplomatico. In questo quadro si inserisce

l’episodio di Sfodria, un comandante spartano della guarnigione di Tespie, ancora sotto il controllo della città laconica,

che partì nottetempo con un piccolo contingente in direzione del Pireo, con l’apparente intenzione di impadronirsene

con un colpo di mano. Il progetto era privo di senso, e infatti Sfodria venne colto dall’alba già in territorio attico, ma

assai lontano dal Pireo, e se ne tornò indietro, dopo aver inferto qualche danno. Quale significato attribuire

all’episodio? Impossibile pensare al colpo di testa di un subordinato: probabilmente si può interpretare l’iniziativa

come un’intimidazione da parte spartana. Alle proteste ateniesi, Sfodria fu sì sconfessato ma, dopo Agesilao come

aveva fatto per Febida, lo fece assolvere. Nel febbraio del 377, venne proclamata la fondazione della cosiddetta II lega

ateniese. Alla lega aderirono in un primo tempo circa 15 città dell’Egeo e la stessa Tebe: qualche anno dopo, nel

momento di maggior fulgore, si arriverò a oltre 70 poleis. L’intendimento dichiarato della lega era in funzione anti-

spartana, ma nel pieno rispetto dell’autonomia e della libertà di ogni singola polis, in dichiarata sintonia con la pace

del Re.

Le promesse di Atene alle città della lega non furono mantenute e la città si inimicò buona parte degli stati membri

della coalizione. Il motivo sostanziale del fallimento di Atene in questo tentativo va visto nella sua mancanza di mezzi.

La città e i suoi comandanti militari, si dibatterono a lungo tra il rispetto di impegni formali di considerazione degli

alleati e l’imposizione, pur non esplicita, di tributi sotto varia forma per recuperare quell’autonomia finanziaria

necessaria per sviluppare una politica di potenza.

4. Il fallimento della pace comune e la breve egemonia tebana

4.1 La ricerca della pace comune

La pace del Re era stato il primo tentativo di pace comune, dove l’aggettivo “comune” vuol dire che il tentativo di

pacificazione si estendeva a tutti i Greci indistintamente; fra i tanti ostacoli che si frapposero a una pace comune

duratura, il più importante, fu la pretesa da parte dei Tebani di rappresentare l’intera confederazione beotica: una

pretesa palesemente in contraddizione con i dettami della pace del Re. E’ questo il motivo per cui fallirono vari

tentativi di pace tra cui il congresso tenuto a Sparta nel 371.

4.2 Leuttra

Il rifiuto tebano di rinunciare a rappresentare la confederazione beotica nella pace del 371, portò all’immediato

intervento spartano. Il re spartano giunse in Beozia per ridurre alla ragione i Tebani, ma, presso Leuttra, l’esercito

confederato, guidato da Epaminonda, distrusse quello spartano e provocò la morte dello stesso re. In poco più di

un’ora, il grande equivoco di una polis che comandava su tutte le altre con un corpo di cittadini ridotto a meno di

3.000 persone, basandosi sul mito della propria invincibilità, era stato distrutto. E’ questa la straordinaria importanza

della battaglia di Leuttra, una delle più famose dell’antichità, che già nei giorni seguenti fu percepita come un

avvenimento epocale, a cui i contemporanei dettero una serie di spiegazioni, anche soprannaturali, per cercare di

comprendere un evento che non pareva appartenere al regno delle cose possibili.

4.3 L’egemonia tebana

Gli anni che seguirono Leuttra sono quelli dell’egemonia tebana. La città agì su più fronti: quello interno, beotico, per

consolidare la confederazione; quello settentrionale, affidato a Pelopida; quello meridionale e quello marittimo, con la

costruzione di una flotta. Complessivamente, i risultati di questa incessante attività furono modesti; in realtà Tebe e la

Beozia erano entità troppo piccole e troppo povere per poter esercitare un durevole primato. E’ vero che anche Sparta

esercitò a lungo il primato con il numero dei suoi cittadini che tendeva inesorabilmente a diminuire, ma il dominio di

Sparta si era retto, oltre che sul mito dell’invincibilità, su una forte connotazione ideologica. La storia di Tebe non

aveva di queste attrattive. L’unico settore nel quale l’azione di Tebe si rivelò efficace fu il Peloponneso: efficace, ma

non nella creazione di una sfera d’influenza, bensì nella distruzione del potere di Sparta nella regione. Tutto o quasi si

compì nel corso della prima e della seconda discesa nel Peloponneso. Epaminonda si rese promotore inoltre della

liberazione della Messenia dalla dominazione spartana, che durava ormai da tre secoli e mezzo.

4.4 Mantinea

La quarta e ultima discesa di Epaminonda nel Peloponneso nacque da una complessa serie di avvenimenti, originati

dalla divisione della lega arcadica in filo e antispartani. Gran parte del mondo greco giunse a confrontarsi nella piana di

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Mantinea. Spartani e Ateniesi, insieme a contingenti peloponnesiaci, guidavano l’esercito che si contrapponeva a

quello di Epaminonda. Prima dello scontro Epaminonda tentò una diversione improvvisa su Sparta, nell’intento di

conquistarla ma il tentativo fu sventato. La battaglia mostrò ancora una volta le grandi doti strategiche di

Epaminonda, che ebbe la meglio sullo schieramento avversario e si stava avviando a una nuova vittoria, quando venne

trafitto da una lancia morendo dopo una breve agonia. Lo scontro si concluse senza vincitori né vinti.

5. Un mondo in difficoltà

Nessuna polis esercitava più l’egemonia e un congresso di pace seguito a Mantinea non fece che fotografare la

situazione esistente, che soprattutto Sparta rifiutava, ritenendo l’indipendenza della Messenia inaccettabile. Ciascuna

città manteneva un limitato potere regionale. Atene era ancora a capo della lega navale, ma fu costretta ad accettare

la defezione di buona parte degli alleati più importanti. Scoppiava così la guerra sociale (357 – 355), vale a dire dei

“soci”, degli alleati, le cui motivazioni non sono chiarissime, anche se l’insoddisfazione nei confronti del

comportamento tenuto da Atene da una parte e l’intervento del satrapo della Caria Mausolo dall’altra, sono

sicuramente dei fattori decisivi. La città reagì, inviando i suoi generali migliori ma la flotta ateniese fu sconfitta e il

contraccolpo per la città fu notevole: si fece strada l’idea di rinunciare a una politica estera aggressiva che comportava

spese ormai insostenibili, per realizzare invece un programma di rafforzamento economico in un quadro di

pacificazione: il principale uomo politico che incarnò questo ideale fu Eubulo. Il progetto fu realizzato solo in parte:

scoppiava infatti un nuovo focolaio di guerra, che permise a Filippo di Macedonia di emergere.

In questo capitolo:

 Tebe si libera del controllo spartano.

 Giasone di Fere, tago di Tessaglia.

 La fondazione della II lega ateniese.

 Tebe rifiuta di firmare la pace comune del 371; l’esercito spartano è sconfitto a Leuttra: inizia

l’egemonia tebana.

 Spedizioni tebane nel Peloponneso. Emancipazione della Messenia.

 Battaglia di Mantinea: morte di Epaminonda.

 La guerra sociale degli alleati della lega ateniese.

Cap. 21

Filippo II di Macedonia: la conquista della Grecia (359 – 336) 53

1. Una personalità eccezionale

In pochi casi la storia, non solo greca, ha visto l’irruzione improvvisa di personaggi del livello di Filippo II, e di suo figlio

Alessandro subito dopo. Quest’ultimo si renderà protagonista di vicende così straordinarie da oscurare le imprese del

padre. Imprese peraltro, assolutamente fuori dalla norma. Filippo acquistò il controllo di tutta la penisola greca e pose

le basi per la grande spedizione in Oriente che avrebbe dato la gloria a suo figlio. Anche i contemporanei non

poterono fare a meno di notare la sua grandezza: famosa è l’affermazione secondo la quale “l’Europa non aveva mai

prodotto un uomo come Filippo”.

2. La Macedonia prima di Filippo

Secondo l’interpretazione più plausibile, il significato di Macedonia è semplicemente quello di “montanari”, quindi con

questo epiteto, originariamente non si indicava tanto un popolo dotato di una precisa identità culturale, quanto gli

abitanti delle zone montuose che coronano la vasta zona posta all’estremità settentrionale della penisola greca. Il

principale collante di queste popolazioni, fin dall’età arcaica, fu la dinastia regale degli Argeadi. Il primo sovrano che

abbia una qualche consistenza storica è Alessandro I, che regna per tutta la prima metà del V secolo. Fin dall’antichità,

in effetti, indicava nella città di Argo la sua terra di origine; e dopo molte discussioni, venne accettata la

partecipazione dei sovrani macedoni ai giochi olimpici. In ogni caso, la storia della Macedonia è quella di un regno

attardato, marginale, tutto sommato di secondaria importanza. Il quadro non muta nel IV secolo, quando il regno

macedone conosce varie crisi dinastiche che lo indeboliscono ulteriormente. Non stupisce, quindi, che inizialmente

Atene abbia trattato con una certa supponenza il giovane re Filippo, cercando finché possibile di favorire una diversa

soluzione della successione al trono del defunto Perdicca III. E non stupisce che Demostene si ostini nelle sue orazioni

a parlare di Filippo come di un barbaro rozzo e incolto. La questione della grecità dei Macedoni si basa su due

parametri:

 Un criterio linguistico (è greco chi parla un dialetto greco): della lingua parlata dai Macedoni sappiamo in

realtà pochissimo.

 Un criterio più genericamente culturale (è greco chi partecipa delle espressioni della cultura greca) a questo

proposito, si può dire che l’élite macedone si dava un’educazione in larga misura greca.

3. Dall’ascesa al trono alla pace di Filocrate (359 – 346)

3.1 Primi passi

Filippo salì al trono nel 359, inizialmente come reggente e poco dopo come sovrano. All’inizio le sue energie furono

assorbite dal consolidamento dei confini settentrionali del regno. Quindi Filippo si dedicò a una profonda

riorganizzazione dell’esercito macedone, che trasformò nel giro di pochi anni in una macchina bellica perfetta,

insuperata nel mondo mediterraneo fino all’arrivo dei Romani. Alla base di tale riorganizzazione ci fu un forte

aumento del numero dei soldati, una professionalizzazione militare dei piccoli proprietari terrieri e una riforma

dell’armamento. Venne mantenuta invece l’importanza centrale della cavalleria, composta dai “compagni” del re,

forse la migliore cavalleria che il mondo antico abbia mai conosciuto.

3.2 Anfipoli

La prima conquista militare dopo l’opera di consolidamento fu Anfipoli, città greca sulla costa settentrionale della

Tracia. La città costituiva anche una sorta di miraggio per gli Ateniesi: infatti, dopo averla fondata, essi l’aveva persa

pochi anni dopo e nei successivi settant’anni aveva cercato di recuperarla in ogni modo. Seguì la conquista di altre

città della costa della Tracia.

3.3 La guerra sacra

Filippo intervenne quindi nelle cose di Grecia, sfruttando l’occasione offertagli dallo scoppio della cosiddetta III guerra

il controllo del santuario di Apollo. Il fattore scatenante del conflitto fu l’accusa rivolta agli abitanti della vicina regione

della Focide di aver coltivato la terra sacra del tempio, rendendosi così responsabili di un grave sacrilegio. Gli

accusatori erano i Tebani e i Focidesi non si fecero scrupolo, per difendersi, ad usare le ricchezze del santuario per

ingaggiare dei mercenari, ottenendo numerose vittorie. Si chiese a questo punto l’intervento di Filippo il quale riportò

una grande vittoria, che non pose fine alla guerra, ma ridimensionò le ambizioni dei Focidesi.

3.4 Olinto 54

Dopo questi avvenimenti, la guerra continuò nella Grecia centrale ma Filippo cambiò fronte di intervento, dedicandosi

alla Grecia del Nord: attaccò e rase al suolo la città di Olinto, i suoi abitanti furono venduti come schiavi. E’ in questi

anni che Demostene prese coscienza della pericolosità del re macedone, scrivendo la prima delle sue Filippiche.

3.5 La fine della guerra: la pace di Filocrate

Dopo aver ottenuto i risultati che desiderava, Filippo mostrò anche le sue eccellenti doti diplomatiche: alcuni incontri

tra il re e i principali personaggi politici ateniesi, tra cui Eschine, da sempre favorevole a un’intese con i Macedoni, e lo

stesso Demostene, fecero sì che, in tempi relativamente brevi, si giungesse alla pace, chiamate di Filocrate dal nome

del politico ateniese che la propose all’assemblea.

4. Il trionfo e la morte (346 – 336)

4.1 Guerra fredda

Gli anni successivi alla pace di Filocrate non vedono una dichiarazione formale di guerra tra Atene e la Macedonia ma

sono comunque assai tesi. Il “partito della guerra” prende decisamente il sopravvento in Atene, sotto al guida di

Demostene. Il terreno di frizione tra Filippo e Atene non è ora nella Grecia continentale ma sulla costa settentrionale

dell’Egeo, nel Chersoneso, una zona per la quale gli Ateniesi avevano da sempre mostrato grande sensibilità. La guerra

viene dichiarata ufficialmente, in seguito al sequestro di navi da trasporto granario ateniesi da parte di Filippo.

4.2 La ripresa della guerra: Cheronea

Nello stesso anno la guerra riprende anche in Grecia, con la cosiddetta guerra di Anfissa. Infatti, specularmente a

quanto era avvenuto per i Focidesi, anche in questo caso vengono accusati dei membri dell’Anfizionia delfica, gli

Anfissei, per aver coltivato terra sacra. Cogliendo ancora una volta il pretesto Filippo giunge nella Grecia centrale a

marce forzate, minacciando addirittura di attraversare le Termopili e invadere l’Attica. Ad Atene si diffonde il panico.

Lo scontro finale avviene presso Cheronea, in Beozia. Sull’ala destra, i Tebani vengono sconfitti dal giovanissimo

Alessandro, mentre sulla sinistra Filippo non ha troppe difficoltà nell’aver ragione degli Ateniesi.

4.3 La lega di Corinto

Ad Atene si diffuse il panico ma il sovrano macedone restituì i prigionieri senza riscatto e non impedì il mantenimento

della democrazia. Molto più duro fu il trattamento riservato a Tebe. Pochi mesi dopo, a Corinto, Filippo organizzò un

congresso di tutti i Greci unendoli in una lega, la lega di Corinto, che aveva come scopo dichiarato una grande

spedizione contro la Persia.

Filippo non poté guidare la spedizione in Asia; nell’estate del 336 mentre presenziava a festeggiamenti nella sua

capitale Pella, venne ucciso a soli 45 anni da un certo Pausania. Non saranno mai chiare le motivazioni dell’assassinio.

5. Per un’interpretazione del periodo

Pochi momenti della storia greca come il periodo che abbiamo appena trattato si sono prestati a tante interpretazioni

diverse, è quindi opportuno riassumere alcune delle principali posizioni che di volta in volta sono state proposte.

 L’impostazione classica della storiografia del passato nella figura di Demostene, per il quale Filippo è un

barbaro invasore e la Grecia ha nello stesso Demostene il suo campione di libertà. Con il prevalere di Filippo

a Cheronea, finisce la storia delle poleis libere; finisce in qualche misura la stessa storia greca se si

considerano i Macedoni invasori di stirpe non greca.

 Nel corso dell’Ottocento, da parte di alcuni storici tedeschi, venne compiuto un processo di identificazione tra

la Prussia e la Macedonia; in tale contesto, Filippo era visto con grande favore, mentre non si risparmiavano

ironie e accuse nei confronti di Demostene, il piccolo “avvocato” che non era stato capace di capire dove il

mondo stava andando e che si era opposto in modo sterile a un processo ineluttabile.

 La storia greca non si ferma a Cheronea, ma si trasforma. In realtà anche la storia della polis come comunità

politica continua a lungo.

 Sulla figura di Filippo è difficile contestare un giudizio estremamente positivo, per la sua straordinaria

intelligenza politica e le sue capacità diplomatiche, oltre che per il suo talento di comandante militare.

 Più complesso il giudizio su Demostene. Alcuni suoi difetti personali, un pessimo carattere, a quanto pare

anche una marcata vigliaccheria, ci interessano solo relativamente. La rissosità, la violenza verbale, il poco

rispetto per l’avversario, una certa disinvoltura che lo rendevano permeabile alla corruzione, sono invece

tipiche del contesto in cui agiva, quello della democrazia assembleare ateniese, nella quale i dibattiti erano

appunto violenti. 55

Più importante il giudizio sulla sua politica. E’ stato notato come spesso Demostene dia l’impressione di fare molta

fatica a convincere gli Ateniesi del fatto che Filippo è il principale nemico. In questo Demostene aveva sicuramente

visto giusto ma la sua politica era sicuramente anacronistica e superata.

In questo capitolo:

 Il regno di Macedonia: discussione sulla sua “grecità”; i re macedoni prima di Filippo II.

 La prima fase di espansione di Filippo II: le conquiste nel nord della Grecia e partecipazione alla terza guerra

sacra.

 Tensione con Atene, guidata da Demostene. La guerra riprende nel 339. L’anno seguente sconfitta di Atene e

Tebe a Cheronea.

 Nasce la lega di Corinto di cui, sotto la guida di Filippo, fanno parte tutti gli stati greci a eccezione di Sparta.

 Mentre prepara la spedizione contro la Persia, Filippo viene ucciso nel 336.

Cap. 22

La Sicilia e la Magna Grecia nel IV secolo (405 – 337)

1. Siracusa, Taranto e i popoli non greci

Le vicende di Sicilia e di Magna Grecia, a partire dalla fine del V secolo, sono segnate dal rapporto tra le fondazioni

greche e le popolazioni che circondano le poleis, più ancora di quanto non fosse avvenuto nel passato. In Sicilia, i Greci

riescono pur tra mille difficoltà e una serie di guerre a mantenere lo status quo nei confronti dei Cartaginesi. E’ il

massimo risultato che le città greche di Sicilia riescono ad ottenere. A Taranto la principale tra le città della Magna

Grecia, così come del resto nella stessa Siracusa, si registrano tentativi di interazione tra il potere politico – militare e

le teorie filosofiche, attraverso il governo illuminato di Archita a Taranto e quello, decisamente più fallimentare, di

Dione a Siracusa.

2. Dionisio I

Dioniso ottenne la fiducia dei Siracusani quand’era poco più che ventenne e riuscì a mantenere il potere per quasi 40

anni, un vero e proprio record di durata.

2.1 I primi anni

Ad approfittare della vittoria sugli Ateniesi più che gli stessi Siracusani, furono i Cartaginesi, i quali, per la prima volta

compirono nuovamente una spedizione in Sicilia, conquistando Selinunte, Imera e Agrigento. L’anno seguente i

Cartaginesi, pur nettamente superiori sul piano militare, accettarono di interrompere la guerra, a causa di una

pestilenza; il loro controllo su buona parte della Sicilia venne confermato nel trattato di pace, ma in compenso fu

riconosciuto il dominio di Dionisio su Siracusa. In pochi anni, Dionisio consolidò il suo controllo sulla città e sulla Sicilia

orientale, per poi intraprendere, nel 400, spettacolari preparativi in vista di una nuova guerra contro Cartagine. Il

conflitto riprese con la conquista di Mozia da parte del tiranno, grazie al dispiegamento delle più moderne tecnologie

d’assedio, fra cui enormi torri semoventi e la catapulta, inventata in quegli anni proprio dagli ingegneri al servizio di

Dionisio. La reazione cartaginese fu però efficace fino a una nuova pestilenza che costrinse a una risoluzione del

conflitto a favore di Dionisio che consolidò la sua posizione sull’isola.

2.2 L’espansione in Italia

Grazie all’improvvisa calma sul fronte cartaginese, Dionisio poté dedicare il successivo decennio all’estensione del suo

dominio in Italia, che ebbe come centro d’irradiazione Locri. Momenti culminanti furono la grande vittoria contro la

lega italiota e il vittorioso assedio di Reggio.

2.3 Dionisio I, “signore della guerra” 56

Sul finire degli anni ottanta Dionisio I riprese la guerra contro Cartagine che si concluse ancora una volta con la

conferma dello status quo. Questa esposizione degli avvenimenti salienti del regno di Dionisio permette di intuire

come egli sia stato in primo luogo un “signore della guerra”, e come fondamento del suo dominio sia stata una

continua mobilitazione contro nemici esterni, un mai interrotto tentativo di allargare i confine delle terre da lui

conquistate o comunque controllate. Va inoltre sottolineato come si tratti di un dominio assolutamente personale,

senza neanche l’attenzione, tradizionale in molti tiranni arcaici, volta a mantenere le parvenze di un governo legale e

dei suoi strumenti costituzionali. Dionisio esercitava il potere demandando alcune funzioni a una ristretta cerchia di

amici. Per quanto riguarda invece i rapporti con la società siracusana, sembra che Dionisio si sia appoggiato

all’elemento popolare della cittadinanza,oltre che ai diseredati, mercenari, esuli, i quali dovevano a lui il reinserimento

nella comunità. Ed è certo che dal demos fu amato e onorato più di quanto le fonti a lui ostili diano a intendere. Sul

piano istituzionale, l’opera di Dionisio I, la creazione di un dominio personale assoluto, la cui unica base e

giustificazione era il successo militare, appare nella sostanza una prefigurazione degli stati ellenistici.

3. Dionisio II, Dione, Platone e gli altri

3.1 Platone e la Sicilia

Siamo intorno al 353, in uno dei momenti più bui della storia siracusana e siciliana; da poco è stato ucciso Dione, il

cognato di Dionisio I che, legatosi d’amicizia a Platone durante il primo viaggio in Sicilia del grande filosofo lo aveva

convinto a recarsi ben due volte a Siracusa, a impegnarsi in prima persona per sedare i contrasti sorti tra lui e Dionisio

II, e per cercare di avviare quest’ultimo alla filosofia del buon governo. Tradimenti, omicidi, violenze di ogni tipo si

susseguono senza tregua e Siracusa si rivela un pessimo banco di prova per il tentativo di realizzare il “governo dei

filosofi”.

3.2 Dionisio II e Dione

Eppure le cose non erano cominciate così male. Alla morte di Dionisio I, il successore Dionisio II, figlio primogenito non

ebbe difficoltà a ereditare il potere. Personalità contorta, certo meno carismatico del padre, ma non privo di

intelligenza e cultura, Dionisio II nei suoi primi atti di governo si mostrò molto prudente ma ben presto sorsero

contrasti con Dione, fratello della moglie siracusana del padre. La figura di Dione, aristocratico, secondo solo a

Dionisio per ricchezze, coltissimo e arrogante, gode della testimonianza incondizionatamente favorevole di Platone.

Fatto sta che, costretto a un esilio dorato ad Atene, Dione decise di imbarcarsi in una spedizione verso Siracusa, volta

a detronizzare Dionisio, al potere ormai da dieci anni. Dione raccolse in poco tempo un vero e proprio esercito di

uomini pronti a contribuire all’abbattimento della tirannide siracusana, poco amata; entrato in città, venne acclamato

come strategòs autokrator. Dionisio II riparò a Locri.

3.3 La “balcanizzazione” della Sicilia e il ritorno di Dionisio II

L’arrivo di Dione, lungi dal riportare il buon governo a Siracusa, aprì un periodo senza eguali di confusione: in un

decennio non meno di cinque tiranni si succederanno al potere, Dione resistette all’incirca tre anni, durante i quali

tenne un comportamento dispotico e violento. Nell’analizzare un periodo così complesso, possiamo evidenziare alcuni

nodi conflittuali derivati dalla morte di Dionisio I: una confusione peraltro non sorprendente se si riflette su quanto sia

problematico riannodare i fili del gioco politico, dopo molti anni di dominio assoluto di una personalità tanto dotata e

carismatica. In primo luogo, il conflitto tra la discendenza siracusana (Dione) e la discendenza locrese (Dionisio II). Una

seconda linea di tendenza conflittuale è quella tra chi non era incline a rispettare i voleri del demos siracusano, ma

aspirava a un potere assoluto - Dione innanzitutto – e un “ partito” più attento alle esigenze popolari. Anche il ritorno

di Dionisio II a Siracusa non portò pace né alla città né al resto della Sicilia, ormai priva di capacità di reazione. Nel

momento di maggiore difficoltà, reso ancora più drammatico dal rinnovarsi della minaccia cartaginese, i Siracusani si

ricordarono della loro madrepatria e le chiesero aiuto.

4. Timoleonte

I Corinzi accolsero l’invito che giungeva loro dalla Sicilia, anche se le dimensioni del corpo di spedizione che venne

inviato riflettevano le ormai ridotte potenzialità della città. In effetti giunse un modestissimo contingente comandato

da Timoleonte.

Timoleonte sbarcò in un’isola brulicante di tirannidi improvvisate, spopolata da decenni di lotte civili di cui non si

intravedeva la fine e minacciata, al solito, dai Cartaginesi. Strinse amicizia con il tiranno Andromaco di Taormina.

Dionisio II non offrì resistenza e abbandonò Siracusa, per finire i suoi giorni come maestro di scuola a Corinto. A

Siracusa fu data una costituzione moderata, mentre coloni da tutta la Sicilia venivano chiamati in città. Una vasta

57

alleanza di tutte le città della greche e sicule dell’isola fu poi formata in funzione anticartaginese. Nella primavera del

341, un grande esercito cartaginese sbarcò in Sicilia per essere sconfitto sulle rive del fiume Crimiso. Dissapori

all’interno dell’alleanza impedirono di sfruttare al meglio la vittoria: la pace sancì ancora una volta, per i domini

cartaginesi, il mantenimento dello status quo per i territori che ormai da secoli erano controllati dalla potenza

africana.

5. Taranto e la Magna Grecia nel IV secolo

Nell’Italia meridionale disunita e priva di una guida sicura, il problema fondamentale, nel periodo che va dalla seconda

metà del V secolo alla metà del IV, è quello della reazione delle popolazioni locali, in particolare i Bruzi, Lucani e i

Campani, contro gli “occupanti” greci. La maggior parte delle città italiote, in effetti, cade nelle mani degli indigeni:

Cuma per esempio. E’ questo un processo che malgrado i tentativi di unire la resistenza unendo le forze delle varie

poleis, le fondazioni greche non sembrano in grado di opporsi in maniera efficace. In pratica, l’unica città magno -

greca che non abbia mai conosciuto una dominazione indigena è Taranto. Nella storia di Taranto, è degna di nota la

figura del pitagorico Archita, l’uomo più influente nella città dagli anni ottanta fino alla metà degli anni cinquanta. In

questo periodo Archita fu a a capo della città e numerose volte rivestì anche la carica più alta della lega italiota: il suo

governo, dipinto dalle fonti in modo estremamente positivo, mostra che non sempre il connubio tra potere e filosofia

era destinato a una brutta fine, come era avvenuto più o meno negli stessi anni a Siracusa.

Dopo la morte di Archita per resistere alla pressione sempre maggiore delle popolazioni indigene, Taranto, farà ricorso

a ben 4 condottieri stranieri. Più complessa e di maggiori dimensioni, la spedizione di Alessandro il Molosso, giovane

ambizioso zio materno di Alessandro Magno. Egli sbarcò in Italia non come condottiero che giunge in aiuto ad una

città amica, ma come sovrano in cerca di conquiste. Le sue ambizioni, unite ai successi contro Messapi, Lucani e

Sanniti e a un trattato di alleanza con Roma, non tardarono a impensierire Taranto, che ruppe l’alleanza. Alessandro

non cessò per questo di portare avanti i suoi piani di conquista, ma morì improvvisamente, tradito da un mercenario.

In questo capitolo:

 La tirannide di Dionisio I a Siracusa (405 – 367).

 Dionisio II; fallimentare tentativo di Platone di instaurare il “governo dei filosofi”.

 Fase di grande insanabilità a Siracusa; tirannide di Dione e di altri.

 Siracusa chiede aiuto alla madrepatria Corinto, che invia l’anziano Timoleonte. Questi risolleva le sorti della

Sicilia e sconfigge i Cartaginesi.

 Taranto è la città più potente in una Magna Grecia, caratterizzata dalle conquiste delle popolazioni indigene.

Dopo il governo di Archita, i Tarantini chiamano il re Archidamo da Sparta e Alessandro il Molosso dall’Epiro.

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Cap. 23

Economia, società, cultura nel IV secolo

1. Crisi del IV secolo?

Il IV secolo è stato etichettato a lungo sotto l’ambiguo e vago concetto di crisi ma in realtà, il IV secolo non è un’età di

crisi; assistiamo indubbiamente alla crisi di alcune poleis, in primo luogo a quella di Sparta, i conflitti sociali sono

probabilmente più marcati che non nel secolo precedente. Ma la polis è ancora vitale e tutt’altro che superata; e, se

pur trasformata, riuscirà a superare le soglie dell’età ellenistica.

2. Atene. Politici e militari: lo sviluppo del professionalismo

Atene aveva perso la guerra e non riuscì più a recuperare il ruolo egemonico di cui aveva goduto nel V secolo.

Mantenne invece il primato culturale che nel IV secolo si scinde dunque dal primato politico. Il tratto più evidente che

si coglie nell’analizzare la società ateniese è lo sviluppo del professionalismo, soprattutto in politica: l’arte di

organizzare il consenso all’interno dell’assemblea ateniese, ricavandone, sia pure in modo non ufficiale, denaro,

diventa per un certo numero di cittadini un mestiere. Nello stesso tempo, anche il comando delle spedizioni militari

tende a diventare un’attività da affidare a professionisti. Spesso la professionalizzazione del comando militare è stata

messa in relazione a una maggiore complessità della guerra, che avrebbe richiesto una specializzazione di chi vi si

dedicava: in realtà, le fonti sembrano indicare che è più il mondo della politica a specializzarsi e a scindersi dal mondo

militare che non viceversa.

3. Le tensioni sociali

Nell’esposizione degli avvenimenti della prima metà del IV secolo ci siamo imbattuti in numerose staseis (singolare

stasis), il nome con cui i Greci chiamavano le guerre civili. Essi ne avevano paura, perché sapevano bene come i

conflitti interni alle poleis fossero i più violenti, quelli in cui nessun codice etico valeva più a mitigare le asprezze degli

scontri. Non è facile penetrare a fondo il fenomeno delle guerre civili. Le fonti che abbiamo a disposizione nel

descriverle impiegano quasi sempre una terminologia elementare, estremamente semplificatoria, che non ci aiuta ad

approfondire i diversi casi. In effetti si può parlare di una divisione del corpo sociale descritta come opposizione

ricchi/poveri. Ma chi sono i ricchi e chi sono i poveri? I ricchi sono identificati come i proprietari terrieri e i secondi

come i non proprietari. Spesso la situazione era esasperata dal fatto che i nullatenenti, per sopravvivere, erano

costretti ad indebitarsi con i ricchi fino a rischiare di perdere la libertà personale. Da qui la seconda grande

rivendicazione che accompagna molte rivoluzioni: l’azzeramento, l’abolizione dei debiti. Questo, ridotto all’osso, era il

“gioco politico” di un’entità strutturalmente assai debole quale era la polis. Debole perché basata su di un equilibrio

assai precario, che una calamità naturale, un intervento esterno o l’iniziativa di singoli bastava a volte a sconvolgere.

Massacri della fazione avversa, confische ed esili concludevano di solito le rivolte: le scarse informazioni che abbiamo

su di esse non fanno che confermarci la straordinaria violenza con cui venivano combattute. In tutto questo, non vi è

alcun segno di quel patriottismo, di quell’attaccamento alla propria terra, che pure è stato spesso evocato come segno

caratterizzante degli abitanti della polis. Si è parlato, per i Greci, di patriottismo per bande: vale a dire che era l’amore

per la propria fazione a prevalere e che era preferibile vedere la patria in mano ai nemici esterni piuttosto che agli

esponenti della fazione avversa.

4. Aspetti dell’economia greca nel IV secolo

Queste brevi considerazioni sulla società della polis inducono a riflettere sugli aspetti economici, anche se spesso non

è facile distinguere i due piani, il sociale e l’economico, per l’inesistenza di sfere autonome di attività all’interno delle

comunità greche. Anche in campo economico è stata impiegata la parola crisi. I continui conflitti, che hanno seguito a

una guerra epocale, durata ben 27 anni, lo farebbero pensare. Campi devastati dai saccheggi e dal transito degli

eserciti, città distrutte, uomini ridotti in miseria. Eppure in questa visione c’è molto dell’atteggiamento moderno nei

confronti della guerra; non che le guerre antiche non portassero dolori e devastazioni, ma è probabile che esse

causassero ripercussioni più a breve termine, in comunità comunque assuefatte ad affrontarle. Non siamo in grado

neppure di abbozzare un’analisi della situazione economica delle città greche nel corso del IV secolo: la mancanza di

cifre, di qualsiasi dato seriale, costituisce il limite più grave per ogni tentativo di scrivere una storia dell’economia nel

mondo greco. 59

4.1 La realtà ateniese

Ad Atene, nulla sembra indicare una vera e propria crisi. Per quanto concerne l’agricoltura, le fonti lasciano intuire una

qualche concentrazione della proprietà privata nelle mani dei cittadini più ricchi. Per il resto, la campagna dell’Attica

non sembra soffrire di alcuna recessione. Le altre attività sembrano addirittura conoscere un momento di particolare

sviluppo. Il porto del Pireo, almeno fino alle difficoltà causate dalla guerra sociale degli anni cinquanta, sviluppa

un’attività straordinaria, grazie al diffondersi di attività commerciali a lungo raggio. Va segnalato anche lo

sfruttamento delle miniere d’argento del Laurio, da sempre una delle maggiori fonti di ricchezza dell’Attica.

Un’economia vitale, dunque, che è in grado di trasformarsi e di sviluppare nuove forme di circolazione del denaro e

nuove forme di ricchezza: se Demostene e tante altre orazioni parlano di difficoltà economiche di riferiscono in larga

misura ai problemi che incontrava il bilancio pubblico della città non più sovvenzionata dai proventi dell’impero.

5. Una cultura in trasformazione

5.1 Platone e Aristotele

Come il V secolo ateniese, sul piano culturale, ha il suo momento più celebre il teatro, nelle tragedie e commedie che

tanta parte hanno avuto nella vita sociale della città, così il IV secolo è caratterizzato dalla nascita ad Atene delle due

scuole filosofiche più importanti dell’antichità, destinate a una lunghissima e fortunata vita che attraversa tutto il

mondo antico. Si parla ovviamente dell’Accademia, fondata da un allievo di Socrate, Platone, nel 387 e da lui diretta

fino alla morte nel 347, e la Liceo fondato da un allievo dello stesso Platone, Aristotele, intorno al 335 e da lui

condotto fino alla morte. Esse rivestono un ruolo fondamentale non solo nella storia della filosofia, ma nella storia

dell’intero sviluppo culturale dell’Occidente. Atene, con l’Accademia, il Liceo e con altre importantissime scuole che si

vennero ad aggiungere in età ellenistica, si avviò a diventare quella grande città universitaria che sarà nei secoli

successivi punto di riferimento in ambito culturale sino all’età romana.

5.2 Isocrate

La figura di Isocrate è in qualche modo anomala. Figlio di un ricco ateniese che possedeva numerosi schiavi, per molti

anni esercitò il mestiere, remunerativo, ma non prestigioso di logografo, vale a dire scrittore di discorsi giudiziari per

clienti che poi li avrebbero di persona recitati in tribunale. Alla fine degli anni novanta del IV secolo fondò una scuola

di retorica che avrebbe avuto un enorme successo. Isocrate, che ebbe una vita lunghissima, professò e diffuse anche

idee politiche, lanciando l’idea della “crociata” panellenica contro i Persiani. Anche se la sua dimensione filosofica è

assai modesta, specie se paragonata a quella del coetaneo Platone, Isocrate rimane comunque una figura importante

del IV secolo, per come ha saputo sviluppare idee al centro del dibattito politico dell’epoca. La sua importanza nel

campo dell’educazione risulta ancora più duratura. I metodi di insegnamento applicati nella sua scuola e centrati sulla

retorica, rimasero esemplari per molti secoli a venire.

5.3 Il peso del passato

Come già ricordato, ad Atene vennero rappresentate tragedie dei tre grandi autori del V secolo (Eschilo, Sofocle,

Euripide), i cui testi venivano conservati nell’archivio di stato. Questi testi erano dunque divenuti “classici”;

indirettamente, si ammetteva l’impossibilità di crearne di altrettanto validi e significativi. E’ un esempio del peso del

passato sulla vita degli Ateniesi. Gli oratori in assemblea si affannavano a ricordare i successi di un secolo prima e nel

compiere tale operazione, non erano animati da alcun interesse per la ricostruzione storica; la storia della grandezza

di Atene era stata in qualche modo già mitizzata, anche se risaliva a pochi decenni prima.

In questo capitolo:

 La società ateniese nel IV secolo: professionisti della politica e sviluppo del mercenariato.

 Le tensioni sociali all’interno delle poleis: crisi o situazione strutturale?

 Aspetti dell’economia di IV secolo.

 La cultura del IV secolo: la nascita dell’Accademia platonica e del Liceo aristotelico; Isocrate; il peso del

passato. 60

Cap. 24

Alessandro Magno (336 – 323)

1. Il mito di Alessandro

La storia di questi anni è innanzitutto il resoconto di un’impresa bellica senza precedenti, di un’azione di conquista che

riunì nelle mani di un solo uomo il controllo di un territorio immenso, che andava dalla Grecia al bacino dell’Indo.

L’aspetto militare costituisce tuttavia solo una componente, sia pure fondamentale, del regno di Alessandro III e delle

trasformazioni che lo accompagnarono. Si assiste al crollo dell’impero persiano, e la Grecia stessa delle poleis

sperimenta, per la prima volta, l’autorità di un monarca assoluto, la cui volontà diviene legge in forza del potere

militare di cui dispone. La libertà e l’autonomia che costituiscono l’essenza stessa della città greca soffrono limitazioni,

ma questo non ne implica, come si è detto a lungo, la morte. La vita cittadina continua in tutte le sue forme e la

cultura ellenica, attraverso le colonie fondate da Alessandro, si dispiega su un’area mai raggiunta prima. Nasce ora un

modo nuovo di concepire la politica internazionale, in cui avrà un ruolo fondamentale la diplomazia e in cui il rapporto

con il sovrano assumerà sempre più spesso e con sempre maggiore consapevolezza da entrambe le parti, il carattere

di uno scambio reciprocamente vantaggioso.

Al centro di questa svolta è la figura di Alessandro.

2. La successione

Alla morte di Filippo II, Alessandro aveva solo vent’anni, ma già da quattro partecipava agli affari di governo: sostituiva

il padre quando era impegnato in guerra o combatteva al suo fianco. Nella formazione del giovane principe ebbe un

ruolo importante il filosofo greco Aristotele, che Filippo volle suo precettore dall’età di tredici anni e che restò al suo

fianco per tre, trasmettendogli la passione per il sapere e l’amore per la cultura greca, in particolare per Omero.

Plutarco dice che Alessandro aveva sempre con sé una copia dell’Iliade; ad Achille e a quei valori di cui era il simbolo

egli ispirò sempre le sue azioni e su di esse modellò il proprio mito. Quando Filippo morì, Alessandro mostrò

un’estrema determinazione nel rivendicare come proprio ciò che il padre aveva costruito: prima di tutto il regno.

Senza troppe incertezze si sbarazzò dei possibili pretendenti e dal mondo greco ottenne i medesimi riconoscimenti

che erano stati di Filippo, conferitigli dal sinedrio della lega ellenica. Le prime operazioni militari si resero però

necessarie ai confini della Macedonia, dove la scomparsa di Filippo aveva riacceso il fermento di popoli solo

temporaneamente ridotti all’obbedienza. Una rapida campagna condusse Alessandro fin oltre il Danubio e poi a sud,

in Illiria. Intanto si diffuse in Grecia la notizia della sua morte e della disfatta dell’esercito. La situazione nella penisola

era tutt’altro che stabile e fu sufficiente questa falsa voce perché la resistenza antimacedone riprendesse vita. Il gran

Re cercava così di trattenere Alessandro in Grecia, impedendogli di dare seguito alle iniziative intraprese dal padre,

quando Filippo II aveva inviato un’avanguardia oltre i Dardanelli. Centri della rivolta furono Atene e Tebe. Nella prima i

capi del partito filo macedone vennero fatti uccidere, mentre a Tebe tornavano gli esuli. Ma Alessandro non era morto

e dopo soli tredici giorni di marcia a tappe forzate si presentò sotto le mura di Tebe. Il bambino che sedeva sul trono

macedone, il “ragazzetto sciocco”, come lo aveva apostrofato Demostene, voleva dimostrare al di là di ogni dubbio, le

sue qualità di uomo. Nell’ottobre del 335 Tebe cadde, ma il suo destino non fu stabilito dal vincitore. Con cinismo e

intelligenza politica Alessandro affidò la decisione ai membri del sinedrio degli Elleni presenti al suo accampamento. Si

scelse la distruzione della città, la vendita dei superstiti come schiavi e la divisione del territorio fra le poleis vicine.

Era una condanna durissima, esemplare, che sfruttò gli odi e i rancori che dividevano il mondo greco. Così la volle

Alessandro con lucida consapevolezza, perché fosse chiaro, una volta per tutte, il destino che attendeva i ribelli. E

raggiunse lo scopo: le sedizioni nel resto della Grecia si spensero miseramente. Mite si rivelò la condotta del re nei

confronti di Atene, dopo aver chiesto la consegna dei politici a lui ostili, incluso Demostene, Alessandro accettò invece

che fossero processati dai tribunali cittadini. E Sparta? Rimasta orgogliosamente fuori dalla lega voluta da Filippo, si

fece interprete dei sentimenti antimacedoni solo più tardi, quando Alessandro era già in Asia.

3. La terra conquistata con la lancia: la guerra contro la Persia

Filippo II aveva inteso la guerra contro la Persia, su cui regnava Dario III come l’opportunità di nuove conquiste, ma al

mondo greco l’aveva presentata come una campagna punitiva per le profanazioni compiute da Serse durante la

seconda guerra persiana. Alessandro ereditò questo compito insieme al ruolo di guida della lega ellenica. I preparativi

furono ultimati nella primavera del 334, quando l’esercito passò l’Ellesponto: circa 30.000 fanti e 10.000 cavalieri, tra i

quali spiccava, fiore all’occhiello, il contingente degli eteri (i Compagni), la cavalleria dei nobili macedoni. Insieme al re

61

viaggiava la cancelleria regia, alla quale erano stati aggregati anche storici, geografi, naturalisti e interpreti. Secondo

la tradizione, prima di sbarcare sulla sponda asiatica dello stretto, Alessandro vi scagliò la sua lancia: un gesto

simbolico che anticipava le future conquiste.

3.1 Le fasi della conquista

La spedizione si aprì con altri gesti di forte impatto simbolico, volta a conferirle il carattere di vendetta sacra. Ad

Atena, il cui tempio ateniese era stato profanato da Serse, e a Zeus Alessandro dedicò altari su entrambe le rive

dell’Ellesponto. Il primo scontro con le forze congiunte dei satrapi di Lidia, Frigia e Cappadocia avvenne presso il fiume

Granico in Frigia. Fu una vittoria con poche perdite, che Alessandro celebrò inviando 300 armature persiane ad Atene,

perché fossero offerte in dono alla dea. L’esercito avanzò quindi lungo le coste dell’Asia Minore, portando sotto il suo

controllo le popolazioni locali e le città greche, da Mitilene a Sardi. Maggiore resistenza fu opposta da Mileto e

soprattutto da Alicarnasso, dove era asserragliato il comandante rodio Memnone; a lui il Gran Re aveva affidato il

compito di organizzare le forze persiane e di fermare il macedone. Lasciata Alicarnasso, Alessandro proseguì lungo al

costa attraverso la Licia e la Panfilia, per poi piegare verso l’interno e stabilire a Gordio gli accampamenti. L’improvvisa

morte dell’abile Memnone agevolò i piani di Alessandro. Nel 333 si scontrò con l’esercito nemico a Isso sulle coste

della Cilicia. La battaglia fu risolta da un repentino attacco della cavalleria macedone. Dario III si diede alla fuga.

Mentre Dario ripiegava a Babilonia per riorganizzare le sue forze, il macedone proseguiva la sua marcia verso sud,

ricevendo la resa dei grandi porti della costa fenicia. Una dura resistenza fu opposta invece da Tiro e Alessandro

dovette conquistarla con uno degli assedi più memorabili della storia militare antica. Tiro cadde e poco dopo anche

Gaza. Alessandro entrò quindi in Egitto, dove il satrapo di Menfi gli consegnò spontaneamente la regione e i sacerdoti

lo accolsero come un liberatore. Ai margini occidentali del delta del Nilo, il re macedone, ormai nuovo faraone, fondò

Alessandria, destinata a diventare uno dei più grandi porti dell’antichità. Lasciato l’Egitto, l’esercito macedone tornò a

nord attraverso la Fenicia, per poi dirigersi verso l’Asia interna, incontro ai contingenti nemici. Passato l’Eufrate e poi

anche il Tigri, Alessandro giunse allo scontro decisivo a Gaugamela nel 331. La vittoria non segnò la resa di Dario che

riuscì ancora a fuggire, ma spianò la strada alla conquista delle grandi città achemenidi: Babilonia, Susa e poi Persepoli

e Pasargade.

3.2 L’organizzazione del territorio sottomesso

Le vittorie militari resero Alessandro signore di un immenso territorio, in questo territorio erano incastonate le città

greche, per la cui libertà si era combattuto e il cui rapporto col sovrano macedone costituisce un argomento distinto e

complesso. Nei confronti delle popolazioni locali Alessandro fece valere il diritto delle armi: i territori conquistati

diventavano sua proprietà e in futuro avrebbero versato a lui il tributo pagato in precedenza al Gran Re. Il re definisce

“territorio che mi appartiene” le regioni limitrofe al territorio della città e stabilisce che le popolazioni locali paghino il

phoros. Siamo di fronte all’applicazione naturale del diritto di guerra, ma anche a una scelta che risolve il problema del

mantenimento dell’esercito. Dopo la resa delle prime satrapie d’Asia Minore furono le entrate della terra regia a

coprire le spese militari. In questa prima fase della conquista Alessandro assegnò pressoché ovunque

l’amministrazione civile e militare delle satrapie a ufficiali macedoni. Con Gaugamela le cose cambieranno e

Alessandro comincerà a servirsi di satrapi persiani per le province orientali dell’impero. L’amministrazione finanziaria

ebbe sempre una gestione separata, anche dal punto di vista della suddivisione territoriale: spesso i distretti finanziari

coprivano infatti più di una satrapia.

3.3 La “liberazione” delle città greche d’Asia Minore

Il tema della liberazione delle poleis d’Asia Minore era da lungo tempo centrale nel dibattito politico greco quando fu

fatto proprio da Filippo II e poi da Alessandro. Le vittorie su Persiani consentivano ora di tradurre le parole in realtà,

ma ciò che accadde mostrò a tutti la distanza che separa i fatti dalla propaganda. Il comportamento di Alessandro non

si può ricondurre ad un unico schema: esso fu determinato, di volta in volta, dall’atteggiamento delle comunità e dalle

esigenze della guerra. Ma le idee che lo guidarono si individuano con chiarezza. Liberare le poleis greche significò

innanzitutto eliminare il controllo persiano su di esse, allontanando i presidi militari e sostituendo i governi oligarchici

sostenuti dal Gran Re con altri democratici. L’autonomia, cioè il ripristino delle leggi proprie di ciascuna comunità e

della facoltà di emettere di nuove, fu in genere concessa purché non si traducesse in provvedimenti contrari al

proseguimento della guerra. In conclusione, per le città greche d’Asia Minore la libertà fu sempre un dono concesso

dall’alto, su cui le poleis avevano ben poco controllo: esse rimanevano parte del territorio che Alessandro aveva

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occupato e non si sottraevano alla sua sovranità. Una sovranità che sapeva essere benevola verso chi si schierava al

suo fianco, ma che poteva punire con durezza i recalcitranti.

4. Nuove prospettive: la ricostituzione del grande impero persiano

L’incendio di Persepoli segnò il compimento della vendetta panellenica, ma non la fine della guerra. A questo punto

della sua travolgente campagna, Alessandro aveva ormai elaborato un progetto molto più ambizioso. Non è possibile

stabilire se lo portasse con sé già dalla partenza, ma certo esso venne via via maturando nel tempo. L’obiettivo era

sostituirsi a Dario come legittimo re dell’Asia e non poteva essere realizzato fino a quando il Gran Re era in fuga.

Alessandro lo inseguì fino a Ecbatana in Media, ma ancora una volta giunse troppo tardi.

4.1 La vendetta sull’usurpatore

L’inseguimento proseguì attraverso le satrapie orientali, dove Dario aveva trovato rifugio presso il satrapo Besso.

Questi, che, al pari di Dario, era di stirpe achemenide, lo fece uccidere e si proclamò re col nome di Artaserse IV.

Ancora una volta la prospettiva cambiò: ora la guerra era contro un usurpatore e lo scopo era la vendetta del sovrano

legittimo, di cui Alessandro si sentiva erede. Si investì ufficialmente di questo ruolo con un altro gesto simbolico:

recuperate le spoglie di Dario, le fece deporre a Pasargade, nella tomba che ospitava i reali achemenidi, con una

solenne cerimonia. I tre anni che seguirono furono segnati da campagne durissime, condotte in regioni inospitali e

contro un nemico che combatteva con strategie più simili alla guerriglia che allo scontro in campo aperto. La

spedizione puntava ad aggirare Besso per prenderlo alle spalle. Lungo il difficile cammino, Alessandro occupò i

capoluoghi delle varie regioni e vi rifondò città che portavano il suo nome; alcune ancora esistono come l’odierna

Kandahar e Kabul. Besso fuggì in Sogdiana, dove venne tradito dai suoi e consegnato al generale macedone Tolemeo:

fu giustiziato a Ecbatana. Alessandro si trovava ora agli estremi confini nord – orientali dell’impero achemenide,

segnati dal fiume Iassarte, ma la resistenza era tutt’altro che domata. Gli scontri con le popolazioni locali durarono

fino al matrimonio con Rossane, la figlia dell’ultimo capo della resistenza.

4.2 Il confine orientale

Si è molto discusso sull’ultima impresa di Alessandro Magno e per lungo tempo, influenzata dall’alone mitico di cui la

rivestono le fonti antiche, la critica moderna l’ha attribuita al carattere impulsivo e irrazionale del giovane re, a un

desiderio implacabile di esplorazione e conquista. Oggi si tende invece a riconoscervi la realizzazione di un disegno

coerente e definito. Alla testa di una nuova armata di 120.000 uomini, composta da Macedoni, mercenari greci e

truppe locali, Alessandro varcò l’Indo fino alle sponde di un suo affluente orientale, l’Idaspe. Qui ebbe luogo l’ultima

grande battaglia in campo aperto, contro truppe di poco superiori e spalleggiate da un centinaio di elefanti. La vittoria

schiacciante, ottenuta grazie alle straordinarie doti di stratega del macedone, della sua cavalleria, gli consegnò Poro, a

cui Alessandro affidò la regione come vassallo. Su consiglio di Poro, Alessandro mosse ancora verso est, qui forse per

la pressione delle truppe, sfinite dal clima e desiderose di tornare a casa, o forse perché consapevole dell’esito troppo

incerto dell’impresa, rinunciò a spingersi fino al Gange e decise di tornare indietro. La spedizione organizzata per il

ritorno assunse i contorni di un’impresa memorabile e fantastica.

5. L’unificazione incompiuta

Al rientro in Perside il re macedone dovette affrontare gli effetti della sua prolungata lontananza. Gli episodi di

insubordinazione si erano moltiplicati. Fra coloro che avevano approfittato dell’assenza del re vi era Arpalo, il

tesoriere generale del regno, il quale, temendo l’ira di Alessandro fuggì in Grecia. I responsabili vennero puniti con

decisione e rapidità, ma il problema da affrontare alla radice riguardava la creazione di un sistema politico e

amministrativo stabile, in grado di garantire l’unità dell’impero. Per realizzarlo Alessandro si mosse in due direzioni:

rafforzamento in senso autoritario del proprio potere e fusione delle componenti principali del regno, l’elemento

persiano e quello greco – macedone.

5.1 La frattura con l’esercito macedone

Dopo Gaugamela molte cose cominciarono a cambiare. Il mutamento più macroscopico si registrò nell’idea che

Alessandro aveva della propria regalità: una progressiva assimilazione al modello del monarca orientale, che finì per

compromettere i rapporti con la stessa nobiltà macedone. Una serie di episodi oscuri segnalano il malcontento e le

resistenze che serpeggiavano nelle file dei Compagni. Il primo risale già al 330, quando gli ufficiali di stanza in

Drangiana risposero con una congiura alla decisione di Alessandro di introdurre a corte il cerimoniale persiano. Il re

ottenne dall’assemblea dei Macedoni che Filota, comandante della cavalleria e figlio del fedelissimo Parmenione,

fosse mandato a morte per non aver denunciato i responsabili. Poco dopo anche Parmenione che era estraneo ai fatti

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DETTAGLI
Esame: Storia Greca
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze archeologiche
SSD:
Docente: Guizzi Febo
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tuttoriassunti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia Greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Guizzi Febo.

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