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THE GHOST OF JOYCE

TRADIZIONE E TALENTO INDIVIDUALE

Prendendo come punto di riferimento l’opera di James Joyce si è scelto di analizzare la produzione di tre

autori a lui successivi. L’opera di Elizabeth Bowen, di John Banville e di Patrick McCabe aiuta infatti a

configurare un ampio panorama degli esiti narrativi post-joyciani.

Gli scrittori cosiddetti sperimentali sono scrittori attenti ai problemi connessi alla creatività letteraria e

alle pratiche della scrittura e Beckett rappresenta certamente l’erede più illustre di Joyce.

Affermare l’esistenza di una linea sperimentale prettamente irlandese e attribuirne a Joyce la sua

espressione più alta comporta la necessità di affrontare due problematiche fondamentali e correlate

nella storia della letteratura irlandese: il rapporto degli scrittori con la loro storia e tradizione in generale

e quello degli scrittori post-joyciani con il fantasma del loro “maestro.”

Si è perciò indagato questo rapporto dello scrittore con la storia, divenuto il motivo dominante della

letteratura irlandese nella seconda metà del XX secolo.

La rappresentazione della storia costituisce un tratto peculiare della scrittura di Elizabeth Bowen, di John

Banville e Patrick McCabe.

Un genere si è imposto sugli altri. Si tratta del romanzo gotico, o si dovrebbe forse dire “neogotico”,

nelle sue varie forme e filiazioni, quali la spy-story e il thriller.

I romanzi qui analizzati sono certamente caratterizzati da una presenza massiccia dei motivi gotici

classici rivisitati e adatti all’epoca. Si è preferito parlare dell’emergere del fenomeno neogotico e per

meglio illustrarlo si è proposta un’analisi parallela di alcuni romanzi, così da evidenziare con più efficacia

la presenza dei motivi gotici ricorrenti.

Il motivo dominante emerso è una tendenza a interiorizzare i conflitti e i terrori del gotico classico. La

letteratura gotica del XIX secolo aveva già insistito sulla rappresentazione della confusione morale e del

dubbio, segnando pertanto la strada vero quell’atteggiamento di relativismo etico che, già prerogativa

importante del gotico classico, diventa rilevante soprattutto in quello contemporaneo.

Moretti intravede nella poetica non la causa bensì l’effetto dell’innovazione letteraria.

Il fenomeno gotico nella narrativa irlandese si impone secondo un meccanismo analogo a quello figurato

da Moretti: non accolto anarchicamente dalla letteratura, bensì scelta vincolata al contesto sociale che,

come vuole la teoria darwiniana, non genera le nuove forme, semplicemente le seleziona. Il genere

gotico infatti, rivisitato in chiave moderna, risulta essere una forma particolarmente idonea alla

rappresentazione di quel complesso e atavico lato oscuro della cultura irlandese che continua a

improntare di sé la sua produzione narrativa. 3

L’affermarsi del genere gotico contemporaneo in Irlanda è il frutto di una lunga e complessa gestazione

che si è sviluppata nella seconda metà del secolo scorso attraverso pratiche di scrittura molto variegate

fino a trovare, all’inizio di questo millennio, espressioni confacenti nei sottogeneri della spy-story e della

crime-story, quest’ultimo ampiamente alimentato dal dilagare della criminalità, anche di quella

organizzata, nella Dublino di oggi.

Jonh Banville, per l’occasione ha adottato uno pseudonimo molto emblematico, Benjamin Black, e sotto

questo nome, a partire dal 2006, ha già pubblicato 5 romanzi.

IN THE WAKE OF JOYCE

LA TRADIZIONE SPERIMENTALE

Nella narrative irlandese del XX secolo, sopravvive e si sviluppa, in direzioni e forme diversificate, la

cosiddetta linea sperimentale della letteratura irlandese, linea che tradizionalmente identifica in James

Joyce il suo esponente più rappresentativo.

Si è cercato di dimostrare come la scrittura di Elizabeth Bowen, John Banville e Patrick McCabe configuri

un panorama, se non esaustivo, a nostro parere certamente esauriente, dei possibili esiti narrativi post-

joyciani e della loro evoluzione. Nei romanzi di questi autori sono rintracciabili modelli stilistici e

linguistici che risultano riconducibili ai modelli classici di sperimentazione.

Tale linea sperimentale affonda le proprie radici in un tempo ben lontano che si può far risalire al

Medioevo Gaelico.

Nelle opere sperimentali di Joyce, sia Ulysses che Finnegans Wake, riemergono tutti gli esperimenti

tecnici dei primi romanzieri inglesi.

Finnegans Wake costituisce una sorta di archetipo letterario. È la storia del sogno di un personaggio

della mitologia celtica, l’eroe gigantesco Finn, seppellito in una zona non precisata tra la collina di Howth

e Dublino. Progetto di Joyce era sviluppare in forma onirica tutta la storia passata, presente e futura

dell’Irlanda. Finnegans Wake è la storia di una notte e l’idea del sogno e del sonno presiede sin

dall’inizio al disegno generale dell’opera.

Dunque sin dall’inizio Finnegans Wake si preannuncia per quel che sarà: un’epica notturna

dell’ambiguità e della metamorfosi, il mito di una morte e di una rinascita universale in cui ogni figura e

ogni parola starà al posto di tutte le altre, senza che esistano chiare ripartizioni tra gli eventi e in modo

che ogni evento implichi gli altri, in una sorta di unità elementare che non esclude l’urto e l’opposizione

tra le coppie dei contrari.

Finnegans Wake è un’opera nella quale Joyce celebra la letteratura del passato in un modo del tutto

nuovo e lo fa con brio ed esuberanza, esasperando al meglio le sue qualità di poeta e drammaturgo.

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Joyce, agli occhi degli scrittori che sono venuti dopo, si pone come lo sperimentatore istituzionale in

quanto la sua opera rappresenta una sorprendente concentrazione di modelli stilistici sperimentali e

spesso estremi ai quali sembra difficile poterne aggiungere di nuovi.

SCRITTORI SPERIMENTALI IRLANDESI POST-JOYCIANI

James Stephens, alla fine degli anni 20, incontrò Joyce e la loro frequentazione indusse quest’ultimo,

preoccupato di non essere in grado di completare il work in progress che sarebbe poi diventato

Finnegans Wake, a individuare in lui l’ideale continuatore dell’opera che sarebbe quindi uscita a nome di

James Joyce & Stephen. 1

Flann O’Brien, il cui vero nome era Brian O’Nolan , è certamente l’autore irlandese che ha più dovuto

(sop)portare il peso dell’eredità joyciana in quanto si trovò a studiare nella stessa università, University

College Dublin, negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione di Ulysses.

Elizabeth Bowen è diretta erede di Joyce e, in quanto tale, ineluttabilmente costretta a fare i conti con

le innovazioni tecniche da lui apportate alla forma romanzo. La prima produzione è caratterizzata da una

serie di esperimenti sulla forma del romanzo modernista e la sua indagine sulla forma del narrare punta

in una direzione astratta e stilizzata. La seconda fase della produzione inizia dopo la fine della Seconda

Guerra Mondiale e prende come punto di partenza il sentimento nella sua integrità e vi costruisce

attorno la complessa struttura del romanzo stesso.

Francis Stuard è una figura sui generis per le posizioni estreme assunte sia in sede ideologica che

letteraria.

Samuel Beckett rappresenta il più illustre e al tempo stesso più tormentato tra gli eredi di Joyce. L’opera

di Beckett ha operato un influsso spesso imprescindibile sugli autori che considereremo. La sua poetica

del togliere sembra basata sul principio che la narrazione migliore sia quella che non viene raccontata

così come la sua pratica di scritture che rivela il romanzo come un genere alla deriva, dove la fabula e la

coerenza narrativa vacillano e il linguaggio stesso assume un aspetto disarticolato. È responsabile

dell’elaborazione di un’estetica del fallimento.

John Banville è stato influenzato da Beckett nella scrittura delle sue opere della fase postmodernista.

Banville, a proposito dell’irlandese, ha più volte dichiarato che la sua è una lingua obliqua che, al

contrario dell’inglese, lingua pragmatica e tecnica, non dice mai le cose direttamente. Quello che è

indubbio è che l’opera di John Banville ha un impianto decisamente sperimentale come risulterà

evidente dall’analisi delle primissime opere, all’interno delle quali si sviluppa un tempo che diventa

ricorrente nella su produzione successiva e che consiste essenzialmente nell’insinuare il sospetto che la

1 Si serviva inoltre di un’ulteriore pseudonimo con il quale firmava colonne satiriche su “The Irish Times”. Quella di servirsi di

pseudonimi per racconti, saggi, articoli e lettere, pare fosse una pratica consueta per lo scrittore tanto da rendere spesso

difficile l’attribuzione e quindi la ricostruzione di una bibliografia completa.

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narrazione non sia in grado di rappresentare fedelmente la realtà. Questo motivo è approfondito in una

successiva serie di romanzi, nota come “tetralogia della scienza”, poiché ambientata nell’ambito della

ricerca scientifica e imperniata sulla forte esigenza di ordine e razionalità che la caratterizza. Le figure di

questi scienziati sono quelle di uomini messi in crisi dalla percezione di una totale mancanza di

equivalenza tra il linguaggio e la realtà e per i quali l’indicibilità si pone quale ineluttabile esito della loro

ricerca.

Patrick McCabe non esibisce una particolare attenzione alle problematiche legate alla pratica della

scrittura, tuttavia, la sua tecnica narrativa fa di lui un erede elettivo della tradizione sperimentale della

quale infatti attinge poi di un modello. La poderosa opera di McCabe costituisce un materiale ricco di

spunti che ci portano a ritenere come nella produzione narrativa irlandese degli ultimi anni, in

particolare questo autore, l’esempio di Joyce sia stato assimilato, interiorizzato, rielaborato e infine

formalmente superato. I modelli di sperimentazione stilistica che Joyce aveva offerto sono infatti qui

inseriti in una prosa fluida, veicolo di una struttura narrativa che non è intaccata e che mantiene una

generale stabilità formale.

« THAT VERSION OF IRISH HISTORY KNOWN AS THE IRISH LITERARY TRADITION »

Affermare l’esistenza di una linea sperimentale prettamente irlandese e attribuirne a Joyce la massima

espressione, comporta affrontare due problematiche fondamentali e correlate nella storia della

letteratura irlandese: il rapporto degli scrittori con la loro storia e tradizione in generale e il rapporto

degli scrittori post-joyciani con il fantasma del loro “maestro”.

Queste due problematiche sono state efficacemente riproposte da un giovane e affermato scrittore

irlandese, Joseph O’Connor, le cui parole aiutano a capire la fondamentale influenza esercitata dalla

storia e dalla tradizione irlandesi sui propri autori ed evidenziano l’importanza che questi continuano ad

attribuire loro. Un’influenza spesso scomoda e gravosa e, per questo, non da tutti accettata di buon

grado ma dalla quale non si può prescindere.

“L’Irlanda è un’idea con molte storie”. Un’idea che deriva dalle molteplici vicissitudini storiche reali delle

quali l’irlanda è stata protagonista nei secoli e dai miti, ufficiali e no, che hanno contribuito ad

alimentare questa idea.

O’Connor ci ricorda che lo stesso Joyce aveva definito la storia irlandese come un incubo dal quale stava

tentando di fuggire. Le parole a cui O’Connor si riferisce sono quelle che Joyce fa pronunciare a Stephen

nel secondo episodio dell’Ulysses: “History, – Stephen said, – is a nightmare from which I am trying to

awake”.

Il rapporto dello scrittore con la storia diventa il motivo fomentante della letteratura irlandese post-

joyciana e offre soluzioni sempre in bilico tra i due poli, quello reale e quello visionario.

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Gli eventi violenti e scatenanti della storia provocano quale risposta artistica una modalità di

rappresentazione meno astratta; quando l’opera si cala, per scelta o necessità, in una realtà storica dai

contorni meno definiti, la rappresentazione diventa più astratta, dando luogo a peculiari rielaborazioni

stilistico-letterarie secondo le diverse proposte autoriali. Dunque le opere di Elizabeth Bowen, John

Banville e di Patrick McCabe si caratterizzano per le modalità individuali attraverso cui si manifesta la

polarizzazione cui si accennava, con una complessità essenzialmente ascrivibile alla frequente

sovrapposizione dei due ambiti.

C’è un genere che si impone e si fa veicolo di questa rappresentazione della storia: il romanzo gotico, o

meglio, neogotico nelle sue varie forme e filiazioni, quali la spy-story e il thriller.

Tra le forme gotiche e la poetica postmoderna tanti sono i parallelismi che possiamo tracciare. Primo fra

tutti la mancanza di solidità intellettuale generalmente imputata loro che fa sì che, per riferirsi ad esse,

non si possa parlare di tradizione o di pratica in quanto sono spesso considerate entrambe come vaghe,

se non addirittura insidiose, caratterizzazioni di tendenze o predilezioni critiche. Il tratto che le connota

e le accomuna è essenzialmente la qualità dell’indeterminatezza che, nel gotico, è una necessità

narrativa che fornisce la storia di tutte le possibilità di mistero e di suspense e, al tempo stesso, una

necessità epistemologica della reazione romantica contro il classicismo e l’età della ragione.

Le situazioni di mistero, di suspense, di impossibilità a conoscere, nei testi gotici sono esattamente

quelle in cui questi quesiti emergono in primo piano.

La definizione più calzante del genere gotico potrebbe essere quella di pastiche, poiché caratteristica

essenziale del genere è stata fin dall’inizio quella di incorporare onnivoramente forme prese a prestito

da altri generi, senza troppo rielaborarle, portando il romanzo a forme estreme di eclettismo. Il pastiche

è anche il modulo prevalente dell’estetica postmoderna nella quale diverse forme di competizione

convivono nell’esplicito tentativo di evitare uno stile unitario.

PATRICK MCCABE

IL ROMANZO DELLA CONTAMINAZIONE

“Patrick McCabe ha delineato una sua personalissima versione della società irlandese impegnata nella

difficile transizione tra il ristagno degli anni 50 e la svolta della modernizzazione, mantenendo al centro

dell’interesse narrativo l’incapacità del singolo di far fronte a una realtà in mutamento e gli effetti

devastanti della sfasatura tra rappresentazione individuale e realtà sociale, che conducono i personaggi

all’alienazione e alla perdita totale del controllo sul proprio agire.”

I primi cinque romanzi dell’autore sono tutti fortemente calati nella realtà sociale della nazione e

attraverso i quali McCabe offre una risposta narrativa originalissima e formalmente molto innovativa a

quel complesso rapporto da noi qui indagato dello scrittore irlandese con la sua storia e tradizione. Il

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motivo principale dell’opera di questo autore è essenzialmente definito dall’irriducibile scarto tra

un’idealizzazione nostalgica, spesso retorica, del passato e una realtà presente desolante e

letteralmente sconcertante. Tale scarto conduce i protagonisti a forme di alienazione che spesso

sfociano nella follia, al tempo stesso ineluttabile esito di una personalità devastata e tentativo estremo

di rifugio mentale da un mondo sempre più insopportabile e incomprensibile.

Nei romanzi di McCabe questa contaminazione, definita con un efficace gioco linguistico da Tom Herron

“contaminatio”, assume aspetti patologici: la pazzia dei personaggi è inevitabile conseguenza della loro

incapacità di affrontare lo scontro tra i due sistemi di valori. I protagonisti dei due romanzi rivelano

perciò la loro inettitudine a vivere in un presente infestato da un passato che, benché idealizzato,

ritorna alle loro menti come assurdo o inventato.

Dunque I testi di McCabe articolano tante delle tensioni e delle contraddizioni all’interno della politica e

della cultura irlandese del XX secolo che rappresentano il principale punto d’attenzione della critica

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revisionista .

« THE BUTCHER BOY »

Francie Brady, il protagonista di The Butcher Boy, è l’esemplificazione più riuscita e totale delle tensioni

e contraddizioni sociali e culturali dell’Irlanda tra la fine degli anni 50 e l’inizio degli anni 60. Quella di

Francie è una personalità scissa, quasi ibrida.

La dislocation della personalità psichica di Francie è segnalata nel testo dal suo continuo identificarsi con

persone mitiche, britanniche o americane. Al tempo stesso si diverte a trasformare persone reali in

figure mitiche inventate, spesso comiche. Francie manifesta una propensione a rendere la realtà

fantasmagorica e a internazionalizzare al sua realtà locale.

Alla fine Francie assume un’identità unica che è quella del butcher boy, entra in un mito di fallimento,

ben lontano da quello hollywoodiano che aveva all’inizio attizzato la su fantasia e ben più locale e

squallido. Trova così il suo posto nel mondo che ora si rivela ineluttabilmente l’unico possibile per lui,

date le circostanze storiche e familiari che determinano il suo vissuto.

The Butcher Boy è essenzialmente una messa in ridicolo della visione utopistica del Presidente De Valera

di un’Irlanda mitica, idealizzata in un’immagine idilliaca talmente artificiale da sottacere una realtà

sociale ben più drammatica, caratterizzata dalla piaga dell’alcolismo, della violenza domestica, della

diffusa insanità mentale, della pedofilia oltre che di un generale sottosviluppo economico.

2 “Nei tardi anni 60 e nel decennio seguente la cultura irlandese ha intrapreso in sede storiografica e letteraria una

coraggiosa “revisione” dell’interpretazione del proprio passato e della propria specificità. La piena apertura all’occidente

più sviluppato non poteva tuttavia far dimenticare i gravi problemi interni, perché proprio alla fine degli anni 60 riesplodeva

il conflitto nel Nord dell’isola. […] Sul piano strettamene letterario la sfida ai canoni tradizionali ha portato al libero imporsi

di tematiche che prima avevano stentato a trovare voce: in particolare i temi della coscienza femminista, della libertà

sessuale, della crisi dei valori tradizionali e del nichilismo.” 8

La famiglia di Francie rappresenta proprio quest’altra Irlanda, quella dei poveri, degli alcolizzati, degli

smarriti. Francie, quasi paradossalmente, si fa portavoce degli ideali di De Valera perché sarebbero

anche i suoi se le circostanze lo avessero favorito.

Francie, nonostante le sue trasgressioni, crede nei valori della famiglia e in un’etica civica e sociale, e

sarà il primo a stupirsi di non essere punito a dovere dopo aver commesso il crimine atroce

dell’assassinio di Mrs Nugent.

La personalità di Francie è schizofrenica in senso radicale, non solo nelle manifestazioni caratteriali ma

anche nella sua incapacità di cogliere gli aspetti contradditori della realtà: non ammette che il suo ideale

sia contaminato. La ballata The Butcher Boy che lui ama ascoltare e cantare con nostalgico sentimento

verso il passato, in realtà veicola dei contenuti ben poco pastorali e sentimentali: allude al motivo del

tradimento, di uno scandalo sessuale e del suicidio.

Francie preferisce non discutere le sue certezze e si rifugia in un mondo di fantasia che ha tanti tratti

grotteschi e noir, secondo un meccanismo che fa sì che l’incubo della storia di cui parlava Stephen in

Ulysses diventi allucinazione, e cioè “un sogno ad occhi aperti, una visione, sia pure esplosiva, ma

indotta consapevolmente”. La tecnica è quella che Joyce nello schema Linati indica come “visione

animata fino allo scoppio”. Del resto, la visone sociale finale del romanzo, quando tutti gli abitanti

sembrano in preda alla pazzia e si preparano alla terza guerra mondiale, sembra giustificare la pazzia di

Francie, la rende meno anomala, non essendo altro che il riflesso di uno squilibrio “globale”.

« THE DEAD SCHOOL »

The Dead School è un altro romanzo fortemente determinato dalla realtà sociale e, benché sia per lo più

ambientato negli anni 70, la sua narrazione si svolge su un arco di tempo molto più dilatato rispetto a

The Butcher Boy: dal giorno in cui è venuto alla luce il protagonista più anziano, Raphael Bell, “on a

warm July afternoon in the year of Our Lord 1913” fino alla conclusione catastrofica il 15 settembre

1979. Tutte le istituzioni socio-culturali irlandesi sono coinvolte in quel processo di distruzione dei miti

che il romanzo mette in atto: la famiglia, la piccola comunità, il sistema educativo, la Chiesa Cattolica.

Anche in The Dead School i personaggi sono vittime di una sorta di psicopatologia provocata

dall’impatto devastante del nuovo modello evolutivo della società irlandese. Due sono i protagonisti del

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romanzo, le cui vite corrono parallele su due livelli narrativi distinti che confluiscono dai Black and Tans

durante la guerra anglo-irlandese, incarna i valori del fervente nazionalista, cattolico praticante e marito

esemplare. Gli eventi coinvolgenti dei Troubles nel Nord, il terrorismo dell’IRA e i segnali generali di

un’emancipazione sono tutti fattori che destabilizzano improvvisamente la sua sicurezza e lo portano

3 I Black and Tans erano truppe britanniche inviate in Irlanda subito dopo la prima guerra mondiale per contrastare la lotta

per l’indipendenza e in particolare per combattere contro l’IRA. Furono responsabili di efferate atrocità anche nei confronti

della popolazione civile. 9

allo smarrimento. Rimasto vedovo, “consuma i suoi ultimi anni nella più completa solitudine, circondato

dai fantasmi della sua immaginaria “Dead School”, un’altra macabra variante della “Pig House” di The

Butcher Boy, finendo suicida nel proprio fatiscente santuario.”

L’altro protagonista di The Dead School è Malachy Dudgeon, di quarant’anni più giovane e dal profilo

tutto’altro che esemplare rispetto a Raphael. La storia di Malachy non si intrinseca mai con quella di

Raphael fino a quando viene assunto come insegnante proprio nella scuola di cui Raphael è preside e il

suo arrivo coincide esattamente con tutti quei cambiamenti sociali che avevano sconvolto la sensibilità

di Raphael. Malachy e Raphael rappresentano due realtà inconciliabili e diventano l’uno la causa della

rovina dell’altro. Malachy si sente, ed è fatto sentire, inadeguato nel suo ruolo di rinsegnante,

sensazione che ne provoca un crollo psicologico e il conseguente licenziamento da parte di Raphael.

Questa esperienza condannerà Malachy all’emarginazione sociale: fugge a Londra, entra nei giri della

droga, sarà ricoverato in un istituto di recupero e finirà i suoi giorni assistendo una madre invalida.

La sua esperienza è completamente opposta a quella di Raphael.

LA STORIA CON(FIGURATA) DA FRANCIS BRADY

La visione della storia di McCabe in questi due romanzi, soprattutto in The Dead School, è dunque

fortemente deterministica.

E proprio l’ineluttabilità di questo destino tragico intralcia il percorso di formazione di Francie che si

sarebbe potuto compiere grazie alla presenza degli ingredienti essenziali del bildungsroman.

The Butcher Boy è particolarmente interessante da un punto di vista di tecnica narrativa. McCabe infatti,

anche grazie all’uso della prima persona, riesce qui a creare una lingua sorprendentemente mimetica di

quel mondo caotico di immagini, visioni e incubi che costituisce la mente “devastata” di Francie Bradie

sempre in bilico tra reale e surreale.

La coesistenza di elementi reali e surreali rappresenta il tono dominante del romanzo e raggiunge climax

narrativi in passi che riescono a tradurre magistralmente lo stato della mente di Francie, la percezione

allucinata e delirante della realtà in coincidenza di episodi di estremo dolore o rabbia del protagonista.

Le percezioni sensoriali di Francie, in particolare quella tattile, visiva, uditiva, sono qui molto sollecitate

e le sue sensazioni si traducono nella descrizione attraverso immagini legate alle funzioni fisico-corporali

secondo un meccanismo che è già stato evidenziato nel Portrait di Joyce. Nel testo joyciano si è potuto

osservare come i momenti di cambiamento epifanico per Stephen Dedalus siano strettamente connessi

alla ricchezza delle sue esperienze percepite attraverso i sensi e come questo sia riflesso nel testo dalla

densità di immagini. In ognuno dei cinque capitoli del Portrait, sono stati individuati episodi con queste

caratteristiche e si tratta di quelli coincidenti con le esperienze che segnano i cambiamenti fondamentali

nello sviluppo della personalità di Sthephen. Tra le configurazioni discorsive evidenziate nel Portrait, una

in particolare presente affinità con The Butcher Boy, ed è quella veicolata da immagini escrementizie:

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l’episodio della visita di Francie a casa dei Nugents è un crescendo determinato dall’uso insistito del

termine “poo” anche in funzione attributiva.

In parallelo alla configurazione discorsiva fatta di immagini escrementizie, anche il testo di McCabe,

analogamente al Portrait, è attraversato da una configurazione di immagini di pulizia, ordine, atmosfera

accogliente; requisiti ai quali Francie aspira proprio perché rari nella sua esperienza familiare e invece

sempre riscontrati nella casa dei Nugent. Tuttavia in The Butcher Boy le configurazioni restano separate

e non si incrociano mai come avviene invece nella mente di Stephen Dedalus, in coincidenza delle sue

esperienze epifaniche. La mente di Francie non esperimenta epifanie e sembra destinata a rimanere

schizofrenica: Francie fa fatica a crescere, la sua psiche resta cristallizzata nelle sue idiosincrasie e le

immagini che produce lo rivelano. Il delirio è lucido poiché è Francie che commenta e ci dà indicazioni di

realtà.

Un altro aspetto stilisticamente rilevante è dato dal fatto che la voce narrante è formalmente

inseparabile dal discorso diretto, il che rende la narrazione molto fluida, un flusso inarrestabile di

commento descrittivo in prima persona che riferisce eventi passati, costellato di frammenti di discorso

diretto introdotto bruscamente.

Francie Brady è il narratore e il tono che McCabe ha adottato per raccontare la storia è tale da farci

sembrare di avere Francie seduto davanti a noi mentre ci parla direttamente: la prosa è colloquiale,

senza punteggiatura e caratterizzata da un ritmo ipnotico.

Francie ha un amico, Joe, e con lui si perde in un mondo fantastico fatto di storie di cowboys e

avventure, alimentato sia dai fumetti che dall’avvento della televisione, la sua principale fonte di

ispirazione.

Gli occhi di Francie vedono il mondo filtrato attraverso la televisione e i fumetti.

Francie si sforza di sopravvivere ai numerosi contrattempi e fallimenti della sua famiglia e la sua energia

lo porta a compiere azioni che sono scioccanti ed esilaranti al tempo stesso. Il suo comportamento

estremo è una reazione all’ipocrisia della comunità della sua cittadina. Sarà lui a scegliere il proprio

destino: commettendo l’omicidio di Mrs Nugent si procura l’inevitabile esilio nella prigione dove ha più

possibilità di essere accettato che non nella società ostile. In prigione trova infatti delle figura di autorità

che non aveva avuto a casa e che gli permettono di costui risi la sua personalità. The Butcher Boy è una

risposta contemporanea al modello del bildungsroman rappresentato dal Portait di Joyce solo che ora la

personalità del protagonista è quella di uno Stephen dissociato. Le punizioni corporali che Stephen

subisce nel collegio, Francie prime le infligge e poi le sconta in prigione.

Il racconto si snoda attraverso la rievocazione dei fatti da parte del protagonista e si configura come un

nuovo book of evidence, benché stilisticamente meno sofisticato poiché filtrato da una coscienza

involuta e quasi disintegrata. 11

Entrambi i romanzi portano ognuno il titolo di una ballata irlandese: Finnegan’s Wake, popolarissima

canzone da osteria irlandese, recita la veglia funebre del muratore irlandese Tim Finnegan che, già

ubriaco di prima mattina, precipita dalla scala e muore per resuscitare immediatamente non appena un

bicchiere di whiskey cade sulla sua salma; The Butcher Boy è invece una ballata più amara che canta le

pene di una donna tradita delusa da un garzone di macellaio a causa del quale infine si impiccherà. La

mamma di Francie, che amava ascoltarla, farò la stessa fine. Sono dunque due ballate sulla morte, la

prima in chiave scherzosa e la seconda tragica.

IL “BUTCHER BOY” COME PICARO CONTEMPORANEO

Gli aspetti dell’opera sopra evidenziati ci permettono di avvicinarla alla tradizione del romanzo

picaresco, qui rivisitato soprattutto nella su funzione di veicolo di denuncia delle ingiustizie sociali.

Francie incarna la figura del picaro tradizionale, è un ragazzino appartenente a una classe sociale bassa,

certamente emarginato dalla piccola comunità del paese in cui vive. Inevitabile inoltre il mitema tipico

dell’avventura picaresca, cioè il viaggio che Francie realizza attraverso luoghi, classi sociali ed istituzioni

dell’Irlanda primi anni 60, offrendone un’onesta panoramica dei valori, dei costumi, delle tradizioni e

delle forme di socializzazione ma anche dei pregiudizi, dei drammi, delle forme di repressione e

violenza, alternando effetti tragici a situazioni esilaranti.

Prerogativa della letteratura irlandese è di essere local e si può affermare che The Butcher Boy privilegi i

luoghi in quanto deputati alla significazione e lo faccia prima di tutto sottintendendoli all’attivazione dei

codici socioculturali e dei domini storico e ideologico.

In tal modo si riesce a tracciare una mappa dei viaggi di Francie sul territorio irlandese, mappa carica di

significati etnologici, culturali, storici, sociali, con un centro fisso, la piccola città in cui Francie abita, da

cui parte e a cui torno puntualmente con un movimento concentrico che contraddice l’andamento

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libero e avventuroso del viaggio picaresco . Francie non riesce a conoscere i luoghi visitati perché la sua

psicologia gli impedisce di uscire da se stesso e anche perché quei luoghi si rivelano testimoni di un

destino maledetto fin prima che nascesse.

La piccola città irlandese in cui vive Francie merita una presentazione. È infatti da identificare con

Clones, il paese natale di McCabe, che, come tutta l’Irlanda rurale, conserva quanto sta scomparendo

con il processo di modernizzazione.

4 “La discontinuità del suo vagabondare, ciclicamente interrotto da periodo nella “small town” e puntualmente re intrapreso

per varie ragioni, fa sì che, anziché tracciare una mappa sfaccettata e multiforme sullo stile picaresco, i sui spostamenti

disegnino un universo narrativo a forma di stella, il cui centro, non a caso, risiede nella “small town”. Da qui Francie parte

per svariate direzioni e qui puntualmente ritorna, presumibilmente lungo lo stesso asse, disegnando ogni volta un raggio

della stella.” 12

Le avventure di Francie sono contrassegnate da un impedimento caratteriale e psicologico a conquistare

il nuovo spazio, in quanto permane l’attrazione “fatale” operata dal luogo natale che gli nega la

possibilità di un nuovo inizio e lo costringe a un ritorno “a mani vuote”.

Questi spostamenti di Francie, per contro, arricchiscono il lettore di informazioni necessarie alla

configurazione di un quadro sociale dell’Irlanda visitata nei suoi spazi periferici.

Le scelte stilistiche determinate da questo spazio. McCabe non ci fornisce informazioni dettagliate sul

percorso di Francie nello spostamento da un luogo all’altro, se non nella forma di immagini

convenzionali che conferiscono al racconto il tono della leggenda popolare.

Le coordinate storico-temporali sono informazioni mediate dalla mente fantasmagorica di Francie che è

incline a confondere i dati e a trasferirli spesse su un piano fantasioso-visionaro-ossessivo e che, proprio

in virtù di questa sua inclinazione, diventa uno strumento ideale nelle mani dell’autore per proporre

quella rilettura postmoderna della storia che non è rifiuto bensì diversa interpretazione che prevede i

filtri importanti della nostalgia, della manipolazione e della parodia.

« LOOK OUT, JAMES JOYCE, THERE’S A NEW KID IN TOWN! »

Joey Tallon, il protagonista di Call Me the Breeze, pubblicato nel 2003, condivide con i personaggi dei

romanzi precedenti una psiche vulnerabile e danneggiata e l’esigenza di sopravvivere in un mondo

alienante. Legge T.S. Eliot, Hermann Hesse, autori che lo affascinano anche come modelli di scrittura

poiché scrivere è l’aspirazione di Joey. Il lettore apprende da note frammentarie del suo diario che Joey

(l’assonanza con Joyce è fin troppo chiara), pur attraversando complicate vicissitudini personali,

continua a coltivare la passione per la scrittura conseguendo un notevole successo con racconti,

sceneggiature, drammi. La sua opera più famosa sarà comunque un romanzo dal titolo emblematico:

Look out, James Joyce, there’s a new kid in town!

Joey in Call Me the Breeze complete il processo di formazione che le avverse circostanze avevano negato

a Francie in The Butcher Boy. I due sono complementari: se Francie Brady era prevalentemente uno

Stephen, Joey Tallon è prevalentemente un Dedalus in quanto riesce ad esaudire la sua aspirazione a

divenire artista.

Del resto, l’opera di McCabe, rispetto a quella degli autori qui considerati, è caratterizzata a una

generale uniformità di ispirazione che ogni suo nuovo romanzo ripropone.

L’intera opera di McCabe è stata etichettata come “Bog Gothic” e anche i romanzi più recenti possono

rientrare in questa categoria. La denominazione di “Bog Gothic” rappresenta un’arma a doppio taglio

poiché l’epiteto “bog” è tradizionalmente usato dai Protestanti Irlandesi per indicare le cose cattoliche.

McCabe in realtà opta per un’altra denominazione della sua opera, che è quella di “social fantastic” più

atta a definire la rappresentazione dei sentimenti della società che l’autore riflette attraverso i prismi

della pazzia e della dissociazione mentale dei suoi personaggi.

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze linguistiche (BRESCIA - MILANO)
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