LA VEGLIA DI JOYCE
Giuliana Bendelli
PREFAZIONE
All’inizio del 2012 sono decaduti i diritti d’autore sulle opere di Joyce essendo trascorsi 70 anni dalla
morte dello scrittore, avvenuta il 13 gennaio a Zurigo.
Questo libro rappresenta l’esito della rielaborazione di uno studio che era rivolto ad alcuni esempi
significativi di sperimentazione nella narrativa irlandese post-joyciana e che sembrava non approdare
mai ad un punto conclusivo.
La produzione narrativa irlandese di questo primo decennio del XXI secolo ne è stata una prova evidente
e ha allineato l’Irlanda al resto del mondo, essendo l’imporsi del genere noir una manifestazione
condivisa nella letteratura contemporanea.
Questo fenomeno, soprattutto in Irlanda, avveniva in un contesto storico-culturale che andava
bruscamente mutando.
La letteratura riflette la storia di un Paese e la storia della seconda metà del secolo scorso è stata
contrassegnata da profondi e frequenti cambiamenti.
Tanti sono infatti gli autori irlandesi moderni, da Shaw a Wilde, a Joyce e a Yeats, che hanno costruito
una propria versione di Irishness, spesso in conflitto l’una con l’altra.
Naturalmente l’impronta enciclopedica joyciana fa sì che la sua eco riecheggi ovunque e ben al di fuori
dei patri confini.
Le opere degli autori che sono succeduti a Joyce sono piuttosto connotate, talvolta pervase, dalla
riverberante eco di tutta la sua opera e per lo più improntate strutturalmente ai modelli di scrittura
riferibili alla prima produzione, quella dei Dubliners e di A Portrait, le opere più sperimentali, Ulysses e
Finnegans Wake rivivono invece, oltre che come le autorevoli fonti dei modelli classici di tecnica di
flusso di coscienza, sotto forma di citazioni intertestuali o di meri riferimenti a situazioni, eventi e
personaggi.
Tra i tre autori qui considerati, quello che più sembra ereditare l’inclinazione al tratto enciclopedico del
“maestro” è John Banville. Il Finnegans Wake, inteso come opera universale, sottende anche una fitta
rete di riferimenti alle teorie fisiche scoperte nei primi decenni del XX secolo. La stesura dell’opera si
svolte tra il 1923 e il 1939 con lo spirito di inglobare nella sua opera tutto il sapere umano e di arricchire
ulteriormente il lessico per i suoi giochi di parole.
Joyce ha avuto con l’Italia un rapporto privilegiato e tanti sono gli scrittore e gli intellettuali italiani del
tempo che hanno colto l’importanza dell’immediata influenza di Joyce sulla nostra cultura letteraria.
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La testimonianza più “globale” dell’universalità del messaggio joyciano è senz’altro quella espressa da
Borges nella poesia Invocation to Joyce. Il tributo offerto da Borges a Joyce è duplice in quanto, insieme
alla profonda umanità, Borges riconosce allo scrittore irlandese l’influenza sulla sua scrittura fin dagli
anni 20. Ma il tratto che più accomuna questi due grandi scrittori è che entrambi si sono dedicati a
scrivere quelle che la teoria post-coloniale definisce delle contro-narrazioni impegnate nella
ridefinizione dei propri luoghi e delle proprie culture.
La poetica joyciana, improntata allo sperimentalismo, è una sintesi perfetta tra la partecipazione
dell’autore alle avanguardie artistiche internazionali e il recupero di una tradizione autoctona che si è da
sempre dilettata nel gioco linguistico e nel gusto per la pratica della scrittura.
Ecco allora che privilegiare la prospettiva sull’Irishness di Joyce non significa negarne l’appartenenza a
una letteratura più globale ma indagare quanto anche la sua apparenza alla tradizione letteraria
irlandese abbia improntato la sua ispirazione di autore modernista sovranazionale e sostituito una
matrice imprescindibile per i suoi eredi irlandesi.
FINNEGAN’S WAKE
"Finnegan's Wake" è una ballata tradizionale irlandese famosa intorno al 1850. È famosa per essere la
base dell’ultima opera di James Joyce, Finnegans Wake (1939).
La veglia funebre, nella quale succede di tutto, rappresenta simbolicamente il ciclo della vita. Nella
parabola della storia, Tim Finnegan voleva "salire al mondo", si alza al mattino (nascita), sale sulla scala
(crescita) dalla quale precipita (caduta-morte) e infine risuscita (rinascita).
Il nome tipicamente irlandese di Finnegan, scomponibile nell'espressione "Finn-again" ("di nuovo Finn",
ovvero il "ritorno di Finn"), rappresenta la proiezione del mitico Fionn mac Cumhaill (o MacCool,
MacCumhal = Figlio di Cumhal), fondatore e capo dei Fianna, ossia i feniani, i guerrieri dell'antica
Irlanda, ai quali si ispirarono i nazionalisti irlandesi per dare nome al loro movimento di liberazione
nazionale dalla dominazione inglese. Secondo la leggenda del ciclo ossianico (il bardo Ossian era figlio di
Finn/Fionn), quando Fionn Mac Cumhaill cadde, la sua testa formò il promontorio di Howth (Howth
Head o Howth Castle), il suo corpo occupò la sponda settentrionale del fiume Liffey, su cui venne eretta
la città di Dublino, ed i piedi si trovavano a Phoenix Park, all'estremità nord-occidentale della città. Il
gigante, secondo la credenza popolare, dorme, ma si desterà un giorno per soccorrere la sua gente.
La parola "whisky", che deriva dal gaelico uisce beatha, significa "acqua della vita", come l'espressione
latina aqua vitae; mentre la parola "wake" ("veglia", ma anche "risveglio") rappresenta simbolicamente
sia il "passaggio" che la "resurrezione".
Nel titolo del suo romanzo ispirato alla ballata, Joyce rimosse l'apostrofo del genitivo sassone, per
suggerire una sorta di molteplicità di "Finnegan", facendolo diventare un sostantivo plurale, intendendo
così nei Finnegan l'umanità che cade, che veglia e risorge.
2
THE GHOST OF JOYCE
TRADIZIONE E TALENTO INDIVIDUALE
Prendendo come punto di riferimento l’opera di James Joyce si è scelto di analizzare la produzione di tre
autori a lui successivi. L’opera di Elizabeth Bowen, di John Banville e di Patrick McCabe aiuta infatti a
configurare un ampio panorama degli esiti narrativi post-joyciani.
Gli scrittori cosiddetti sperimentali sono scrittori attenti ai problemi connessi alla creatività letteraria e
alle pratiche della scrittura e Beckett rappresenta certamente l’erede più illustre di Joyce.
Affermare l’esistenza di una linea sperimentale prettamente irlandese e attribuirne a Joyce la sua
espressione più alta comporta la necessità di affrontare due problematiche fondamentali e correlate
nella storia della letteratura irlandese: il rapporto degli scrittori con la loro storia e tradizione in generale
e quello degli scrittori post-joyciani con il fantasma del loro “maestro.”
Si è perciò indagato questo rapporto dello scrittore con la storia, divenuto il motivo dominante della
letteratura irlandese nella seconda metà del XX secolo.
La rappresentazione della storia costituisce un tratto peculiare della scrittura di Elizabeth Bowen, di John
Banville e Patrick McCabe.
Un genere si è imposto sugli altri. Si tratta del romanzo gotico, o si dovrebbe forse dire “neogotico”,
nelle sue varie forme e filiazioni, quali la spy-story e il thriller.
I romanzi qui analizzati sono certamente caratterizzati da una presenza massiccia dei motivi gotici
classici rivisitati e adatti all’epoca. Si è preferito parlare dell’emergere del fenomeno neogotico e per
meglio illustrarlo si è proposta un’analisi parallela di alcuni romanzi, così da evidenziare con più efficacia
la presenza dei motivi gotici ricorrenti.
Il motivo dominante emerso è una tendenza a interiorizzare i conflitti e i terrori del gotico classico. La
letteratura gotica del XIX secolo aveva già insistito sulla rappresentazione della confusione morale e del
dubbio, segnando pertanto la strada vero quell’atteggiamento di relativismo etico che, già prerogativa
importante del gotico classico, diventa rilevante soprattutto in quello contemporaneo.
Moretti intravede nella poetica non la causa bensì l’effetto dell’innovazione letteraria.
Il fenomeno gotico nella narrativa irlandese si impone secondo un meccanismo analogo a quello figurato
da Moretti: non accolto anarchicamente dalla letteratura, bensì scelta vincolata al contesto sociale che,
come vuole la teoria darwiniana, non genera le nuove forme, semplicemente le seleziona. Il genere
gotico infatti, rivisitato in chiave moderna, risulta essere una forma particolarmente idonea alla
rappresentazione di quel complesso e atavico lato oscuro della cultura irlandese che continua a
improntare di sé la sua produzione narrativa. 3
L’affermarsi del genere gotico contemporaneo in Irlanda è il frutto di una lunga e complessa gestazione
che si è sviluppata nella seconda metà del secolo scorso attraverso pratiche di scrittura molto variegate
fino a trovare, all’inizio di questo millennio, espressioni confacenti nei sottogeneri della spy-story e della
crime-story, quest’ultimo ampiamente alimentato dal dilagare della criminalità, anche di quella
organizzata, nella Dublino di oggi.
Jonh Banville, per l’occasione ha adottato uno pseudonimo molto emblematico, Benjamin Black, e sotto
questo nome, a partire dal 2006, ha già pubblicato 5 romanzi.
IN THE WAKE OF JOYCE
LA TRADIZIONE SPERIMENTALE
Nella narrative irlandese del XX secolo, sopravvive e si sviluppa, in direzioni e forme diversificate, la
cosiddetta linea sperimentale della letteratura irlandese, linea che tradizionalmente identifica in James
Joyce il suo esponente più rappresentativo.
Si è cercato di dimostrare come la scrittura di Elizabeth Bowen, John Banville e Patrick McCabe configuri
un panorama, se non esaustivo, a nostro parere certamente esauriente, dei possibili esiti narrativi post-
joyciani e della loro evoluzione. Nei romanzi di questi autori sono rintracciabili modelli stilistici e
linguistici che risultano riconducibili ai modelli classici di sperimentazione.
Tale linea sperimentale affonda le proprie radici in un tempo ben lontano che si può far risalire al
Medioevo Gaelico.
Nelle opere sperimentali di Joyce, sia Ulysses che Finnegans Wake, riemergono tutti gli esperimenti
tecnici dei primi romanzieri inglesi.
Finnegans Wake costituisce una sorta di archetipo letterario. È la storia del sogno di un personaggio
della mitologia celtica, l’eroe gigantesco Finn, seppellito in una zona non precisata tra la collina di Howth
e Dublino. Progetto di Joyce era sviluppare in forma onirica tutta la storia passata, presente e futura
dell’Irlanda. Finnegans Wake è la storia di una notte e l’idea del sogno e del sonno presiede sin
dall’inizio al disegno generale dell’opera.
Dunque sin dall’inizio Finnegans Wake si preannuncia per quel che sarà: un’epica notturna
dell’ambiguità e della metamorfosi, il mito di una morte e di una rinascita universale in cui ogni figura e
ogni parola starà al posto di tutte le altre, senza che esistano chiare ripartizioni tra gli eventi e in modo
che ogni evento implichi gli altri, in una sorta di unità elementare che non esclude l’urto e l’opposizione
tra le coppie dei contrari.
Finnegans Wake è un’opera nella quale Joyce celebra la letteratura del passato in un modo del tutto
nuovo e lo fa con brio ed esuberanza, esasperando al meglio le sue qualità di poeta e drammaturgo.
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Joyce, agli occhi degli scrittori che sono venuti dopo, si pone come lo sperimentatore istituzionale in
quanto la sua opera rappresenta una sorprendente concentrazione di modelli stilistici sperimentali e
spesso estremi ai quali sembra difficile poterne aggiungere di nuovi.
SCRITTORI SPERIMENTALI IRLANDESI POST-JOYCIANI
James Stephens, alla fine degli anni 20, incontrò Joyce e la loro frequentazione indusse quest’ultimo,
preoccupato di non essere in grado di completare il work in progress che sarebbe poi diventato
Finnegans Wake, a individuare in lui l’ideale continuatore dell’opera che sarebbe quindi uscita a nome di
James Joyce & Stephen. 1
Flann O’Brien, il cui vero nome era Brian O’Nolan , è certamente l’autore irlandese che ha più dovuto
(sop)portare il peso dell’eredità joyciana in quanto si trovò a studiare nella stessa università, University
College Dublin, negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione di Ulysses.
Elizabeth Bowen è diretta erede di Joyce e, in quanto tale, ineluttabilmente costretta a fare i conti con
le innovazioni tecniche da lui apportate alla forma romanzo. La prima produzione è caratterizzata da una
serie di esperimenti sulla forma del romanzo modernista e la sua indagine sulla forma del narrare punta
in una direzione astratta e stilizzata. La seconda fase della produzione inizia dopo la fine della Seconda
Guerra Mondiale e prende come punto di partenza il sentimento nella sua integrità e vi costruisce
attorno la complessa struttura del romanzo stesso.
Francis Stuard è una figura sui generis per le posizioni estreme assunte sia in sede ideologica che
letteraria.
Samuel Beckett rappresenta il più illustre e al tempo stesso più tormentato tra gli eredi di Joyce. L’opera
di Beckett ha operato un influsso spesso imprescindibile sugli autori che considereremo. La sua poetica
del togliere sembra basata sul principio che la narrazione migliore sia quella che non viene raccontata
così come la sua pratica di scritture che rivela il romanzo come un genere alla deriva, dove la fabula e la
coerenza narrativa vacillano e il linguaggio stesso assume un aspetto disarticolato. È responsabile
dell’elaborazione di un’estetica del fallimento.
John Banville è stato influenzato da Beckett nella scrittura delle sue opere della fase postmodernista.
Banville, a proposito dell’irlandese, ha più volte dichiarato che la sua è una lingua obliqua che, al
contrario dell’inglese, lingua pragmatica e tecnica, non dice mai le cose direttamente. Quello che è
indubbio è che l’opera di John Banville ha un impianto decisamente sperimentale come risulterà
evidente dall’analisi delle primissime opere, all’interno delle quali si sviluppa un tempo che diventa
ricorrente nella su produzione successiva e che consiste essenzialmente nell’insinuare il sospetto che la
1 Si serviva inoltre di un’ulteriore pseudonimo con il quale firmava colonne satiriche su “The Irish Times”. Quella di servirsi di
pseudonimi per racconti, saggi, articoli e lettere, pare fosse una pratica consueta per lo scrittore tanto da rendere spesso
difficile l’attribuzione e quindi la ricostruzione di una bibliografia completa.
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narrazione non sia in grado di rappresentare fedelmente la realtà. Questo motivo è approfondito in una
successiva serie di romanzi, nota come “tetralogia della scienza”, poiché ambientata nell’ambito della
ricerca scientifica e imperniata sulla forte esigenza di ordine e razionalità che la caratterizza. Le figure di
questi scienziati sono quelle di uomini messi in crisi dalla percezione di una totale mancanza di
equivalenza tra il linguaggio e la realtà e per i quali l’indicibilità si pone quale ineluttabile esito della loro
ricerca.
Patrick McCabe non esibisce una particolare attenzione alle problematiche legate alla pratica della
scrittura, tuttavia, la sua tecnica narrativa fa di lui un erede elettivo della tradizione sperimentale della
quale infatti attinge poi di un modello. La poderosa opera di McCabe costituisce un materiale ricco di
spunti che ci portano a ritenere come nella produzione narrativa irlandese degli ultimi anni, in
particolare questo autore, l’esempio di Joyce sia stato assimilato, interiorizzato, rielaborato e infine
formalmente superato. I modelli di sperimentazione stilistica che Joyce aveva offerto sono infatti qui
inseriti in una prosa fluida, veicolo di una struttura narrativa che non è intaccata e che mantiene una
generale stabilità formale.
« THAT VERSION OF IRISH HISTORY KNOWN AS THE IRISH LITERARY TRADITION »
Affermare l’esistenza di una linea sperimentale prettamente irlandese e attribuirne a Joyce la massima
espressione, comporta affrontare due problematiche fondamentali e correlate nella storia della
letteratura irlandese: il rapporto degli scrittori con la loro storia e tradizione in generale e il rapporto
degli scrittori post-joyciani con il fantasma del loro “maestro”.
Queste due problematiche sono state efficacemente riproposte da un giovane e affermato scrittore
irlandese, Joseph O’Connor, le cui parole aiutano a capire la fondamentale influenza esercitata dalla
storia e dalla tradizione irlandesi sui propri autori ed evidenziano l’importanza che questi continuano ad
attribuire loro. Un’influenza spesso scomoda e gravosa e, per questo, non da tutti accettata di buon
grado ma dalla quale non si può prescindere.
“L’Irlanda è un’idea con molte storie”. Un’idea che deriva dalle molteplici vicissitudini storiche reali delle
quali l’irlanda è stata protagonista nei secoli e dai miti, ufficiali e no, che hanno contribuito ad
alimentare questa idea.
O’Connor ci ricorda che lo stesso Joyce aveva definito la storia irlandese come un incubo dal quale stava
tentando di fuggire. Le parole a cui O’Connor si riferisce sono quelle che Joyce fa pronunciare a Stephen
nel secondo episodio dell’Ulysses: “History, – Stephen said, – is a nightmare from which I am trying to
awake”.
Il rapporto dello scrittore con la storia diventa il motivo fomentante della letteratura irlandese post-
joyciana e offre soluzioni sempre in bilico tra i due poli, quello reale e quello visionario.
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Gli eventi violenti e scatenanti della storia provocano quale risposta artistica una modalità di
rappresentazione meno astratta;
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