La narrativa secondo Londgel
L'inizio
È difficile dire quando inizia esattamente un romanzo: ogni scrittore, infatti, dispone di un proprio metodo di lavoro ed inizia a modo proprio. Tuttavia, possiamo almeno indicare alcune possibilità di incipit: un romanzo può iniziare con la descrizione di un paesaggio naturale o urbano, che farà da sfondo alla storia (“Il ritorno al paese” di Hardy); un romanzo può iniziare nel bel mezzo di una conversazione (“Una manciata di polvere” di Waugh); un romanzo può partire dall’accattivante autopresentazione del narratore; un romanziere può decidere di iniziare con una propria riflessione filosofica; un romanzo può iniziare con una cornice che spiega come è stato scoperta la storia principale o descrive come essa viene raccontata a un pubblico immaginario (in “Cuore di tenebra” di Conrad, un anonimo narratore descrive Marlow mentre riferisce le sue esperienze nel Congo ad una cerchia di amici seduti sul ponte di una iole da crociera nell’estuario del Tamigi).
Qui possiamo vedere due casi in particolare: “Emma” di Jane Austen: l’incipit è classico, lucido, misurato e oggettivo. Viene descritta la protagonista, il suo carattere, la sua famiglia e il suo rapporto di amicizia con la governante Taylor; “The good soldier” di Ford Madox Ford: il romanzo inizia con la frase “questa è la storia più triste che abbia mai sentito” e in questo modo attira l’attenzione del lettore. Quasi immediatamente, però, la narrazione viene contaminata da un’oscurità e obliquità tipicamente moderne: viene trasmesso un senso di angoscia rispetto alla possibilità di giungere a scoprire qualche verità.
Le intrusioni d'autore
La maniera più semplice per raccontare una storia è farlo con la voce del narratore, che può essere quella anonima del racconto popolare (“C’era una volta…”, la voce del poeta epica (Virgilio) o l’autorevole voce sentenziosa, amichevole e confidenziale del romanzo classico da Fielding a Eliot.
Verso la fine dell’‘800 le intrusioni d’autore non vengono più utilizzate, in quanto, richiamando l’attenzione sull’atto narrativo, pregiudicano l’illusione realistica e si riduce l’intensità emotiva dell’esperienza che viene rappresentata. La tendenza della narrativa moderna è stata quindi quella di soffocare o eliminare completamente la voce dell’autore, presentando l’azione attraverso la coscienza dei personaggi o delegando loro l’atto stesso della narrazione. Quando nella narrativa moderna l’autore interviene con la propria voce, lo fa con una sorta di autoconsapevolezza ironica.
La suspense
La parola “suspense” deriva da un vocabolo latino che significa “stare sospeso”: la suspense tiene desto l’interesse dei lettori suscitando nella loro mente degli interrogativi e rimandando le risposte. Le domande che ci si pone sono di due tipi e riguardano:
- Rapporti causali: chi è stato?
- Rapporti temporali: cosa succederà poi?
La suspense è associata alle forme popolari della narrativa e di conseguenza i romanzieri “colti” dei nostri tempi l’hanno spesso disprezzata o almeno declassata. Tuttavia, alcuni scrittori hanno coscientemente preso in prestito dalla narrativa popolare gli artifici che creano suspense per applicarli secondo i propri scopi. Uno di questi fu Thomas Hardy, il cui terzo libro intitolato “Due occhi azzurri” contiene una classica scena di suspense: il romanzo è basato sul corteggiamento di Hardy alla prima moglie nello scenario romantico della Cornovaglia e la giovane eroina, Elfride, porta un telescopio sulla cima di un’alta scogliera per osservare la nave che sta riportando in patria dall’India il giovane architetto con cui lei è segretamente fidanzata. Elfride è accompagna da Henry Knight, un amico della matrigna, più anziano di lei e pieno di interessi intellettuali. Mentre si siedono sulla scogliera, il cappello di Knight viene trascinato dal vento su una sporgenza, lui cerca di recuperarlo, ma finisce più in basso, Elfride cerca di aiutarlo ma peggiora la situazione.
La domanda che il lettore si pone è quindi “Cosa accadrà dopo? Sopravviverà Knight?”: la suspense è creata mantenendo esclusivamente il punto di vista di Knight, dal resoconto nel dettaglio dei suoi pensieri, mentre se ne sta aggrappato alla parete della scogliera e nella sua mente si affollano riflessioni filosofiche sulla geologia, la preistoria e l’apparente malignità della natura. La suspense viene risolta, in quanto Elfride riesce a salvarlo.
Skaz, il gergo degli adolescenti
“Skaz” è una parola russa usata per designare un genere di narrazione in prima persona che ha caratteristica della parola parlata. Le caratteristiche di questo genere di romanzo o di storia sono le seguenti:
- Il narratore è un personaggio che fa riferimento a se stesso con il pronome “io” e si rivolge al lettore con il “tu” o il “voi”;
- Lessico e sintassi tipici del linguaggio colloquiale;
- L’autore fa uso di e dà l’impressione di riferire la storia con spontaneità. Tuttavia, si tratta di un’illusione, in quanto questa apparente spontaneità è frutto di un lungo e laborioso lavoro.
Questo genere fu molto utilizzato dai romanzieri americani per liberarsi dalle tradizioni letterarie ereditate dall’Inghilterra e dall’Europa. La spinta decisiva venne data da Mark Twain, nel cui romanzo “Huckleberry Finn” combina uno stile colloquiale dialettale a un narratore ingenuo, ovvero un ragazzino adolescente: vi sono moltissime ripetizione, molte iperboli tipiche del linguaggio giovanile, la sintassi è semplice, le frasi sono brevi e vi sono errori di grammatica.
Il romanzo epistolare
Il romanzo epistolare era un genere molto in voga nel XVIII secolo, esempi del quale sono i romanzi epistolari di Richardson basati sulla seduzione “Pamela” e “Clarissa”. Tuttavia, il genere visse una fase di declino nel XIX secolo, a causa della diffusione di altri mezzi di comunicazione. Il romanzo di Jane Austen, infatti, inizialmente si presentava come un romanzo epistolare, ma poi la forma venne cambiata a causa del momento storico in cui la Austen stava vivendo. Il romanzo epistolare è un tipo di narrazione in prima persona, ma si distingue dall’autobiografia, in quanto in essa la storia è nota al narratore prima, mentre le lettere sono la cronaca di un processo in svolgimento. Inoltre, il romanzo epistolare presenta due vantaggi:
- Si può mostrare lo stesso avvenimento da diversi punti di vista, con interpretazioni molto diverse;
- Quando le lettere sono rivolte ad un unico corrispondente, esse sono sempre indirizzate ad una persona specifica, la cui prevedibile risposta condiziona il discorso e lo rende retoricamente più complesso.
Il punto di vista
Un romanzo può offrire prospettive diverse dello stesso avvenimento e solitamente ne vengono predilette una o al massimo due. La scelta del punto o dei punti di vista da cui viene narrata la storia è per un romanziere la decisione più importante, in quanto influisce in modo determinante sulle reazioni emotive e morali dei lettori nei riguardi dei personaggi del racconto e delle loro azioni. Il racconto di un adulterio, ad esempio, ci farà reagire diversamente a seconda che sia presentato il punto di vista della persona infedele, del coniuge offeso o dell’amante.
Il mistero
L’effetto dell’enigma o di mistero (“come ci è riuscito?”) è suscitato dall’effetto di suspense (“cosa accadrà?”). Uno degli ingredienti del romance tradizionale era il mistero che riguardava le origini e la parentela dei personaggi. Alla fine di un romanzo un mistero risolto è rassicurante per il lettore, in quanto afferma il trionfo della ragione sull’istinto e dell’ordine sull’anarchia. I romanzieri attuali, stufi ormai di soluzioni nette e conclusioni a lieto fine, tendono a caricare il mistero di un’aura di ambiguità e lasciarlo irrisolto. Ad esempio, in “Cuore di tenebra” non sapremo mai se Kurtz è un eroe tragico o un demone in sembianze umane.
I nomi
In un romanzo i nomi non sono mai neutri: essi hanno sempre un significato, anche se questo rappresenta semplicemente l’ordinarietà del personaggio. Gli scrittori didattici, satirici o comici possono permettersi un’esuberanza di inventiva oppure possono ricorrere a delle allegorie; gli scrittori realisti, invece, preferiscono nomi più correnti con connotazioni appropriate.
Il flusso di coscienza
Il “flusso di coscienza” è un’espressione coniata da William James, psicologo, fratello di Henry, per definire lo scorrere continuo nella mente umana di pensieri e sensazioni. Più tardi questa espressione viene presa in prestito dai critici letterari per descrivere un tipo di narrativa moderna, che cercava di imitare questo processo e che trova i suoi maggiori esponenti in Joyce, Richardson e la Woolf. Spesso viene detto che il romanzo basato sul flusso di coscienza è l’espressione letteraria del solipsismo, ovvero la dottrina filosofica che sostiene che nulla è con certezza reale eccetto la propria esistenza. Tuttavia, possiamo affermare che questa tecnica ci offre la possibilità di accedere alla vita interiore dei personaggi, di immergerci nella loro mente e capire più a fondo le loro azioni.
“Mrs. Dalloway” di V. Woolf racconta la storia della protagonista attraverso la tecnica del flusso di coscienza, ma l’esempio è di particolare interesse in quanto la Woolf aveva usato la stessa protagonista nel suo primo romanzo “La crociera”, ma in questo caso precedente aveva utilizzato un metodo di narrazione più tradizionale per ritrarla in modo ironico e negativo (la signora Dalloway e suo marito sono due membri reazioni e snob dell’alta borghesia).
Nella narrativa esistono due tecniche di base per rappresentare la coscienza:
- Monologo interiore: il soggetto grammaticale del discorso è un “io” e noi origliamo per udire le parole con cui il personaggio verbalizza i suoi pensieri man a mano che si formano;
- Stile indiretto libero: questa tecnica risale a Jane Austen, ma è stata adoperata sempre più dai romanzieri moderni. Il pensiero viene reso come discorso indiretto (terza persona, tempo passato), ma mantiene il genere di vocabolario che è appropriato al personaggio ed elimina sintagmi di legamento come “pensò”, “si chiese”, ecc.
Il monologo interiore
Secondo la tecnica del monologo interiore il soggetto del discorso è un “io” e noi lettori origliamo per udire le parole con cui il personaggio verbalizza i suoi pensieri man a mano che si formano. Questa tecnica è difficile da utilizzare, in quanto rischia di far diventare la narrazione lenta e di annoiare il lettore con un insieme di particolari banali. Joyce riesce ad utilizzarla in modo efficace, grazie alla sua genialità nell’uso delle pa...
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