Porca miseria. Poveri e assistenza nell'età moderna
I poveri oggi e nel passato
I drammatici mutamenti di questi ultimi anni, nei quali la società opulenta del mondo occidentale si è dimostrata incapace di mantenere in funzione lo Stato sociale, hanno ancora una volta richiamato l'attenzione sulla questione della povertà nei suoi aspetti morali, sociali, economici e politici. Si deve ascrivere a merito di sociologi e di economisti come Titmuss, Townesnd, Atkinson e i loro colleghi dell'Europa continentale l'aver fissato il concetto che la povertà è relativa al tenore di vita prevalente in un certo periodo e in una certa società. L'attuale società industriale, con tutte le implicazioni che derivano dai livelli senza precedenti di ricchezza media pro capite, di rapida mobilità sociale, di forte urbanizzazione, di comunicazione eccellenti e di diminuzione della natalità, ha cambiato la qualità e la misura dei mezzi istituzionali per affrontare la povertà e ha modificato l'ordine di precedenza fra categorie di quelli che essa considera aver diritto di assistenza.
Oggi, come nei secoli passati, la stragrande maggioranza dei soggetti identificati come poveri è fatta di ragazzi sotto i 15-20 anni, di vecchi che spesso vivono soli e di famiglie a guida femminile. Con altrettanta facilità, nell'epoca moderna, si sarebbe potuto constatare, in un inverno di recessione economica, l'improvviso rapido aumento nelle città del numero di persone prive di casa e di cibo, o la continua presenza di famiglie urbane sottoccupate sul punto di morire d'inedia, che trasmettono ai figli la loro povertà ed emarginazione sociale in un continuo ciclo di miseria.
Quanti erano i poveri?
Chi e quanti fossero i poveri sono domande d'obbligo ed ovvie per gli studiosi della povertà. Gli economisti hanno dimostrato quanto siano arbitrarie tutte le quantificazioni dei poveri, data la loro necessaria dipendenza da una linea di povertà stabilita artificialmente. Tutte le società occidentali hanno sempre avuto al proprio interno un nucleo permanente, di grandezza variabile, di poveri incapaci di mantenere se stessi e le loro famiglie, anzi, gli studi recenti mettono in rilievo la probabilità che questa condizione di povertà si trasmettesse da una generazione all'altra. Ma nella maggior parte dei casi gli individui e le famiglie passavano all'improvviso dall'autosufficienza alla povertà solo in circostanze eccezionali.
In secondo luogo, le fonti che definiscono e, sempre più spesso a partire dal '700, enumerano i poveri erano redatte per scopi vari e contraddittori. Potrebbe indurre in errore ricavare una stima dei poveri in base alle classi che, dai ruoli delle imposte, risultavano esenti da tasse o soggette a tassazione minima, in quanto si tratta di indicazioni generiche e grossolane di differenziazioni all'interno dell'intero complesso delle classi attive, fatte allo scopo di stabilire la potenzialità fiscale e non di accertare il bisogno. I censimenti dei poveri, effettuati in questa o in quella città, tendevano ad essere condizionati da definizioni restrittive di una povertà accettata dalla società.
Dal '400 al '700 i poveri strutturali, impossibilitati a guadagnarsi da vivere a causa dall'età, di malattie o di invalidità, e quindi totalmente dipendenti dall'assistenza o dall'accattonaggio, oscillavano dal 4 all'8% della popolazione di Odense, Lione, Toledo, Venezia, Firenze, Roma e di molte altre città dell'Italia centro-settentrionale. Nelle città i poveri congiunturali o di crisi, di solito il prodotto dei bassi salari e dell'occupazione occasionale e quindi subito colpiti dalle fluttuazioni del prezzo del pane, erano il 20%. Un terzo cerchio concentrico, per usare la terminologia di Pullan, di artigiani, piccoli commercianti al minuto e modesti funzionari, che possono identificarsi nei capi famiglia soggetti al minimo della tassazione comunale, poteva cadere con facilità e ripetutamente al di sotto del livello di sussistenza per proprie ragioni di famiglia o per stasi nel commercio, andando così a dilatare la proporzione dei poveri urbani, fino a comprendere, nei momenti di crisi, dal 50 al 70% delle famiglie.
È molto più difficile applicare alle zone rurali d'Europa l'immagine di Pullan dei cerchi concentrici di povertà. Al centro, devono essere stati pochi i villaggi che non contenevano un nucleo di gente strutturalmente povera, specie vedove e invalidi o infermi di mente. Il problema sorge per gli anelli concentrici più esterni che richiedono una definizione diversa rispetto a quelli delle città. L'agricoltura europea, attraverso i secoli, è stata condizionata da un lato della natura e della fertilità del suolo e dall'altro dai modelli di proprietà fondiaria e dai tipi di contratti agrari. In zone montane o improduttive, come i Pirenei, il Massiccio Centrale, le Alpi, gli Appennini e il Galles, dove piccoli proprietari indipendenti erano la regola ma il clima poneva limiti drastici all'agricoltura di sussistenza, si può tracciare un secondo cerchio concentrico, caratterizzato dalla regolare migrazione annuale del 50% e anche perfino del 90% della popolazione dei villaggi verso regioni più fertili e con maggiori possibilità di lavoro.
Più problematico è l'anello successivo, che in parte si sovrappone geograficamente alle zone di migrazione ma dove le condizioni climatiche e le caratteristiche del suolo erano meno dure. In queste zone, in genere di collina, piccoli proprietari e fittavoli spesso riuscivano a conservare l'indipendenza economica col lavoro indefesso e col ricorso a meticolose strategie familiari e successorie. Ma altre famiglie, nelle stesse zone o in altre si indebitavano sempre più fino ad arrivare alla perdita della loro terra o perché le piccole proprietà erano state suddivise in apprezzamenti troppo piccoli per dare di che vivere, o perché gli accordi contrattuali dell'affittuario o dell'operaio agricolo non offrivano alcuna sicurezza.
Si può tracciare un ultimo cerchio costituito dalle vittime della periodica e frequente scarsità dei raccolti, delle pestilenze o delle scorrerie militari. La peste che nel '600 continuò a infierire, e le guerre ininterrotte che riguardarono vaste aree dell'Europa occidentale e centrale, fra il '400 e il '600 devastarono intere zone rurali, lasciando gli abitanti esposti alle violenze e al saccheggio delle soldataglie sbandate. In quei momenti i contadini fuggivano dalle campagne per salvarsi dalla carestia, dalla peste o dalle scorrerie.
Povertà ed economia
I termini "povero" e "indigente" sono ovviamente assai ambigui e hanno assunto significati sostanzialmente diversi nel corso dei secoli, anche a seconda del contesto nel quale erano usati. Ma, verso il '500 e più vistosamente nel '700, essi avevano ormai acquisito connotazioni principalmente economiche per descrivere le classi lavoratrici, comprese quelle con un minimo di capitale sotto forma di piccola proprietà o di un telaio. Jeremy Bentham coglie in pieno il legame diretto fra povertà ed economia: "La povertà è la condizione di chi per assicurarsi la sussistenza è costretto a ricorrere al lavoro. L'indigenza è la condizione di chi, essendo privo di beni, è allo stesso tempo o inabile al lavoro o incapace, anche con il lavoro, di procurarsi il necessario di cui quindi si trova di aver bisogno".
La debolezza della definizione di Bentham sta di fatto che, limitandosi a identificare i poveri con le classi lavoratrici, la povertà rischia di non diventare altro che la semplice assenza di capitali o di proprietà. La mancanza praticamente assoluta di capitali e di proprietà era quello che rese le classi lavoratrici così direttamente dipendenti dalle fluttuazioni economiche. Al di fuori dell'agricoltura, si possono trovare certi periodi, di solito relativamente brevi, durante i quali il salario reale era più alto, vuoi per una diminuzione dei prezzi, vuoi per un aumento dei salari stessi come, per esempio, dopo il passaggio di una pestilenza. Siamo abituati a parlare della meccanizzazione come causa di disoccupazione fra gli artigiani con un mestiere sorpassato, quali i tessitori con telai a mano dell'Ottocento. Ma i mutamenti tecnologici in realtà ebbero anche l'effetto opposto, creando peraltro nuova occupazione.
Famiglia e povertà
Sia nella città che nelle campagne la documentazione sul livello dei salari e il numero annuale delle giornate lavorate ci permette di concludere in modo decisivo e univoco che la larga maggioranza dei lavoratori riusciva a guadagnare in modo appena sufficiente per procurare il minimo necessario per la propria sopravvivenza e per quella della famiglia, e per di più soltanto per un periodo limitato della loro vita lavorativa. I salari delle donne non erano mai più della metà di quelli degli uomini e, come i guadagni dei bambini, erano quasi sempre al di sotto del livello di sussistenza.
Il contributo relativo dei singoli membri della famiglia o dell'aggregato domestico variava a seconda dell'età e del sesso, oltre che della specifica organizzazione della produzione. La vulnerabilità dell'economia familiare era la conseguenza a mancanza assoluta di riserve. Il costo del mangiare e del vino, nel '500 e nel '600, poteva assorbire dal 60 all'80% delle entrate di una famiglia artigiana. Non c'è da stupirsi che, nonostante gli espedienti, fosse un' economia così facilmente esposta al collasso. Mentre la migrazione, l'accattonaggio e l'occasionale appello alla carità erano tutte fonti supplementari di entrata per l'economia familiare, l'indebitamento per pagare l'affitto, il mangiare o il materiale di lavoro, e il ricorso al banco dei pegni segnavano gli ultimi rovinosi stadi del declino dalla povertà all'indigenza.
Il collasso di questa economia poteva verificarsi per svariate ragioni, sia economiche che private, che sfuggivano al controllo delle famiglie: raccolti disastrosi, stasi del commercio, quarantena, morte o prolungata malattia del capo famiglia maschio o nascita di un figlio in più. Il problema è stato nascosto da una certa confusione negli scritti storici fra dimensione della famiglia e dimensione dell'aggregato domestico. Ci basta rilevare i tre mezzi con i quali le famiglie raggiungevano questo scopo: primo, l'età relativamente tarda in cui uomini e donne si sposavano; secondo, connesso all'alta mortalità infantile, l'ampio uso da parte di famiglie lavoratrici degli ospizi per trovatelli, quando meno a partire dal '700, come depositi temporanei o permanenti per figli in eccesso; terzo, la tendenza dei figli ad andar via di casa in giovane età per guadagnarsi da vivere.
Richard Smith ha esaminato le implicazioni di questa assoluta prevalenza, fra i poveri, di piccole famiglie nucleari, in cui i legami di parentela si allentavano col distacco dalla casa paterna. In ripetute fasi del ciclo della vita era probabile che individui e famiglie privi di capitali e di riserve non guadagnassero abbastanza per sopravvivere. Per questa ragione i bambini fino ai 15 anni predominano costantemente negli elenchi degli accattoni; i genitori erano sotto la massima pressione economica fra i 35 e i 45 anni, nonostante che l'uomo fosse probabilmente all'acme della sua capacità di guadagno, perché, data l'età abbastanza bassa in cui si sposavano, avevano tutto il peso dei bambini ancora piccoli; e proprio in quegli anni i nonni ancora vivi e ben oltre i 60 anni non potevano essere più in grado di guadagnarsi il proprio mantenimento.
L'atteggiamento verso i poveri
Il concetto di povertà è cambiato nel corso dei secoli molto più della composizione dei poveri, fin dall'inizio dell'era moderna. Ma l'essere povero era, al tempo stesso, una condizione di grazia, per la connotazione religiosa di "povero di Cristo", benché già nell'ultima parte del '200 la povertà destasse ripugnanza in quanto degradazione della dignità dell'uomo. Via via che la ricchezza dava origine a differenziazioni sociali, cambiava l'atteggiamento verso la povertà e con le agitazioni sociali, a partire dal '200, crescevano le preoccupazioni per l'ordine pubblico. L'aumento del pauperismo e la mobilità geografica conseguenti alle difficoltà economiche e alle guerre nel '400 e nel '500 accrebbero la paura del forestiero sconosciuto.
Nel '400 emerse in tutta la sua pienezza quella secolare distinzione di fondo fra meritevoli e non meritevoli che doveva poi condizionare tutti gli atteggiamenti futuri nei riguardi dei poveri. In questa ideologia discriminatoria l'accattonaggio era combattuto per motivi sia morali che pratici e materiali, perché veniva equiparato da un lato alla mancanza di voglia di lavorare e dall'altro alla disoccupazione. Per tutto il '400 e in tutta l'Europa occidentale, dall'Inghilterra all'Italia, la carità, come strumento favorito di elevazione spirituale, si manifestò a livelli nuovi, ma con una visione del mondo discriminatoria quanto ai destinatari delle sue premure. Non è caso che questa nuova ondata di carità fosse convogliata particolarmente attraverso strutture istituzionali - confraternite, ospedali, ospizi di mendicità, banche di pegno comunali - piuttosto che esercitata sotto forma di elargizione diretta ai poveri, perché questo sistema liberava il pietoso benefattore dell'onere della discriminazione. La carità divenne più marcatamente urbana e attraverso l'iniziativa ecclesiastica o con l'appoggio dei vescovi e dei re, portò a un inizio di riorganizzazione in nuovi, più grandi ospedali, della rete medievale di piccoli ospizi, le cui rendite erano spesso state distolte dalla loro destinazione originaria.
Salvo che per l'Inghilterra e i paesi scandinavi, le risorse e quindi le attività delle strutture di beneficenza nelle campagne erano di livello molto più basso che nelle città e non potevano sostenere la pressione di popolazione spesso costantemente vicine al limite della mera sopravvivenza e periodicamente al di sotto di esso. Con l'aumento del pauperismo stazionava in permanenza nelle città una vasta clientela locale di poveri che rappresentava un peso per l'economia e una potenziale minaccia all'ordine pubblico. Si spiega così la costituzione nel '400 di organismi per l'assistenza dei poveri vergognosi.
La carità istituzionale e i poveri meritevoli
Queste nuove strutture create per affrontare il problema dei poveri sono state a volte erroneamente considerate come stadi successivi lungo la via che conduce verso lo Stato sociale. Viceversa, a livello più palese e strettamente istituzionale, che si traducevano in massicci sforzi materiali, di affrontare un eterno problema. La prima riforma importante del sistema di assistenza nei decenni dal 1520 al 1550 fu caratterizzata da una natura fortemente comunale e da una notevole identità di fini e di metodi. Le autorità civiche subentrarono alla Chiesa nella responsabilità dell'assistenza e tentarono di centralizzare e razionalizzare le risorse dirigendole verso gruppi specifici, ordinando nel contempo l'espulsione dei forestieri, la proibizione dell'accattonaggio, la restrizione della tradizionale accoglienza ai pellegrini e la segregazione in case di correzione degli individui validi. Partiti da Wittenberg nel 1522, il movimento si diffuse attraverso le città tedesche sudoccidentali e le Fiandre, nella Francia del nord e dell'ovest, per arrivare a Venezia, Verona, Genova e Bologna.
La tendenza al controllo civico o, quanto meno, al coordinamento degli organismi di beneficenza doveva poi continuare fino alla fine dell'ancien regime. Alcune città - Lione, Venezia, Londra, Salisbury, Amsterdam - dettero vita a strutture di assistenza ai poveri altamente sofisticate, utilizzando organizzazioni religiose esistenti o creandone delle nuove. Così nel Cinquecento Venezia, forse l'esempio più riuscito di coordinamento fra Stato e organizzazioni volontarie, costruì un sistema di assistenza molto esteso intorno alle Scuole Grandi, corporazioni e confraternite, completando con norme repressive contro i vagabondi e con tassazioni obbligatorie in tempo di pestilenza. La conoscenza e l'imitazione delle innovazioni di queste città-modello si diffuse in altre città per spirito di emulazione.
Quello che colpisce nel gran numero delle nuove fondazioni del Cinquecento e del primo Seicento - ed è probabilmente una caratteristica delle società cristiane mediterranee - è la particolare preoccupazione per l'onore delle donne, che fossero bambine, ragazze o donne maritate. Esistevano istituti per donne la cui virtù era messa in pericolo dalla mancanza di adeguata protezione familiare, come orfane, figlie di genitori poveri e indegni, spose abbandonate o vedove; ragazze e mogli ribelli potevano essere fatte rinchiudere dai parenti contro la loro volontà; le sedotte potevano redimersi, o almeno partorire in dignitosa segretezza. Le confraternite, sia religiose che laiche, continuarono ad allargare la gamma delle attività benefiche lungo tutto il Seicento, forse più in Francia che in Italia, attraverso l'opera efficace di San Vincenzo de Paoli.
Vagabondi e mendicanti
I vagabondi e i mendicanti erano la più visibile e disprezzata categoria di persone manifestamente non disposte ad essere integrate. C'erano naturalmente delle eccezioni: gli inabili rispettabili molto anziani, che aveva un loro posto nell'ordine sociale, legittimato da una regolare licenza di accattonaggio. All'inizio del Seicento a Roma i ciechi e gli storpi...
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