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Anche la natura fece la sua parte con raccolti particolarmente abbondanti e donando al re e alla

regina due figli: Carlo, nato nel 1630, e Giacomo, nato nel 1633.

Le disastrose sessioni parlamentari del 1626 e del 1628-9 fecero nascere in alcuni dei dubbi sulla

legittimità del governo di Carlo; la preferenza accordata dal sovrano ai vescovi arminiani e la

nomina di William Laud ad arcivescovo di Canterbury nel 1628 spinsero gli stessi a temere per la

sacralità della Chiesa. La grande emigrazione verso la baia del Massachusetts iniziò nel 1630 con

la partenza di 2000 coloni che intendevano creare una città su un colle, una comunità di devoti che

sarebbe servita d’esempio alla madrepatria. In poco meno di un decennio 16mila persone

abbandonarono l’Inghilterra per questa missione in terre sconosciute.

Dopo una partenza tempestosa, il suo rapporto con Enrichetta Maria si trasformò in una devozione

che sarebbe durata tutta la vita, mentre l’affetto che provava per la sua famiglia fornì un perfetto

antidoto alla freddezza della sua persona pubblica.

Dopo la morte del duca di Buckingham non si affidò a un unico favorito ma utilizzò una grande

varietà di funzionari e cortigiani che condividevano la sua inclinazione per l’efficienza e la

rettitudine. Il Consiglio della Corona divenne un organo di governo, con il re regolarmente presente

alle riunioni e commissioni separate per l’Irlanda, per le colonie oltremare e per il commercio.

Le principali preoccupazioni di Carlo, comunque, erano di natura economica. Gli anni di guerra

avevano lasciato la Corona in una grave situazione finanziaria: il deficit aveva forse raggiunto i due

milioni di sterline nel 1629.

Per tenersi a galla Carlo aveva venduto terre della Corona per un valore di oltre 600mila sterline

nei primi 5 anni di regno. La Corona vendette licenze speciali o per progetti che andavano dalla

vendita di tabacco americano alla bonifica delle paludi, concesse patenti che somigliavano

sospettosamente a monopoli, con la stessa mescolanza di motivazioni di sempre.

Con la crescita dei dazi doganali conseguita alla ripresa del commercio così come con l’effetto a

dente di arresto dei tributi, le finanze reali si solidificarono. Intorno al 1635 il debito accumulato

scese a circa un milione di sterline mentre l’entrata annuale riuscì a superare l’uscita.

Anche se l’Inghilterra si teneva in disparte, tuttavia, la guerra in Europa proseguiva. Era

ampiamente prevedibile che la nazione marittima più attiva diventasse il bersaglio dei belligeranti

in cerca di merce di contrabbando e di pirati in cerca di bottino. Per tutta la prima parte del

decennio ci furono incidenti sui mari che screditarono l’onore del sovrano. I francesi rifiutarono di

rendere omaggio alle navi da guerra inglesi; gli olandesi attaccarono una flottiglia spagnola lungo

la costa inglese. Nel 1633 i pirati furono particolarmente attivi nel canale della Manica, tanto che i

mercanti invocarono protezione. Carlo ordinò che ogni anno venissero costruite due nuove navi

per potenziare la marina. Inoltre il re non aveva mai abbandonato il suo proposito di rimettere al

potere l’Elettore palatino. Spagnoli, francesi e olandesi erano tutti pronti a fare promesse, ma

chiedevano in cambio il sostegno della flotta inglese.

Nel 1634 il re rimise in vigore un tributo tradizionale per il sostegno alla marina, conosciuto come

ship money, che era stata suggerita a Carlo intorno alla metà del decennio precedente come

mezzo per finanziare spedizioni belliche. L’imposta prevedeva che le città portuali fornissero una

nave di particolari dimensioni o una somma fissa perché la Corona potesse procurarsi una nave. I

pagamenti venivano fatti ai commissari reali e quindi il denaro veniva utilizzato per le emergenze

più che per le campagne di guerra. Nel 1635 il tributo venne esteso alle città interne, secondo il

principio che l’intero regno avrebbe tratto benefici dalla sicurezza dei mari.

Carlo si preoccupò perfino di procurarsi un appoggio giuridico che garantisse la legittimità del

tributo. Per ogni contea si stabilì una somma globale da pagare, la ripartizione delle somme venne

affidata alle autorità locali e lo sceriffo della contea che la raccoglieva era personalmente

responsabile del denaro. Di conseguenza, a differenza del sussidio, la ship money fu equamente

suddivisa e i contribuenti furono numerosi. 19

La necessità di individuare fonti di reddito tradizionali per intraprendere operazioni pseudomilitari

era particolarmente sentita per l’Irlanda. I progetti per coprire i costi dell’amministrazione

dell’Irlanda con fondi irlandesi si scontrarono ripetutamente con la fragilità del governo inglese

sull’isola. Ripetutamente esplosero brutali conflitti razziali, con ogni fazione che superava l’altra per

crudeltà. La colonizzazione ebbe inoltre l’effetto indesiderato di sospingere i vecchi inglesi nelle

braccia dei loro compagni di fede cattolici piuttosto che in quelle dei connazionali inglesi. I vecchi

inglesi avevano costituito un gruppo di primaria importanza nella politica di assimilazione

elisabettiana; avevano contratto matrimonio con gli irlandesi, risolto le dispute fra la popolazione

gaelica e il governo di Dublino e, grazie al loro dominio sul Parlamento e sulle amministrazioni

locali, avevano legittimato l’autorità inglese.

La colonizzazione dovevano essere eseguita fino in fondo, in particolare per quanto concerneva la

segregazione degli irlandesi e la posizione dei nuovi inglesi. I contadini irlandesi dovevano essere

cacciati dalle loro terre per fare posto ai coloni inglesi e scozzesi che però stentavano ad arrivare.

Gli irlandesi che non avevano appoggiato apertamente la rivolta di Tyrone e Tyrconnell alla fine del

XVI secolo ristabilirono rapidamente la loro presenza nell’Urster, finendo per controllare più terre

degli scozzesi o degli inglesi.

La minaccia iniziò largamente a bruciare quando Carlo I dichiarò guerra alla Spagna nel 1625.

L’Irlanda costituiva una porta al servizio decisamente pericolosa, aperta agli invasori spagnoli che

potevano giungere in soccorso della popolazione cattolica. L’amministrazione inglese fu costretta a

rafforzare la presenza dell’esercito e quindi le spese di gestione. Carlo fece diverse concessioni

passate sotto il nome di Grazie, in cambio di 120mila sterline da pagare entro tre anni.

Fondamentalmente le Grazie implicavano la sospensione dei provvedimenti contro i cattolici e

l’assicurazione che i vecchi inglesi avrebbero potuto conservare le loro proprietà. Le Grazie

comprendevano anche concessioni ai nuovi inglesi, ma generarono comunque discordia fra

l’amministrazione e i recenti coloni protestanti.

Le Grazie scontentarono tutti. I nuovi inglesi si opposero all’offerta adducendo motivi religiose e

politici, mentre l’insuccesso di Carlo nel metterle in patica gli costò il sostegno dei vecchi inglesi.

La diffidenza verso l’amministrazione inglese crebbe in entrambi gli schieramenti. Per riportare

qualche successo, l’amministrazione inglese aveva bisogno di una persona dal polso fermo. Era

presumibilmente questo che il re aveva in mente quando nel 1632 inviò in Irlanda Thomas

Wentworth, in seguito nominato conte di Strafford.

Nei 4 anni trascorsi in Irlanda, Strafford realizzò due obiettivi apparentemente impossibili: realizzò

un aumento del reddito che andò ad arricchire i forzieri reali e unì antagonisti che erano divisi per

razza e religione. Il suo governo fu efficiente e zelante. Creò un’Alta Commissione per eliminare il

patronato secolare nella Chiesa, mezzo che avrebbe trasferito molte terre ecclesiastiche nelle

mani dei nuovi inglesi. Diede in appalto i diritti doganali irlandesi con condizioni favorevoli e riuscì a

raddoppiare gli introiti del tribunale delle tutela, che utilizzò sia per sottrarre i minori all’influenza dei

loro parenti, sia come fonte di ricompense e punizioni. Strafford si dimostrò in grado di dirigere il

Parlamento, guadagnando prima i sussidi, quindi rispondendo alle lamentele.

Ma se Strafford esacerbò i problemi dell’amministrazione inglese in Irlanda, non fu lui a crearli.

Carlo I governava tre regni, in ognuno dei quali predominava una religione diversa. Mantenere in

Irlanda buoni rapporti con i cattolici, e in particolare con i cattolici inglesi, era un atteggiamento

dettato più dalla prudenza che dalla politica. La corte di Entichetta Maria poi divenne un rifugio per

i funzionari cattolici, la cui influenza crebbe insieme a quella della regina.

I problemi che Carlo I dovette affrontare nel governo della Scozia furono diversi da quelli del padre.

Il primo atto del sovrano, nel 1625, fu pertanto quello di revocare le concessioni sulla terra che

erano state fatte ai nobili durante la minore età di tutti i suoi predecessori a partire dal XVI secolo.

Gli Atti di Revoca non erano una novità in Scozia, ma quello che Carlo violò lo spirito, se non la

lettere, della pratica comune. In molti casi si giunse a un compromesso e venne pagata una

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ricompensa per le rinunce volontarie. Gli effetti della revoca avrebbero accresciuto i mezzi di

sostentamento su cui poteva contare la Chiesa, elevato gli stipendi dei sacerdoti e sovvenzionato

nuovamente le diocesi. Ci furono però conseguenze secondarie potenzialmente pericolose. La

dubbia legittimità dell’atto alienò a Carlo molte simpatie, come anche la successiva decisione di

escludere dal Consiglio della Corona quei magistrati che avevano ereditato la carica. L’ultima cosa

di cui Carlo aveva bisogno era un’alleanza fra la nobiltà e i capi della Chiesa presbiteriana, ma fu

proprio questo il risultato di una politica che isolava i vescovi, biasimati dai nobili per gli attacchi ai

loro beni e dal clero per gli attacchi alla loro dottrina.

L’Atto di Revoca fu una ferita aperta che afflisse la nobiltà scozzese per tutto il decennio

successivo. Esso generò una serie di rimostranze che complicarono la vita dell’amministrazione

reale a Edimburgo. Molti membri dello stesso Consiglio della Corona erano coinvolti in cause

contro i commissari e ogni sessione degli Stati Scozzesi riapriva la ferita. All’arrivo del re per la sua

incoronazione nel 1633, un gruppo di nobili tentò di presentargli una petizione che presentava

lagnanze economiche e religiose. Carlo rifiutò di accoglierla.

CAPITOLO 6 – RIBELLIONE E GUERRA CIVILE, 1637 – 1644

Per 11 anni Carlo aveva regnato con successo senza il Parlamento. Il re, piuttosto, si affidò alla

pace e alla prosperità per cancellare gli effetti negativi della guerra e della miseria.

Il governo reale si trovò quindi impreparato di fronte alle conseguenze della ribellione e della

guerra civile. Prima in Scozia, poi in Irlanda e quindi anche in Inghilterra affrontò sudditi armati con

appelli al dovere e alla fedeltà che ebbero un successo solo parziale. Fu incapace di prevenire

un’invasione dell’Inghilterra, primo obbligo per un sovrano, sia per l’incompetenza di suoi

condottieri militari, del tutto privi di esperienza, sia per il tradimento dei membri del Parlamento. Fu

ugualmente incapace di reprimere una ribellione in Irlanda quando il Parlamento non si fidò di lui e

non gli permise di radunare un esercito adeguato. Nel 1642, Carlo aveva ormai di fronte due

scelte, una più sgradevole dell’altra: rinunciare alle sue prerogative reali o dichiarare guerra ai suoi

stessi sudditi.

Nel corso degli anni 30 non si ebbero chiari segni di opposizione al governo di Carlo I, anche se

una certa inquietudine iniziò a serpeggiare in gruppi sociali che avevano tutti i motivi per essere

soddisfatti.

La crisi iniziò in Scozia. Dopo i disordini a Edimburgo nel febbraio del 1637, il Consiglio scozzese

aveva sospeso l’applicazione dei Canoni e del testo liturgico ufficiale. Venne riferito al re che le sue

riforme religione non si sarebbero potute impiantare presso di noi senza spargimento di sangue.

Ad Edimburgo, rappresentanti della nobiltà, dei proprietari terrieri, delle città e della Chiesa si

costituirono in un comitato denominato le Tavole e formularono una Convenzione Nazionale che

vincolava i suoi firmatari a opporsi a ogni innovazione in campo religioso.

Le difficoltà incontrate da Carlo in Scozia furono duplici: il re non aveva l’influenza necessaria per

sostenere il suo programma, né la forza necessaria per metterlo in pratica. Alla pari dei suoi

maggiori consiglieri, non conosceva bene gli affari interni scozzesi. Incontrava raramente i suoi

consiglieri scozzesi, dal momento che dopo la sua ascesa al trono si era recato in Scozia una sola

volta e vi aveva convocato un solo Parlamento. Carlo contava in particolare su Giacomo,

marchese di Hamilton, erede della più antica famiglia nobile scozzese. Un altro importante

consigliere scozzese di Carlo era John Stewart, conte di Traquair, che aveva fatto fortuna grazie

alle sue capacità di negoziatore durante la cessione delle terre richiesta dall’Atto di Revoca.

Più dannosa della scarsa influenza del re fu lo scarso potere che egli aveva. Carlo considerava

ogni opposizione alle sue riforme religiose come una ribellione. Gli aderenti alla Convenzione

rafforzarono la sua opinione continuando la loro campagna di proselitismo, anche dopo essere

stati messi fuorilegge, e sostenendo l’indipendenza dell’Assemblea Generale che si era riunita a

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Glasgow nell’autunno del 1638. Non solo l’assemblea votò per abolire l’episcopato, a sfidò anche

l’autorità reale di convocare e sciogliere le proprie riunioni.

A settembre Carlo ordinò a Traquair di recarsi a Edimburgo per aprire un negoziato con i

sostenitori della Convenzione, pur avendo già chiesto al Consiglio della Corona di porre la nazione

sul piede di guerra e preparare una forza d’invasione di 30mila uomini. Il Consiglio rimise in vigore

le leggi di frontiera, radunò bande addestrate e requisì navi mercantili. A Hamilton venne affidato il

comando della spedizione marittima contro la Scozia. Il re riuscì a predisporre un esercito, ma non

a impedire che gli aderenti alla Convenzione si impadronissero di quasi tutte le postazioni difensive

nel sud della Scozia. Gli sbarchi degli inglesi vennero bloccati e le avanguardie delle forze terrestri

al comando del conte di Holland si ritirarono senza sparare un solo colpo.

La prima Guerra dei Visconti era appena terminata che già entrambe le parti si preparavano alla

seconda. Carlo inviò Traquair a negoziare un accordo, anche se da parte sua lo considerò

semplicemente un cessate il fuoco. I seguaci della Convenzione la pensavano allo stesso modo.

Con una serie di manovre parlamentari, riuscirono a prendere il controllo delle postazioni centrali

dell’amministrazione scozzese e all’inizio del 1640 stavano già acquistando armi dall’Olanda e

sollecitando la Francia a inviare truppe. Venne imposta una tassa nazionale per equipaggiare un

esercito permanente.

Ma più significativa fu un’altra decisione presa da Carlo, secondo il quale il tempo era ormai

maturo per convocare un Parlamento in Inghilterra. Di fronte a una ribellione aperta e alla

possibilità di un’invasione, il re riteneva di poter contare sulla fedeltà dei suoi sudditi. Ma le sue

certezze erano mal riposte.

Neppure un Parlamento remissivo avrebbe potuto prevenire la catastrofe militare che seguì. Con

un unico movimento rapidissimo, gli uomini della Convenzione si spinsero verso sud, sgominarono

un esercito inglese di 30mila soldati a Newburn nell’agosto del 1640 e occuparono Newcastle,

principale fornitrice di carbone per Londra. Nonostante tutta la sua aggressività, però, la campagna

degli scozzesi era essenzialmente difensiva.

Privo di denaro e di alternative, Carlo I convocò il Parlamento a Londra per il 3 novembre 1640.

Non si sarebbe sciolto che dopo la sua morte.

Inizialmente, i membri del Parlamento Lungo erano uniti dal desiderio di riforma. Non c’era ancora

il minimo sentore di una guerra civile imminente, né che Parlamento e Corona stavano per

diventare istituzioni distinte, in contrasto fra loro. Carlo convocò il Parlamento perché gli fornisse

un finanziamento straordinario per respingere gli scozzesi, negoziando un accordo o rinnovando lo

scontro.

Il più improbabile dei leader del parlamento, ma colui che finì per diventare il più potente, fu John

Pym. Si opponeva alla tassazione arbitraria, ma fu lui a richiedere che i londinesi venissero

costretti a prestare denaro al re. Sosteneva la necessità di seguire procedure formalmente

corrette, ma fu sempre lui ad acconsentire di buon grado a procedere contro Strafford con un atto

di morte civile piuttosto che con un regolare processo.

L’obiettivo di questo attacco ai ministri della Corona era duplice: impedire loro di diventare leader

del Parlamento e colpire la politica reale senza toccare direttamente il re. Mentre piovevano

petizioni e lagnanze, le richieste di risarcimento sommersero le due Camere. L’11 dicembre una

delegazione di 1500 londinesi accompagnò una petizione per l’abolizione dell’episcopato.

Quando la prima ondata di euforia venne meno, l’attenzione si concentrò sulla messa in stato di

accusa di Strafford. Alla fine di gennaio del 1641, i capi d’accusa erano pronti, ma i deputati

avevano già compreso che l’accusa di tradimento non avrebbe retto. Carlo poi aveva promesso di

proteggere il suo ministro e durante questa vicenda giudiziaria cercò un compromesso con i leader

parlamentari, proponendo di privare il conte delle sue cariche salvandogli al tempo stesso la vita.

La morte di Strafford fu una delle due concessioni fatte da un sovrano in preda al panico. A

febbraio, quando si diffuse il timore che il re avrebbe sciolto il Parlamento piuttosto che

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permettergli di procedere contro Strafford, venne approvata una legge che toglieva alla Corona

ogni controllo sulle sessioni parlamentari. Le legge prevedeva che i Parlamenti si tenessero ogni 3

anni, che non si potessero sciogliere prima di 50 giorni e che fossero le Camere a scegliere i propri

speakers. Con riluttanza Carlo firmò quello che sarebbe stato poi chiamato Atto Triennale.

Nel corso dell’estate la linea di condotta del parlamento divenne sempre più chiara. I Comuni

prepararono un progetto di legge per eliminare le corti privilegiate della Camera Stellata e dell’Ala

Commissione, per escludere i vescovi dalla Camera dei lord e, cosa particolarmente infausta, per

abolire l’episcopato in Inghilterra. Era tempo che il re riprendesse l’iniziativa. Alla fine di maggio

annunciò che si sarebbe recato a Edimburgo per stipulare un trattato con gli scozzesi. All’inizio di

agosto partì, pronto alla conciliazione e a fare concessioni, a pregare insieme ai presbiteriani e a

trattare con i traditori per neutralizzare gli scozzesi.

L’azione decisiva di Carlo tagliò le gambe ai suoi avversari in Parlamento. Era tuttavia evidente

che gran parte di ciò che gli scozzesi chiedevano poteva essere concesso più facilmente dal re

che dal Parlamento: salvaguardia delle proprietà terriere, abolizione delle tariffe doganali sulle

merci, ruolo maggiore per Edimburgo nell’amministrazione civile ed ecclesiastica.

Quando le Camere si riunirono nuovamente alla fine di ottobre del 1614 fu per fornire nuove

rivelazioni sul complotto dell’esercito e su una misteriosa cospirazione contro i leader scozzesi

Hamilton e il marchese di Argyll a Edimburgo. Anche se Carlo negò ogni coinvolgimento in quello

che venne definito l’Incidente, Pym gonfiò le voci fino a trasformarle in un segnale d’allarme. Fu in

questo contesto senato da complotti e cospirazioni che il primo novembre giunsero i primi

resoconti isterici di una ribellione in Irlanda. Secondo le prime voci, i cattolici avevano massacrato

decine di migliaia di protestanti nei loro letti.

Il conte di Strafford era detestato da tutti i gruppi della struttura politica irlandese, ma la sua

luogotenenza era stata efficace nel tenere a bada le peggiori tendenze di ciascun gruppo. Senza il

pugno di ferro di Strafford, però, il delicato equilibrio delle inconciliabili fazioni irlandesi volse a

favore degli amministratori che appartenevano ai nuovi inglesi e sostenevano i parlamentari

scozzesi e puritani. Il re, che aveva preso in considerazione l’idea di predisporre un esercito

cattolico nell’Ulster sotto la guida del marchese di Antrim, era sempre più travolto dalla crisi

scozzese e da quella inglese. L’economia dell’Ulster, che si stava appena riprendendo dalla crisi

dei primi anni 30, volse nuovamente al peggio a partire dal 1640.

La ribellione iniziò con due obiettivi diversi: un’insurrezione nell’Ulster e la presa del Castello di

Dublino. Il primo fu ideato dai discendenti delle famiglie gaeliche espropriate; il secondo da ufficiali

tornati di recente dalle guerre spagnole. L’insurrezione nell’Ulster ebbe iniziò il 22 ottobre 1641 con

un attacco attentamente studiato ai coloni protestanti che occupavano le proprietà di antiche

famiglie cattoliche. L’intenzione dei ribelli era quella di lasciare in pace i coloni scozzesi giunti in

Irlanda di recente e quindi prevenire un’eventuale invasione dalla Scozia, ma una volta che

l’insurrezione prese piede, sfuggì rapidamente dal controllo dei suoi ispiratori.

Inizialmente, le principali famiglie dei vecchi inglesi, che avevano sfruttato i problemi di Carlo con

gli scozzesi come mezzo per spingere all’adozione delle Grazie, presero le distanze dalla ribellione

e criticarono lo sconsiderato comportamento dei capi gaelici e dei loro alleati. In breve, però, la

rivolta si estese. Nel tentativo di salvare Strafford, Carlo aveva sciolto le forze al comando del Lord

Luogotenente, rendendo così impossibile al governo di Dublino un’efficace risposta militare. I

reparti inviati a soccorrere Drogheda alla fine di novembre del 1641 vennero sconfitti dai ribelli. Fu

una vittoria di grande importanza psicologica che persuase i vecchi inglesi ad abbandonare il loro

atteggiamento neutrali. Nella primavera successiva, in Irlanda infuriava la guerra civile.

Pym cercò disperatamente di mettere un freno alle mozioni nella Camera dei Comuni per inviare

truppe e prestiti in Irlanda, oltre a richieste di procurarsi l’appoggio degli scozzesi per reprimere i

ribelli. 23

L’incertezza per la situazione in Irlanda, i timori sulle intenzioni di Carlo dopo il suo successo in

Scozia e gli amari ricordi del decennio trascorso andarono a tutti a confluire nel dibattito sulla

Grande Rimostranza. Da un certo punto di vista tale rimostranza svelò la persistente sfiducia nei re

da parte dei leader del Parlamento. Lo scontro sulla Rimostranza divise il Parlamento in seguaci

del re e seguaci del Parlamento.

Se Carlo fosse riuscito ad arrestare i leader del Parlamento, forse avrebbe potuto disinnescare la

crisi politica. Il suo insuccesso la infiammò. Dopo aver messo frettolosamente al sicuro lontano da

Westminster la regina e i suoi figli, il re lasciò la capitale. Folle di londinesi acclamanti restituirono a

Pym e ai suoi alleati le loro cariche di parlamentari, mentre i capi della City appena eletti

manifestarono apertamente il loro sostegno al parlamento. Affidare un esercito al re era ormai fuori

questione e a poco a poco le due Camere si impadronirono del potere militare. In un primo

momento assunsero il controllo della Torre di Londra, quindi si preparano una legge secondo la

quale doveva essere il Parlamento a nominare i Lord Luogotenenti e i capi dei gruppi addestrati. Il

5 maggio 1642, quando Carlo dichiarò che non avrebbe rinunciato alla sua facoltà di conferire

nomine militari, le due Camere si limitarono a emettere una Ordinanza della Milizia con la quale ne

reclamavano il diritto, senza peraltro sottometterla all’approvazione del re. Tre settimane più tardi,

Carlo condannò l’Ordinanza e tacciò di traditori coloro che avevano accettato commissioni

parlamentari.

Il re e il Parlamento erano ormai in rotta di collisione. Carlo stava radunando un esercito nel nord

del paese mentre il Parlamento procedeva a un massiccio reclutamento con la scusa di preparare

una spedizione per l’Irlanda. L’invio di una spedizione, peraltro, era ormai necessario data la

creazione delle Confederazione Cattolica d’Irlanda, che trasformò la ribellione nell’Ulster in un

movimento nazionale, con un Parlamento e un’efficiente forza militare.

All’inizio di giugno del 1642, le Camere fecero un tentativo per evitare un bagno di sangue

presentando a Carlo le Diciannove Proposizioni, che racchiudevano fondamentalmente i termini di

una resa incondizionata da parte del re. I desideri del Parlamento si erano trasformati in pretese e

nessun aspetto della prerogativa reale sarebbe rimasto immutato. Il Parlamento avrebbe dovuto

approvare tutti i futuri consiglieri e giudici del re, sovrintendere all’educazione dei figli del re e

approvare i matrimoni dei sovrani. Avrebbe dovuto fornire consigli in tempi di guerra e di pace e

avere il controllo assoluto dell’esercito. Infine, avrebbe dovuto condividere con il re la

responsabilità della riforma ecclesiastica.

Le Diciannove Proposizioni lasciavano poco spazio al compromesso e Carlo le respinse. Il 12

luglio il Parlamento decise con una votazione di radunare un esercito e poco più di un mese più

tardi, il 2 agosto, Carlo spiegava lo stendardo reale a Nottingham.

La nazione però, non era ancora precipitata nella Guerra Civile. In gran parte delle contee, la

gentry evitava di schierarsi con l’una o l’altra fazione. Alcuni arrivarono perfino a sottoscrivere patti

formali di neutralità. La corte reale vagante perorò la propria causa nello Yorkshire e nei Midlands,

dove Carlo iniziò a reclutare truppe. Grazie a Londra, il controllo del Parlamento nell’est era totale,

mentre le sue milizie ottimante equipaggiate contribuirono a disarmare potenziali realisti e a

convincere chi voleva mantenersi neutrali. Fondamentalmente, il nord e l’ovest del paese

sostenevano strenuamente il re, quasi tutto il sud e l’est il Parlamento.

Una volta dichiarata la guerra, entrambe le fazioni radunarono eserciti di oltre 20mila uomini. La

generosità dell’aristocrazia aiutò il re. Il Parlamento si affidava alle ricche tasche di Londra per gli

uomini e l’attrezzatura. Alla guida di entrambi gli eserciti c’erano veterani delle guerre sul

continente.

Dopo qualche settimana di manovre strategiche, i due eserciti si scontrarono a Edgehill, nel

Warwickshire, il 23 ottobre 1642. La cavalleria del principe Rupert sbaragliò gli avversari sul

campo di battaglia e li inseguì fino al quartier generale dei parlamentari. I realisti reclamarono la

vittoria per la disfatta del nemico e il saccheggio delle salmerie avversarie. L’incapacità da parte di

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Rupert di raggruppare i suoi cavalieri, tuttavia, lasciò senza protezione i fianchi della fanteria reale,

che venne attaccata con durezza dalla fanteria parlamentare. Solo il calare della notte impedì un

massacro.

Dopo aver radunato l’esercito, Carlo si mosse verso sud, occupando le città di Banbury, di Oxford,

dove sistemò il suo quartier generale, e Reading. Il suo obiettivo era quello di rientrare a Londra

prima che iniziasse l’inverno.

Le truppe locali dominarono la campagna del 1643. In primavera e all’inizio dell’estate il re ebbe la

meglio. Le forze parlamentari vennero sconfitte a Chalgrove Field. Due settimane più tardi il

principe Rupert pose fine con successo all’assedio di Bristol (16 luglio), seconda città inglese e

porto di vitale importanza per l’arrivo di armi e di rinforzi. Al tempo stesso, gran parte dello

Yorkshire si trovava sotto il controllo del conte di Newcastle.

All’inizio di settembre il Parlamento rafforzò l’esercito di Essex e gli ordinò di levare l’assedio da

Gloucester. Essex obbedì, correndo il rischio di lasciare al grosso delle truppe realiste la strada

spianata verso Londra. Dopo una rapida marcia verso ovest, Essex fu costretto a tornare

precipitosamente indietro, fra il tempo pessimo e le giornate sempre più corte. Il cammino dei due

eserciti si incrociò a Newbury. Ma come a Turnham Green, Newbury bloccò l’impeto del re e le due

fazioni si diressero nuovamente ai loro rispettivi quartier generali.

L’inverno del 1643-44 fu caratterizzato da una cupa determinazione. Entrambe le fazioni si

leccavano le ferite, anche se per i caduti non poteva esserci ristoro di sorta. Carlo aveva perso

Lord Falkland, il suo consigliere più fidato e uno dei pochi che avrebbero potuto persuaderlo a

scendere a patti. Il Parlamento aveva perso John Pym, la cui devastante malattia negli ultimi mesi

dell’anno parve in sintonia con i fallimenti militari.

Il cancro lo stava ormai consumando, ma Pym continuava a impegnarsi strenuamente per

stringere un’alleanza militare con gli scozzesi, la Lega e il Patto Solenne. In cambio di un impegno

a promuovere una riforma religiosa in accordo con la parola divina e l’esempio delle migliori

Chiese riformate, gli scozzesi avrebbero portato delle truppe in Inghilterra.

Anche Carlo rafforzò le sue truppe negoziando una cessazione delle ostilità in Irlanda che gli

permise di riportare in patria gran parte delle truppe realiste reclutate a suo tempo per reprimere la

ribellione.

Il Parlamento, però, iniziava a assaggiare i primi frutti delle varie alleanze che aveva stretto.

L’arrivo nel nord di un esercito scozzese guidato dal conte di Leven rese possibile un attacco

concertato a York nell’estate del 1644. Coscritti locali al comando di sir Thomas Fairfax si unirono

agli scozzesi e alle truppe dell’Associazione Orientale sotto il conte di Manchester, in modo da

formare un esercito di quasi 28mila persone.

Il combattimento ebbe luogo il 2 luglio a Marston Moor e fu una delle maggiori battaglie campali

della guerra. A Marston Moor la vittoria del Parlamento fu netta. La settimana seguente cadde York

e la parte settentrionale del paese finì sotto il controllo del Parlamento. Le truppe del re persero

40mila uomini, compresi molti bravi ufficiali, ma persero soprattutto la convinzione di essere

l’esercito più forte, quello che era destinato a trionfare.

Con il supporto di Goring, la superiorità dell’esercito del re era schiacciante ed Essex dovette

ritirarsi sempre più nell’entroterra della Cornovaglia. Infine la ritirata di Essex ebbe fine: il 2

settembre l’intera fanteria delle truppe parlamentari si arrese e il conte fu costretto a fuggire su una

piccola imbarcazione.

Ma il peggio doveva ancora venire. L’esercito del re, con le nuove provviste e provviste confiscate

alle truppe arrese, si volse verso est, diretto a Londra. Lungo il cammino, le sue file si

ingrossavano. Il parlamento ordinò ai suoi tre eserciti principali di entrare in azione, diretti da un

Consiglio di Guerra litigioso nel quale Essex, Waller e Manchester non riuscivano a trovare un

accordo. Sciuparono così la loro superiorità numerica nella seconda battaglia di Newbury (27

ottobre), quando Manchester non si accorse a sostenere un vittorioso attacco delle truppe

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parlamentari, e rimasero a guardare imponenti Carlo che liberava Donnington Castle (7

novembre), recuperando gran parte della sua artiglieria pesante.

CAPITOLO 7 – GUERRA CIVILE E RIVOLUZIONE, 1645 – 1649

Le guerre dei Tre Regni furono un’esperienza devastante che lasciò il segno su intere generazioni

di inglesi. I combattenti iniziati con l’invasione scozzese dell’Inghilterra nel 1640 si espansero

rapidamente a tutto l’arcipelago. Vennero istituite postazioni militari permanenti in Irlanda e in

Scozia mentre, a partire dal 1642 e per i quattro anni successivi, gli scontri in Inghilterra furono

quasi ininterrotti. Per i civili la situazione era spesso peggiore che per i soldati, dato che le

proprietà private vennero confiscate, le violenze gratuite crebbero, le tasse aumentarono fino a

dieci volte rispetto al periodo precedente la guerra.

La vittoria del Parlamento nella Prima Guerra Civile non fu affatto certa, anzi nessuno avrebbe

potuto prevederla prima della battaglia di Naseby. Le divisioni interne al Parlamento annullarono il

vantaggio costituito da una maggiore disponibilità di risorse e più la guerra si protraeva, più il

popolo desiderava tornare a una normalità che l’amara esperienza dei combattimenti rendeva

sempre più lontana. Eppure, mentre la guerra continuava, i parlamentari non cercavano altro che

una resa di Carlo alle loro condizioni. Da parte sua il re era convinto che alla fine la vittoria gli

avrebbe arriso: la sua causa era gusta, i suoi generali eccellenti, le sue truppe adeguate allo scopo

che si proponeva.

Nonostante le vittorie, le cose non andavano bene per il Parlamento. A tenerlo unito era solo

l’opposizione al re; rimossa tale forza gravitazionale, tutte le sue componenti si disperdevano in

ogni direzione. Gli scozzesi chiedevano concessioni a cui gli inglesi non avrebbero mai

acconsentito. La City di Londra minacciava una rivolta fiscale. I gruppi politici all’interno della

Camera dei Comuni lottavano per la supremazia in vista di una restaurazione e quindi della

munifica benevolenza del sovrano. I soldati chiedevano i pagamenti arretrati e si preoccupavano

de loro futuro.

Questo periodo si stasi fu risolto una volta per tutte dall’esercito, prima del 1647, quando si oppose

al suo scioglimento e sfidò apertamene l’autorità del Parlamento, quindi dopo la Seconda Guerra

Civile, quando mise da parte re e Parlamento e trasformò la guerra civile in rivoluzione.

La campagna del 1644 fu disastrosa per entrambe le fazioni. I problemi del Parlamento erano

altrettanto gravi.

L’esercito, però, aveva in sé ben poco di nuovo. Ci si limitò a riunire ciò che rimaneva degli eserciti

già esistenti, unificare le loro tesorerie e gli intendenti le cui funzioni andavano a sovrapporsi. La

novità consisté nella decisione del Parlamento di imporre un’ordinanza di auto-esclusione a tutti i

propri membri della Camera dei Lord. Non si trattò, comunque, di un attacco alla aristocrazia,

quanto piuttosto ai centri locali di organizzazione militare. Privando tutti i nobili della loro autorità

militare, le forze locali avrebbero necessariamente finito per sottostare all’autorità centrale e i

comandamenti locali sarebbero stati subordinati al generale appena dal Parlamento, sir Thomas

Fairfax.

Moderato in campo religioso e politico, Fairfax si era infine schierato con il Parlamento e aveva

guidato con successo la cavalleria dello Yorkshire fin dall’inizio della guerra. Si era conquistato la

fiducia dei suoi uomini dividendo con loro le asperità dei bivacchi e i pericoli della battaglia.

L’incarico di guidare la cavalleria del Nuovo Modello toccò invece a Cromwell.

La creazione dell’Esercito di Nuovo Modello era avvenuta in un clima di crisi e di forti tensioni. Le

fatiche della guerra logorarono i parlamentari più del sovrano. L’utilizzo di poteri straordinari, della

legge marziale e di espedienti fiscali erano in aperto contrasto con la loro astratta difesa della

libertà.

Agli inizi di giugno entrambi gli schieramenti avevano preso separatamente la decisione di

scontrarsi. Rupert allentò la pressione del Nuovo Modello su Oxford conquistando e

26

saccheggiando Leicester. Il nord e l’est rimasero così aperti alle incursioni dei monarchici,

costringendo il Comitato dei Due Regni a ordinare a Fairfax di entrare in azione. A Cromwell fu

affidato il comando della cavalleria e a Fairfax la direzione strategica dell’esercito. La battaglia era

imminente.

I due eserciti si scontrarono a Naseby il 14 giugno 1645. Le truppe parlamentari erano più

numerose, ma quelle monarchiche meglio organizzate e dotate di maggiore esperienza.

La battaglia fu simile a quelle di Edgehill e di Marston Moor. La brigata di Cromwell era

numericamente superiore e quindi una parte di essa prese a inseguire la cavalleria realista in fuga

mentre il resto accorse a spalleggiare la fanteria, determinando la svolta decisiva della battaglia.

Con i cavalli di Cromwell che attaccavano da sinistra e i dragoni parlamentari da destra, la

compattezza della fanteria del re venne meno. Per evitare il massacro, Astley si arrese con tutte le

sue truppe, oltre 4mila soldati e cinquecento ufficiali. Carlo perse inoltre tutta l’artiglieria e ottomila

armi, il bottino dei monarchi a Leicester, oltre alla corrispondenza privata con la moglie.

La battaglia di Naseby non mise fine alla Guerra Civile, ma rese inevitabile la vittoria delle truppe

parlamentari. Carlo non era in grado di sanare una perdita così massiccia di uomini e mezzi

proprio all’inizio della campagna di quell’anno.

Dopo la vittoria di Naseby, l’obiettivo principale del Parlamento divenne la parte occidentale del

paese, dove si trovava la maggior parte delle ultime roccaforti realiste. Fu una campagna brutale e

cruenta. Le forze monarchiche si trincerarono nei centri maggiori e i soldati del re si batterono con

frenetica disperazione. Il primo scontro avvenne con le forza di Lord George Goring. L’Esercito di

Nuovo Modello, ora diviso in molte unità di combattimento, ruppe l’assedio di Goring a Taunton,

presidio dei parlamentari, e si scontrò il 10 luglio con il grosso del suo esercito e Langport. Il 22

luglio la brigata di Fairfax conquistò con la forza dell’artiglieria la città di Bridwater nonostante la

scarsità di uomini, denaro ed equipaggiamento, mentre il 30 luglio accettò la resa immediata di

Bath.

Bristol era l’unica delle fortificazioni occidentali di Carlo a non essersi ancora arresa. Il castello era

ritenuto inespugnabile ed era difeso dal principe Rupert, in attesa che Carlo, con quel che gli

restava dell’esercito, venisse a liberarlo nel giro di tre settimane. La città era ben rifornita, ma di

recente era scoppiata un’epidemia di peste dentro le mura che, pur rappresentando un deterrente

per gli assedianti, aveva esaurito le scorte degli assediati. Fairfax aveva comunque preso la sua

decisione: Bristol doveva essere espugnata e non capitolare per fame. Il 4 settembre intimò la resa

alla città, ma Rupert trascinò le trattative per quasi una settimana. Alla fine Fairfax ordinò ai suoi

uomini di attaccare e in meno di un giorno, tra lo stupore di Carlo ma anche di Fairfax, il principe si

arrese.

La Guerra Civile proseguì per altri otto mesi, ma consistette principalmente in azioni di disturbo

messe in atto dai parlamentari. Durante l’inverno 1645-46 l’attenzione generale si focalizzò sulla

pace e non sulla guerra.

Non appena il Parlamento incominciò a elaborare un proprio programma di riforma religiosa,

tuttavia, i suoi membri si divisero in tre gruppi: episcopali riformisti, presbiteriani e indipendenti. La

maggioranza era rappresentata dagli episcopali. Pur auspicando un cambiamento radicale, essi lo

ponevano all’interno dell’assetto stabilito da Elisabetta. La minoranza, divisa tra presbiteriani e

indipendenti, volevano l’abolizione dei vescovi. Questa minoranza finì per dominare sia

l’Assemblea dei Teologi di Westminster, sia le commissioni parlamentari sulla questione religiosa.

Con la prospettiva della vittoria, nacque anche l’esigenza di formulare i termini con i quali restituire

il trono al re. Gli scozzesi insistevano sul fatto che la Lega e il Patto Solenne avevano promesso

l’uniformità presbiteriana secondo le tendenze generali della loro Chiesa. Gli indipendenti, invece,

erano a favore della tolleranza religiosa. Pur essendo in netta minoranza, la loro causa fu

sostenuta dal successo di Oliver Cromwell, il quale, ancora circondato da mucchi di cadaveri,

scrisse dal campo di Naseby implorando il Parlamento di proteggere la libertà di coscienza.

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L’influenza dei ministri presbiteriani londinesi si estese ben oltre le loro congregazioni. Essi

agivano in accordo con i commissari scozzesi al Parlamento in quanto loro compagni di fede ed

erano saldamente legati ai governatori di Londra. Gli scozzesi e la City erano stati gli alleati più

fedeli del Parlamento. L’esercito scozzese era rientrato in Inghilterra per ordine del Parlamento nel

1644, anche se fondamentalmente aveva dato un contributo minimo alle azioni belliche.

Mentre l’esercito del Patto si dirigeva a sud, le forza monarchiche guidate dal marchese di

Montrose si radunarono negli Highlands. Il successo di Montrose in quella che fu una brutale

guerra tra clan frenò il coinvolgimento scozzese in Inghilterra. Con la guerra alle spalle, Londra

chiedeva quanto le era dovuto: l’espansione dei privilegi della città, il rientro dei prestiti con gli

interessi e lo scioglimento del costoso apparato militare.

L’influenza di questi gruppi di pressione crebbe a dismisura nel maggio del 1646, quando Carlo,

travestito da servo, lasciò furtivamente Oxford e si presentò al quartier generale dell’esercito

scozzese a Newark. Qui egli sperava nel successo della strategia del divide et impera, che aveva

già funzionato nel 1641. Il re avviò le trattative direttamente con gli scozzesi, rendendo tesi i

rapporti fra i due regni e suscitando il timore di un altro conflitto. Le proposte di pace del

Parlamento il controllo dell’esercito per 20 anni e di escludere dall’amnistia oltre 50 tra i più

influenti sostenitori di Carlo. Aveva già respinto la richiesta degli scozzesi di abolire l’episcopato

inglese, nonostante le suppliche della moglie, degli inviati dei suoi alleati stranieri e di tutti i suoi

consiglieri politici. Se non aveva voluto accettare le condizioni meno rigide proposte dagli scozzesi,

a maggior ragione non avrebbe accettato quelle più intransigenti offerte dal Parlamento. Ma se il re

non accettava compromessi sulla questione religiosa, era difficile capire cosa avessero da

guadagnare gli scozzesi nel proteggerlo. Infatti, mentre Carlo si cullava nell’illusione di essere un

ospite, gli scozzesi lo consideravano senza mezzi termini un loro prigioniero. Avviarono le trattative

per il ritiro delle loro truppe dall’Inghilterra e per il rilascio del re dietro un pagamento di 400mila

sterline.

Questi negoziati segnarono il momento di massima influenza dei presbiteriani in Parlamento.

Erano stati alleati a lungo con gli scozzesi e con i personaggi più influenti del mondo finanziario

londinese, ed entrambi avevano ora un’importanza vitale per poter tenere in pugno il re. Ora

soltanto loro potevano negoziare il rilascio del re e raccogliere i fondi richiesti. Presentarono in

Parlamento una legge a favore della vendita delle terre dei vescovi, riuscirono a ottenere tassi

favorevoli per i prestiti e appoggiarono la City di Londra nella richiesta di espandere la sua

giurisdizione. Queste alleanza politiche dettero ben presto il risultato voluto: il 30 gennaio 1647

l’oro inglese fu consegnato in cambio di re Carlo I.

L’unico tipo di accordo possibile prevedeva quindi che il re non avrebbe avuto voce in capitolo né

sullo scioglimento della Chiesa episcopale, né sulla costituzione di forze di occupazione per

sedare la rivolta dei cattolici in Irlanda. Nella sua posizione di capo dei presbiteriani alla Camera

dei Comuni, Denzil Holles elaborò un piano semplice e brillante per rimuovere questi ostacoli dal

cammino della pace. La Chiesa esclusivamente presbiteriana istituita dal Parlamento nel marzo

del 1646 sarebbe stata rafforzata dall’interno e dall’esterno. Il Parlamento diede direttive

all’Assemblea dei Teologi affinché concludesse la Confessione di Fede e incoraggiò la crescita

delle nuove classi presbiteriane a Londra. Furono introdotte leggi allo scopo di prevenire lo

sviluppo delle eresie e la predicazione da parte dei laici. Ancor più importante fu la decisione di

mettere in vendita le terre dei vescovi che portò infine alla soppressione dell’episcopato. Cinque

anni di dispute teologiche furono risolte in poche settimane di realismo fiscale. Con la scomparsa

dell’episcopato, sarebbero scomparse anche le sue pretese sulle proprietà. In secondo luogo,

Holles progettò la pacificazione dell’Irlanda. La brigata del maggior generale Edward Massey, già

di stanza nell’Inghilterra occidentale, sarebbe stata raggiunta da un distaccamento dell’Esercito di

Nuovo Modello per creare una forza di invasione di dimensioni consistenti. In Inghilterra incaricati

del Parlamento avrebbero rafforzato le fortezze strategiche mentre altre roccaforti sarebbero state

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smantellate. Quindi le forze parlamentari rimaste sarebbero state sciolte. E tutto questo si doveva

concludere prima di chiedere al re di riprendere il comando del paese. Carlo non avrebbe dovuto

fare alcuna concessione, ma sarebbe semplicemente tornato a Westminster per regnare.

Ma Holles non aveva fatto i conti con l’esercito. Per tutta la durata della guerra l’Esercito di Nuovo

Modello era rimasto neutrale. I soldati semplici erano uomini ormai esausti, tenuti in riga da

drastiche punizioni contro i disertori e dall’ammontare degli arretrati. Gli ufficiali erano parlamentari

per scelta, ma con posizioni religiosi e politiche assai diversificate. Il piano di Holles per dividere

l’esercito e mandarne una parte in Irlanda suscitò quindi reazioni personali più che politiche. Nel

marzo del 1647 le truppe dei reggimenti distaccati iniziarono a chiedere gli arretrati e l’indennità di

guerra, opponendosi all’arruolamento forzato in Irlanda. L’opposizione dell’esercito avrebbe potuto

sconvolgere l’intero assetto che aveva progettato. Il 30 marzo Holles presentò in Parlamento una

dichiarazione in cui attaccava violentemente i fautori della petizione, definendoli nemici dello Stato.

La dichiarazione del 30 marzo portò quasi all’ammutinamento dell’esercito. La petizione fu

dimenticata, ma le truppe cominciarono a organizzarsi. Vennero scelti in ogni reggimento i

cosiddetti agitatori, ovvero degli agenti che avrebbero presentato le loro lagnanze al Consiglio di

Guerra. Ogni reggimento teneva regolari riunioni per discutere le proteste da presentare e dare

istruzioni ai propri agitatori.

La difesa dell’onore dell’esercito fece il gioco degli oppositori di Holles a Westminster, che

comprendevano anche Cromwell e Hentry Ireton. Entrambi erano sia membri del Parlamento che

ufficiali di grado superiore, convinti della necessità di non smembrare l’Esercito di Nuovo Modello

fino a che non fosse state repressa la rivolta irlandese. Il malcontento che serpeggiava fra le file

dell’esercito accrebbe però le richieste di un suo scioglimento. Soltanto a Londra si poteva trovare

il denaro necessario per finanziare l’invasione dell’Irlanda e pagare gli arretrati ai soldati. I

londinesi, tuttavia, insistevano sullo scioglimento, per diminuire le tasse e allentare la tensione

politica. Quindi Holles decise di andare avanti con il suo progetto, reclutando volontari per l’Irlanda

nell’Esercito di Nuovo Modello e affidandoli a ufficiali politicamente affidabili, per poi insistere con il

suo progetto di smobilitazione. A maggio presentò un progetto di legge che prevedeva l’indennità, il

pagamento in contanti dei salari e garanzie scritte per gli arretrati. Ma non si fece niente per

difendere l’onore dell’esercito.

Nell’esercito crescevano le proteste contro il suo scioglimento. Il Parlamento aveva sbarrato le

porte alle loro richieste. Molti ufficiali di grado minore condividevano le preoccupazioni delle truppe

e in aprile si erano riuniti, dichiarandosi solidali con i propri uomini. Gli ufficiali di grado più alto si

trovavano invece in una posizione più complessa. Da una parte erano responsabili della disciplina

interna, minacciata dalle ininterrotte agitazioni politiche.

A maggio gli agitatori erano in fibrillazione: la loro sicurezza era in pericolo. Erano convinti che i

presbiteriani in Parlamento fossero coinvolti in una cospirazione per distruggere l’esercito. Una

volta giunto l’ordine di scioglimento, non avrebbero potuto scegliere che l’obbedienza o la

ribellione. Il primo giugno scelsero la ribellione. I soldati intercettarono il convoglio con il denaro

destinato allo scioglimento dell’esercito. Il 5 giugno gli agitatori tennero una riunione e siglarono un

impegno solenne a non scegliere fino a quando le loro giuste lagnanze non avrebbero ricevuto una

risposta. Negavano inoltre di essere in rivolta e respingevano l’accusa di essere manovrati da

forze politiche.

La cattura del re fece naufragare i piani di Holles. Carlo poteva ora usare gli indipendenti

nell’esercito contrapponendoli ai presbiteriani in Parlamento, di fronte ai quali, durante l’estate, egli

non mancò di far balenare la prospettiva di un accordo religioso improntato a una notevole

tolleranza. Per di più, l’esercito insisteva per un riconoscimento delle proprie rivendicazioni, che

ora includevano l’incriminazione di Holles e di dieci dei suoi stretti collaboratori con svariate

imputazioni. Nella Camera dei Comuni, i moderati cominciarono ad allontanarsi da Holles e dal suo

gruppo. I presbiteriani erano tuttavia la maggioranza e in luglio si opposero alle pretese militari di

29

incriminare undici dei loro capi e di pagare i soldati dei Nuovo Modello con i fondi raccolti per il suo

scioglimento.

Per tutto il mese di luglio, i soldati congedati dai vecchi eserciti parlamentari affluirono in massa a

Londra per reclamare le loro paghe arretrate. Crebbe così il timore di un ulteriore scontro militare: i

soldati congedati e le truppe in attesa di essere distaccate in Irlanda erano ammassati dentro

Londra mentre fuori dalla città era assembrato l’Esercito di Nuovo Modello.

Lo stallo fu superato quando in Parlamento si presentarono in massa apprendisti e congedati

chiedendo che venissero prese in considerazioni le loro rivendicazioni piuttosto che quelle

dell’Esercito di Nuovo Modello. Il 26 luglio le Camere furono tenute in ostaggio da una folla in

tumulto che, con la spada in pugno, ottenne che si votasse contro l’esercito. Entrambi i presidenti e

quasi 100 membri delle due Camere lasciarono Londra quella notte stessa per chiedere protezione

a Fairfax. Nei 5 giorni successivi Londra si armò in vista della guerra. Il Parlamento inviò suoi

rappresentanti nel quartier generale dell’esercito per scongiurare un attacco, ma Fairfax e il

Consiglio di Guerra non desistettero. Ricongiunsero l’esercito e cominciarono a marciare

ordinatamente alla volta di Londra. La notte del 2 agosto ogni opposizione all’esercito scomparve.

La mattina seguente migliaia di soldati del Nuovo Modello entrarono marciando nella capitale per

rimettere al loro posto i presidenti e i membri del Parlamento, cacciare Holles e i suoi sostenitori e

ribadire il ruolo politico dell’esercito.

L’esercito, con la sua contrapposizione alla tirannia del Parlamento, divenne l’asilo di altri gruppi

emarginati. La creazione di una Chiesa presbiteriana e gli attacchi alle differenze in campo

religioso rappresentavano una minaccia diretta alle congregazioni londinesi degli indipendenti.

Nella primavera del 1647 questi si allearono con una coalizione di radicali conosciuti con il nome di

livellatori e chiesero al Parlamento libertà civili e tolleranza religiosa.

Le ripetute richieste di aiuto dei livellatori ai comandanti militari durante l’estate non ebbero

successo e così nell’autunno del 1647 essi si rivolsero alle truppe. Accusarono Cromwell e Ireton

di vendere il sangue dei loro uomini per un tornaconto personale nei negoziati con il re e con un

Parlamento corrotto.

Il trattato politico Agreement of the People si riaffermava la sovranità del popolo e la supremazia

del Parlamento. Il trattato metteva da parte la monarchia, investendo il Parlamento del potere

amministrativo ed esecutivo senza però facoltà coercitive in campo religioso. Chiedeva inoltre

riforme elettorali basate sul principio del suffragio universale. Quando i livellatori si accorsero che i

dibattiti non portavano a nulla, chiesero che si passasse all’azione. Gli ufficiali di rango più elevato

erano però decisi a ripristinare la disciplina. Rispedirono gli agitatori ai loro reggimenti, soffocarono

una rivolta sul nascere e smistarono il concentramento di truppe intorno a Londra in diversi

accampamenti invernali.

I moderati alla Camera dei Comuni rimasero addirittura sgomenti dall’ingresso dei militari nella vita

politica del Parlamento,. Durante l’autunno la frequenza alle riunioni diminuì e le discussioni si

fecero più aspre. Tutta questa situazione giocò a favore del re, il quale trattava allegramente con

tutti, pur essendo nominalmente sotto il controllo dei militari.

L’ascesa al potere dei militari rappresentò una minaccia soprattutto per gli scozzesi. Raggiunta

un’intesa con Holles e i suoi alleati per un assetto che salvaguardasse i presbiteriani, gli scozzesi

avevano ceduto il re e ritirato le loro truppe dall’Inghilterra. Le trattative in corso tra i capi

dell’esercito e Carlo, però, non solo indebolivano la Chiesa presbiteriana di recente fondazione,

ma minacciavano anche l’integrità della Chiesa di Scozia. Il Parlamento restava a guardare

impotente i negoziati tra Carlo, l’Esercito di Nuovo Modello e gli scozzesi. Le voci sulle proposte

scozzesi accrebbero l’urgenza di una iniziativa parlamentare. Nel dicembre del 1647, i capi militari

si resero conto che non avrebbero mai trovato un accordo con il re, mentre, se ci fossero riusciti gli

scozzesi, sarebbe scoppiata un’altra guerra. I parlamentari moderati e gli indipendenti chiesero ai

presbiteriani di formare un fronte unito e preparare insieme un novo elenco di condizioni, note con

30

il nome di Four Bills. Con esse si delegava al Parlamento il controllo della milizia per 20 anni e si

chiedeva al re di accettare la recente legislazione parlamentare in campo ecclesiastico, compresa

l’abolizione dell’episcopato. I Four Bills furono presentati a Carlo il 24 dicembre. Due giorni dopo il

re firmò l’accordo con gli scozzesi.

Per i membri del Parlamento questa fu l’ultima goccia. Avevano messo da parte le loro differenze

politiche pagando un prezzo enorme, visto che avevano invitato gli undici capi presbiteriani a

tornare in Parlamento. Il 3 gennaio 1648, con una maggioranza di 50 voti, la Camera dei Comuni

approvò una mozione in cui si chiedeva di non presentare altre proposte di pace a un re che agiva

in moto tanto dissennato. A Londra si diffusero in un lampo false notizie di un complotto per

uccidere il re o di una sua fuga sul continente. In provincia, invece, rinacque un forte senso di

lealtà verso Carlo I.

Furono in particolare le commissioni di contea a diventare oggetto di critiche, in quanto simbolo di

un governo arbitrario e di una tirannia parlamentare che allontanò sempre più la gentry dagli

uomini di Westminster. Erano il bersaglio dell’opposizione alle imposte, alle tasse per la guerra e

alla continua disgregazione della vita civile. Nell’inverno 1647-78 gli scontri tra civili e militari si

fecero sempre più frequenti. Le commissioni affrontarono il problema di chi si rifiutava di pagare le

imposte inviando nei villaggi dei soldati che a loro volta divennero oggetto di provocazioni.

Fu però nel Galles, dove sia gli ufficiali sia i soldati si opposero al congedo, che i tumulti sporadici

scoppiati in tutto il paese esplosero in un conflitto di vaste proporzioni. Le truppe si appropriarono

del denaro destinato ai congedi e formarono una forza di disertori che acclamava il re e il suo libro

di preghiere. Alla fine di aprile del 1648 tutto il Galles meridionale era ormai in rivolta e un

contingente di truppe dell’Esercito di Nuovo Modello rischiò di essere sopraffatto.

Carlo era ormai riuscito a unire i suoi sostenitori in Inghilterra con gli scozzesi insoddisfatti che si

opponevano all’intervento politico dei militari. Si arrivò così alla Seconda Guerra Civile, fra

insurrezioni locali e l’invasione delle truppe scozzesi, che dimostrò quanto il Parlamento avesse

perso il controllo delle roccaforti del potere e quanto l’esercito fosse ovunque detestato. Gli

scozzesi realisti erano guidati dal marchese di Hamilton e, nonostante, cospicui sforzi, trascorsero

diversi mesi tra la rivolta del Galles e l’attacco scozzese. Hamilton, infatti, per ,muovere guerra

dovette superare l’opposizione attiva della Chiesa di Scozia e quella passiva del Patto e nel luglio

del 1648, reclutati più di 10mila uomini, entrò in Inghilterra per sostenere il re.

Mentre Hamilton marciava verso sud, Cromwell si diresse verso di lui. Una rapida vittoria scozzese

era ancora possibile, come era già successo nella Seconda guerra dei Vescovi, data la forte

superiorità numerica delle forze monarchiche rispetto a quelle parlamentari guidate da John

Lambert. Tuttavia gli scozzesi, disorganizzati e scarsamente riforniti, non attaccarono e Cromwell

ebbe tutto il tempo di raggiungere Lambert e mettersi al comando di una potente brigata. Quando

infine si giunse allo scontro, che avvenne nei pressi di Preston il 17 agosto 1648, la sorte degli

scozzesi era segnata. La loro cavalleria fu sbaragliata dagli esperti soldati di Cromwell, che sotto

una pioggia battente inseguirono l’esercito di Hamilton in un fuga fino allo stremo. Dopo tre giorni

di combattimento, Cromwell aveva preso 10mila prigionieri e Hamilton fu costretto ad arrendersi

per salvare il resto delle sue truppe. Fu condotto a Londra, processato e giustiziato.

I moderati e i presbiteriani, che insieme avevano proposto il Trattato di Newport, anelavano alla

pace, ma non avrebbero mai rinunciato agli ideali per i quali avevano combattuto. Esigevano che il

re garantisse al Parlamento il controllo della milizia per dieci anni, che istituisse il

presbiterianesimo per tre anni e che escludesse gli esponenti monarchici di maggior rilievo da ogni

futuro incarico. Alcuni delegati parlamentari si recarono il 15 settembre a Newport con 40 giorni a

disposizione per siglare l’accordo con il re. Un mese prima, Carlo aveva messo al corrente i suoi

consiglieri in esilio della sua intenzione di avviare una trattativa fittizia, mentre progettava la fuga

dalla sua prigionia. 31

Nelle ultime settimane di dicembre gli ufficiali, compreso Cromwell che appena rientrato a Londra,

aveva preso le redini della situazione, cercarono soluzioni alternative. Ma il comportamento del re

si era fatto sempre più stravagante dopo un fallito tentativo di fuga dal castello di Hurst. Comunque

fosse Carlo rifiutò una dopo l’altra tutte le possibilità che i suoi avversari gli offrivano. Il re aveva

dichiarato guerra al suo popolo. Il 30 gennaio 1649 la giustizia fece il suo corso in nome del

popolo. La Rivoluzione inglese era iniziata.

CAPITOLO 8 – SANTI E SOLDATI, 1649 - 1658

Il regicidio fece dell’Inghilterra una nozione fuorilegge, oggetto di ostracismo da parte degli stati

europei che, nel frattempo, dichiararono aperta la caccia alla flotta inglese. Carlo II fu proclamato

re d’Inghilterra in Scozia, dove radunò un esercito e organizzò un’invasione. Fu proclamato re

anche in Irlanda, in tutte le città e i paesi controllati dai monarchici. In Inghilterra, gran parte della

nazione accettò il Commonwalth e successivamente, pur se con maggiori riserve, il Protettorato. I

membri della gentry si ritirarono quasi in massa dalle amministrazioni locali, cedendo il posto a

persone socialmente inferiori e lasciando la gestione della giustizia e del potere nelle mani di

principianti. Perfino i sostenitori del Commonwealth fecero osservare le leggi in modo rigido e

letterale.

Ai più fervidi sostenitori della Rivoluzione, tuttavia, queste constatazioni non creavano alcun

problema. Era il peso politico, e non il numero, a contare realmente. Che importanza aveva se alla

Camera dei Comuni nemmeno un quinto dei parlamentari aveva riconosciuto valido il processo al

sovrano, se nemmeno la metà dei giudici dell’Alta Corte di Giustizia aveva emesso la sentenza?

Era la passione per la perfezione, unita a una visione bruciante del futuro, a sostenere i fautori

della Rivoluzione.

La Rivoluzione nascondeva in sé impulsi contraddittori. Il fervore dell’entusiasmo puritano la

spingeva in avanti, mentre la forza del costituzionalismo della gentry ne frenava l’avanzata. I

religiosi più radicali consideravano prive di significato le formalità esteriori e si stancarono presto

delle liti sulle costituzioni cartacee. Il loro interesse per l’amministrazione pubblica si limitava a

pretendere che essa non interferisse nelle questioni di coscienza. Di contro, i costituzionalisti

parlavano esclusivamente di governo e trovavano appoggi in parlamento. Per tutti loro, che

fossero teorici repubblicani, comuni giuristi o semplici amministratori locali, il problema della

Rivoluzione era un problema di ordine.

Per quasi un decennio queste contraddizioni generarono esperimenti infruttuosi di forme di

governo repubblicano. Ogni costituzione tentava di ricreare un sistema tripartito in esecutivo,

consiglio e Parlamento, ma ciascuna s’infrangeva sulla propria incapacità di individuare l’autorità

centrale. Il Rump affermava di essere la forma più pura di repubblica, senza singole personalità

alla sua guida. L’Assemblea che lo sostituì fu un tentativo di formare un governo di santi, che

cadde per dissapori interni. Il Protettorato che ebbe durata più lunga, ripristinò molte delle forme

tradizionali di governo, tra cui infine anche una Camera dei Lord, ma anche la sua impalcatura

poggiava sulle sabbie mobili. Evitò di finirci invischiato soltanto grazie alla straordinaria personalità

di Oliver Cromwell. Alla sua morte suonò anche il rintocco funebre della Rivoluzione.

Oliver Cromwell, la cui importanza andò crescendo in questi anni, aveva quasi 50 anni quando

firmò con mano ferma la condanna a morte del re. Cromwell possedeva in particolare due qualità:

era capace di ispirare gli altri tanto da spingerli a superare i propri limiti e riusciva a controllare la

sua stessa ferocia nel furore della battaglia. La prima qualità può rendere conto dei suoi successi

sul campo di battaglia e della sua capacità di reclutare soldati per conto del Parlamento; la

seconda gli permise di vincere ogni combattimento in cui si venne a trovare. Nelle battaglie cruciali

della Guerra Civile si rivelò decisiva la sua abilità nel radunare i suoi uomini, intenti a inseguire il

nemico dopo averlo sbaragliato. 32

Pur essendo uno dei primi membri del Parlamento Lungo, Cromwell trascorse ben poco tempo a

Westminster durante le guerre. Di conseguenza , il suo impegno politico passò in secondo piano

rispetto alla lealtà che provava per chi rischiava la vita per la causa parlamentare. Difendeva senza

mezzi termini la proprietà privata, e questo lo pose in conflitto con re, con i livellatori e con tutti

coloro che avrebbero voluto abolire le decime. Questa stessa convinzione, inoltre, lo spinse a

sostenere la monarchia nel 1648 e l’instaurazione del Protettorato nel 1654. Con la difesa della

libertà di coscienza si inimicò i sacerdoti, gli scozzesi e i presbiteriani inglesi. Credeva fermamente

che la nazione non dovesse essere governata dalla spada, e questo principio, più di ogni altri,

determinò il corso della politica inglese nel decennio successivo.

L’istituzione del Commonwealth fu corretta dal punto di vista giuridico. La decisione di epurare il

Parlamento anziché scioglierlo significò che non si sarebbe stato alcun interregno nel suo ruolo di

corpo rappresentativo. Durante la prima settimana di febbraio del 1649, i Comuni presentarono un

progetto di legge con cui si proponeva di abolire sia la monarchia sia la Camera dei Lord. Il

progetto che dichiarava l’Inghilterra una repubblica richiese tempi più lunghi e fu inserito nel codice

solo a metà di maggio. Nel frattempo, i membri più influenti del Rump cercavano di ristabilire

contatti con quei parlamentari a cui si poteva concedere di tornare alla Camera.

In genere si permise di sedere nuovamente in Parlamento a persone molto meno rivoluzionarie di

quelle che avevano mantenuto il seggio, ma l’impronta conservatrice del Rump era evidente

persino nei suoi membri più radicali.

La protesta di Londra non fece che aumentare l’inquietudine già presente nell’esercito. Le paghe

arretrate erano aumentate e la carestie del 1648, la peggiore del secolo, rese più oneroso il

mantenimento dell’esercito. Circolarono voci sul fatto che i soldati sarebbero stati costretti ad

andare a combattere in Irlanda. Come era già accaduto , parte del problema dei livellatori

rispondeva direttamente ai problemi dell’esercito e venne abbracciato senza riserve. Quando un

reggimento di Londra si ribellò pretendendo le paghe dovute, uno dei soldati fu processato da una

corte marziale e fucilato. Ne seguirono tumulti ancora più gravi tra i reggimenti scelti a sorte per la

campagna in Irlanda. Le truppe erano scontente delle condizioni imposte e chiedevano il diritto di

eleggere dei rappresentanti e di discutere dell’arruolamento nelle truppe per l’Irlanda in un

consiglio generale.

Il Rump aveva preso la decisione di riportare la pace in Irlanda entro brevissimo tempo. Il nuovo

regime doveva proteggere i confini da possibili invasioni straniere e durante l’inverno si sparse la

voce che Carlo II sarebbe sbarcato in Irlanda. Il Rump doveva anche provare ai creditori la sua

buona fede. Fin all’inizio della guerra, il Parlamento aveva preso in prestito ingenti somme di

denaro offrendo come garanzia territori irlandesi e i creditori reclamavano il dovuto. Il Rump

nominò Cromwell comandante della spedizione, rifornendolo a sufficienza di uomini, denaro e

mezzi. Il suo compito era quello di soccorrere i contingenti parlamentari a Dublino, assicurare il

predominio dei protestanti nell’Ulster e nel Munster e conquistare, se ci riusciva, il resto dell’isola.

Dopo la ribellione del 1641, la situazione in Irlanda era diventata una matassa aggrovigliata di

questioni religiose, fedeltà al governo e interessi personali. I ribelli erano una coalizione di irlandesi

e vecchi inglesi, che aveva preso il nome di Confederazione Cattolica d’Irlanda. Pur ribadendo la

propria fedeltà a Carlo I, la Confederazione si dichiarava sovrana di tutto il territorio che si trovava

sotto il suo controllo. Ai confederati si opponeva un amalgama di nuovi inglesi e di scozzesi

dell’Ulster, i primi in prevalenza monarchici e i secondi seguaci del Parlamento.

Nel 1643, per portare in Inghilterra l’esercito del duca Ormond che guidava quel che rimaneva

dell’esercito di Strafford e le truppe protestanti locali, Carlo aveva tentato di porre fine alla rivolta

irlandese, impegnandosi a garantire una momentanea tolleranza per i cattolici. Ma, stranamente, la

cessazione degli scontri aveva spaccato entrambi gli schieramenti. Come prevedibile, i protestanti

che appoggiavano il Parlamento si erano rifiutati di attenersi alle condizioni dell’accordo. Ma anche

i confederati si divisero. Consigliati dalla Chiesa di Roma, i capi degli irlandesi chiedevano la

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reintegrazione totale del cattolicesimo. I loro alleati, i vecchi inglesi, erano meno intransigenti,

perché si rendevano conto che Carlo I aveva bisogno dell’appoggio dell’Irlanda per sopravvivere.

Nonostante l’interruzione del conflitto nel 1643, in Irlanda si ebbero scontri sporadici fino alla fine

della Prima Guerra Civile. Il paziente lavoro diplomatico di Ormond fece in modo che i confederati

rimanessero divisi politicamente, permettendo così la sopravvivenza dei protestanti monarchici. La

situazione cambiò nel 1647. Il Parlamento, con Carlo che era praticamente suo prigioniero,

assunse il controllo dell’Irlanda. Ormond offrì concessioni permanenti ai vecchi inglesi in cambio di

sostegno in quella che poi sarebbe diventata la Seconda Guerra Civile. Ma il partito papista, sotto

il controllo politico del legato fiorentino Giovanni Rinuccini e quello militare di Owen Roe o’Neill,

rifiutò ogni compromesso. Non avrebbe mai aderito a una coalizione che conteneva nuovi inglesi

protestanti e scozzesi dell’Ulster presbiteriani, anche se fosse stata talmente potente da rigettare

in mare le forze parlamentari inglesi.

Nella guerra che seguì, Ormond e i suoi alleati scozzesi tentarono di riconquistare Dublino e

l’Ulster , in mano ai parlamentari. Non li fermò né la sconfitta delle truppe monarchiche in

Inghilterra e in Scozia né il processo e la morte di Carlo I. Alla fine di luglio, l’arrivo di oltre duemila

rinforzi inglesi salvò Dublino da un lento soffocamento e dalle truppe di Ormond. Con diecimila

esperti veterani e un convoglio di artiglieria pesante, Cromwell marciò verso sud e assediò la città

di Drogheda. Quando la guarnigione rifiutò di arrendersi, cominciò l’assalto: nell’arco di un solo

giorno furono sparata 200 palle di cannone, nelle mura venne aperta una breccia e la città fu

espugnata. Non ci fu clemenza e quasi tutti i difensori della città vennero uccisi. La propaganda

cattolica aveva preannunciato il massacro, e quando questa profezia si avverò, la conseguenza

che i nemici di Cromwell ne trassero fu che ogni palmo di terra irlandese doveva essere difeso fino

alla morte. Pur disponendo di forze superiori, le truppe inglesi impiegarono tre anni per

sottomettere le forze cattoliche.

Tutto lasciava pensare che Carlo II sarebbe intervenuto nella guerra d’Irlanda con tutto l’appoggio

che fosse riuscito a ricevere dai suoi alleati europei; invece i suoi approcci ricevettero un gelido

rifiuto da parte irlandese. Nel 1650, Carlo II firmò allora un trattato con gli scozzesi, con il quale

aderiva al Patto presbiteriano in cambio dell’appoggio alle sue pretese sulla Corona inglese.

Cromwell aveva trascorso in Scozia l’autunno del 1648 ed era a conoscenza delle divisioni

politiche degli scozzesi. Si rivolse quindi sia ad Argyll che ai responsabili della Chiesa scozzese

chiedendo loro che ripudiassero il re e scongiurassero così l’ennesima guerra. Forse avrebbe

ottenuto risultati migliori se Carlo non avesse già raggiunto la Scozia. Ovunque si recasse, il

pretendente l trono radunava folle adoranti, e la sua comparsa nell’accampamento scozzese

convinse tutti della necessità di combattere. Il 3 settembre, a Dumbar, Cromwell riportò una

schiacciante vittoria su un esercito che era quasi il doppio del suo. Rimasero uccisi 4mila scozzesi

e altri 10mila furono presi prigionieri. Le truppe inglesi occuparono rapidamente Edimburgo e

Glasgow senza bagni di sangue e senza suscitare particolari rancori. Con un ultimo tentativo

disperato, Carlo II si precipitò a sud e penetrò in Inghilterra, con la speranza di suscitare

un’insurrezione generale, come era accaduto nel 1648. Ma nessuno era particolarmente

entusiasta di fronte alla prospettiva di un’altra guerra civile, e ancora meno all’idea di dover

appoggiare un’invasione scozzese. Il 3 settembre 1651 Cromwell sbaragliò ciò che restava

dell’esercito monarchico a Worcester. Carlo II riuscì a fuggire dal campo di battaglia mettendo in

salvo la vita e poco altro.

Irlanda diventò una nazione sconfitta, inglobata nel Commonwealth e governata secondo le

direttive inglesi. La campagna irlandese era stata finanziata dando come garanzia il bottino di

guerra e quasi il 40% delle terre irlandesi fu confiscato per restituire i prestiti ai civili inglesi e gli

arretrati ai soldati. Con l’Act of Settlement del 1652, in sei delle contee irlandesi fu confiscata la

terra ai proprietari cattolici. Un trasferimento di beni di questa portata avrebbe potuto provocare

una rivoluzione sociale in Irlanda, mentre invece creò soprattutto una deflazione del mercato

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terriero. Alla Scozia fu riservato invece un trattamento diverso. Furono confiscati solo i

possedimenti degli attivisti monarchici e il Rump propose una unione spontanea, consapevole del

fatto che gli scozzesi non avevano alternative. L’unione effettiva nel 1654 e l’anno successivo fu

nominato un Consiglio di Stato scozzese.

Allo stesso tempo la tradizionale potenza navale inglese riprese vigore e 77 navi da battaglia

vennero costruite o riparate. Il controllo dei mari era un elemento basilare per la sicurezza interna

e di importanza vitale nelle relazioni internazionali, soprattutto in quelle con l’Olanda. Fin dall’inizio

del XVII secolo inglesi e olandesi si erano scontrati sulla questione marittima. Nel 1651 il Rump

approvò un Atto di Navigazione con lo scopo di interrompere i traffici olandesi con l’America

settentrionale. La situazione in mare aperto arrivò a un punto di rottura e si intensificarono gli

scontri tra navi da guerra. Infine, nel 1652, venne dichiarata la guerra fra le due nazioni. Contro

ogni aspettativa, gli inglesi recuperarono i primi successi insuccessi e, guidati brillantemente

dall’ammiraglio Robert Blake, sconfissero gli olandesi, ritenuti fino ad allora invincibili.

I rapporti tra il Parlamento e l’esercito erano rimasti tesi fin dal 1647. I militari avevano manifestato

la loro ferma intenzione di entrare con decisione nel gioco politico, i parlamentari la loro volontà di

sottrarsi al controllo dei militari. La diffidenza era reciproca e fondata.

Le richieste di un cambiamento costituzionale nascevano dalla delusione derivata dai tentativi falliti

di riforma in campo sociale e religioso. L’attacco dei militari si concentrò soprattutto sulla

corruzione dei singoli membri del Rump. Ma la richiesta del suo scioglimento non prendeva in

considerazione l’umore popolare. L’esercito poteva imporre nuove elezioni, ma non poteva

controllarne i risultati. Monarchici, presbiteriani e membri conservatori della gentry erano i

rappresentanti della volontà popolare. La disputa sul nuovo corpo di rappresentanza fu discontinua

per un motivo ben preciso: se si fosse evitate, l’esercito si sarebbe sentito in dovere di intervenire,

ma se si fosse conclusa la parola sarebbe stata la fine per il Commonwealth. Il 20 aprile Cromwell

sciolse il Rump in un impeto di collera. Nei Consigli dell’Esercito si era vivacemente discusso su

due possibili alternative al Rump. La prima, presentata dal maggior generale John Lambert,

proponeva la nomina di un unico governante, con un consiglio controllato da Parlamenti nominati

dal popolo. La seconda alternativa, propugnata dal maggior generale Thomas Harrison, prevedeva

la designazione di un’assemblea, ispirata al Sinedrio degli antichi ebrei.

Una volta sciolto il Rump, Cromwell accettò l’idea di un’assemblea di eletti ispirati da Dio, secondo

le linee generali della proposta di Harrison. L’esercito invitò le chiese riunite a proporre dei

candidati, anche se poi fu il Consiglio degli ufficiali a scegliere i nomi. Il Parlamento che venne così

nominato era composto da 140 membri, compresi 6 scozzesi e 5 irlandesi. La sua composizione

era in effetti molto simile a quella del Rump, con una percentuale maggiore di fanatici religiosi, di

cui per altro soltanto 13 erano noti quinto-monarchisti, e un minor numero di giuristi e ufficiali.

Nonostante le insistenze di Cromwell sul fatto che tale assemblea dovesse agire in stretto contatto

con l’esercito, in uno dei suoi primi atti essa si proclamò Parlamento e nominò un Consiglio di

Stato, composto prevalentemente da civili, insieme al quale governare.

Per la seconda volta in meno di un anno, l’autorità civile tornava in mano all’esercito, e per la

seconda volta Cromwell rifiutò di mettersi alla guida di un governo militare. Decise invece di

rivolgere la sua attenzione al progetto di una costituzione scritta, l’Instrument od Government

proposto da Lambert che fu completato nel 1654. L’Instrument istituiva un governo composto da un

Lord Protettore, un Parlamento e un Consiglio. L’Instrument non iniziava con un’affermazione di

sovranità, anche se si basava sui principi classici di un governo misto. Il potere veniva diviso tra

Protettore, Consiglio e Parlamento in modo tale da tenere sotto controllo gli eventuali abusi di

ciascuno. Inoltre, l’Instrument proteggeva in modo particolare i diritti religiosi.

Il Protettore incarnava il potere esecutivo. Tutte le questioni legali procedevano in suo nome,

aveva il controllo dell’apparato militare e la supervisione di quello diplomatico. Il Parlamento era

composto da una sola camera di 460 membri, compresi trenta scozzesi e trenta irlandesi.

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L’Instrument prevedeva Parlamenti triennali della durata minima di 5 mesi e conferiva loro la

facoltà di promulgare o cambiare le leggi, introdurre nuove misure fiscali, fatta eccezione per

quelle relative al mantenimento dell’esercito permanente. L’Instrument prevedeva anche

l’esistenza di un esercito permanente di 30mila uomini, di una flotta adeguata e di una misera

entrata annua di 200mila sterline riservata al governo.

Nell’esercito il malcontento non si placava. Per tutta la durata del Parlamento erano state fatte

costanti pressioni per sciogliere parte dell’eccessivo apparato militare. L’Instrument aveva previsto

un esercito di 30mila soldati, anche se nelle liste delle truppe ce n’erano quasi il doppio. Cromwell

adottò l’espediente popolare di abbassare le imposte a favore dell’esercito, ma non era preparato

a dimezzare l’esercito.

La nazione fu infine suddivisa in una dozzina di distretti amministrativi, con le spese coperte dalla

decimazione, una tassa del 10% sul valore delle proprietà dei monarchici. Cromwell ordinò ai

maggiori generali di mantenere l’ordine disarmando i dissenzienti, pattugliando le strade maestre e

allontanando i mendicanti.

Nel 1654 cessarono le ostilità con gli olandesi e subito Cromwell cominciò a progettare una guerra

contro la Spagna, considerata dalla sua generazione la nazione dell’Anticristo, la potenza cattolica

più temibile sulla faccia della terra. Negli anni 20 molti parlamentari avevano chiesto a gran voce

che si dichiarasse guerra alla Spagna in mare. Il suo progetto prevedeva la conquista di una

grossa isola delle Indie Occidentali, l’interruzione dei commerci navali spagnoli e, possibilmente, la

cattura delle navi spagnole carichi di tesori. Le forze navali inglesi realizzarono infine tutti e tre gli

obiettivi, anche se in un primo momento l’assalto all’isola di Hispaniola fallì e i comandanti della

spedizione si dovettero accontentare della Giamaica.

La salute di Cromwell degenerò rapidamente. Nominò suo successore il figlio maggiore Richard e

morì il 3 settembre 1658, giorno dell’anniversario del suo più grande trionfo di battaglia.

CAPITOLO 9 - LA RESTAURAZIONE, 1659-1667

La morte di Oliver Cromwell nel 1658 portò a riflettere sui successi e sui fallimenti della

Rivoluzione. Il caos politico del 1659 non giunse quindi inatteso a chi aveva riflettuto sul futuro

dell’Inghilterra.

La restaurazione di Carlo II fu un evento in sé ma anche un processo di eventi. La sua pacifica

ascesa al trono d’Inghilterra nel 1660 mise fine a 20 anni di guerra intestina. Rimasero tuttavia i

problemi irrisolti che avevano scatenato il conflitto e l’amara eredità che esso aveva creato.

L’ascesa al potere di Richard Cromwell, il nuovo Lord Protettore, nel 1658, fu indolore e venne

considerata un segno promettente. I nemici del regime attendevano speranzosi un crollo che non

sarebbe mai giunto dalle province giungevano dichiarazioni di fedeltà e l’esercito promise il suo

sostegno al nuovo capo di stato. Ma Richard Cromwell non era nato per governare. Divenne Lord

Protettore a 31 anni, senza possedere né l’ambizione né la crudeltà necessaria per tenere insieme

il governo. Il suo Consiglio era lacerato da fazioni che Oliver aveva sapientemente manipolato ma

che invece erano al di là del controllo di Richard. Ancor più infausta era la situazione dell’esercito,

diviso e irrequieto.

Il Protettorato conteneva tre eserciti distinti. Quello in Inghilterra, inattivo militarmente ma non

politicamente, era guidato dal cognato di Richard, il generale Charles Fleetwood. Henry, fratello

minore di Richard, era al comando del secondo esercito, in Irlanda. In Scozia, il generale George

Monck guidava il terzo esercito. Veterano delle guerre sul continente europeo, Monck era stato al

servizio del re, del Parlamento e infine del Protettorato.

Il fermento per le paghe arretrate era solo uno dei problemi economici del governo. La guerra con

la Spagna andava avanti e con essa crescevano le spese necessarie per il suo proseguimento. Il

debito del governo, che ammontava quasi a due milioni di sterline, rese necessaria la

convocazione del Parlamento. Il Consiglio decise di tornare al sistema di voto tradizionale per le

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selezioni nella speranza di conquistarsi il sostegno della gentry. Anche se si levarono accuse di

brogli, la composizione politica del Parlamento del 1659 non era diversa da quella dei suoi

immediati predecessori. A controllarlo erano i presbiteriani e i Comuni presentavano un identico

gruppetto di repubblicani, determinati a tenere in scacco quel Parlamento così come avevano fatto

con il precedente. A guidarli era sir Arthur Haselrig, che si era opposto a ogni regime dopo lo

scioglimento del Rump. Ora era determinato a compiere danni, a distruggere il Parlamento e, se

possibile, lo stesso Protettorato. A questo scopo, Haselrig appoggiò ogni mossa dell’opposizione.

Organizzò l’ostruzionismo contro la nomina di Richard Cromwell. Appoggiò gli attacchi

parlamentari contro l’esercito, poi le rimostranze militari contro il Parlamento. Alla fine di aprile del

1659 Richard fu costretto a sciogliere il Parlamento; a luglio Richard e suo fratello Henry vennero

estromessi e i loro sostenitori espulsi dall’esercito. Dopo frenetici negoziati, i capi militari,

compreso Lambert, di nuovo istallato al suo posto, decisero di riconvocare il Rump.

L’anno successivo l’instabilità fu assoluta, con governi che si susseguirono a ritmo vertiginoso:

sette in meno di 12 mesi.

Anche se Haselrig e la sua fazione affermavano che il Rump era il rappresentante legittimo del

popolo, quando esso si riunì nuovamente a luglio contava soltanto 42 membri. Era stato riportato

al potere grazie a un’alleanza con l’esercito, anche se non era un’alleanza che rispondeva a

interessi reciproci. I soldati richiedevano la loro paga e la protezione per i radicali in campo

religioso; gli ufficiali richiedevano l’istituzione di un senato ristretto e l’elezione di un nuovo

Parlamento. A ottobre, Lambert sciolse con la forza il Rump e istituì una Commissione di Sicurezza

che avrebbe governato al suo posto.

Il dominio militare era ormai diretto e sfrontato, ma anche incontrollabile. Quando a Edimburgo

giunse la notizia che il Parlamento era stato sciolto, Monck si oppose alla decisione. Privo di ogni

sostegno, perfino di quello dei militari, la Commissione di Sicurezza non resse e per la terza volta il

Rump occupò Westminster Hall. Con 7mila soldati, Monck iniziò a marciare su Londra il primo

gennaio del 1660, mentre appelli per un libero Parlamento riecheggiavano per tutta la nazione.

La terza incarnazione del Rump non durò a lungo. Mentre Haselrig iniziava una risoluta epurazione

tra le file dell’esercito, a Londra scoppiò una rivolta fra i contribuenti, che si rifiutavano di

riconoscere l’autorità del Rump e chiedevano nuove elezioni per un libero Parlamento. Quando

Monck giunse a Londra, il governo civile versava nella confusione più totale. Si diffusero voci

secondo le quali ci sarebbe stato un nuovo Parlamento, Monck sarebbe stato dichiarato Lord

Protettore o sarebbe stato richiamato Carlo II. Monck, tuttavia, era riluttante a lasciarsi coinvolgere.

Sapeva che, appoggiando il Rump nel suo scontro con la città di Londra, avrebbe messo in

pericolo la paga dei suoi uomini. Dopo una giornata di angosciose incertezze, l’11 febbraio Monck

si schierò con la città di Londra e sciolse il Rump.

Il Parlamento cosiddetto Convention si insediò il 25 aprile 1660. Da alcune presentati al Comitato

dei Privilegi trasparve chiaramente l’orientamento a favore di una restaurazione della monarchia.

La Camera dei lord dichiarò che il governo era formato dal sovrano, dai Lord e dai Comuni e

approvò una mozione per invitare Carlo a tornare in patria. Il primo maggio le due camere votarono

a favore della restaurazione della monarchia. Monck spinse Carlo a rinunciare alla vendetta e

chiese giustizia per i suoi soldati e tolleranza per la sua religione. Ma le sue condizioni rimanevano

vaghe.

Il 4 aprile, concordando con le volontà di Monck, Carlo emanò la Dichiarazione di Breda che

concedeva un’amnistia generale, la libertà di coscienza in materia religiosa e la salvaguardia delle

proprietà privata, secondo quanto sarebbe stato stabilito dal Parlamento.

I membri del Parlamento Convention sapevano che ogni scioglimento dell’esercito era sfociato in

passato in una rivolta. Prima di decretare la smobilitazione, fu votata un’Ordinanza di Indennizzo e

istituita una nuova imposta per pagare tutti gli arretrati ai soldati in cambio di un giuramento di

fedeltà al nuovo regime. Miracolosamente, l’esercito si sciolse.

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Con motivazioni fondate, Carlo aveva affidato nella Dichiarazione di Breda al Parlamento

Convention le difficili decisioni sul rimborso degli arretrati ai soldati, il possesso delle terre e la

religione. Ognuna di esse poteva suscitare un vespaio.

Il nuovo assetto della Restaurazione favorì la ripresa del governo monarchico in Inghilterra. In

meno di cinque mesi di lavoro, il Parlamento Convention reintegrò al loro posto il re, i Lord e i

vescovi, oltre a sciogliere l’esercito. Chiesa e sovrano erano ora uniti da un legame inestricabile.

Se in passato le sue convocazioni erano state un evento saltuario, ora il Parlamento era

un’istituzione.

Il nuovo assetto in Irlanda e in Scozia fu al tempo stesso più facile e più complesso da realizzare.

In Irlanda, il regime di Cromwell aveva erseguito la stessa politica di colonizzazione degli Stuart

ma con maggior successo. I Lord Luogotenenti governavano come viceré, i loro delegati

controllavano le comunità protestanti e i cattolici erano tenuti a bada per mezzo della spada. Carlo

II venne proclamato re a Dublino due settimane dopo che a Londra e inizialmente decise di

lasciare gran parte delle persone scelte da Cromwell al loro posto. Era la terra, e non le persone, a

costituire il maggior problema in Irlanda. Il piano originale prevedeva di lasciare intatte le proprietà

di soldati e avventurieri e cercare di soddisfare gli altri attraverso compensazioni pecuniarie.

Questa soluzione aveva il vantaggio di conservare al loro posto i proprietari che già occupavano le

terre e rafforzare la prospettiva di una colonizzazione protestate permanente. Aveva però lo

svantaggio di ricompensare seguaci di Cromwell e del Parlamento a spese dei seguaci del re.

Nonostante le successive modifiche, la sistemazione della questione della terra in Irlanda lasciò

un’amara eredità a cattolici e protestanti.

In Scozia il problema era diverso. Qui Carlo II era stato re fin da quando aveva aderito al Patto

presbiteriano nel 1650. Lo status quo ante bellum in Scozia significava controllo del Consiglio su

un Parlamento asservito, controllo reale su un Consiglio privato potentissimo e restaurazione

dell’episcopato. In questo progetto, Carlo poteva fare affidamento sulle discordie insanabili della

vita politica scozzese, nella quale rivalità di regione e di clan erano generalmente più forti di quelle

ideologiche. Nel 1622 gli scozzesi ripudiarono il Patto e riammisero i vescovi senza aspettare

l’approvazione di Londra.

La seconda fase del nuovo assetto della Restaurazione iniziò con il Parlamento Cavalier (1661-

78). Carlo convocò il Parlamento per confermare la sua incoronazione e ottenere una certa

sicurezza economica. I candidati eletti nelle competizioni elettorali basarono la loro campagna

sulle testimonianze della loro fedeltà al re. Ne risultò una Camera dei Comuni giovane e inesperta

e una Camera dei Lord dominata da nobili scelti da Carlo o da sua padre.

La Camera dei Lord restituì ai vescovi i loro seggi e annullò il Bill of Atteinder con cui Strafford era

stato condannato a morte. Il passo successivo fondamentale consisteva nel riaffermare la propria

fedeltà alla Chiesa e al re, dal momento che religione e politica erano inseparabili.

Le spese di gestione del governo venivano coperte dalle imposte indirette, in particolare attraverso

l’introduzione dell’imposta sui dazi interni che, come quella sulle merci importate, era facile da

regolamentare e da incassare.

Nel 1660 un comitato parlamentare analizzò le spese e gli introiti virtuali con l’intenzione di metterli

in bilancio. Si concluse che il re aveva bisogno di un reddito annuo di un milione e 200mila sterline,

che poteva essere erogato aumentando i dazi esterni, mantenendo i dazi interni ai tassi più bassi e

con una speciale imposta fondiaria per recuperare la perdita dovuta all’abolizione del tribunale

delle tutele. Fu così che Carlo II si trovò quasi immediatamente sommerso dai debiti e si rivolse al

Parlamento Cavalier in cerca di aiuto.

I problemi più difficili affrontati dal Parlamento Cavalier riguardavano la sicurezza. La mancanza di

un esercito aveva reso Carlo I vulnerabile agli attacchi dalla Scozia e dipendente dal Parlamento

per la sua sopravvivenza. 38

La formazione di una milizia rientrava nella sfera della nobiltà e della gentry di provincia attraverso

la struttura della luogotenenza. I tentativi di trasformarla in una forza centralizzata ricordavano

troppo Cromwell. L’Atto della Milizia del 1662, quindi, conferiva l’autorità militare al sovrano

attraverso le milizie di contea.

Come nel caso dell’esercito, il governo privilegiava un controllo centralizzato, in particolare sul

personale più importante. Un progetto ispirato dalla Camera dei Lord prevedeva la riconferma di

tutti gli statuti, concedeva il diritto di scegliere i funzionari cittadini e riportava i distretti elettorali

cittadini sotto la giurisdizione dei giudici di pace di contea. I Comuni, tuttavia, esitarono di fronte a

un’estensione così ampia dei poteri reali. L’Atto delle Corporazioni del 1661 fu una vittoria dei

Comuni. Per 13 mesi, commissioni formate dalle élite di contea disciplinarono le corporazioni

imponendo giuramenti di supremazia, obbedienza e non opposizione ed esigendo l’abiura della

Lega e del Patto Solenne.

Gli atti per la formazione della milizia e per regolamentare le corporazioni dimostrarono quanto era

limitato il controllo del sovrano sul Parlamento.

Nella Dichiarazione di Breda Carlo II si era offerto di accettare una politica tollerante in campo

religioso, così come sarebbe stata stabilita dal Parlamento. Inizialmente il re e i suoi principali

ministri avevano appoggiato una politica che comprendeva all’interno della struttura ecclesiastica

anche i presbiteriani. Le loro motivazioni erano politiche più che teologiche, in quanto ritenevano

che l’appoggio dei presbiteriani fosse fondamentale per il successo della Restaurazione. I

presbiteriani costituivano la fetta più ampia del Parlamento Convention e una componente

fondamentale del mondo della finanza londinese.

Quando il Parlamento Cavalier si riunì 6 mesi più tardi, la situazione politica era radicalmente

cambiata. Le selezioni per il Parlamento nel 1661 erosero ulteriormente la forza dei presbiteriani,

mentre tutti i loro capi religiosi, tranne uno, rifiutarono cariche ecclesiastiche.

Divenne però ben presto evidente che la politica di tolleranza del 1660 non era adatta alla

tendenza intollerante del 1661. Dopo l’approvazione di un testo liturgico ufficiale rigorosamente

anglicano, le due Camere accolsero nel 1662 un Atto di Uniformità rigidamente conservatore.

Come i funzionari delle corporazioni, anche tutti gli ecclesiastici e gli insegnanti dovevano abiurare

la Lega e il Patto Solenne, rinunciare al diritto di opposizione e conformarsi alle pratiche stabilite

della Chiesa d’Inghilterra.

Ma il re non aveva raggiunto i suoi obiettivi e verso la fine del 1662 emanò una Dichiarazione

obiettivi e verso la fine del 1662 emanò una Dichiarazione di Indulgenza nella quale annunciava il

suo desiderio di alleviare i rigori della legge. Chiedeva che il Parlamento preparasse un progetto di

legge che gli avrebbe permesso di sospendere l’applicazione dell’atto in casi particolari.

Il frazionismo che caratterizzò la seconda fase della Restaurazione fu un indicatore più valido del

futuro del regno di Carlo dell’unità del periodo precedente. La Camera dei Comuni Cavalier aveva

dimostrato la sua indipendenza, il governo del re la sua inettitudine. Il maggiore insuccesso del

governo consisté nell’incapacità di assicurare un adeguato reddito al sovrano nel caso in cui il

Parlamento si fosse dimostrato riluttante a fornirlo. Di conseguenza, ogni sessione iniziava con la

richiesta di denaro alla Camera dei Comuni, il cui controllo delle finanze indeboliva oltre al re

anche la Camera dei Lord, danneggiata ulteriormente da divisioni interne. Le fazioni a corte

aumentavano man mano che la situazione amministrativa si stabilizzava e gli utili derivai dalla

gestione del potere crescevano.

Non era solo la corte a essere divisa: a partire dal 1662 le critiche alla politica reale divennero

esplicite. Il matrimonio di Carlo con Caterina di Braganza venne inizialmente disapprovato a causa

del cattolicesimo della regina e successivamente perché essa era sterile. Pur trattandosi di una

mossa diplomatica che aveva lo scopo di accattivarsi la Francia e infastidire la Spagna, il

matrimonio fu anche un accordo economico. La figlia del re di Portogallo portò con sé una dote

apparentemente consistente oltre al porto di Tangeri, di grande importanza strategica. Gran parte

39

della dote, però, non venne mai pagata, Tangeri venne abbandonato nel 1684 e l’apporto

economico inglese alla guerra che il Portogallo intraprese contro la Spagna nel 1684 compensò le

concessioni commerciali con l’Oriente.

La Francia era ormai la maggiore potenza europea e il suo sovrano, Luigi XIV, faceva progetti per

conquistare terre e glorie. Per raggiungere i suoi obiettivi doveva semplicemente impedire ai suoi

potenziali nemici di unirsi contro di lui. L’Inghilterra aveva combattuto una breve guerra contro

l’Olanda e una più lunga contro la Spagna, e in entrambi i conflitti aveva cercato l’aiuto francese.

Per gli olandesi, gli spagnoli erano avversari naturali ancor più che per gli inglesi: la loro ostilità

derivava da 80 anni di guerra quasi ininterrotta. Anch’essi corteggiavano Luigi e riuscirono a

concludere un’alleanza con lui nel 1662.

Le motivazioni della guerra anglo-olandese del 1665-7 erano oscure, i suoi fini ingannevoli.

Ognuna delle due nazioni assaporava la possibilità di ritagliarsi una fetta maggiore del commercio

mondiale a spese dell’altra. Gli inglesi volevano ereditare gli interessi portoghesi in Oriente, gli

olandesi sostituire il dominio spagnolo in Occidente. C’erano state anche nuove provocazioni. Gli

olandesi non intendevano condividere con nessuno il lucroso commercio in Africa occidentale,

rovinando così la campagna al di là dell’oceano costituita dal duca di York e da altri potenti

cortigiani inglesi. I contrabbandieri di Nuova Amsterdam ostacolavano la raccolta dei dazi

nell’America settentrionale e la presenza di olandesi in mezzo alle colonie inglesi era un grosso

fastidio economico.

Nel 1664 un gruppo di facinorosi si impossessò di Nuova Amsterdam, successivamente

ribattezzata New York, e navi da guerra vennero inviate verso l’Africa occidentale. Carlo convocò il

Parlamento per ottenere fondi in modo da equipaggiare le navi e nella costernazione generale i

Comuni accolsero la richiesta stanziando due milioni e mezzo di sterline. Giacomo riuscì a

radunare la più grande flotta nella storia inglese e ottenere uno dei maggiori successi navali nella

storia del paese, al largo di Lowestoft all’inizio del 1665.

Gli olandesi recuperarono le forze e si predisposero a un lungo conflitto. La loro alleanza con Luigi

XIV significava che gli inglesi avrebbero dovuto difendere le loro rotte atlantiche dai corsari

francesi e quindi disperdere le loro energie. Significava anche che Carlo avrebbe dovuto trovare

somme di denaro ancora maggiori per tenere in attività la sua flotta. Le campagne del 1666 si

conclusero con una situazione di stallo. Un’epidemia infuriava a Londra, la ribellione divampava in

Scozia. Ma il peggio doveva ancora venire. L’anno seguente, mentre il Consiglio privato scopriva

che era più facile dare inizio a una guerra che porre fine a essa, gli olandesi si preparavano ad

attaccare. In giugno il loro ammiraglio De Ruyter ruppe lo sbarramento che impediva alla navi di

risalire il Medway e giunse al cantiere navale di Chatham. Qui bombardò le navi che vi

stazionavano per mancanza di fondi.

La rapida incursione di De Ruyter lungo il Medway concluse in maniera disastrosa la seconda

guerra anglo-olandese. La guerra mandò quasi in bancarotta la Corona e pose il sovrano in balia

del Parlamento.

CAPITOLO 10 – PER LA CHIESA E PER IL RE, 1668-1685

Durante i primi dieci anni del suo regno, Carlo II era stato guidato dalla necessità di ristabilire e

consolidare il potere monarchico, il che comportava compromessi in politica e sacrifici in campo

religioso. Dopo le prime epurazioni degli uomini del Commonwealth, lasciò alle amministrazioni

locali ampi spazi di manovra senza manifestare le ambizioni accentratrici di suo padre. Aveva un

solido rapporto di collaborazione con l’aristocrazia. Attraverso la Camera dei Lord controllava

saldamente il Parlamento. La Camera Bassa era più ingovernabile che mai; tuttavia, visto che

l’espediente di aggiornare lo stesso Parlamento di anno in anno continuava, sempre maggiore era

il numero dei suoi membri che contava sulle cariche e sulla gratifiche governative, tanto che ben

presto l’organo si guadagnò il soprannome popolare di Parlamento Prezzolato.

40

L’insieme di questi valori, che secondo il sovrano derivavano dalla volontà divina, da una tradizione

antichissima e dalle leggi di natura e delle nazioni, condusse all’unica crisi significativa del suo

regno quando nel 1678 l’isteria anticattolica trovò il suo sfogo politico in un movimento volto ad

escludere il duca di York dalla successione al trono. La congiura papista fu alimentata da una

politica estera del re a favore dei francesi mentre le richieste di Esclusione furono alimentate dalla

conversione pubblica del duca al cattolicesimo nel 1673. Carlo lasciò che il complotto seguisse il

suo corso, ma fece uso di tutte le strategie politiche a sua disposizione per impedire l’approvazione

in Parlamento di un atto di Esclusione. Si ristrutturarono le corporazioni, fu compiuta una vasta

epurazione fra i Luogotenenti e furono sottoposte a rigorosa indagine le commissioni di pace. Ma

Carlo morì troppo presto per completare l’opera di consolidamento del suo potere o per costruire

una basa sufficientemente salda da resistere all’avvento di un monarca dichiaratamente cattolico.

A partire dal 1667 Carlo II assunse direttamente il controllo del governo. Lasciò scoperte cariche di

importanza vitale o le affidò a diversi commissari, favorendo capricciosamente l’ascesa al potere di

un ministro mentre ne rovesciava un altro.

Sir Thomas Clifford era stato convocato da Arlington perché contribuisse al risanamento delle

finanze reali. Clifford divenne indispensabile per tenere sotto controllo la Camera dei Comuni.

Il paese non era ossessionato dalle finanze più di quanto lo fosse la corte. La guerra olandese non

solo aveva risucchiato milioni attraverso sovvenzioni straordinarie, ma aveva anche contribuito alla

perdita di un terzo delle rendite ordinarie della Corona, in gran parte derivata dalla diminuzione dei

dazi doganali durante l’interruzione degli scambi commerciali. Il decifit di Carlo ammontava a oltre

due milioni di sterline nel 1670 ed era così grave che il dovette autorizzare la Camera dei Comuni

a promuovere una umiliante inchiesta sulla gestione del denaro speso durante la guerra. Il re fece

inoltre concessioni ai finanziari londinesi in forma di pagamento in corso dei debiti per garantire

che i vecchi prestiti sarebbero stati restituiti prima di accumularne di nuovi. In cambio, Carlo

ricevette una maggiorazione dei dazi doganali e delle imposte interne, che tuttavia non rese

solvibile la Corona.

Fu mentre si trovava intrappolato in queste torbide acque fiscali che Carlo abboccò all’esca di

un’alleanza con i francesi. L’Inghilterra aveva cercato l’appoggio dei francesi durante la guerra

olandese, ma ora era Luigi XIV ad avere bisogno degli inglesi. Avendo deciso di fagocitare i Paesi

Bassi spagnoli e di invadere l’Olanda, Luigi blandì il cugino inglese scegliendo quale negoziatrice

Minette, adorata sorella di Carlo e moglie del duca d’Orleans, e offrendo un cospicuo sussidio

annuale e la promessa di una parta dello smembrato impero olandese. In cambio, con il Trattato di

Dover del 1670, Carlo assumeva l’impegno di partecipare a un attacco navale guidato da Luigi XIV

e, con due clausole segrete, si impegnava a sospendere le leggi contro i cattolici e a convertirsi

pubblicamente allorché il momento fosse stato propizio. Per proteggere il segreto, Carlo affidò

perfidamente a due dissenzienti, Buckingham e il conte di Shaftesbury, il compito di negoziare un

secondo trattato che non contenesse le clausole riguardanti le materie religiose. anche questo

trattato fu tenuto segreto, perché al momento l’entusiasmo per un’altra guerra era particolarmente

scarso mentre forte era l’ostilità verso un’alleanza con i francesi.

Se avesse sconfitto gli olandesi, l’orgoglio nazionale sarebbe cresciuto, il commercio sarebbe

fiorito e i forzieri reali si sarebbero riempiti. Un trionfo sugli olandesi avrebbe in parte attenuato

l’inevitabile tempesta che sarebbe derivata da una politica di tolleranza verso i cattolici. Pare che il

re non abbia preso in considerazione le conseguenze di una sconfitta.

Due giorni prima di far entrare in azione le navi, Carlo fece fronte al primo dei suoi impegni segreti.

Emanò nel 1672 una Dichiarazione di Indulgenza che difendeva la Chiesa istituita per legge ma

autorizzava il dissenso e permetteva ai cattolici di professare la loro fede in privato. Le navi inglesi

e francesi si unirono per formare una potente armata e Luigi XIV inviò le se truppe oltre il Reno. Gli

Olandesi abbandonarono dapprima i loro principi repubblicani dichiarando Guglielmo d’Orange

principe regnante, e poi le loro fertili terre accettando la sua decisione di rompere le dighe. In

41

questo modo respinsero l’invasione francese. Sul mare, le battaglie infuriavano ma nessuna fu

decisiva. Entrambe le parti subirono gravi danni, ma gli olandesi raggiunsero l’obiettivo di impedire

lo sbarco degli inglesi.

Nel 1672 la prima moglie di Giacomo, Anne Hyde, era morta dando alla luce due figlie, Maria e

Anna, entrambe educate secondo la fede protestante. Giacomo decise subito di risposarsi e scelse

come consorte una principessa cattolica, Maria di Modena. I progetti per modificare la successione

al trono ripresero vigore, per quanto Carlo rifiutasse le due ovvie possibilità che gli si aprivano

davanti: divorziare dalla moglie sterile o riconoscere come legittimo il suo primo figlio, il protestante

duca di Monmouth. Non impedì neppure l’avventato matrimonio cattolico di Giacomo, che avvenne

tra una sessione parlamentare e quella successiva per evitare le proteste dei Comuni.

Quando la seconda campagna navale non riuscì a sbaragliare l’Olanda, il re si trovò nuovamente

nelle mani del Parlamento, alla ricerca disperata di un ministro del quale sia lui che le camere

potessero fidarsi. La scelta cadde sul Lord Tesoriere Osborne, che sarebbe diventato in breve

conte di Danby. Egli mise rapidamente fine alle ostilità concludendo un trattato separato con

l’Olanda che abrogava gli impegni assunti da Carlo con Luigi XIV.

Tuttavia il più grande ostacolo sulla strada di Danby era costituto da Carlo II. Non era del tutto vero

che Dandy fosse stato imposto al re, ma certamente i loro obiettivi erano in contrasto. Danby era

un capo parlamentare che non riusciva impedire al re di aggiornare il Parlamento, un tesoriere che

tagliava le spese senza riuscire a convincere il re a fare economia, un anglicano che appoggiava

gli olandesi ma non riusciva a far sì che il re abbandonasse una politica estera favorevole ai

francesi e ai cattolici. Il re intavolò trattative segrete con la Francia, ma Dandy rifiutò di

sottoscriverle. Al contrario continuò la sua politica a favore dell’Olanda e nel 1677 persuase sia

Carlo che Giacomo a offrire in matrimonio a Guglielmo di Orange la sua figlia maggiore del duca,

Maria. Questa mossa funse da preludio al rilancio di una politica estera protestante. Nel 1678 il

Parlamento approvò delle leggi che garantivano un’educazione protestante a tutti i potenziali eredi

al trono. Danby propose allora di stringere accordi con l’Olanda in vista di operazioni militari

congiunte. Il Parlamento però li bloccò e questo fu il segno di quanto fosse scesa in basso la

reputazione del governo.

Il malcontento per la politica estera e religiosa di Carlo si era rafforzato a partire dal 1672, ma

l’opposizione era divisa e contraddittoria. Il solo elemento che l’univa era il sentimento anticattolico

e quindi ampiamente antifrancese. Gli anglicani temevano l’influenza crescente dei cattolici a corte

e osteggiavano le influenze straniere in genere.

A fornire ad anglicani e dissenzienti una causa comune non fu la politica reale ma l’isteria di

massa: la scoperta di una congiura papista per distruggere la nazione uccidendo Carlo II. Eppure il

terrore che si impadronì della nazione per quasi due anni non avrebbe potuto essere maggiore se

la congiura fosse effettivamente riuscita.

Gli anni tra il 1678 e il 1681 furono frenetici come lo erano stati gli inizi degli anni 40. Nonostante la

sua forza istituzionale, la sua crescente sicurezza finanziaria e la stabilità che gli derivava da quasi

due decenni di regno, Carlo II non riuscì a prevenire la crisi che gli piombò addosso. Fece ricorso

al sostegno di cui godeva nella Camera Alta, alla sua facoltà di sciogliere il Parlamento e alla sua

influenza all’interno della classe di governo. Attinse a fonti di lealtà di cui probabilmente non

immaginava neppure l’esistenza, soprattutto a Londra, dove le masse tory lottavano per la

supremazia con quelle whig. Astutamente Carlo rafforzò il legame tra re e Chiesa.

In Europa, Luigi XIV logorava i suoi avversari olandesi e conquistava roccaforti nei Paesi Bassi

spagnoli. I tentativi del Parlamento di aiutare militarmente Guglielmo d’Orange erano ostacolati da

Carlo e Giacomo, che continuavano ad appoggiare i francesi, e da Danby che, in qualità di

Tesoriere, sapeva che le spese sarebbero state eccessive.

42

Quando la conversione di Giacomo divenne pubblica, si incominciò a temere per la vita del re. Si

ebbe immediatamente un’ondata di paura nel 1673 in seguito carestie, inondazioni o eclissi

vennero interpretate come presagi.

Una volta placata la sete di sangue, il Parlamento si riunì e il complotto assunse immediatamente

una nuova dimensione. I nobili cattolici furono isolati e venne approvato nel 1678 un altro Test Act

che escludeva tutti i cattolici, a eccezione del duca di York, dal Parlamento. La situazione peggiorò

quando Ralph Montagu, convinto che fosse stato Danby a tramare per fargli perdere la carica di

ambasciatore in Francia, svelò l’esistenza di contatti segreti per negoziare un sussidio francese,

proprio nello stesso periodo in cui, nel 1678, Danby aveva convinto il Parlamento a reclutare un

esercito contro la Francia. I Comuni incriminarono il Tesoriere e Carlo non ebbe altra scelta che

sciogliere il Parlamento Cavalier per non rischiare ulteriori rivelazioni sui suoi accordi segreti.

Fu così che la congiura papista sfociò nella crisi dell’Esclusione e l’autoritarismo divenne lo

spauracchio della nazione al posto del papismo. Un governo autoritario era una minaccia alla

libertà inglese. Ne erano una prova evidente i tentativi di Carlo di sospendere le leggi in materia

religiosa e il suo rifiuto di far osservare le leggi sulla partecipazione alle funzioni anglicane e

sull’obbligo delle dichiarazioni di fede da parte di chi ricopriva una carica. Lo dimostravano in modo

convincente le truppe ammassate in Scozia e in Irlanda così come il mantenimento di un esercito

di cui il Parlamento aveva pagato lo scioglimento.

Allo scioglimento del Parlamento Cavalier fecero immediatamente seguito nuove elezioni. Le

rivelazioni sulla condotta di Danby screditarono il governo, mentre il fervore anticattolico univa

anglicani e dissenzienti. Il Parlamento che si riunì nel marzo del 1679 fu così uno strumento

perfetto per i piani di Shaftesbury.

Indipendentemente da quello che Carlo pensava di suo fratello, era inaccettabile che fosse il

Parlamento a stabilire la successione. Il re poteva scegliere fra varie opzioni: tentare di bloccare il

disegno di legge ai Comuni, usare la sua considerevole influenza per impedirne l'approvazione da

parte dei Lord o infine porre egli stesso il veto. Tentò un attacco ai Comun ni su due fronti. Per

smontare le accuse di governo autoritario sciolse il sui Consiglio privato e lo ricostituì chiamando a

farne parte alcune personalità di spicco dell'opposizione. Per bloccare l'Esclusione allontanò dal

regno il duca di York e si offri di sottoscrivere leggi ragionevoli che limitassero il potere di un

monarca non protestante. I Comuni approvarono per la seconda volta il progetto di legge

sull'Esclusione e Carlo sciolse il Parlamento.

Le elezioni del secondo Parlamento del 1679 ebbero luogo in un'atmosfera di frenesia politica.

Shaftesbury e i suoi sostenitori si unirono in un movimento politico che avrebbe preso presto il

none di Whig. Nel Consiglio della Corona, il conte si oppose allo scioglimento e i Whigs decisero

di ripresentarsi ai Comuni con una maggioranza ancora più ampia a favore dell'Esclusione.

Si trovarono di fronte un re risoluto. Per una settimana, in agosto, Carlo cadde gravemente malato

e in quei giorni che riempirono d'angoscia il paese la sua mente si concentrò con ogni probabilità

su questo problema. Allontanò Shaftesbury dal Consiglio della Corona e privò dalle sue cariche il

duca di Monmouth. Pur accettando l'inevitabile vittoria dei Whigs, il re privò il gruppo parlamentare

della sua linfa vitale negando al Parlamento l'autorizzazione a riunirsi e giocando con esso come

un gruppo parlamentare della sua linfa vitale negando al Parlamento l'autorizzazione a riunirsi e

giocando con esso come un gatto con i topi grazie a 7 rinvii che gli impedirono di riunirsi per un

anno.

Quando infine il Parlamento si riunì nell’ottobre del 1680, l’ampia maggioranza whig ai Comuni

approvò rapidamente il progetto di legge sull’Esclusione la inviò ai Lord. Carlo II non aveva ancora

sostenuto un confronto diretto: era stato costretto ad abrogare la Dichiarazione di Indulgenza e ad

accettare i due Test Acts e il matrimonio di Guglielmo e Maria; aveva inoltre abbandonato

Clarendon, Arlington e Luigi XIV. Sin dal 1673 Carlo vedeva nel fratello un ostacolo in campo

43

politico. Ora mandò Giacomo in esilio in Scozia, esortandolo ad abbandonare la sua religione per il

bene della Corona.

Ma l’anno di rinvii aveva irrigidito le varie posizioni. Si abbracciò nuovamente la dottrina del Salus

Populi, riprese vigore la difesa della libertà in opposizione alla Corona. Queste argomentazioni si

fondavano su una teoria contrattuale del governo, che autorizzava il popolo a mettere da parte il

re. Per tutta la risposta i Tories rispolverarono il diritto divino dei re e propugnarono l’obbedienza

passiva a una successione ereditaria imperscrittibile. Carlo si rese conto che era la monarchia a

essere in gioco e non solo suo fratello. Alla Camera dei Lord, con il re presente, la maggioranza di

due terzi dei membri respinse la legge dell’Esclusione. Infuriati, i Comuni tentarono di far

incriminare i funzionari del re, i giudici, persino i magistrati locali che si opponevano all’Esclusione.

Rifiutarono di stanziare fondi. Carlo sciolse il secondo Parlamento dell’Esclusione e ne convocò un

terzo che avrebbe dovuto riunirsi a Oxford due mesi dopo.

Nella primavera del 1681 la forza dominante a Londra erano ormai i Tories e non più i Whigs. La

politica si fossilizzava sempre più attorno a due poli: lealtà o ribellione. In questa atmosfera, il

Parlamento del 1681 si riunì a Oxford. Carlo fu irremovibile e, nel giro di una settimana, sciolse il

Parlamento. Contravvenendo all’Atto Triennale, Carlo non convocò alcun Parlamento, anche a

costo di ristrettezze finanziarie.

Il re morì nel febbraio del 1685 con il potere intatto e una gamma di scelte limitata.

CAPITOLO 11 – CORONA E PROTESTANTESIMO, 1685-1689

Il governo di Giacomo II causò una crisi della monarchia inglese. L’ascesa al trono di Giacomo

venne accettata perché il nuovo sovrano aveva promesso di governare secondo le leggi dello stato

e mantenere l’indipendenza della Chiesa anglicana. Le sommosse organizzate contro di lui da

gruppi di estremisti in Scozia e in Inghilterra furono soffocate senza problemi. Finché Giacomo

proseguiva lungo il percorso già tracciato dal fratello, avrebbe goduto di ampio sostegno sia da

parte del paese sia da parte della corte.

Le difficoltà di Giacomo II erano duplici: da un lato era un fervente cattolico, dall’altro un

riformatore politico. Ebbe la sfortuna di governare in un periodo in cui né le classi dirigenti né il

popolo tolleravano l’una o l’altra cosa. Giacomo non poteva che spingere all’estremo il suo

desiderio di eliminare gli svantaggi per i cattolici o di far sì che il cattolicesimo venisse praticato

apertamente. All’inizio del suo regno, credendo di poter stringere un’alleanza con i Tories, fece

ricoprire incarichi a Londra o in provincia ai loro fedeli sostenitori. Quando i Tories iniziarono a

muovere obiezioni alla sua politica, li allontanò senza pietà avvantaggiando Whigs, dissenzienti e

cattolici.

La sua caduta sopraggiunse quando accettò di diventare una pedina nelle lotte di potere in

Europa. Il gioco di suo fratello era stato altrettanto pericoloso, dato che aveva accetto sussidi da

Luigi XIV per lo più in cambio della sua neutralità, ma Giacomo aveva ragioni ancora più personali

per sentirsi legato alla Francia cattolica. Divenne quindi fondamentale per Guglielmo d’Orange,

che guida la coalizione in prevalenza protestante contro la Francia, neutralizzare la potenza navale

inglese prima che Luigi fosse pronto a colpire. I progetti di Guglielmo per invadere l’Inghilterra

erano già a buon punto prima che venisse resa nota la gravidanza della regina o l’avvenuta nascita

dell’erede maschio, ma la prospettiva di una dinastia cattolica permanente accelerò i preparativi.

Giacomo II aveva 52 anni quando salì al trono. La sua ascesa al trono era stata temuta da tutti

meno che dall’esigua percentuale dei cattolici. La congiura papista e la crisi dell’Esclusione

avevano gettato una lunga ombra su tutto il regno.

Per molti versi Giacomo II fu il più capace di tutti gli Stuart. Deciso e risoluto. Giacomo aveva una

visione chiara della monarchia e dello stato. La conversione al cattolicesimo derivò dalla sua

conclusione che non c’erano giustificazioni sufficienti per una Riforma. Nel 1679 fu inviato in

44

Scozia con poteri quasi pari a quelli del re in qualità di Commissario per gli Stati, e qui fece le

prime esperienze di governo.

A causa della lunga tradizione presbiteriana in Scozia, il regno di Carlo II si rivelò qui

particolarmente traumatico. L’Act of Settlement scozzese del 1662 aveva ristabilito l’episcopato,

ma in Scozia l’episcopato non faceva che nascondere la Chiesa presbiteriana. La decisione in

Inghilterra di escludere i presbiteriani dalla Chiesa di stato provocò una crisi nel nord.

Con la Restaurazione, quasi un quarto dei ministri scozzesi fu privato dei propri benefici e molti

furono soggetti a tasse logoranti. Ci fu una patetica rivolta nel 1666, la cui repressione non solo

accrebbe le sofferenze dei presbiteriani ma permise alla Corona di insediare una milizia

permanente per angariarli.

Nel 1677 furono approvati contro i presbiteriani scozzesi ulteriori leggi che li privavano delle

cariche e dei diritti civili e obbligavano i proprietari terrieri a farsi garanti del comportamento dei

loro affittuari. L’anno dopo il governo portò le truppe degli Highlands a sottomettere la popolazione

dei Lowlands, con prevedibili risultati. Nel 1679 la celebrazione annuale dell’incoronazione di Carlo

fornì il pretesto per rivolte a favore dell’Esclusione, che sfociarono in un’aperta ribellione. I tentativi

del duca di Monmouth di trattare con clemenza gli sconfitti furono ostacolati dal Consiglio privato

scozzese. Fu in questo contesto che Giacomo giunse ad Edimburgo e ottenne l’approvazione di

progetti di legge che assicuravano la sua successione al trono di Scozia e imponevano un Test Act

ai presbiteriani tanto duro quanto quello che il Parlamento inglese aveva imposto ai cattolici. Seguì

un breve regno del terrore durante il quale coloro che esitavano a prestare giuramento vennero

trattati con estrema crudeltà. Giacomo riteneva di poter estirpare il presbiterianesimo nella parte

settentrionale del regno e nel 1685 con uno dei suo primi atti come sovrano, trasformò in Scozia il

dissenso religioso in un delitto capitale.

Una volta al trono, l’obiettivo principale di Giacomo fu quello di eliminare una volta per tutte le

discriminazioni che i cattolici erano costretti a subire. In questo sapeva che difficilmente avrebbe

avuto il sostegno dei suoi ministri.

Ironicamente, il consigliere più vicino al re era il conte di Sunderland, che a suo tempo era caduto

in disgrazia per aver sostenuto l’Esclusione. Aveva poi riavuto la sua posizione grazie al favore

della regina che si era guadagnato con le lusinghe, e come Primo Segretario si era dimostrato un

valido strumento, pronto a seguire ogni strategia politica praticata da Giacomo. Sostenitore

dell’Esclusione, finì al servizio di Giacomo II e una volta convertitosi al cattolicesimo divenne di

Guglielmo III.

Sunderland si impegnò a riportare i Tories alla Camera dei Comuni nel Parlamento del 1685.

Gli esuli whig in Olanda formavano un gruppo eterogeneo di ideologi repubblicani, ministri

dissenzienti e nobili proscritti. Il nucleo centrale, che comprendeva anche il duca di Monmouth, figli

illegittimo di Carlo, era costituito da pochi cospiratori di Rye Hause ancora in vita. Altri si trovavano

in esilio in seguito alla persecuzione tory che era seguita alla scoperta della cospirazione. Erano

una comunità senza guida né principi comuni, uniti solo dalla speranza di rovesciare gli Stuart e

fare ritorno in patria.

La rivolta doveva avvenire su due fronti. Il conte di Argyll guidava un gruppo che sarebbe sbarcato

in Scozia, ma si sentiva ostacolato da un consiglio di guerra diviso che poneva il veto sulla sola

strategia sensata, quella di formare un esercito con i suoi fidati affittuari degli Highlands.

L’invasione fu un fallimento che ebbe breve durata. Il duca di Monmouth era alla guida del secondo

gruppo.

Monmouth rappresentava la causa protestante e poteva contare sul sostegno dei dissenzienti della

nazione. Un attacco diretto a Londra era impraticabile, quindi la zona occidentale del paese

costituiva la scelta migliore. Monmouth sbarcò a Lyme l’11 giugno 1685, issò uno stendardo e

reclutò oltre 4mila uomini. Qualche giorno dopo si proclamò re. Monmouth era sostenuto da gente

modesta, artigiani e agricoltori. La gentry era decisamente tory e anglicana e la milizia locale, per

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Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Kristina_gv di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Levati Stefano.

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