L'età degli anni Stuart: L'Inghilterra dal 1603 al 1714 di Mark Kishlansky
Capitolo 1 - La società
L’ecologia determinava l’organizzazione sociale tanto quanto la vita economica. Anche se nelle regioni nord-occidentali l’estensione delle terre era maggiore, in esse viveva meno di un terzo della popolazione, dispersa in stanziamenti isolati, dal momento che erano necessari molti acri di terra per mantenere il gregge e ricavare un minimo di sussistenza da quel poco di avena e di orzo che il suolo sottile produceva. Il senso della famiglia era maggiore di quello della comunità, particolarmente nelle zone più isolate nelle quali l’immigrazione era minima. Gran parte della Scozia e dell’Irlanda era organizzata intorno ai clan.
Il sud-est era costellato di villaggi più che di case isolate. Il campanile dominava abitazioni che sorgevano le une accanto alle altre, tutte direzionate verso la piazza della chiesa o lo spiazzo erboso al centro del villaggio. Campi, prati e terre di proprietà comune circondavano il villaggio ed erano sede di attività agricole comuni, anche se ogni famiglia possedeva la propria terra e aveva il proprio raccolto. Il senso della consanguineità era relativamente scarso e la struttura sociale del villaggio era determinata più dalla ricchezza e dalla posizione sociale che dai legami di sangue.
In entrambe le zone ecologiche, la parrocchia era l’unità principale di organizzazione comunitaria. Unità amministrativa della Chiesa, la parrocchia influenzava a fondo la vita delle famiglie che al componevano. Si definivano stranieri coloro che si trovavano fuori dalla parrocchia, in particolare quando essa andava a coincidere con il villaggio.
Lo sviluppo urbano derivò da due fattori: l’aumento della popolazione, iniziata nel XVI secolo, e la crescita del rendimento agricolo, iniziato nel XVII. In Inghilterra, il numero complessivo della popolazione crebbe da più di tre a più di quattro milioni fra il 1550 e il 1660 e da quattro a cinque milioni nel corso del XVII secolo. La crescita della popolazione, tuttavia, non fu costante nell’arco di questo periodo. In Inghilterra si ebbero due periodi demografici distinti: una spirale in continua ascesa che iniziò prima del 1550 e proseguì per un secolo intero, seguita da un declino e un ristagno della popolazione dal 1650 al 1700. Il declino si verificò nonostante l’accresciuta produttività agricola e la scomparsa della peste dopo il 1665. Anche la popolazione dell’Irlanda fu vittima di diverse epidemie di peste, la peggiore delle quali si ebbe fra il 1649 e il 1653. La sua popolazione, tuttavia, come quella del Nord America, continuava a crescere.
L’economia agraria del XVI secolo era prevalentemente un’economia di sussistenza che ebbe il merito di permettere a quasi tutte le famiglie di un villaggio di superare gli alti e bassi della vita naturale e sopravvivere ai peggiori disastri ecologici. L’alcolismo dilagava, la violenza fra le mura domestiche era una consuetudine, le faide e i rancori inestirpabili.
Nonostante questo, la famiglia restava l’unità principale della società inglese. Come unità di organizzazione sociale, la famiglia era frequentemente paragonata a una piccola nazione nella quale le strutture e gli obblighi dell’amministrazione replicavano in miniatura quelli della nazione in senso ampio. Come forma di organizzazione economica, la famiglia era l’unità principale di produzione. Gran parte dei matrimoni nasceva da calcoli economici, sincronizzati con l’eredità o il completamento dell’apprendistato o del servizio domestico. Il divorzio era vietato dalla legge e raro nella pratica. La maggior parte delle famiglie inglesi seguiva il principio della primogenitura, secondo la quale la terra e il grosso delle ricchezze accumulate passava al figlio maggiore, mentre ai fratelli e alle sorelle minori restava qualcosa dell’una o delle altre: ai maschi veniva spesso forniti i mezzi per apprendere un mestiere, alle femmine la dote per favorire le loro prospettive di matrimonio. Queste pratiche vennero riprese dagli inglesi che si stabilirono in Irlanda, in contrasto con le tradizioni gaeliche di eredità divisibile, che spariva la terra fra i maschi in vita.
I figli erano il mezzo attraverso il quale la famiglia sopravviveva. Nel periodo dell’espansione demografica, la maggioranza degli emigranti era formata da persone generalmente prive di mestiere o di denaro. Dopo il 1650 una quantità sempre più numerosa di persone, già preparate per le attività che avrebbero intrapreso, iniziò a spostarsi per migliorare la propria condizione. Ciò nonostante, chi emigrava in città in cerca di sussistenza spesso finiva per trovare la morte, dato che la combinazione di precarie condizioni sanitarie, abitazioni inadeguate, malattie epidemiche e violenza era letale.
Londra costituiva un mondo a sé. Era la capitale politica, giuridica, sociale ed economica dell’Inghilterra. La città e i suoi dintorni erano sede del governo monarchico, dei tribunali, dei palazzi aristocratici e delle residenze cittadine della gentry, oltre al fatto di ospitare uno dei maggiori porti europei. Al centro del mondo finanziario c’era la Zecca Reale e nel cuore del mondo commerciale la Borsa Reale.
La crescita di Londra fu stupefacente. I 40mila abitanti che la città contava nel 1500, quasi tutti residenti all’interno delle mura, aumentarono fino a triplicare nei cento anni successivi fino a raggiungere il numero di 600mila nell’ultimo decennio del XVII secolo, nonostante il tasso di mortalità penosamente elevato e l’emigrazione verso l’America settentrionale. Questa crescita sottopose a dura prova il regime agrario. Gli aspetti vantaggiosi dell’agricoltura di sussistenza erano più numerosi dei suoi svantaggi, ma le sue carenze consistevano nel fatto che essa non era aperta né alle innovazioni né all’espansione, rese invece entrambe necessarie dall’implacabile aumento della popolazione in Inghilterra.
Primo segno della crisi fu l’inflazione. Le città in espansione avevano bisogno di quantità sempre maggiori di derrate alimentari e quando la domanda superò le scorte disponibili, i prezzi iniziarono a salire. Le città fecero il possibile per garantirsi una riserva di cibo, facendo incetta di terre da destinare all’agricoltura, firmando contratti per consegne future e regolamentando la produzione e la distribuzione.
Per 150mila anni crebbe il costo di ogni cosa, tranne la manodopera perché, se c’erano più bocche da sfamare, c’erano anche più mani dedite al lavoro. Se i prezzi delle marci salivano alle stelle, i salari effettivi andavano a fondo. Fu solo dopo le guerre civili degli anni 40 del XVII secolo che i salari effettivi ebbero una ripresa significativa, anche se ormai la struttura dell’economia agraria e urbana aveva subito un mutamento radicale.
Il rapido calo dei salari effettivi e del tenore di vita era mitigato dal fatto che i salari della manodopera agricola e industriale erano integrati da una dieta, ovvero una serie specifica di vivande concesse dal datore di lavoro secondo criteri basati sul sesso, sulla qualifica e sulla responsabilità. Con i prezzi del cibo alle stelle, la fornitura di una dieta era un fatto prezioso.
Era possibile arricchirsi notevolmente prestando molta attenzione all’amministrazione dei propri beni, ma ricchezze ancora maggiori erano disponibili a corte, nei tribunali o nelle imprese commerciali, tutti sostenuti indirettamente dai profitti ricavati dalla terra. Questo periodo è caratterizzato da una gentry in ascesa il cui numero cresceva molto più rapidamente del resto della popolazione, con un corrispondente incremento della sua ricchezza, della sua influenza e del suo prestigio. Questo ceto comprendeva un ampio spettro sociale che andava dai cavalieri ai signorotti di grado minore.
Se per tutto il XVII secolo furono i tessuti a dominare il campo delle esportazioni, il mercato delle importazioni si sviluppò in tutte le direzioni possibili. Le importazioni rifornivano prevalentemente i ricchi e la richiesta di beni di lusso era inarrestabile. Alla fine del XVI secolo vennero fondate le compagnie di monopolio per intraprendere traffici commerciali con i paesi baltici, la Moscovia e l’Africa. Le compagnie venivano finanziate grazie a un fondo comune che all’inizio era legato a spedizioni specifiche e che infine giunse a indicare una quota nel patrimonio della compagnia stessa. La più importante di questa società per azioni fu la East India Company, fondata nel 1601 per il commercio con l’Estremo Oriente. Quote della compagnia venivano scambiate alla Borsa Reale, permettendo a investitori grandi e piccoli di partecipare al boom delle importazioni.
L’incentivo a costruire grandi navi per il commercio e investire in esse andò di pari passo con il protezionismo. A partire dalla metà del XVII secolo, il Parlamento approvò una serie di Atti per la Navigazione che limitavano in Inghilterra l’uso di navi di proprietà straniera per le importazioni e le esportazioni. L’Atto per la Navigazione del 1661 elencava una serie di merci che potevano essere imbarcate solo su navi inglesi e autorizzò la riesportazione nordamericana ed europea solo se eseguita con navi costruite in Inghilterra o nelle colonie.
Esaminata analiticamente, l’Inghilterra era organizzata gerarchicamente e dominata dal patriarcato. All’apice si trovava una élite ristretta (meno del 3% della popolazione) definita in vario modo come nobilitas, gentiluomini o ceti abbienti. Nel 1600 i membri della nobiltà di diritto erano solo 61, ma divisi in 5 ranghi diversi: duchi, conti, marchesi, visconti e baroni. I commentatori ponevano la vasta maggioranza della popolazione sotto la categoria dei lavoratori o dei poveri. Una serie consecutiva di atti legislativi tracciava distinzioni sulla base del carattere, e divideva le masse in lavoratori poveri, poveri incapaci e poveri oziosi.
I poveri incapaci erano coloro i quali, agli occhi dei contemporanei, meritavano assistenza. Erano invalidi fisici o psichici, orfani, vedove con figli piccoli, che non erano diventati poveri per loro colpa. I poveri oziosi erano coloro i quali venivano considerati poveri per scelta. Il trattamento riservato ai poveri era conseguente alla considerazione che veniva loro fata. La legislazione in età elisabettiana affidava i poveri incapaci e quelli oziosi alle parrocchie nelle quali erano nati: gli incapaci per essere accuditi, gli oziosi per essere puniti. La società scozzese trattava i propri poveri in modo più informale, usando collette volontarie piuttosto che imposte obbligatorie. In Scozia, l’assistenza ai poveri veniva ancora considerata un’incombenza della Chiesa piuttosto che dello stato.
Capitolo 2 - Il mondo politico
Nel XVII secolo l’Inghilterra era un regno, dominio di un monarca. In teoria, il re d’Inghilterra, Scozia e Irlanda aveva potere assoluto sulla vita e i beni dei suoi sudditi, nei primi due casi per discendenza ereditaria, nel caso dell’Irlanda per conquista. Il re o la regina poteva imporre le tasse, graziare i criminali, dichiarare guerra o stipulare la pace. Il re o la regina poteva autorizzare il commercio. Il re poteva aprire i suoi porti agli immigrati o chiuderli agli emigranti. Poteva naturalizzare gli stranieri o legittimare i figli illegittimi. Il potere del re di riunire o sciogliere il Parlamento era fuori discussione come anche la sua libertà di accettare o respingere gli atti approvati dalle Camere. Nominava tutti i vescovi, tutti i giudici e tutti i pari del regno dal momento che il sovrano era a capo della Chiesa, del sistema giuridico e dell’aristocrazia. La teoria formale del potere regale in Gran Bretagna metteva in primo piano il diritto divino del monarca.
Se però il potere reale era in teoria illimitato, nella pratica subiva delle restrizioni. Al momento dell’incoronazione, il monarca giurava di attenersi alle leggi e alle usanze garantite al popolo inglese, riconfermando tutti i privilegi concessi dai suoi predecessori. C’erano ovviamente delle istituzioni che di monarca in monarca garantivano stabilità, come anche amministratori che eseguivano le loro attività consuete. La più importante di queste istituzioni era la Chiesa d’Inghilterra, a capo della quale c’era il sovrano. La Chiesa inglese aveva una struttura episcopale, con arcivescovi per le due diocesi di York e Canterbury e 26 episcopati in Inghilterra e nel Galles. Giacomo I ripristinò i vescovi nella Chiesa scozzese e aumentò il loro numero in quella d’Irlanda, la Chiesa protestante di minoranza. La nomina dei vescovi e di conseguenza il controllo delle maggiori personalità della Chiesa erano completamente nelle mani del sovrano. Nel corso del secolo i vescovi furono scelti sempre più per le loro capacità amministrative che per la loro devozione. La Chiesa era onnipresente nella vita della nazione e in provincia rappresentava l’istituzione più importante.
Nell’amministrazione del XVII secolo, tuttavia, non era ancora chiara la distinzione fra vita privata del re e vita pubblica della monarchia. La corte era il luogo in cui la fusione dei due elementi era più evidente che altrove. Anche se la corte fu la sede del potere durante la monarchia Stuart, essa non aveva alcuna funzione politica ufficiale.
Nella sua dimensione pubblica, la corte contava fra i suoi ranghi i grandi funzionari dello stato e del Consiglio privato o della Corona. Il Lord Cancelliere divenne a poco a poco il più importante funzionario del regno grazie al controllo del gran sigillo, al suo ruolo di presidente della Camera dei Lord e alla sua posizione di giudice nella cancelleria. Un tempo riservata al clero, la carica di Cancelliere era ora prerogativa dei giuristi specializzati in diritto comune.
Anche la carica di Segretario di Stato crebbe di importanza nel corso del XVII secolo, man mano che le questioni che passavano attraverso le mani del Segretario aumentavano di numero. Il Segretario di Stato era permanentemente al servizio del sovrano, controllava il sigillo ed era quindi responsabile di tutta la corrispondenza reale e dell’amministrazione del Consiglio della Corona. Nel corso del XVII secolo, la carica venne formalmente divisa in due dipartimenti, settentrionale e meridionale, il primo dei quali si occupava delle questioni relative al nord dell’Europa, mentre il secondo si occupava delle nazioni mediterranee. Di conseguenza crebbe anche il numero di impiegati e dirigenti di seconda mano.
Il Tesoriere, il Cancelliere e i Segretari non erano ovviamente i soli funzionari autorevoli dello stato; erano tuttavia i più importanti fra quelli che facevano parte del Consiglio della Corona e venivano consultati dal sovrano. Il Consiglio comprendeva i principali funzionari reali e i consiglieri particolari del sovrano. Fra i funzionari che normalmente si riunivano nel Consiglio e possono esserne considerati membri a tutti gli effetti, una metà proveniva dall’ala del governo legata alla corte e l’altra metà dalla sfera pubblica. L’Arcivescovo di Canterbury rappresentava la Chiesa, mentre il Lord Luogotenente d’Irlanda il governo di Dublino. L’aristocrazia dominava il Consiglio della Corona, cosa che rifletteva il suo controllo sulla corte ma era anche un segno di come la sfera politica coincidesse con la gerarchia sociale.
I servitori del re erano migliaia ancor prima della Restaurazione, quando dipartimenti erariali quali il dazio e la dogana si espansero. Da momento che non servivano requisiti formali per ricoprire una carica, i posti venivano distribuiti in base a motivazioni ereditarie o clientelari oppure venivano acquistati. Anche i legami familiari erano una base per trovare degli appoggi, dal momento che perfino i parenti lontani diventano clienti dei loro consanguinei che avevano raggiunto il successo. Il primo duca di Buckingham trovò un impiego per fratelli e sorelle, parenti acquisiti, nipoti e cugini, in una grandiosa profusione di nepotismo. Anche su scala inferiore, tuttavia, la pratica del favoritismo costituì un importante mezzo di mobilità, attraverso il quale si fecero strada molti funzionari capaci.
Non si può affermare con certezza che l’acquisto delle cariche e i profitti che se ne ricavavano fossero fonte di corruzione per i governi Stuart. Non tutta l’amministrazione reale aveva sede a Westminster. La Scozia e l’Irlanda venivano amministrate in modo completamente separato. Gli Stuart, sia i primi sovrani sia quelli successivi, propendevano a lasciare che la Scozia si governasse da sola, senza neanche preoccuparsi di piazzare inglesi fidati nel Consiglio reale, sugli scanni dei vescovi o nelle corti di giustizia. A governare effettivamente la Scozia nel corso del XVII secolo furono i più potenti membri dell’aristocrazia scozzese.
Giacomo VI, poi divenuto Giacomo I, cercò senza successo di giungere a una vera unione fra Scozia e Inghilterra. Incoraggiò allora un processo di integrazione con lo scopo di anglicizzare i nobili scozzesi fornendo loro terre, mogli e cariche inglesi per abbagliare i meno fortunati o i più tradizionalisti che erano rimasti in Scozia. Nessun nobile inglese, però, sposò un’ereditiera scozzese o prese possesso di una proprietà in Scozia. Nel corso del secolo divenne sempre più difficile per i re o i loro ministri comprendere o influenzare gli affari interni della Scozia. Solo Cromwell e Giacomo II riuscirono per breve tempo a imporre la loro volontà sulla Scozia, raggiungendo i loro obiettivi con l’uso della forza bruta.
Le rivendicazioni del sovrano inglese sulla Corona irlandese venivano avanzate sulla base della conquista dell’isola e di un atto del Parlamento inglese del 1541. Né i Tudor né gli Stuart cercarono conferme dei loro dir...
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