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venuto in uso per indicare che gli abusi riprendono vita, forma, sostanza. Di qui la

possibilità di pressione, di violenza, di soprusi nelle campagne ad opera della nobiltà

terriera, con il risultato che lo sfruttamento economico dei contadini si aggravò nel corso

del 500 e 600. La rifeudalizzazione è stata perciò presentata come l’elemento chiave della

decadenza economica dell’Italia, precipitata dalle vette raggiunte nel Rinascimento al

ristagno dell’età barocca.

Si può supporre che la rifeudalizzazione, anche se non influì negativamente sull’economia

nel suo complesso, produsse una distribuzione dei redditi sempre più squilibrata ed iniqua

e si tradusse in un deterioramento delle condizioni economiche delle masse rurali,

sfruttate con spietatezza sempre maggiore da una nobiltà feudale non sottoposta ai

vincoli delle leggi dello Stato.

Il potere feudale si rafforzò nel corso del secolo e che le comunità rurali furono disposte a

sottopotere duri sacrifici finanziari per mantenersi libere.

Per il Regno di Napoli è abbondantemente documentata un’intensificazione dello

sfruttamento dei contadini ad opera del baronaggio: canoni sempre più alti, introduzione di

nuovi o reintroduzione di antichi obblighi feudali, ricorso alla coercizione o all’intimidazione

per costringere i contadini a lavorare la terra alle condizioni fissate unilateralmente dai loro

padroni.

Alla luce dei documenti oggi disponibili, la tesi secondo cui dalla fine del 500 la società

italiana nel suo complesso sarebbe stata costretta nella camicia di forza di un risorgente

feudalesimo non può più essere sostenuta. Ciò che si può affermare con una certa

sicurezza è, in primo luogo, che nel Sud il feudalesimo rappresentò un aspetto importante

e pervasivo della società nel 600 e che le imposizioni accollate dalla nobiltà terriera ai

contadini si fecero più pesanti, almeno nella prima metà del secolo. Il secondo punto è che

nell’Italia centrale e settentrionale la proliferazione delle investiture feudali non dimostra la

rinascita, e tantomeno un rafforzamento, del feudalesimo; piuttosto, riflette la necessità dei

governi di reperire introiti supplementari e la loro capacità di farlo sfruttando la vanità dei

parvenus ansiosi di innalzare il prestigioso delle proprie famiglie con un titolo altisonante,

ma in gran parte privo di valore, e disposti, per ottenerlo, a sborsarne il prezzo con le

ricchezze di recente acquisite.

3.3.IL CETO INTERMEDIO

Un gradino sotto l’aristocrazia stava un gruppo sociale variamente denominato – cittadini a

Venezia, popolo o ceto civile a Napoli, popolo grosso a Genova. Era un gruppo i cui

membri erano spesso in grado di eguagliare o addirittura superare per ricchezza i loro

superiori nella scala sociale, eppure era separato dall’aristocrazia da un profondo solco di

ordine sociale e culturale.

In Italia l’ordine intermedio era un gruppo composito. A Napoli, ad esempio, secondo un

autore della metà del secolo, esso annoverava tre ordini di persone: quelli che vivono

d’entrate; quelli che svolgono attività forensi; i mercanti e gli artigianali di rispetto. Nella

prima metà del secolo i non nobili impiegati dai duchi di Savoia nei ruoli di livello più

elevato furono dieci volte più numerosi dei nobili.

Non è una semplice coincidenza che l’ascesa dei non nobili alle alte cariche attraverso la

professione legale si sia verificata specialmente nel Ducato di Savoia e nel Regno di

Napoli, cioè in Stati nei quali la tradizione dell’autonomia municipale risalente alle città-

Stato medievali era più debole che nello Stato di Milano o in Toscana e dove di

conseguenza il patriziato cittadino non disponeva di un’eguale preminenza quale élite

dotata di lunga esperienza amministrativa.

Negli Stati italiani dove il patriziato urbano era da lungo tempo intensamente coinvolto

nell’amministrazione e nel sistema giudiziario, e continuava ad esserlo, vi era meno

necessità e meno spazio per un coinvolgimento di membri dell’ordine intermedio. Il

Granducato di Toscana rappresenta un esempio calzante. Qui, come in altri Stati Italiani,

nel 500 e nel 600 la crescita dello Stato centralizzato e burocratico implicò la sostituzione

dell’antico sistema di governo tipico della città-Stato, basato sulla rotazione degli uffici tra

patrizi scelti in seguito a votazione, con un sistema fondato su funzionari permanenti di

nomina granducale. Nel nuovo sistema i non nobili potevano essere chiamati a ricoprire

cariche nel governo e di fatto spesso lo furono, ma nel corso di due secoli i patrizi,

nonostante il loro numero fosse relativamente scarso, si assicurarono circa la metà dei

posti importanti dell’amministrazione, trasformandosi in tale processo da oligarchia

municipale dotata di un alto grado d’indipendenza in fedele aristocrazia di funzionari.

A Genova le cose presero una piega più grave che non era riuscita a sviluppare un quadro

istituzionale solido e ben equilibrato in cui il potere politico appartenesse sostanzialmente

a un’élite chiusa ed ereditaria. A Genova l’élite dominante era stata molto più fluida e

instabile fino al colpo di Stato del 1528, quando le famiglie più antiche e più ricche si era

poste alla guida dello Stato instaurando una forma di governo oligarchico e lasciando al

tempo stesso la porta socchiusa per consentire a dieci famiglie ricche dell’ordine

intermedio (il popolo grasso) di essere ammesse ogni anno ai ranghi della nobiltà. Nel

1575 scoppiò la guerra civile fra fazioni rivali: i nuovi nobili ebbero il sopravvento e

cacciarono la vecchia guardia dalla citta. Solo la mediazione del papa e della Spagna

riuscì a riconciliare le due parti sulla base di un compromesso che sanciva la piena

uguaglianza di antichi e nuovi nobili, mantenendo la clausola secondo cui dieci famiglie del

popolo sarebbero state ammesse ogni anno nella nobiltà. Su questa base la pace regnò

per il cinquantennio successivo, ma sotto sotto le tensioni non vennero mai meno, acuite

dal fatto che il patriziato adottò criteri sempre più restrittivi per l’ammissione di nuovi

membri.

3.4.LA PLEBE

Quando gli autori della prima età moderna affrontavano l’argomento di quella parte della

popolazione che non apparteneva né alla nobiltà né al ceto intermedio lo facevano in

modo assai sbrigativo, comprendendo sotto l’etichetta di plebe qualcosa come l’80% della

popolazione. Seppure ammettevano che la società aveva bisogno di artigiani, operai,

braccianti e domestici per la loro sopravvivenza e il suo benessere, non riconoscevano a

questi lo status di autentici membri della comunità, di veri cittadini, ma davano per

assodato che si trattasse di semplici servi i quali, non possedendo nulla, non potevano

reclamare alcuna forma di partecipazione alla società e dunque non avrebbero dovuto

ricoprire alcun ruolo politico.

Al fondo della piramide sociale stavano i contadini senza terra che trascinavano una vita

precaria lavorando come braccianti le terre altrui.

Anche nelle città la plebe non costituiva una massa indifferenziata e disperatamente

passiva. Un elemento di differenziazione era costituito dal privilegio nel senso che piccoli

gruppi di artigiani organizzati in corporazioni riuscivano ad affermare il proprio diritto

esclusivo a svolgere un certo tipo di lavoro e a restringere l’accesso alla loro corporazione,

rendendo praticamente impossibile a chiunque non le appartenesse l’apertura di una

bottega. La petizione accusava questi ultimi di impedire anche ai lavoranti più anziani ed

esperti l’accesso alla corporazione col rango di maestri a pieno titolo; in tal modo – essi

sostenevano – una ristretta cricca opprimeva una manodopera numerosa e malpagata.

Tirando le somme non si può non concludere che la maggior parte della plebe viveva in

condizioni prossime alla mera sussistenza. E nel caso di disoccupazione prolungata o di

una carestia che provasse un’impennata dei prezzi dei generi alimentari, era probabile che

essa piombasse in condizioni di miseria nera, di grave malnutrizione e anche di fame.

Con tutti ciò, i lavoratori poveri non erano coloro che stavano peggio nell’ambito della

plebe, poiché un gradino sotto di loro vi era una massa di emarginati (vagabondi,

mendicanti, invalidi permanenti) che non avevano alcuna qualifica da offrire sul mercato

del lavoro e dunque nessuna prospettiva d’impiego, e sopravvivevano grazie a elemosine

o a piccoli furti, a olta raggruppandosi in associazioni o corporazioni riconosciuti per

proteggere il proprio spazio dall’intrusione di altra gente ugualmente misera.

3.5.ASSISTENZA E CARITA’

Più comunemente i poveri che abitavano in città ed erano abbastanza fortunati da

appartenere ad una corporazione potevano sperare di ricevere piccole somme da questa

in caso di malattia, di infortunio invalidante o di vecchiaia, mentre alcune corporazioni

arrivavano a sovvenzionare collegi di formazione professionale per i figli dei membri

indigenti. Scopo di queste forme di assistenza era quello di risparmiare alle vittime della

sorte o della vecchiaia l’umiliazione e il disagio di andar mendicando. Là dove le

corporazioni non potevano o non volevano arrivare, a fornire una certa assistenza erano a

volte le organizzazioni caritatevoli laiche dette confraternite: fondate su una salda

tradizione d’origine medievale, nell’età della Controriforma esse si moltiplicarono ed

allargarono il loro campo d’azione.

Anche i governi o, più precisamente, le autorità municipali svolgevano una certa funzione

nel fornire assistenza ai poveri: a Mantova, ad esempio, a partire dalla fine del 500 fu

istituito un organismo permanente che prelevava dalla nobiltà e dai mercanti un tributo

destinato ai disoccupati e distribuiva ad essi gli introiti. Ma il compito più importante delle

città era quello di far funzionare costose istituzioni assistenziali quali ospedali, case per

trovatelli, ospizi per anziani e, più spesso, istituzioni che svolgevano tutti questi servizi.

Il sistema assistenziale italiano può essere stato per alcuni aspetti in anticipo per

quell’epoca, ma esso rimaneva drammaticamente inadeguato per far fronte a tutte le

necessità dei poveri, o anche solo alla maggior parte di esse. Alla fine del 500 e lungo

gran parte del secolo successivo un tema ricorrente negli ambienti di governo era il

pericolo arrecato da orde di mendicanti, girovaghi e vagabondi alla quiete pubblica e alla

sicurezza delle persone. Si stava anche facendo strada una nuova idea secondo cui non

tutti i mendicanti e i vagabondi meritavano d’essere assistiti.

Di fronte alla massa dei problemi che le istituzioni assistenziali esistenti e la carità privata

potevano alleviare ma non risolvere, i governi e le autorità cittadine del 600 tentarono varie

soluzioni. Una fu lo stoccaggio a pubbliche spese di grano da vendersi a prezzo

calmierato in tempo di carestia; un’altra fu la fornitura di grano agli indigenti da parte di un

granaio pubblico, in forma di prestito che il beneficiario avrebbe dovuto rifondere in natura

al momento del raccolto successivo. A volte le città ricorrevano a misure brutali per

disciplinare grandi masse di indigenti, infliggendo o minacciando di infliggere severe

punizioni corporali, espellevano gli indesiderati dalla città.

Queste misure e altre simili avevano tutte la natura di provvedimenti a breve termine e

venivano adottate soprattutto in momenti di emergenza. Si prese in considerazione,

tuttavia, anche un approccio a lungo termine, in particolare l’internamento coatto di poveri

in case di lavoro.

Il caso di Roma è particolarmente rivelatore. Nel 1581 papa Gregorio XIII ordinò lo

sgombero di tutti i mendicanti dalle strade e li confinò nei locali di un convento

abbandonato dove avrebbero dovuto essere ospitati e nutriti e dove avrebbero dovuto

lavorare ed essere istruiti ad un mestiere, ma dopo un paio di anni si dovette abbandonare

il progetto per mancanza di fondi. Sisto V non ebbe miglior fortuna sei anni dopo, quando

cercò di riprendere il progetto, e lo stesso avvenne a Innocenzo XII un secolo più tardi. In

altre parti della penisola le cose non andarono meglio: nella maggior parte delle città

maggiori si istituirono prima o poi delle case di lavoro coatto, ma quasi sempre

l’esperimento dovette essere sospeso o per mancanza di fondi, oppure perché il concetto

stesso dell’internamento forzato risultava assai impopolare.

Se l’internamento fallì, risultati migliori e certamente più umani furono ottenuti dalle molte

istituzioni private che si crearono sull’onda della ripresa religiosa in corso fin dal tardo 500

e che si posero come obiettivo il venire incontro alle esigenze di gruppi chiaramente

identificati – bambini abbandonati, donne che avevano subito violenza, prostitute, ex

carcerati – con un occhio non solo all’assistenza immediata, ma anche a soluzioni più a

soluzioni più a lungo termine. Né lo Stato della prima età moderna disponeva dei mezzi

per creare, sostenere e far funzionare un sistema assistenziale capace di assicurare una

sia pur minima rete di sicurezza ai bisognosi.

C’è tuttavia un problema che lo Stato non poteva né ignorare, né affrontare in modo

limitato o un po’ per volta, cioè quello delle epidemie e della peste in particolare, un

flagello devastante che colpì il Norditalia nel 1630 e il Sud nel 1656, falciando un terzo

della popolazione.

3.6.LE RIVOLTE

Sebbene non possediamo alcun censimento sistematico delle sommosse popolari,

possiamo affermare con sicurezza che nel corso del secolo non fu nella maggior parte

degli Stati italiani alcuna grossa esplosione di protesta violenta, e che in quelli in cui rivolta

ci fu, essa ebbe luogo una volta sola: Milano, ad esempio, fu teatro di gravi sommosse nel

1628 ma rimase tranquilla per il resto del secolo; Napoli, che aveva visto scoppiare una

grave sommossa nel 1585, rimase relativamente tranquilla per i 60 anni successivi e di

nuovo, dopo la rivolta del 1647, godette di un altro mezzo secolo di quiete, e in Piemonte

le masse popolari non furono protagoniste di alcun sommovimento fino al decennio 1680-

90.

Ciò che occorreva per radunare delle moltitudini in nome di una causa comune e per

innescare un movimento di massa organizzato e violento era una crisi di proporzioni tali da

incidere gravemente sulle condizioni di vita delle moltitudini, renderle temporaneamente

dimentiche delle differenze e delle divisioni ed offrire un unico bersaglio al malcontento.

Nel 1628 fu il turno di Milano, che assisté a una violenta sommossa di notevoli proporzioni.

La carestia seguita a un cattivo raccolto stava devastando la regione, e le condizioni

peggioravano in conseguenza delle operazioni militari collegate alla guerra per la

successione di Mantova: il giorno di San Martino le folle affamate sfogarono la loro rabbia

sui fornai e saccheggiarono le loro botteghe, anche perché si vociferava che i fornai con la

complicità delle autorità cittadine, tenessero nascoste grandi quantità di farina

nell’aspettativa che i prezzi salissero ancora. Ancora più grave fu la sommossa scoppiata

a Fermo e diffusasi nelle Marche nel 1648 quando il prezzo del grano triplicò a Roma e più

che raddoppiò a Milano. A Fermo il patriziato fece causa comune con le folle opponendosi

al governatore pontificio, fortemente preoccupato di assicurare un minimo di

approvvigionamento alla capitale assediata dalla fame. Spronato dal patriziato, il popolo di

Fermo inscenò rumorose dimostrazioni contro il governatore e, di fronte alla sua decisione

di chiamare le truppe per restaurare l’ordine, prese le armi e lo costrinse a rifugiarsi nelle

locali carceri. Dopodiché la folla saccheggiò il suo palazzo, assaltò le carceri e lo uccise a

sangue freddo. Roma rispose inviando un nuovo governatore con 1200 fanti e 300

cavalieri e una quiete precaria fu rapidamente ristabilita.

La carestia che investì gran parte della penisola alla fine del decennio 1640-50 colpì

anche la Sicilia, che in anni normali era esportatrice netta di grano verso il continente e la

Spagna. Nel 1647 a Palermo scoppiarono dei tumulti, provocati non dalla fame in sé e per

sé, ma dalla decisione presa dalle autorità municipali di ordinare ai fornai che riducessero

il peso della pagnotta ordinaria mantenendo il prezzo invariato, una forma di razionamento

non infrequente all’epoca, ma assai impopolare. La folla incendiò e saccheggiò; prese

anche d’assalto il carcere liberando i 600 detenuti. Ciò che è interessante notare della

rivolta di Palermo è che si trasformò presto da sommossa del pane, non dissimile da

quella di Fermo, a ribellione antifiscale su larga scala. Mentre gridavano chiedendo più

pane, gli insorti rivolsero la loro collera anche contro le esattorie delle tasse e reclamarono

l’abolizione della gabella che gravava su quei generi di prima necessità che costituivano

l’alimentazione del popolo (farina, olio, vino, pesce e formaggio); chiesero anche il diritto di

eleggere al consiglio cittadino due rappresentanti di loro scelta. La rivolta tuttavia non si

fermò qui, ma proseguì sotto la spinta delle corporazioni, soprattutto quando giunse da

Napoli notizia che anche là era scoppiata un’insurrezione. Sotto la guida di Giuseppe

Alesi, di professione maestro battiloro, i membri delle corporazioni si armarono, assunsero

il controllo della cinta muraria e presero persino in esame la possibilità di rovesciare il

governo degli spagnoli, mentre il viceré fuggiva su una galera ben armata. Il 22 agosto,

però, Alesi venne assassinato da una banda di nobili. Il suo assassinio e il terrore bianco

che seguì provocarono nuovi scoppi di violenza nelle strade, ma ormai la situazione si era

capovolta a sfavore delle corporazioni. Il viceré successivo, Don Giovanni d’Austria,

consolidò l’opera del predecessore affidando all’Inquisizione locale il compito di indagare

su tutti i candidati ai pubblici uffici per accertarne la lealtà alla Corona e la devozione al

bene pubblico.

La rivolta di Napoli del 1647, oltre a richiamare tutta l’attenzione di Madrid, ebbe un vasto

eco in tutta l’Europa occidentale: fu seguita con attenzione dal Parlamento inglese e fornì

ispirazione ai ribelli parigini nel periodo della Fronda.

La scintilla che provocò l’insurrezione, il 7 luglio 1647, fu l’imposizione di una nuova tassa

sulla frutta fresca, vale a dire su un alimento di primaria importanza per il popolo. La

scintilla, tuttavia, non sarebbe divenuta incendio se il Regno di Napoli non si fosse trovato

in preda ai travagli di una grave crisi. Dopo il coinvolgimento della monarchia spagnola

nella guerra dei Trent’Anni i suoi domini dell’Italia meridionale erano stati sottoposti a una

pressione fiscale inesorabile e inarrestabile. Le enormi richieste che pesavano sul Regno

di Napoli colpirono in modo particolarmente duro le classi inferiori. Nelle campagne le

condizioni dei contribuenti era resa peggiore dalle forme di sfruttamento spesso illegali che

il baronaggio infliggeva in misura crescente ai contadini a titolo di risarcimento dei danni

provocati alle loro finanze dall’imposta fondiaria, mentre le autorità, preoccupate di

mantenere la fedeltà dei baroni, facevano finta di non vedere.

Il 7 luglio l’annuncio di una nuova tassa sulla frutta fresca fu accompagnato dal rifiuto di

osservarla da parte dei venditori, un rifiuto che ottenne immediatamente l’appoggio diffuso

non solo delle masse popolari, a anche di membri delle professioni legali. La folla scese

per le strade, le prigioni furono assaltate per procurarsi delle armi, si formò rapidamente

una milizia comprendente molti veterani che avevano combattuto all’estero nell’esercito

spagnolo, e si costituì un comitato rivoluzionario che aveva a capo Masaniello.

Il 9 e il 10 luglio le masse cittadine rivolsero la loro rabbia contro alcuni grandi finanzieri e

appaltatori d’imposte e incendiarono le loro case. Il 13 luglio, tuttavia, una risoluzione del

conflitto parve a portata di mano: grazie in parte alla mediazione del cardinale Filomarino il

viceré si impegnò al rispetto di una serie di condizioni proposte da Genoino che, oltre alla

revoca della gabella e alla concessione fatta agli insorti di tenere le proprie armi,

equiparavano gli eletti del popolo al patriziato nell’esercizio del potere.

All’inizio di ottobre una grande squadra navale spagnola al comando di Don Giovanni

d’Austria, fratellastro del re, entrò nel golfo di Napoli, e sottopose la città a un pesante

bombardamento con le sue 3000 bocche di fuoco. Impavidi, gli insorti ruppero a quel

punto ogni indugio e dichiararono Napoli libera repubblica sotto la protezione del principale

nemico della Spagna, il re di Francia. Questa decisione coraggiosa ma avventata peccava

di ingenuità nel pensare che la Francia si sarebbe mossa in loro aiuto; inoltre, lasciava

irrisolta la questione della forma che la nuova repubblica avrebbe assunto. Infatti la

Francia non concesse alcun aiuto militare e la questione istituzionale si rivelò cruciale.

Inoltre, col diffondersi dell’anarchia nelle province e col fallimento di tutti i tentativi di

mettere a punto un piano d’azione accettabile sia da Napoli sia dalle province, divenne

chiaro che la nuova repubblica non poteva sopravvivere a lungo alle divisioni intestine e al

blocco navale. Di conseguenza ci si mosse in direzione di una soluzione negoziata, che

venne raggiunta il 6 aprile 1648: oltre all’abolizione di alcune tasse e agli indennizzi per le

distruzione provocate dal bombardamento navale, concedeva un ampliamento della

rappresentanza del popolo nell’amministrazione cittadina e un perdono generale agli

insorti.

La rivolta fallita, in realtà, portò ad alcuni cambiamenti significativi, anche se limitati. Non

solo la Corona spagnola sgravò i suoi sudditi napoletani di una parte del peso fiscale, ma

a Napoli l’ordine intermedio, il popolo, ottenne un ruolo politico di maggior rilievo che in

passato: dopo il 1648 i viceré spagnoli ebbero cura di consultare i rappresentanti del

popolo prima di introdurre cambiamenti nel sistema fiscale; con l’aiuto di funzionari

reclutati ai ranghi dei togati lavorarono al recupero di entrate della Corona che erano state

alienate o usurpate nel passato. I mutamenti nell’amministrazione centrale del regno e nel

governo della città di Napoli non ebbero inizialmente grandi ripercussioni nelle campagne,

dove la nobiltà feudale continuava come prima a spadroneggiare sui contadini.

In Sicilia i disordini cominciarono nell’autunno del 1671, dopo due anni di cattivi raccolti e

dopo che la carestia aveva imperversato sull’isola facendo migliaia di vittime. A Palermo e

in altre città l’agitazione fu relativamente contenuta, forse perché la memoria della

repressione del 1647 era ancora viva; a Messina, invece, la plebe si scatenò, depredando

e incendiando le case dei ricchi, in particolare quelle dei membri dell’oligarchia mercantile

che tradizionalmente aveva controllato il governo cittadino. Il governatore spagnolo di

Messina tuttavia riuscì a ristabilire la quiete pubblica abbastanza rapidamente, non solo

facendo affluire rifornimenti di generi alimentali ma anche operando una rivoluzione

incruenta: il Senato di Messina, tradizionalmente riservato a una ristretta oligarchia

composta dai mercanti di seta e dalla nobiltà terriera, venne riformato in modo che da

allora in poi la metà dei seggi sarebbe stata occupata da rappresentanti eletti dal popolo.

Tuttavia il ritorno della quiete fu soltanto una pausa: l’oligarchia cittadina non era disposta

ad accettare la drastica riduzione del suo potere e si stava preparando al contrattacco. In

luglio rifiutò alle truppe spagnole l’ingresso in città e giustiziò alcuni capi del popolo, dando

così l’avio alla seconda rivolta di Messina, una rivolta apertamente aristocratica, una

controrivoluzione. I ribelli chiesero aiuto a Luigi XIV che ottennero sotto forma di un corpo

di spedizione che sbarcò a Messina, mentre una squadra navale francese proteggeva la

città dalla marina spagnola. Ma nonostante che il monarca francese avesse offerto alla

Sicilia l’indipendenza sotto un proprio re, il resto dell’isola si mantenne fedele alla Spagna.

Da parte sua, Luigi XIV non lanciò una campagna militare su vasta scala, e nel 1678 ritirò

le truppe. Dopo la partenza dei francesi, la ribellione aristocratica si spense. L’anno

successivo il Senato venne abolito, il municipio raso al suolo, si costruì una fortezza per

controllare la città, le proprietà dei ribelli vennero confiscate e Messina, con grande gioia di

Palermo, fu privata del monopolio del commercio della seta, con la conseguente fine della

sua prosperità commerciale.

La fine del 600 vide un’ultima sollevazione di consistenti proporzioni, avvenuta nel Ducato

di Savoia e in particolare nella zona di Mondovì, non lontano dal confine di Genova. Nota

come la guerra del sale, fu un’insurrezione sanguinosa e prolungata che si svolse a tre

riprese (1680-82, 1684-86 e 1697-99), con una ferocia senza riscontri negli annali

dell’Italia secentesca.

La guerra del sale fu una rivolta antifiscale scatenata dall’imposizione di una tassa

onerosa sul sale in una regione che, diversamente dal resto dei domini sabaudi, ne era

stata esente fin dal 1936, quando aveva accettato di sottomettersi alla sovranità di Casa

Savoia. Pressanti necessità finanziarie avevano indotto il governo a revocare l’esenzione,

non solo imponendo in tal modo un nuovo peso al distretto e minacciando il redditizio

contrabbando di sale da Genova ad altre parti del Piemonte, ma anche violando quella

che la popolazione locale considerava la propria antica libertà. La guerra del sale, in

sintesi, rappresentò la collisione tra l’autorità statale in espansione e la tradizione

dell’autonomia locale in una regione che rispetto a qualsiasi altra del Piemonte manteneva

forse un legame più forte con la propria antica indipendenza.

A Mondovì, il capoluogo del distretto, fu relativamente agevole per le forze governative

ristabilire l’ordine e riscuotere la nuova imposta, poiché l’oligarchia locale non vedeva di

buon occhio il prolungarsi del conflitto nel 1681 era in effetti venuta a patti con le autorità

ducali. Nelle campagne, invece, la ribellione proseguì e nell’estate di quello stesso anno

gli insorti marciarono su Mondovì e, sfogando la rabbia repressa contro una città che

aveva sempre spadroneggiato su di loro, saccheggiarono le case dei ricchi. Ma i disordini

e la violenza non si placarono, perché la rivolta antifiscale si era adesso trasformata in una

guerra fratricida che opponeva la città alla campagna. Un tentativo del duca Vittorio

Amadeo II di ristabilire l’ordine con una spedizione militare di 3000 uomini non ebbe

successo, poiché nel 1686 le truppe dovettero essere dirottate più a nord per combattere i

valdesi. Nel 1699 un esercito forte di 10mila uomini riuscì finalmente a sconfiggere i ribelli

in battaglia. Inoltre ogni traccia di autonomia fu cancellata, la tassa del sale rientrò in

vigore e un alto funzionario del governo fu messo a capo del distretto.

CAPITOLO 4 – LA RELIGIONE

Gli studiosi dell’Italia del 600 sono generalmente concordi nel ritenere che il cattolicesimo

esercitò un influsso profondo sulla vita degli italiani praticamente sotto tutti gli aspetti:

religioso, culturale, sociale e anche politico. E poiché il XVII secolo abbraccia gran parte

del periodo della storia della Chiesa noto come Controriforma o Riforma cattolica, è stata

largamente accolta la conclusione che la Controriforma lasciò un’impronta profonda sul

paese.

Al centro del programma di cristianizzazione vi era il concetto che la Chiesa andasse

riformata, cioè purgata dagli abusi del clero; che la vita religiosa dovesse conformarsi ad

ogni livello ad una spiritualità più elevata; e che il messaggio cristiano dovesse penetrare

in tutte le pieghe della società. È rivelatore, sotto questo aspetto, il fatto che quella che

viene considerata una delle prime e una delle più durevoli espressioni del movimento della

prime e una delle più durevoli espressioni del movimento della Riforma Cattolica in Italia,

le Scuole della Dottrina Cristiana fondate a Milano nel 1539, portasse in origine il nome di

Compagnia della Riformatione Christiana e che i suoi statuti, riveduti nel 1585, ne

definissero in questi termini l’obiettivo principale: Il ben ammaestrare i putti è un riformare

il mondo a vera vita christiana. Analogamente Ignazio di Loyola, fondatore dell’ordine dei

gesuiti, nel promuovere la formazione di congregazioni laiche, aveva fissato come loro

obiettivo la riforma del mondo. In questa ambiziosa programma non rimase appannaggio

di un pugno di individui isolati: sotto la spinta dello shock provocato dalla Riforma

protestante e all’interno dei parametri stabiliti dal Concilio di Trento, esso divenne un piano

di ampia portata.

Uno dei primi passi sulla via dell’attuazione di questo programma fu la pubblicazione di un

catechismo in cui i principi del doga e della morale del cattolicesimo vennero presentati in

termini accessibili anche alle masse prive d’istruzione.

4.1.LA RIFORMA DEL CLERO

Per portare avanti il vasto programma di cristianizzazione delle masse, la Chiesa tridentina

aveva bisogno in primo luogo di un clero zelante, disciplinato e ben istruito, capace di

guidare i fedeli e di rappresentare un esempio da seguire. Il vescovo esemplare era tenuto

a risiedere nella propria diocesi, si esigeva da lui anche che visitasse periodicamente tutte

le chiese parrocchiali che cadevano sotto la sua giurisdizione, che tenesse dei sinodi

diocesani annuali, e che ispezionasse a intervalli regolari i monasteri e i conventi per

assicurarsi che monaci , frati e suore vi condussero una vita irreprensibile. Ai vescovi era

anche richiesto di recarsi periodicamente a Roma e incontrare personalmente il papa, di

tenere informata Roma con regolarità delle condizioni della propria diocesi e di adempiere

a tutte le disposizioni e le direttive emanate dalla Curia.

Occorre tener presente che, al di là delle personalità dei singoli vescovi, l’attuazione del

programma tridentino doveva fare i conti con ostacoli e difficoltà enormi.

Paradossalmente, un tipo di ostacolo fu costituito a volte proprio dalla Curia romana, in

particolare dalla Congregazione del Concilio, cioè dell’organismo centrale che aveva il

compito di interpretare i decreti tridentini e di vagliare qualsiasi iniziativa presa localmente

dai vescovi. Un controllo centralizzato era probabilmente necessario se la riforma doveva

estendersi alla Chiesa cattolica nel suo complesso. Ciò poteva portare a ritardi

esasperanti, o, peggio ancora, al blocco delle direttive episcopali mediante il veto della

Curia.

Non meno serio era il problema rappresentato dall’alto numero delle diocesi in Italia (315

rispetto alle 130 della Francia, paese ben più esteso dell’Italia), alcune delle quali

minuscole e prive di una base economica adeguata; una delle conseguenze di questa

frammentazione fu che in molte diocesi fu economicamente impossibile istituire e

mantenere in vita un seminario così come il Concilio di Trento aveva disposto. Questo era

particolarmente vero per il Regno di Napoli, dove circa un quarto di tutte le entrate delle

diocesi era sorbito dalle pensioni.

Tuttavia le pensioni non erano le sole responsabili del drenaggio delle risorse delle

diocesi. In misura variabile da Stato a Stato, anche i governi rivendicavano dritti sui redditi

della Chiesa e aggravavano le difficoltà economiche in cui versavano i vescovi , rendendo

loro difficile, spesso impossibile, istituire un seminario o dare un’adeguata assistenza

finanziaria a quei membri del loro clero che vivevano in miseria e sbarcavano il lunario

impegnandosi in attività laiche, in evidente violazione della legge canonica e a detrimento

della cura delle anime.

La distribuzione sperequata e il cattivo uso delle entrate ecclesiastiche furono pertanto un

ostacolo al programma di rigenerazione lanciato a Trento, e il non essere riusciti a

rimuoverlo rappresentò uno dei limiti più gravi di una Chiesa spesso dipinta come

un’organizzazione efficiente. Vi erano anche altri ostacoli, egualmente gravi, in particolare

il modo in cui i vescovi venivano scelti. Sotto questo aspetto, anche il papa più zelante e

devoto aveva in pratica le mani legate. Nel complesso, probabilmente le autorità laiche

controllavano nel paese la maggioranza delle nomine e, prevedibilmente, effettuavano

queste nomine sulla base di considerazioni che erano tanto politiche quanto religiose.

Nel Regno di Napoli il controllo dei laici sul clero si attuava anche in due altri modi,

entrambi ugualmente avversati dai vescovi riformatori. Nelle città, in particolare a Napoli,

molte chiese erano amministrate da fabbricerie (mastrie) composte da laici: sebbene la

loro autorità si limitasse in teoria all’amministrazione degli affari temporali delle chiese, le

fabbricerie svolgevano spesso un ruolo di rilievo nella nomina dei parroci e li trattavano

come mercenari e dipendenti. Nelle campagne, invece, forse i ¾ delle parrocchie erano

chiese ricettizie. Agli occhi della legge si trattava di enti autonomi; non solo il vescovo

aveva poca voce in capitolo nella selezione del clero e non esercitava alcun controllo sul

modo in cui venivano spesi gli introiti della parrocchia, ma il fatto che il clero venisse

reclutato esclusivamente nell’ambito di comunità ristrette e sotto l’influenza delle famiglie

possidenti della zona non giocava a favore della creazione di un clero particolarmente

zelante e pio.

Un altro problema, non meno grave, era rappresentato dal numero crescente degli

ecclesiastici non beneficiari (i cosiddetti chierici selvaggi) che non avevano cioè né un

incarico ecclesiastico ben definito, né un reddito sicuro, ed erano quindi chiaramente

superflui e di difficile assoggettamento alla disciplina e al decoro previsto dal Concilio di

Trento. E il loro numero era in continuo aumento.

Le insufficienze del clero parrocchiale derivanti da mancanza di risorse, formazione

insufficiente e interferenze dei laici nel processo di selezione del clero furono in parte

mitigate dagli ordini religiosi, sia quelli di origine tardomedievale, come gli ordini

mendicanti dei francescani e dei domenicani, sia quelli (gesuiti, somaschi e teatini) fondati

nella prima metà del 500. loro scopo era invece quello di operare nel mondo, di

rappresentare un esempio di virtù sacerdotale, di insegnare il catechismo, di predicare, di

confessare, di occuparsi degli orfani e dei bisognosi ed eventualmente, laddove non

esistevano seminari, di formare i futuri sacerdoti nelle loro scuole.

La pratica delle vocazioni forzate continuò inalterata e le cose potrebbero persino essere

peggiorate nel XVII secolo. Questo sembra almeno essere stato il caso delle famiglie

patrizie fiorentine: nel 500 il 28% delle loro figlie entrava in convento, nel secolo

successivo la percentuale era del 50% e, possiamo ragionevolmente sospettare che

l’aumento non rispecchiasse un crescendo di divozione. Appare più probabile che il

peggioramento delle condizioni economiche che caratterizzò i decenni centrali del secolo,

in particolare la caduta del valore dei terreni e degli affitti, abbia dato al patriziato dei

proprietari terrieri un maggior incentivo ad evitare il costo delle doti per le figlie.

4.2.LA CRISTIANIZZAZIONE

Tra le insufficienze e le varie forme di malcostume che afflissero il clero italiano nel 600

non dovrebbero oscurare il fatto che nei suoi ranghi c’era un largo e probabilmente

crescente numero di individui che prendevano sul serio l’opera di riforma spirituale e

morale, vi profondeva sforzi enormi ed escogitava nuovi modi per educare religiosamente

il gregge dei fedeli e per suscitare in esso il fervore religioso.

La letteratura devozionale destinata alle anime pie era uno di questi modi.

Il Concilio aveva parimenti denunciato e condannato in termini molto espliciti la diffusa

pratica di costringere giovani donne a farsi monache contro il loro volere.

Il primo compito che i predicatori dovevano affrontare era quello di eliminare l’ignoranza

apparentemente abissale del loro pubblico, un’ignoranza anche dei principi basilari della

fede. Non meno inquietante agli occhi dei predicatori fu la scoperta che la religione

praticata dai contadini era spesso intrisa di magia e superstizione. Ciò non avrebbe dovuto

sorprenderli, visto che ciò che oggi definiamo comunemente religione popolare era

qualcosa che esisteva da secoli. Era però stato ignorata o tollerata dalle gerarchie della

Chiese medievale, nella convinzione che le masse ignoranti, d’intanto che non si fossero

ribellate contro le autorità ecclesiastiche, si sarebbero salvate, malgrado la loro crassa

ignoranza e i loro peccati, grazie alle loro buone intenzioni e alle preghiere del clero.

Il culto di immagini religiose o icone cui venivano attribuite proprietà magiche era un altro

motivo di preoccupazione per i riformatori. Nel 1563 il Concilio di Trento aveva espresso

chiaramente la posizione ufficiale della Chiesa su questo tema pronunciandosi contro la

tendenza popolare ad usare le immagini religiose come talismani o amuleti.

Il cattolicesimo optò per una sola religione valida sia per l’élite che per la base: pur

riconoscendo la legittimità di varie sfumature di spiritualità e di diversi livelli di istruzione

nei differenti strati della società, esso affermò però l’esistenza di un nucleo dottrinale che

ogni credente doveva conoscere e accettare. Fatta questa scelta, la Chiesa cattolica si

impegnò nel tentativo di presentare questo nucleo in modo tale da renderlo accessibile ai

non istruiti. Da ciò nacquero le Scuole della Dottrina Cristiana, i catechismi, le missioni, gli

sforzi profusi per la formazione di nuovi sacerdoti, la nuova attenzione dedicata alla cura

delle anime.

La venerazione dei santi fu un altro campo in cui operava una dialettica tra religione d’élite

e religione popolare. Sebbene non fosse una creazione della Controriforma, il culto dei

santi ebbe in quel periodo un forte impulso: i pellegrinaggi ai santuari divennero sempre

più popolari, e molti nuovi santi si aggiunsero all’elenco ufficiale per acclamazione

popolare.

La Chiesa tentò anche di porre un freno all’attività di sant’uomini he praticavano esorcismi

non autorizzati o cure miracolose, oppure profetizzavano l’imminenza della fine del

mondo.

Furono gli ordini religiosi a contribuire maggiormente alla creazione di scuole a tempo

pieno, perché ad essi era più agevole disporre di locali adeguati e di insegnamenti.

Mentre somaschi e scolopi concentravano i loro sforzi sull’istruzione elementare e

professionale per i figli delle classi inferiori, altri ordini, in prima schiera i gesuiti, si

specializzarono nella formazione dei futuri membri dell’élite, i figli dei nobili e delle famiglie

di medio rango fra i quali venivano reclutati i funzionari statali, i magistrati, gli ufficiali, gli

avvocati e gli altri professionisti.

Nonostante il successo e la popolarità raggiunti, i collegi gesuiti non furono risparmiati

dalle critiche e anzi ebbero degli oppositori anche nel 600. A quanto pare altri ordini

religiosi mal sopportavano la concorrenza di un’organizzazione che era economicamente

più solida di loro e che godeva di maggior favore da parte dei poteri costituiti. Le antiche

università (Bologna, Padova, Messina) si sentivano minacciate dai collegi che i gesuiti

spesso aprivano nelle immediate vicinanze e che fungevano non solo da scuole di

preparazione all’università, ma anche da autentici istituiti di istruzione superiore. Più gravi

erano le critiche dirette contro la qualità dell’istruzione impartita nelle scuole dei gesuiti.

L’accusa di ignorare le scienze era sicuramente ingiustificata ma le altre, concernenti

l’elitarismo e il conservatismo, erano in parte fondate.

4.3.COERCIZIONE E REPRESSIONE

Coercizione e repressione sono parole che, nel contesto del cattolicesimo della prima età

moderna, evocano immediatamente alla mente il Sant’Ufficio dell’Inquisizione romana,

l’organizzazione centralizzato istituito dal papa nel 1542 per la difesa dell’ortodossia e la

lotta contro l’errore, se necessario con l’uso della forza. In teoria la sua giurisdizione si

estendeva a tutto il mondo cattolico, ma in pratica non aveva poteri in Spagna e nella

maggior parte dei domini spagnoli, dove un organismo separato, sotto il pieno controllo

della Corona, era operante fin dalla fine del 400, mentre in Francia i suoi poteri erano

limitati e in parte condivisi dal massimo tribunale laico, il Parlamento. La penisola italiana,

invece, divisa com’era in vari Stati, nessuno dei quali poteva asserire di fronte al papato la

stessa autonomia di cui godevano le grandi nazioni, offriva una resistenza minore

all’attività dell’Inquisizione. La Sicilia e la Sardegna cadevano sotto la giurisdizione

dell’Inquisizione spagnola invece che di quella romana; nel Regno di Napoli, dove ripetuti

tentativi di introdurre l’Inquisizione spagnola fallirono di fronte all’opposizione popolare, la

responsabilità delle repressione degli eretici apparteneva tradizionalmente ai vescovi, e

solo casi particolari potevano essere giudicati, su richiesta di Roma, da un rappresentante

del Sant’Uffizio. Anche nella piccola Repubblica di Lucca il compito di perseguire l’eresia

era prerogativa del vescovo, che doveva però essere assistito da un magistrato laico; a

Venezia e a Genova, invece, operavano giudici dell’Inquisizione romana, che dovevano

però operare fianco a fianco con magistrati laici nominati dal governo.

L’atteggiamento generale di intolleranza religiosa venne rafforzato, nell’età confessionale,

dalla constatazione, nata dagli orrori delle guerre di religione, che le divisioni dottrinali

minano l’unità della nazione e la pace sociale. Quella che è stata definita età

confessionale considerò il conformismo religioso come elemento essenziale per un

armonico ordinamento della società; solo eccezionalmente si tollerò la coesistenza di

Chiese diverse per motivi di convivenza politica, come avvenne in Francia tra il 1598 e il

1685.

In questo contesto generale di intolleranza, la preoccupazione principale dell’Inquisizione

(e/o dello Stato) era prevenire l’infiltrarsi in Italia di idee protestanti. L’Inquisizione rivolse

principalmente l’attenzione verso altre forme di devianza dall’ortodossia e dalla legge

morale, in particolare verso idee filosofiche o scientifiche che erano ritenute contrarie alla

dottrina cattolica.

La pena capitale veniva inflitta solo per i crimini più gravi, come l’apostasia, l’eresia, la

stregoneria diabolica o la dissacrazione di altari, e soltanto quando l’imputato si mostrava

ostinato e rifiutava di riconciliarsi con la Chiesa, o quando fosse già stato ufficialmente

condannato in passato.

Nel clima di intolleranza che prevalse in Italia come nel resto dell’Europa nell’età

confessionale, un’altra minoranza religiosa, gli ebrei, era destinata ad attrarre l’attenzione

e la disapprovazione delle autorità ecclesiastiche e laiche. Obiettivo di queste era

l’espulsione in blocco del gruppo dissidente oppure, se esso avesse dovuto essere

tollerato come comunità separata, il suo isolamento, in modo tale che non contaminasse o

inquinasse il resto della società con credenze e riti non ortodossi. Il XVI secolo segnò

l’inizio di un atteggiamento generale di maggiore durezza verso gli ebrei e produsse una

serie di provvedimenti legislativi aventi lo scopo di eliminarli o di marginalizzarli. Questo fu

particolarmente vero per Napoli, la Sicilia e la Sardegna, che erano sotto il dominio

spagnolo, e da cui gli ebrei furono espulsi in massa già nel 1510, in linea con la politica già

adottata in Spagna. Qualche anno dopo la Repubblica di Venezia, pur permettendo agli

ebrei di risiedere a titolo permanente a Venezia, li confinava in un quartiere chiuso e

delimitato (il ghetto), dove essi dovevano abitare in case d’affitto e dal quale non potevano

allontanarsi dopo i tramonto. Anche in altri Stati italiani vi fu nell’ultima parte del 500 una

diffusa ostilità verso gli ebrei: nel 1565 Filippo II decise di espellere gli ebrei dallo Stato di

Milano, ma le opposizioni delle autorità locali, che dipendevano largamente dai prestiti dei

banchieri ebrei, riuscirono a bloccare il decreto reale per 30 anni; solo nel 1597 il

provvedimento di espulsione venne eseguito e circa 900 famiglie furono costrette a partire.

Per completare la nostra panoramica delle misure repressive nell’Italia della Controriforma

occorre menzionare la censura sul libri. Il primo passo in questa direzione era stato

compiuto nel 1549 con la pubblicazione del primo di una lunga serie di indici dei libri

proibiti; poi, nel 1571, venne istituita la Congregazione dell’Indice come organismo della

Curia romana il cui compito specifico era quello di individuare, in collaborazione con

l’Inquisizione, i libri ritenuti pericolosi per la fede e di esaminare i manoscritti degli autori

cattolici per valutarne l’ortodossia prima della pubblicazione.

CAPITOLO 5 – CHIESA E STATO

La Chiesa uscita dal Concilio di Trento aveva bisogno della cooperazione dello Stato

confessionale per attuare il suo vasto programma. Da parte loro, i governi, nei loro sforzi

per consolidare la propria presa sulle varie componenti della società e per evitare la

conflittualità ingenerata dalle divisioni religiose, avevano naturalmente interesse a

salvaguardare l’unità religiosa e a correggere le forme più evidenti di malcostume del

clero.

Per la chiesa post-tridentina (e il papato, che assunse un ruolo guida nel portare avanti il

programma tracciato a Trento) un obiettivo di primaria importanza consisteva nel

riaffermare la propria libertà dalle intromissioni o dalla tutela dello Stato come

precondizione per la propria stessa efficacia. Questo significava in primo luogo il diritto di

scegliere e di controllare il clero, dal vescovo al parroco, al monaco; significava poi

l’esercizio della giurisdizione sui laici non solo nei casi di eresia o di simonia, ma anche in

casi misti riguardanti reati che (come la bestemmia, l’adulterio, la bigamia, l’usura e lo

spergiuro) erano punibili sia per la legge canonica che per quella civile, o in casi di

usurpazione di beni ecclesiastici. Significava anche rivendicare o reclamare per il clero

l’immunità dal fisco e dalla giurisdizione dei tribunali laici; infine, significava contestare il

diritto dello Stato di dare (o negare) la sua approvazione alla legislazione e alle direttive

della Chiesa prima che potessero essere ufficialmente rese pubbliche ed entrare in vigore.

Nel 1568, cinque anni dopo la chiusura del Concilio, tuttavia, papa Pio V, dinanzi al rifiuto

di Filippo II di autorizzare la pubblicazione e l’applicazione dei decreti del Concilio nella

loro interezza in Spagna e nelle dipendenze spagnole, emise una versione riveduta e

ampliata della bolla In coena Domini, un documento papale che fin dal Medioevo doveva

essere letto ogni anni dal pulpito il giovedì santo: la bolla enumerava una serie di possibili

violazioni della libertà della Chiesa ad opera di laici e comminava ai trasgressori la

scomunica.

L’opposizione alla bolla fu sin dall’inizio assai vivace, e vide la Spagna e la Repubblica di

Venezia in testa agli Stati che si opponevano alla sua pubblicazione. Ciò che rendeva così

odioso il documento papale ai governi laici era il fatto che esso contrastava in pieno con la

legislazione che la maggior parte dei governi europei aveva adottato unilateralmente fin

dal 400, traendo vantaggio dall’eclissi dell’autorità pontificia, o con le concessioni che il

papato aveva fatto nello stesso periodo nel tentativo di formare alleanze con vari governi

per guadagnarsi il loro appoggio nella lotta contro le forze centrifughe del conciliarismo. La

monarchia spagnola aveva avuto un particolare successo sotto questo aspetto ed era

arrivata ad istituire una propria Inquisizione che era sotto il pieno controllo del re. In questo

modo, non solo i governi potevano usare le nomine ecclesiastiche (con le relative rendite)

come ricompense per funzionari meritevoli e per stornare a proprio vantaggio almeno una

parte delle ricchezze della Chiesa.

l’unità religiosa dei sudditi era talmente importante per la pace interna e la coesione dello

Stato, che le autorità secolari si interessarono attivamente alla conservazione

dell’ortodossia religiosa e della disciplina ecclesiastica. Difatti, ben prima che le autorità

ecclesiastiche adottassero misure severe per combattere l’eresia e il malcostume del

clero, i governi si erano già mossi in questa direzione. Negli anni 1530-50, in un’epoca

cioè nella quale Milano era sprovvista di un vescovo residente, i governatori spagnoli e il

Senato intervennero ripetutamente per perseguire gli eretici, bandire libri pericolosi e

frenare l’immoralità in alcuni monasteri. A Venezia, a partire dal decennio 1550-60, il

temutissimo Consiglio dei Dieci operava in stretto collegamento con l’Inquisizione per

bloccare le infiltrazioni ereticali, e in seguito tre magistrati veneziani avrebbe sempre preso

parte ai procedimenti dell’Inquisizione. Riassumendo, lungi dal muoversi nella direzione di

una completa neutralità in materia religiosa, gli Stati della prima età moderna si

identificavano con la causa della religione, sorvegliavano strettamente e in larga misura

controllavano il clero, ed erano vitalmente interessati alla conservazione dell’ortodossia.

Date queste premesse, non sorprende che la storia degli Stati italiani nell’età della

Controriforma sia disseminata di attriti e contese con la Chiesa, la cui frequenza e

intensità variavano, ovviamente, da Stato a Stato. Esse furono minime nel Granducato di

Toscana, perché i Medici dovevano in parte al papato il loro ritorno al potere nel 1530 e

l’elevazione al rango di granduchi nel 1569. In campo della loro incrollabile fedeltà alla

Santa Sede, i granduchi Medici godettero per due secoli di ampia libertà d’azione nel

nominare in diocesi vacanti in Toscana persone che consideravano politicamente sicure e

disposte a sostenere i propri sovrani contro pretendenti forestieri e critici interni del regime.

Pochi altri Stati italiani intrattenevano con Roma rapporti tanto cordiali. Uno di essi era la

piccola Repubblica di Genova, che poteva vantare una fedeltà pressoché irreprensibile, e

di cui aveva dato prova nel 1606-07, quando la repubblica non solo si era schierata

lealmente con il papato nella celebre contesa con Venezia, ma aveva addirittura abrogato

tutte le leggi che erano state emanate in passato per bloccare la crescita della proprietà

ecclesiastica.

5.1.NELLO STATO SABAUDO

Nello Stato Sabaudo un indulto concesso da un papato in difficoltà al duca Ludovico di

Savoia per la sua cooperazione alla causa dell’unità della Chiesa aveva sottoposto tutte le

maggiori nomine ecclesiastiche all’approvazione del duca, e ciò aveva assicurato a lui e ai

suoi successori una posizione di forza nella vita della Chiesa nei suoi domini. Nel 500

Roma aveva tentato più volte di riaffermare il proprio controllo in un’area di frontiera che

rivestiva grande importanza nel suo programma di riforma, sostenendo che la concessione

era stata fatta al duca Ludovico a titolo personale, e non già ai suoi successori. Il privilegio

goduto da Casa Savoia era però troppo prezioso per rinunciavi senza combattere, e infatti

sovrani energici quali Emanuele Filiberto e Carlo Emanuele I, impegnati com’erano nel

compito di ricostruire il proprio Stato su linee assolutistiche, rifiutarono risolutamente di

cederlo, e alla fine, dopo interminabili battaglie giuridiche e diplomatiche, riuscirono ad

assicurarsene la conferma.

Un’altra fonte di conflitto tra una dinastia intenta al consolidamento dello Stato e un papato

deciso ad affermare la propria libertà fu la pubblicazione dei decreti del Concilio di Trento.

5.2.NEI DOMINI SPAGNOLI

I sovrani spagnoli della Sicilia, di Napoli e di Milano erano ben decisi, per motivi politici non

meno che ideologici, a tenere sotto controllo la vita della Chiesa nei propri domini,

sottomettendosi all’autorità papale solo in questioni strettamente dottrinali. In Spagna gli

Asburgo godevano di una posizione che aveva pochi eguali tra i sovrani cattolici: nel 1523

la Corona aveva ottenuto dal papa il diritto di nominare tutti i vescovi in Spagna; gli appelli

dai tribunali ecclesiastici spagnoli a Roma erano stati dichiarati inammissibili; in Castiglia

un terzo delle decime ecclesiastiche andava alle casse del regno, e la Corona imponeva

altre tasse ad un clero che teoricamente ne era esente; infine, la sua Inquisizione, del tutto

distinta e indipendente dall’analoga istituzione romana. E i re spagnoli, nonostante la loro

indiscussa adesione alla fede cattolica, non esitavano a tener testa al papato quando era

in gioco il controllo sugli affari ecclesiastici.

Il Regno di Sicilia era l’unico dominio italiano in cui la Corona spagnola disponeva di una

posizione di chiaro dominio sulla Chiesa, nella stessa misura di quella che aveva in

Spagna. Da un punto di vista giuridico questa posizione si fondava su un privilegio

concesso nel 1098 dal papa al sovrano normanno della Sicilia, il conte Ruggero, in segno

di riconoscenza per la sua lotta contro gli infedeli. Ciò significava che i sovrani dell’isola

avevano il diritto di disporre di tutte le nomine ecclesiastiche, di vagliare le decisioni papali

prima che divenissero operative in Sicilia, e di esercitare il supremo potere giudiziario su

tutte le questioni ecclesiastiche attraverso un’alta corte di giustizia della Monarchia Sicula,

contro le cui decisioni non era concesso ricorrere in appello a Roma. Ma dopo il Concilio di

Trento, il papato cominciò a contestare gli ampi poteri della Corona dell’isola, e a porre in

dubbio la validità della concessione originaria, poiché il programma tridentino di riforma

richiedeva un episcopato responsabile nei confronti di Roma e non del governo, nonché il

diritto di Roma ad emettere decreti e direttive che non dovessero essere sottoposte

all’approvazione del governo.

Da questi conflitti con Roma la Corona uscì vittoriosa: la salda presa della Corona sulla

Chiesa siciliana rimase tale fino alla fine del dominio spagnolo, e anche oltre. La

Monarchia Sicula fu abolita ufficialmente solo nel 1867. Ma ciò che va sottolineato in tutta

questa vicenda è che, nonostante le tensioni e le reciproche recriminazioni, non si giunse

mai ad una rottura irreparabile tra Stato e Chiesa. Ciò si spiega, in primo luogo, col fatto

che rompere i legami con Roma sarebbe stato inconcepibile per i monarchi spagnoli,

incrollabili com’erano nella loro devozione al cattolicesimo, così come sarebbe stato

inconcepibile per il papato rinunciare al sostegno della maggiore potenza cattolica,

soprattutto nel periodo della guerra del Trenta Anni, quando era in gioco il futuro religioso

dell’Europa. Ma si spiega anche col fatto che la città di Roma, con le sue 100.000 anime,

dipendeva interamente dal grano siciliano per la sua sopravvivenza.

Nel Regno di Napoli la scelta dei candidati ai seggi episcopali sfuggiva al controllo del re.

Ne conseguiva che la Corona non poteva confidare totalmente nella fedeltà e docilità dei

vescovi. Non meno importante nel generare tensioni tra Stato e Chiesa era l’eccezionale

grado di immunità, sia dalla giurisdizione laica sia dalla tassazione, goduta dal clero.

Anche se è probabilmente esagerato affermare che il clero napoletano era totalmente

immune dal fisco statale, è però fuori dubbio che la sua immunità era più ampia che in

qualsiasi altro Stato italiano dell’epoca.

Le relazioni tra Stato e Chiesa potevano inasprirsi anche su questioni di giurisdizione,

oppure quando i due poteri su contendevano l’appoggio della popolazione.

Nello Stato di Milano, la monarchia spagnola si trovava in una posizione più forte nei

confronti della Chiesa locale rispetto a quanto avveniva nel Regno di Napoli. Libero da

rivendicazioni di sovranità papale, lo Stato di Milano vantava sin dai tempi di Visconti e

degli Sforza una lunga tradizione di controllo laico sugli affari ecclesiasti. Non solo i duchi

avevano affermato nei secoli XIV e XV il loro diritto a fissare i limiti dell’immunità fiscale del

clero e a far rispettare le norme di disciplina e di buona amministrazione nei monasteri e

nelle confraternite; avevano anche esercitato ininterrottamente il diritto di approvare o di

respingere le nomine papali ad alte cariche ecclesiastiche; sotto il loro governo, inoltre,

cosi che di norma sarebbero stati giudicati da tribunali ecclesiastici, come quelli di usura e

persino di eresia, erano stati sottoposti alla giurisdizione dei tribunali laici, e in particolare,

all’inizio del 500, a quella del potente Senato milanese, senza diritto di appello a Roma.

Annettendo Milano ai suoi già vasti domini italiani, l’imperatore Carlo V aveva così

ereditato un’autorità notevolissima sulla Chiesa milanese, autorità che non esitò a

impiegare, attraverso il governatore e il Senato, sia contro le ingerenze papali, sia contro il

diffondersi di idee luterane e contro il malcostume nel clero.

E tuttavia, per ironia della sorte, fu proprio a Milano che, nella seconda metà del 500, la

Chiesa riuscì a recuperare buona parte del terreno perduto. Una delle ragioni di questo

recupero fu la straordinaria personalità dell’arcivescovo Carlo Borromeo, che fu a capo

della diocesi dal 1565 al 1584. uno dei motivi di urto con il governatore spagnolo di Milano

e col Senato fu il diritto invocato dall’arcivescovo di servirsi della propria guardia armata

per arrestare un laico accusato di adulterio anziché lasciare che l’arresto venisse

effettuato dal braccio secolare.

5.3.NELLA REPUBBLICA DI VENEZIA

Fra tutte le contese tra Stato e Chiesa nell’Italia del 600, nessuna ha avuto una risonanza

maggiore di quella che contrappose la Repubblica di Venezia e il papato e culminò nel

celebre interdetto del 1606. Nel 1510, ad esempio, la repubblica, dopo la sconfitta inflittale

dalla lega di Cambrai capeggiata da papa Giulio II, era stata privata del diritto di nomina

alle diocesi vacanti nei suoi domini di terraferma. Nel 1510 era stata privata anche del

diritto di esigere le decime dal clero. A partire dal decennio 1580-90, quando nella

Repubblica di Venezia la leadership era passata nella mani dei giovani, un gruppo di

patrizi decisi ad affrancare la repubblica da ciò che consideravano un’ingerenza papale nei

propri affari interni, le relazioni con Roma si erano ulteriormente deteriorate, nella

fattispecie in conseguenza della decisione presa dal governo veneziano nel 1589 di

riconoscere, in atto di aperta sfida a Roma, Enrico IV (ancora protestante) come legittimo

re di Francia.

La crisi del 1606 fu innescata dalla promulgazione, avvenuta nel 1604-05, di due leggi

veneziane: la prima sottoponeva la fondazione di nuove chiese, monasteri e istituzioni di

carità all’approvazione del governo, l’altra vietava la cessione di proprietà immobiliari,

mediante vendita, donazione o legato testamentario, ad appartenenti al clero a meno che

non fosse stata autorizzata dallo Stato. I due statuti riflettevano la crescente

preoccupazione del governo veneziano per il calo del gettito delle imposte causato dal

passaggio di quote sempre maggiori di terre in mani ecclesiastiche, dato che tali terre

godevano di un’esenzione fiscale almeno parziale. Il papato, da parte sua, vide nella

nuova legislazione una violazione della libertà della Chiesa. La situazione internazionale

pareva favorire uno scontro a tutto campo: il re di Francia Enrico IV, recentemente

riconciliatosi con la Chiesa, non era in condizione, nonostante l’amicizia di lunga data con

Venezia, di intervenire in suo soccorso; d’altra parte, il più fedele sostenitore di Venezia,

Giacomo I d’Inghilterra, era troppo lontano per essere realmente d’aiuto alla repubblica.

Allo stesso tempo il papato poteva contare sull’atteggiamento favorevole della Spagna

che, avendo bloccato la Valtellina e quindi interrotto il collegamento principale tra la

Repubblica di Venezia e i suoi alleati svizzeri (i Grigioni), era più che mai desiderosa di

sostenere qualsiasi azione papale che avesse potuto creare fastidi ai veneziani. Infine, un

elemento da non sottovalutare: Venezia era allora alle prese con una dura recessione

economica e con un bilancio drasticamente ridotto, e dunque poteva non essere in

condizioni di resistere a lungo alle pressioni papali. Ma a parte la situazione

internazionale, Paolo V aveva tutti i motivi per voler fare della contesa con Venezia una

verifica della propria autorità: la città di San Marco era vicina ai paesi protestanti; a Roma

si temeva molto che Venezia potesse fungere da testa di ponte protestante in Italia e la

recente ascesa al potere dei giovani, con la determinazione ad opporsi all’ingerenza

papale negli affari della repubblica, alimentava questo timore.

Dopo una serie di negoziati inconcludenti, il 17 aprile 1606 Paolo V dette un ultimatum: il

Senato veneziano sarebbe stato scomunicato e tutto il territorio della repubblica sarebbe

stato posto sotto interdetto papale se entro 24 giorni Venezia non avesse ritirato le due

leggi consegnato i due ecclesiastici alle autorità ecclesiastiche. Venezia respinse

l’ultimatum. Si arrivò così alla rottura dei rapporti diplomatici con la Santa Sede e Roma

mise in atto le proprie minacce. Per tutta risposta, Venezia ordinò a tutti gli ecclesiastici,

sotto pena di severe sanzioni, di ignorare l’interdetto papale e di tenere le chiese aperte e

funzionanti.

Anche le due maggiori potenze europee, Francia e Spagna, erano favorevoli a una

riconciliazione, perché un protrarsi del conflitto tra Roma e Venezia le avrebbe costrette a

schierarsi con uno dei due contendenti, con gravi rischi per la stabilità politica della

penisola italiana e persino dell’Europa. Fu la Francia, in effetti, a mediare un

compromesso tale da salvare la faccia ad ambedue parti: Venezia venne convinta a

consegnare i due ecclesiastici all’ambasciata francese che, a sua volta, li avrebbe

consegnati in mani pontefice; la legislazione sulle proprietà ecclesiastiche rimase invece in

vigore; il papa ritirò l’interdetto e assolse la repubblica.

CAPITOLO 6 – LA CULTURA

Se paragonata a quella del tardo Medioevo e del Rinascimento, la cultura del 600 risulta, a un primo

sguardo, deludente: è difficile che affiorino alla mente nomi che possano eguagliare quelle di pittori

come Giotto, Botticelli o Raffaello. Il 600 veniva dipinto come un’epoca di decadenza intellettuale

e artistica. Le ragioni di questa decadenza venivano rintracciate in più direzioni: in un’oppressiva

dominazione straniera, nel conformismo religioso nella repressione ad esso accoppiata, in un

ordine sociale sclerotizzato.

6.1.LE ARTI


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Kristina_gv di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Levati Stefano.

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