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L'Italia del Seicento di Domenico Sella

Capitolo 1 – Il sistema degli stati italiani

A partire dal 1559, l’anno della pace di Cateau-Cambresis tra la Spagna e la Francia, e fino alla fine del 500 l’Italia godette di un periodo eccezionalmente lungo di pace. Cateau-Cambresis non aveva solamente riportato la pace e la stabilità in una terra devastata e dato l’avvio a 40 anni di prosperità economica: aveva altresì sancito l’egemonia spagnola sull’Italia e disegnato un assetto politico del paese destinato a rimanere fondamentalmente immutato per i successivi 150 anni.

I possedimenti spagnoli in Italia comprendevano la metà meridionale della penisola (il Regno di Napoli, di cui i re di Francia aveva sperato di impadronirsi all’inizio del secolo), i regni di Sicilia e di Sardegna; nel Nord anche lo Stato di Milano era sotto il dominio diretto degli spagnoli. Il resto della penisola era un mosaico di Stati indipendenti: lo Stato Pontificio, che si estendeva da Roma fino all’Adriatico settentrionale, il Granducato di Toscana, la Repubblica di Venezia con i suoi possedimenti sulla costa dalmata, e il Ducato di Savoia, situato a cavallo delle Alpi, tra Nizza e le sponde del lago di Ginevra.

Infine, tre altri minuscoli Stati – i ducati di Urbino e di Castro nello Stato Pontificio e la Repubblica di Lucca – accentuavano la straordinaria complessità della mappa politica. Con circa metà del territorio sotto il suo diretto dominio e con le risorse del suo vasto impero a sostenere la sua azione, la monarchia spagnola si trovava ovviamente in una posizione in cui poteva far sentire la sua influenza sulla maggior parte degli Stati italiani, e ciò risultava ancora più agevole dal momento che alcuni di essi, seppure ufficialmente indipendenti, erano di fatto indebitati verso la Spagna.

Uno di questi stati era la Toscana, in cui la dinastia regnante (i Medici) doveva in gran parte la sua corona alla generosità asburgica. I duchi di Savoia, i cui domini erano stati invasi dalle forze francesi nella prima parte del secolo, li avevano riacquistati nel 1559 sull’onda della vittoria asburgica e non potevano ignorare l’importanza del sostegno spagnolo come salvaguardia verso future rivendicazioni. Quanto al papa, aveva poca scelta, se non quella di appoggiarsi agli Asburgo per la difesa della causa cattolica.

Infine, le fortune della Repubblica di Genova, i cui banchieri prestavano somme prodigiose al governo spagnolo, erano inestricabilmente legate a quelle del loro cliente.

1.2. La fine della Pax Hispanica

La pace e la prosperità, tuttavia, sarebbero ben presto venute meno. Con l’avvento del nuovo secolo iniziò un periodo di quasi 60 anni nei quali la guerra tornò nella penisola e riportò in alcune aree l’instabilità e le devastazioni dell’inizio del 500. Uno dei motivi principali di questo drammatico mutamento della situazione fu il ritorno della Francia al rango di grande potenza dopo la fine delle guerre di religione, nel 1598.

Era prevedibile che ciò sarebbe sfociato in una ripresa da parte dei due antichi rivali – Francia e Spagna – delle contesa per la supremazia in Europa, e che l’Italia sarebbe stata, ancora una volta, uno dei campi di battaglia sui quali le due potenze si sarebbero affrontate.

Un primo presagio di ciò che sarebbe accaduto fu fornito dal Piemonte-Savoia, allora sotto la guida del duca Carlo Emanuele (1580-1630). Nel 1588, approfittando delle condizioni della Francia, tormentata dalle guerre di religione, si era annesso il Marchesato di Saluzzo, l’enclave francese sul versante italiano delle Alpi che rappresentava una minaccia al cuore dei possedimenti del duca in Piemonte. Ne era seguita una guerra con la Francia. Dopo il 1593, comunque, una Francia rivitalizzata sotto il nuovo re Enrico IV di Borbone riuscì a fermare le forze savoiarde e a chiedere che Carlo Emanuele restituisse Saluzzo alla Francia (1598).

Al rifiuto del duca, Enrico IV fece marciare il suo esercito sulla Savoia e ne occupò la maggior parte (1600). A quel punto la mediazione papale riuscì a far raggiungere un compromesso col quale Carlo Emanuele manteneva Saluzzo, ma cedeva due piccole province situate sul versante francese delle Alpi (trattato di Lione, 1601). Avendo in tal modo eliminato a un costo abbastanza ridotto un saliente francese in Piemonte, Carlo Emanuele si riavvicinò alla Francia e si impegnò in negoziati con altri Stati italiani per la formazione di una lega che, con l’appoggio francese, avrebbe avuto lo scopo di cacciare gli spagnoli dal Norditalia.

Un trattato ufficiale con la Francia che andava in quella direzione fu firmato a Brozolo nel 1609, ma non ebbe alcun effetto in seguito all’assassinio di Enrico IV, avvenuto l’anno successivo. Quanto agli Stati italiani nel cui aiuto contro la Spagna Carlo Emanuele aveva sperato, persero ben presto interesse al grande piano: qualunque cosa possano aver pensato della libertà d’Italia, erano assai sospettosi nei confronti dell’intenzione di Carlo Emanuele di espandersi nello Stato di Milano.

Quest’ultimo, da parte sua, non fece nulla per mitigare questi sospetti: nel 1608 aveva dato sua figlia Margherita in sposa a Francesco II Gonzaga, duca di Mantova e marchese del Monferrato, sperando che il matrimonio potesse rappresentare il fondamento di future rivendicazioni se non su tutta l’eredità gonzaghesca, almeno sul Monferrato. E in effetti, quando nel 1612 Francesco II morì senza discendenza, Carlo Emanuele si affrettò a reclamare per sé il Monferrato e, avendo ricevuto dal fratello ed erede del defunto duca, Ferdinando Gonzaga, un cortese rifiuto, invase nella primavera del 1613 con il suo esercito il Monferrato e ne conquistò agevolmente tre delle maggiori piazzeforti.

Come era prevedibile, la brutale aggressione innescò una reazione considerevole: forze spagnole, sostenute dall’Austria, attaccarono dallo Stato di Milano e riuscirono a mettere a segno alcuni successivi significativi nel Monferrato e a conquistare la piazzaforte di Vercelli; Venezia e Firenze offrirono appoggio finanziario al duca di Mantova assediato; la stessa Francia aprì un secondo fronte sul fianco occidentale di Carlo Emanuele. Tra il 1613 e il 1617 la guerra infuriò intorno a Piemonte senza che si giungesse a uno sbocco: due tregue stipulate grazie alla mediazione del papa nel 1614 e nel 1615 furono rotte appena dopo essere state concordate.

Alla fine si arrivò a una situazione di stallo: la Repubblica di Venezia e la Francia riuscirono a persuadere il duca di Savoia a restituire tutte le terre conquistate nel Monferrato in cambio del ritiro spagnolo da Vercelli. Con questo compromesso, accettato a denti stretti da Carlo Emanuele, la guerra del Monferrato – il primo conflitto importante combattuto sul suolo italiano dopo il 1559 – si concluse, e gli ambiziosi piani di espansione di Carlo Emanuele furono bloccati, o così parve allora.

1.3. L'Italia e la guerra dei Trent'anni

Nel 1618 lo scoppio in Boemia di quella che un giorno sarebbe divenuta nota come guerra dei Trent’anni offrì all’instancabile duca una nuova opportunità per riprendere in mano i piani espansionistici e per saldare i conti con quei paesi che in precedenza si erano tanto adoperati per ostacolare i suoi disegni, in particolare la Spagna e l’Austria. Di conseguenza, appena scoppiò la rivolta a Praga inviò 2000 soldati in appoggio ai ribelli e si riavvicinò all’imperatore austriaco, fino ad offrirgli sostegno militare.

Lo scoppio della guerra dei Trent’anni si ripercosse su un’altra piccola zona del Norditalia, la Valtellina, una vallata stretta e aspra che era sotto la signoria dei Grigioni (ma di fatto godeva di una larga autonomia) e si snodava dalla punta settentrionale del lago di Como al passo alpino dello Spluga, fornendo un collegamento di essenziale importanza tra i possedimenti spagnoli dell’Italia settentrionale (lo Stato di Milano) e le terre dell’imperatore austriaco e, al di là di esse, la Renania. L’ovvia importanza strategica della Valtellina aumentò ulteriormente nel 1621, quando nei Paesi Bassi riprese la guerra fra la Spagna e i ribelli olandesi: dato che le vie marittime erano in pratica impercorribili a causa degli incessanti attacchi dei marinai inglesi e olandesi, tutte le truppe e tutti i rifornimenti spagnoli destinati ai Paesi Bassi dovevano incanalarsi per la Valtellina e la Renania, se volevano giungere a destinazione.

Il successo dell’operazione dipendeva dall’accondiscendenza dei Grigioni protestanti, ma in presenza di una guerra che in Germania contrapponeva cattolici e protestanti tale accondiscendenza era improbabile. La popolazione cattolica della Valtellina, da parte sua, sosteneva la causa asburga; di conseguenza si verificarono conflitti fra i due gruppi religiosi. Dopo il tentativo protestante di schiacciare l’opposizione nella valle, avvenuto nel 1619, i cattolici, incoraggiati dal governatore spagnolo di Milano, risposero col ricorso all’insurrezione armata contro i loro signori protestanti, uccidendo centinaia di essi in ciò che divenne noto come il sacro macello del 1620 e lasciarono il passo libero agli eserciti spagnoli.

Due anni dopo il governatore di Milano fece marciare le sue truppe dalla Valtellina fino a Coira, la capitale dei Grigioni, e costrinse il governo locale a rinunciare ad ogni rivendicazione sulla contestata valle. L’occupazione spagnola della Valtellina fu vista come uno sviluppo allarmante da parte della Repubblica di Venezia, che aveva tradizionalmente reclutato truppe mercenarie nel Grigioni e non lo avrebbe più potuto fare finché forze spagnole avessero controllato la Valtellina.

Non minore era l’apprensione della Francia, poiché si rafforzava di molto la posizione del suo abituale avversario nel Norditalia. Solo dopo la restaurazione dell’ordine in casa proprio la Francia (una sollevazione ugonotta) la Francia prese l’iniziativa di formare una coalizione antispagnola con Venezia e Savoia. La Spagna rispose nel 1623 con l’offerta di un compromesso: le truppe si sarebbero ritirate dalla valle. Tre anni dopo, negoziati segreti tra Richelieu ed Olivares, rispettivamente primi ministri francese e spagnolo, portarono al trattato di Monzon, con il quale, all’insaputa del papa e degli altri Stati italiani, la Valtellina veniva resa ai Grigioni.

Non si erano ancora spente le luci sulla Valtellina, e il Monferrato veniva di nuovo alla ribalta. A determinare questo rientro in scena fu l’imminente estinzione dei Gonzaga a Mantova e nel Monferrato, dato che il duca Ferdinando era morto senza lasciare eredi maschi nel 1626 e gli succedette l’anziano fratello Vincenzo, anch’egli senza figli e senza speranza di averne. Carlo Emanuele era più che mai pronto a farsi avanti rivendicando una parte dell’eredità dei Gonzaga a nome di Maria, figlia del defunto duca e di Margherita di Savoia. Contro i suoi piani, però, il duca Vincenzo resisteva fermamente, ben deciso a trasmettere integro il complesso dei suoi possedimenti a Carlo Gonzaga-Nevers, duca di Rethel, discendente di un ramo collaterale della famiglia ducale che si era stabilito in Francia nel 1549 e lì aveva raggiunto un livello altissimo di ricchezza e un’importanza considerevole.

Gli interessi della Spagna e quelli della Savoia coincidevano, e nel 1627 i due governi si accordarono per collaborare nel compito di evitare la successione del Nevers al trono di Mantova: il prossimo duca sarebbe dovuto venire da un ramo collaterale della famiglia, quello dei Gonzaga-Guastalla, legato alla Spagna; quanto al Monferrato, sarebbe stato diviso tra la Spagna e la Savoia.

Alla morte del vecchio duca, nel 1627, il piano fu messo in atto: truppe sabaude invasero gran parte del Monferrato malgrado l’eroica resistenza delle forze locali, mentre truppe spagnole si mossero da Milano e misero sotto assedio Casale, la piazzaforte più importante della regione, senza riuscire però ad espugnarla. In quanto a Mantova, i piani della Spagna di installarvi un nuovo duca di propria scelta vennero bloccati dall’imperatore, che si riservò il diritto di decidere la successione di un ducato che, dopotutto, era pur sempre un feudo imperiale. Nel 1628 la situazione militare venne ulteriormente complicata dall’intervento dell’esercito francese: d’improvviso il problema della successione gonzaghesca assunse un rilievo europeo.

Prima o poi, però, la Francia avrebbe dovuto appoggiare il duca di Nevers: Mantova e il Monferrato in mani amiche avrebbero dato alla Francia un vantaggio strategico sugli avversari, poiché lo Stato di Milano sarebbe rimasto preso tra Mantova ad est e il Monferrato ad ovest, e le vie utilizzate dagli spagnoli per far arrivare i rifornimenti sarebbero state interrotte. Così l’egemonia francese in Italia si sarebbe sostituita a quella spagnola.

Una volta restaurato l’ordine interno, un esercito francese marciò alla volta del Piemonte e conquistò la città di Susa, 50 km ad ovest della capitale Torino. A questo punto, ancora una volta, Carlo Emanuele non esitò a cambiare partito e a venire a patti con la Francia: in cambio del riconoscimento del possesso di parti del Monferrato premette sulla Spagna perché togliesse l’assedio a Casale; da parte sua, la Francia costrinse il duca di Nevers ad acconsentire graziosamente alla cessione di parti del Monferrato al duca di Savoia.

Si era così tornati a una situazione di calma apparente quando, nella primavera del 1629, scese in Italia un esercito imperiale di 30mila fanti e 6mila cavalieri, con l’obiettivo di strappare Mantova al duca di Nevers. Contemporaneamente, truppe spagnole restrinsero d’assedio Casale, che adesso era difesa da una guarnigione francese. La risposta di Richelieu fu l’invio di un grosso esercito in Italia; non essendo riuscito ad assicurarsi la cooperazione militare di Carlo Emanuele, si annesse la Savoia, Saluzzo e Pinerolo.

Nel 1630 Mantova si arrese alla forze imperiali, dopo che la campagna circostante era stata sistematicamente devastata dalle truppe nemiche e dopo la sconfitta in battaglia delle truppe veneziane, intervenute in soccorso della città assediata; il Nevers andò in esilio e la sua disgraziata capitale dovette subite per tre giorni un saccheggio la cui ferocia e crudeltà furono terribili anche al metro di un’età portata alla violenza. A Casale, invece, i francesi tennero testa agli spagnoli.

Dopo laboriosi negoziati si giunse finalmente a un accordo, siglato a Cherasco nel 1631 e indubbiamente agevolato dalla calata in Germania del re di Svezia Gustavo Adolfo, avvenuta l’anno precedente, con la quale si apriva per l’imperatore un nuovo fronte, che lo costringeva a concentrare le sue forze e le sue risorse a nord delle Alpi. A Cherasco si stabilì che il Nevers si sarebbe reinsediato a Mantova come duca, ma con la clausola secondo cui avrebbe dovuto fare formalmente professione di fedeltà all’imperatore in quanto suo vassallo; a Vittorio Amedeo I, succeduto al padre come nuovo duca di Savoia nel 1630, fu concesso di conservare parti del Monferrato, ma dovette rinunciare ad ogni ulteriore rivendicazione all’eredità gonzaghesca; la Francia si tenne Pinerolo, mentre tutte le potenze coinvolte nel conflitto si accordarono per ritirare le proprie truppe dalla Valtellina.

Il trattato di Cherasco rappresentò indubbiamente una battuta d’arresto per la politica sabauda di consolidamento ed espansione territoriale sul versante italiano delle Alpi; allo stesso tempo fu un successo importante per Richelieu, poiché assicurò alla Francia una solida presenza in terra italiana.

Nel 1635 la pace fu rotta dall’intervento dell’esercito francese nella mischia che coinvolgeva tutta l’Europa, con l’intento di assistere un colpo definitivo alla potenza asburgica. La principale direttiva dell’attacco militare di Richelieu era la Renania, ma il cardinale-ministro decise anche di aprire un secondo fronte in Italia. Dopo essersi assicurato l’appoggio dei duchi di Savoia, Parma, Modena e Mantova, inviò alla volta della Valtellina un esercito che avrebbe dovuto attaccare lo Stato di Milano da nord-est, mentre le truppe sabaude attaccavano da ovest e gli altri alleati da sud.

La manovra di accerchiamento, tuttavia, fallì, perché il duca di Modena passò al campo spagnolo e invase il confinante Ducato di Parma. A peggiorare le cose per i francesi sopraggiunse nel 1637 la morte di Vittorio Amedeo; il successore era il figlio Carlo Emanuele II, un bimbo malaticcio di quattro anni. Una reggenza era inevitabile, ma la scelta del reggente contrappose la duchessa madre Cristina, francofila, ai fratelli del defunto duca, Maurizio e Tommaso. Il Piemonte divenne un campo di battaglia: la guerra civile infuriò per 5 anni, con la partecipazione di forze francesi e spagnole, con tutto il suo corredo di devastazioni e indicibili sofferenze. Solo nel 1645 la disputa familiare ebbe termine con una precaria riconciliazione tra Cristina e i suoi cognati.

1.4. Il papato e la politica italiana

Nel corso dei tumultuosi eventi degli anni 1620-40 il papa Urbano VIII (1623-44) aveva più di una volta tentato di fare da mediatore e da paciere tra Francia e Spagna e tra i vari Stati italiani. Perseguendo questa politica di equilibrio Urbano si era spinto fino ad incoraggiare l’intervento francese negli affari italiani, ma allo stesso tempo, nel suo ruolo di capo della Chiesa cattolica, aveva fornito un sostegno morale e finanziario alle forze cattoliche in Germania, capeggiate dalle due potenze asburgiche (Spagna ed Austria), proprio nel momento in cui la Francia le combatteva.

Questa difficile, per non dire impossibile, azione di bilanciamento era destinata al fallimento: non solo i tentativi di mediazione divennero sempre meno credibili ed efficaci, ma il prestigio del papa ne risultò fortemente indebolito.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Kristina_gv di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Levati Stefano.
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