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GOLDEN AGE DEL CAPITALISMO (1950-73) – CAPITOLO XIII

Gli anni che vanno dal 1950-73, denominati golden age del capitalismo, rappresentano il momento

di maggiore crescita dell'economia mondiale. Lo sviluppo fu generale, ma vi furono differenze tra i

vari paesi. C'è un processo di convergenza tra i paesi più avanzati, cioè la aree arretrate nel 1950

come Europa occidentale e Giappone, crescono in termini di pro capite più velocemente degli Stati

Uniti. Come conseguenza, le distanze tra l'uno e gli altri si riducono. Oltre agli aspetti quantitativi,

ci sono miglioramenti dal pdv qualitativo in quanto va rilevata una progressiva industrializzazione

dei paesi che fino a questo momento non avevano avuto un settore industriale moderno.

Le radici dello sviluppo della golden age vanno ricercate in fattori economici, sociali e politici a

lungo termine che generarono una forte capacità sociale di crescita grazie ad un ambiente idoneo

e ricettivo nel contesto di un'economia mondiale stabilizzata dalla leadership nordamericana. Quasi

tutti gli indicatori economici mostrano tassi di incremento elevati che vanno correlati agli effetti

positivi dei miglioramenti tecnologici e non solo. La golden age corrisponde al momento di

massima diffusione delle innovazioni della seconda rivoluzione tecnologica.

Alcune innovazioni:

– innovazione dell'aviazione che non erano state applicate come aviazione commerciale, motori a

reazione, satelliti artificiali, razzi spaziali;

– sviluppo nell'elettronica con il microscopio elettronico, televisione, transistor, primo computer,

laser;

– innovazioni decisive nella chimica in due ambiti: raffinazione del petrolio e industria

farmaceutica (scoperta degli antibiotici come la penicillina scoperta da Fleming);

– uso della plastica in mille campi;

– miglioramenti nei settori industriali e in beni già sul mercato come detergenti o acciai inossidabili,

grandissima diffusione del motore a scoppio;

– maggiore ricerca e sviluppo;

– modernizzazione delle coltivazioni che generò aumenti della produzione e si ha il passaggio da

attività primaria ad attività industriale, grazie anche alla meccanizzazione;

– esplosione nel consumo di energia → predominio del carbon fossile, ma si spostò dal carbone al

petrolio e al gas naturale grazie all'abbattimento del costo del trasporto grazie a betoniere poi

oleodotti. Nel 1960 i paesi produttori crearono l'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio

(OPEC), un cartello internazionale con la missione di fissare la produzione e i prezzi del petrolio).

– si affermano le grandi società multinazionali americane ed europee che diventeranno delle forze

solo in parte regolabili dalle autorità politiche nazionali.

I fattori che resero possibile questa crescita intensa ed equilibrata si possono raggruppare in:

• IMPULSO DELL'OFFERTA:

Tasso alto di investimento reso possibile dalla crescita dei profitti (inflazione moderata) grazie ad

un incremento delle produttività, aumento dei salari e del risparmio, caduta dei prezzi e mobilità del

capitale che poteva investirsi dove risultava più redditizio. Moderazione dei prezzi dell'energia e

delle materie prime, forte crescita delle rese agrarie e liberalizzazione dell'economia mondiale con

libertà di circolazione di merci, servizi e fattori produttivi. L'impulso dell'offerta ebbe alla base un

incremento della produttività, derivato dal miglioramento tecnico che risultò abbastanza intenso da

permettere l'aumento simultaneo sia dei profitti che dei salari e dell'investimento e del consumo.

Quest'ultimo aspetto determina la spinta della domanda.

• SPINTA DELLA DOMANDA:

La domanda crebbe per molte ragioni grazie alla politica di piena occupazione, crescita del reddito,

aumento del reddito reale familiare, incremento della propensione alla spesa delle famiglie e

aumento del commercio estero. La positiva evoluzione dei salari reali permise alla maggior parte

delle famiglie di incrementare la quota delle entrate destinate all'acquisto di beni non alimentari,

specialmente di beni di consumo durevoli (elettrodomestici, automobili) e di abitazioni. È quello

denominato consumo di massa, elemento essenziale del modello di crescita di questi anni.

LA LEADERSHIP AMERICANA:

Gli Stati Uniti avevano il predominio sull'economia mondiale, anche se la loro partecipazione alla

produzione mondiale nel tempo diminuì. Rimasero comunque il paese con il maggiore PIL in

termini assoluti e con uno dei più alti in termini pro capite. Un contributo importante alla crescita

del resto del mondo lo fornivano le imprese multinazionali con capitale americano, che

influenzavano il mondo intero. A differenza dell'isolamento adottato nella Prima Guerra Mondiale,

nel 1945 assunsero il ruolo di leader mondiale con la convinzione che il modo migliore di

assicurare la prosperità economica e la stabilità politica nel mondo occidentale era quello di

promuovere la libertà del commercio e l'adozione di tassi di cambio fissi. L'economia

nordamericana acquisì un peso determinante su quella mondiale per diverse ragioni:

– capacità di innovazione tecnologica → l'indiscussa capacità finanziaria permetteva di sostenere

un'elevata spesa in ricerca e innovazione, consolidando la leadership tecnologica;

– importanza del commercio estero → problema perché la produzione soddisfaceva il mercato

interno, ma i prodotti nordamericani risultavano cari e le esportazioni crescevano lentamente, per

cui non bilanciavano le uscite di capitali e il saldo globale del commercio estero risultava negativo;

– ruolo di primo esportatore di capitali sotto forma di investimenti o di crediti privati e di crediti

di aiuti intergovernativi, che rappresentava più del 50% del movimento internazionale di capitali a

lungo termine;

– funzione assegnata al dollaro di mezzo di pagamenti internazionale e le variazioni dei tassi di

interesse, fissate dalla Federal Riserve Bank, influenzavano direttamente tutta l'economia mondiale.

Malgrado la sua leadership, lo sviluppo degli Stati Uniti nel dopoguerra è stato inferiore a quello del

resto dei paesi industrializzati anche perché la loro economia è già matura e non sperimentano

l'impulso legato alla ricostruzione come gli altri paesi, ma anzi diedero priorità alla lotta contro

l'inflazione e al ruolo di polizia mondiale che assunsero.

Soprattutto negli anni sessanta cercarono di rilanciare l'economia con politiche di espansione

monetaria che includevano misure a favore dei paesi più svantaggiati (Nuova Frontiera di

Kennedy): comportava all'interno un maggiore investimento in educazione e misure di assistenza

sociale, all'estro una specie di Piano Marshall per aumentare la crescita dei paesi dell'America

Latina e permettere allo stesso tempo la ripresa delle esportazioni nordamericane. Però dovettero

essere ridimensionate soprattuto per il costo della Guerra del Vietnam, che fece aumentare i tassi

di interesse, mentre l'inflazione e i salari reali crescevano al di sopra della produttività e

scoraggiavano gli investimenti. Anche la fiducia nel dollaro precipitò con l'abbandono della sua

convertibilità in oro (1971). inoltre mantenere l'impero con tutte le varie spese di guerra diventava

sempre più difficile. Su in questo contesto che nel 1973 l'impennata del prezzo del petrolio pose

fine al periodo di crescita (guerra araboisraeliana dello Yom Kippur).

EUROPA OCCIDENTALE:

• CONVERGENZA:

Tra 1950-73 tutti i paesi avanzati, ad eccezione della Gran Bretagna, crescono più velocemente

degli USA e la differenza tra il leader e i principali paesi capitalistici avanzati diminuì. La

convergenza nel reddito pro capite non si verificò solo rispetto agli Stati Uniti, ma anche tra i paesi

europei stessi. I paesi che avevano un livello di reddito più basso nel 1950 (Spagna, Italia,

Germania Occidentale) crebbero più velocemente di quelli con reddito più elevato (Gran Bretagna,

Francia). I due fenomeni della convergenza interna e di quella congiunta rispetto agli Stati Uniti,

sono elementi fondamentali per comprendere lo sviluppo europeo.

Fu un periodo non solo di crescita, ma anche segnato da un profondo cambiamento istituzionale

che ha portato alla creazione dell'Unione Europea. Le caratteristiche dello sviluppo europeo sono:

– aumento dei fattori della produzione (lavoro, capitale) e di un incremento della loro produttività

grazie ai miglioramenti tecnici e organizzativi che produceva più lavoro e capitale;

– meccanizzazione di attività che si svolgevano manualmente e investimento di nuovi capitali;

– trasferimento di persone impegnate in attività a bassa produttività (agricoltura) a settori ed attività

più regolari e intensi. Nel caso dei paesi avanzati la domanda di manodopera industriale supera le

riserve proprie, quindi si cercano lavoratori all'estero. Sono anni di emigrazione massiccia di

spagnoli, portoghesi, jugoslavi e turchi verso il nord e centro Europa;

– innovazione tecnologica e organizzativa, sia per mezzo della ricerca e dello sviluppo di

innovazioni proprie che attraverso l'acquisizione dei progressi tecnologici già impiegati negli Stati

Uniti;

– finanziamento derivante dagli stessi paesi europei che aumentarono in modo significativo la loro

capacità di risparmio e cresceva l'afflusso netto di capitali dagli Stati Uniti;

– ruolo dello Stato come fornitore di servizi quali assicurazioni sociali, politiche pubbliche in

materia di istruzione che migliorano la qualità del fattore lavoro, aumento della spesa in ricerca e

sviluppo.

Purché tutto questo diventasse effettivo, Eichengreen ritiene che ci sono due elementi principali da

considerare:

– consenso sociale che mantiene la crescita dei salari reali al di sotto della produttività in cambio

della sicurezza che i profitti sarebbero reinvestiti;

– insieme di politiche nazionali e internazionali dirette ad assicurare la piena occupazione.

Su questa base si concretò un intenso processo di investimento che comportò un aumento del

rapporto capitale/lavoro in tutta l'Europa e rese possibile sia l'estensione dell'uso delle tecnologie

conosciute che l'adozione di nuove.

• INTEGRAZIONE ECONOMICA:

Il piano Marshall contribuisce a istituzionalizzare la cooperazione economica tra i paesi dell'Europa

occidentale tramite l'OECE e UEP. Questo apre la porta al processo di integrazione europea e

vengono create:

✗ Benelux (Unione doganale di Belgio, Olanda e Lussemburgo):

Creato nel 1944 ad imitazione dello Zollverein tedesco, prevede l'eliminazione di tutti i dazi

doganali e applicazione di una tariffa comune alle importazioni all'estero.

✗ CECA (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio):

Geograficamente più ampia, ma settorialmente ristretta in quanto si limitava ai settori del carbone e

dell'acciaio. Consente la ricostruzione dell'industria pesante tedesca (timori Francia e Belgio), ma

elimina le barriere che separano il ferro dell'Alsazia e della Lorena dal carbone della Ruhr e della

Sarre (fattore di conflitto) così da rendere inutile una nuova guerra tra Francia e Germania.

Il successo economico della CECA convince i sei paesi membri ad allargare l'esperimento all'intera

economia (Mercato comune europeo).

✗ CEE (Comunità Economica Europea):

Fondata con il trattato di Roma (25 marzo 1957), alla quale furono associate CECA e

EURATOM (= nuova agenzia istituita dallo stesso trattato per curare la gestione e la ricerca nel

campo dell'energia atomica). I paesi firmatari erano Francia, Italia, Repubblica Federale Tedesca e i

tre membri del Benelux. L'obiettivo era promuovere lo sviluppo armonico mediante la creazione di

un mercato comune basato sulla libera circolazione di merci, servizi, lavoratori e capitali nel

rispetto delle regole della concorrenza. Questo implicava lo smantellamento dei dazi tra gli Stati

membri e l'adozione di dazi e politiche economiche comuni, al fine di arrivare ad una

omogeneizzazione che rendesse possibile una maggiore integrazione.

Il boom dell'interscambio fra i paesi aderenti e i positivi effetti economici che ne derivano generano

una forte attrazione:

– 1973 entrano Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca;

– 1981 Grecia;

– 1986 Portogallo e Spagna;

– 1995 Svezia, Austria e Finlandia;

– tra il 2004 e il 2007 altri dodici stati dell'Est Europa.

Accanto all'eliminazione dei dazi interni, prevedeva di affrontare congiuntamente il problema del

settore agricolo. Si adotta la Politica Agricola Comune (PAC) con l'obiettivo di consentire ai

contadini di poter ottenere un reddito paragonabile a quello dei lavoratori degli altri settori

economici. La politica adotta tramite prezzi fissi minimi per i prodotti importati con 'applicazione

del relativo dazio, rispetto all'interno la protezione si stabiliva mediante prezzi di garanzia. Aveva

anche numerosi limiti come lunghe negoziazioni a causa dei prezzi fissi, promuoveva una crescita

che spesso non rispondeva alle necessità del mercato e la maggior parte degli aiuti finiva in mano ai

grandi proprietari. I problemi agricoli della Comunità sono andati aumentando senza che sia in vista

una soluzione in quanto crea un mercato quasi monopolistico con prezzi artificialmente alti, il cui

risultato è un eccesso di produzione e il danno dei consumatori.

L'integrazione economica europea, anche se senza dubbio è stata positiva per i paesi coinvolti, non

ha smesso di avere problemi sin dall'inizio. Va tenuto presente che l'obiettivo politico essenziale era

di rendere impossibile lo scoppio di un'altra guerra e questo fu un successo indiscutibile.

MIRACOLO GIAPPONESE:

Il Giappone recupera l'indipendenza e il PIL di anteguerra intorno al 1952-53 e da quel momento

inizia la crescita più intensa del mondo. Alla base dello sviluppo di questi anni vanno collocate

alcune caratteristiche specifiche:

– effetti delle riforme politiche ed economiche imposte dagli Stati Uniti che davanti alla Guerra di

Corea contro la Cina, si allea con il Giappone;

– domanda indotta dalla Guerra di Corea (1950-52) che consentì di mantenere un livello di

importazioni molto alto (importazioni superano del 60% delle esportazioni). Nonostante le perdite

umane causate dal conflitto, il Giappone disponeva di una grande abbondanza di manodopera in

seguito alla smobilitazione dell'esercito e al ritorno dei giapponesi che fino a quel momento

avevano vissuto fuori dal paese. Alla fine degli anni sessanta arriva alla piena occupazione. Oltre

che abbondante, la manodopera era caratterizzata da una formazione solida, sia per l'aumento degli

anni di scolarizzazione obbligatoria, che per la formazione che fornivano le stesse imprese;

– abbondanza dei fattori classici di produzione, capitale e lavoro. Vengono eliminate le restrizioni

imposte agli zaibatsu, che poterono ricostituirsi e recuperare il loro ruolo dominate nell'economia

giapponese. La disponibilità di capitale fu favorita dagli elevati profitti delle imprese e

dall'incremento del risparmio privato (tasso di risparmio familiare più elevato nel mondo).;

– massiccia introduzione di innovazioni tecnologiche moderne e piccoli perfezionamenti di grande

efficacia. La modernizzazione tecnologica fu accompagnata da innovazioni nel campo

dell'organizzazione del lavoro come la produzione just in time: realizzata al ritmo degli ordini con

termini di consegna fissi, cosa che permette risparmi nella gestione del magazzino da parte delle

grandi aziende.

– buon commercio estero grazie alla combinazione della buona qualità e dei prezzi moderati dei

suoi prodotti, risultavano competitivi a livello mondiale.

L'economia giapponese era caratterizzata da una stretta collaborazione tra i grandi zaibatsu e il

Ministero del Commercio Estero e dell'Industria (MITI) che privilegiava gli investimenti nei

settori considerati prioritari. Il governo offriva aiuti, fondamentalmente sussidi e prestiti,

agevolazioni fiscali, importazione di tecnologia, cessione di terreni industriali o protezione con dazi

doganali, al fine di razionalizzare, modernizzare e aumentare la competitività industriale e

commerciale. I settori privilegiati erano produzione di acciaio ed energia, attraverso la sostituzione

del carbone con il petrolio come principale fonte energetica, che consentì di trasformare anche

l'industria chimica. L'altro grande settore industriale esportatore è quello dei beni di consumo

durevoli (elettrodomestici, automobili...).

La politica monetaria e fiscale si basava su una pressione fiscale bassa, un bilancio pubblico in

equilibrio e una politica monetaria espansiva ma attenta. Nel 1960 lo Stato comincia ad aumentare

la spesa ed abbandona il principio dell'equilibrio di bilancio per finanziare miglioramenti in

infrastrutture, alloggi e assistenza sociale. Questa situazione portò l'economia giapponese già prima

della crisi del petrolio a soffrire un forte processo inflazionistico.

PAESI PERIFERICI AD ECONOMIA MISTA:

I paesi non industrializzati sperimentarono aumenti significativi dei redditi, ma a livelli inferiori

rispetto ai paesi avanzati. Il fenomeno più importante è il processo di decolonizzazione. Alla fine

della Seconda Guerra Mondiale quasi tutta l'Africa e buona parte dell'Asia erano soggette al

controllo coloniale da parte dei paesi avanzati. Nel 1970 questi territori si erano trasformati in paesi

indipendenti ed avevano adottato politiche economiche di carattere espansivo. Il processo di

decolonizzazione inizia in India nel 1947 e in altre zone dell'Asia, segue l'Africa.

L'evoluzione economica di questi paesi fu eterogenea, in quanto adottarono politiche fortemente

interventiste, indirizzate ad accelerare il più possibile il processo di sviluppo. I risultati furono poco

soddisfacenti perché i Governi volevano creare settori industriali simili a quelli dei paesi avanzati

mediante l'intervento dello Stato, ma senza né le conoscenze, né i lavoratori specializzati necessari.

L'incremento della domanda europea di materie prime permise che l'economia di questi paesi

crescesse con forza, sia pure su basi deboli. Molti di questi territori furono colpiti molto

negativamente dalla chiusura dei mercati dei paesi avanzati ai loro prodotti agricoli.

In questi anni si crearono una serie di organizzazioni internazionali finalizzate ad aiutare i paesi

più arretrati a superare la loro situazione di sottosviluppo: UNICEF, FAO, UNESCO...che hanno

permesso di ridurre in modo sostanziale la mortalità (soprattuto infantile), migliorare

l'alimentazione e assicurare la disponibilità di acqua potabile. I risultati sono stati positivi, ma

hanno anche causato in molte zone un aumento esplosivo della popolazione.

AMERICA LATINA:

Caso particolare e differente. Raggiunge l'indipendenza agli inizi del secolo XIX e nei decenni

anteriori alla Prima Guerra Mondiale molti paesi avevano avuto una crescita economica notevole,

che si basava sulla coltivazione dei prodotti agricoli di clima temperato o di prodotti tropicali.

L'argentino Raul Prebish, primo direttore generale della CEPAL, tra il 1949-63 promosse

l'adozione della nuova politica di industrializzazione per sostituzione di importazioni da parte

della maggioranza dei Governi dell'area. I risultati furono contrastanti in quanto la crescita ottenuta

fu significativa, anche se inferiore a quella che ci si poteva attendere in un mondo in espansione.

L'introduzione dei dazi sui manufatti causò diverse disfunzioni, dalla comparsa di forti deficit delle

bilance commerciali al rincaro dei beni capitali, che pregiudicava gli investimenti. Inoltre la

chiusura dei mercati europei ai prodotti alimentari di questi paesi contribuì significativamente agli

squilibri. I limiti:

– una protezione “senza data di scadenza” → non incentiva il miglioramento in vista dell'apertura

alla concorrenza;

– l'assenza di integrazione commerciale fra i paesi dell'area → non consente economie di scala

Gli effetti: quando, in seguito, si deciderà di introdurre una maggiore concorrenza con l'estero i

settori protetti attraverseranno una forte crisi dei settori che erano stati protetti.

ESPANSIONE E CRISI DELLE ECONOMIE A PIANIFICAIZONE

CENTRALIZZATA – CAPITOLO XIV

RIVOLUZIONE RUSSA E FORMAZIONE DELL'URSS:

La vittoria degli alleati nella Seconda Guerra Mondiale ha lasciato posto a un mondo bipolare,

formato da due blocchi di Stati. L'esito del conflitto favorì l'URSS che riuscì ad espandere il sistema

comunista nei paesi dell'Europa orientale. La concorrenza tra i due blocchi si convertì ben presto in

scontro (Guerra Fredda). Lotta fredda in Europa, ma risultò violenta in altri continenti come Corea,

Vietnam, paesi latinoamericani o africani.

Il sistema comunista nel 1917 si basava sulla proprietà statale dei mezzi di produzione e

sull'allocazione centralizzata delle risorse. Si trattava di un sistema economico controllato e

pianificato dallo Stato nel quale la proprietà privata e il mercato avevano un ruolo secondario. Il

tutto era accompagnato da un sistema politico dittatoriale, nel quale il Partito Comunista

governava tutte le istituzioni pubbliche e la libertà era soggetta a restrizioni.

Dopo la guerra le repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) furono incorporate all'URSS,

Jugoslavia e Albania crearono regimi collettivistici. Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria e

Romania si trasformati in repubbliche popolari strettamente dipendenti da Mosca e nella Germania

Orientale, nel 1949 si crea la Repubblica Democratica Tedesca. I modelli comunisti imposero

modelli di crescita che erano la replica di quelli adottati dall'URSS.

L'instaurazione delle repubbliche popolari rafforzò l'URSS sotto l'aspetto militare ed economico,

inoltre firmano il Patto di Varsavia (1955) per mantenere la stessa disciplina tra gli stessi paesi

firmatari. Nell'ambito economico i paesi dell'orbita sovietica costituirono il COMECON

(Consiglio per la Mutua Assistenza Economica), organismo che doveva facilitare gli interscambi

commerciali.

Dal 1973 il ritardo dell'area sovietica fu enorme che il fallimento economico trascinava il sistema al

collasso politico. I sistemi comunisti entrarono in crisi irreversibile alla fine degli anni 1980. il

simbolo della Guerra Fredda il muro di Berlino venne abbattuto il 9 novembre 1989. Nel 1991 si

decise la dissoluzione dell'URSS e la fine del sistema sovietico. Seguì un complicato sistema di

transizione all'economia capitalistica. L'instaurazione di sistemi politici democratici si è verificata

nella maggior parte degli ex paesi comunisti europei, ma non in Cina né in altri paesi asiatici e a

Cuba.

PIANIFICAZIONE INTEGRALE:

Può generare una rapida crescita, come quella ottenuta dalla NEP (piani quinquennali) di Lenin, ma

occorrono decisioni corrette, struttura ragionevole di incentivi e sanzioni. Però gli errori possono

essere difficili da individuare e da correggere. Le imprese non rispondono agli incentivi di mercato

(quantità, qualità, costi) ma solo ai dettami del piano, non hanno autonomia né responsabilità.

Inoltre il fine della produzione non è soddisfare la domanda ma rispettare il piano, senza alcun

incentivo per il miglioramento dei risultati o diminuzione die costi. La fissazione degli obiettivi di

produzione in termini fisici, comportava che il modo più semplice per soddisfare le richieste è

quello di utilizzare la massima quantità di materiale, bassa produttività e forte consumo di materie

prime ed energia.

I limiti erano molti ed era un piano conservatrice e monotono. Il sistema disincentivava

l'introduzione di innovazioni, incertezza nei rifornimenti nelle forniture di macchinari e pezzi di

ricambio. Il principale problema era la determinazione arbitraria dei prezzi in quanto non

rispondono ai costi di produzione nel mercato. Inoltre nel periodo stalinista si produsse una forte

mobilitazione dei fattori: il lavoro, grazie al trasferimento di manodopera del settore primario

all'industria e il capitale, a causa del risparmio forzato ottenuto con il pesante sfruttamento dei

contadini e con le restrizioni imposte al consumo della maggior parte della popolazione.

CRESCITA ECONOMICA SOVIETICA:

Nonostante l'ampiezza delle distruzioni (20 milioni di morti, devastazione di industria, agricoltura

ed edilizia) l'URSS esce dalla Seconda Guerra Mondiale come seconda potenza economica e

politica mondiale posizione che conservò fino al 1987, quando il PIL fu superato da Giappone.

Nel dopoguerra si registra una rapida ripresa con una forte crescita industriale e rivalità militare con

gli USA. L'URSS beneficiò della sconfitta della Germania o ottenne riparazioni di guerra che

diedero un aiuto significativo nella prima spinta per la ricostruzione.

Il regime sovietico usce dalla guerra più forte e con Stalin ottiene una ricostruzione sorprendente,

nel 1960 era stato raggiunto l'obiettivo di Stalin di triplicare la produzione di anteguerra. La crescita

avviene penalizzando la produzione di beni di consumo e il settore agricolo (pesante tassazione sui

contadini). Questo per mantenere la corsa agli armamenti con gli Stati Uniti. La spesa militare delle

due potenze era simile, ma il reddito dell'URSS era solo un terzo di quello degli Stati Uniti.

Alla morte di Stalin (5 marzo1953), Krusciov sale al potere e aspira a ottenere uno sviluppo

integrale, con maggiore attenzione alla casa, ai beni di consumo, all'agricoltura e alle regioni

arretrate. Tenta (con scarso successo) di rilanciare l'agricoltura, in parte a causa degli errori di

pianificazione e nodi strutturali e in parte alla sotto capitalizzazione del settore. Problemi:

– crescita della produzione agricola affidata a grandi campagne propagandistiche che non tenevano

conto delle differenze climatiche e di suolo dei vari paesi;

– l'investimento da parte dello Stato fu insufficiente, la meccanizzazione progredì ma non si

raggiunse una sufficiente disponibilità di concimi e di sementi selezionate;

– atteggiamento dei contadini → bassa remunerazione che ricevevano li induceva a lavorare di

malavoglia e ad ottenere rese e produttività scarse.

I dirigenti del conglomerato militare-industriale che dominava l'URSS si sentivano danneggiati

dall'attenzione che Krusciov riservava all'agricoltura e all'industria di consumo e lo sostituirono con

Breznev, più favorevole ai loro interessi. Rappresentava un ritorno allo stalinismo con il

predominio dell'industria pesante e specialmente della produzione di mezzi di distruzione.

Centralità della ricerca nell'industria militare e spaziale. Gli anni di Breznev segnano il passaggio

dalla stabilità alla decadenza in un sistema dominato dalla corruzione, in cui i dirigenti del

conglomerato militare-industriale e gli alti dirigenti del partito (nomenklatura) provvedevano solo ai

propri privilegi.

NUOVE DEMOCRAZIE POPOLARI:

L'imitazione del modello sovietico permette ai paesi comunisti dell'Est europeo di avviare una

crescita rapida, anche se spesso con costi alti e socialmente onerosa. Alla fine degli anni '60, tutti i

paesi della zona da paesi agricoli, si sono trasformati in paesi industrializzati, eccetto l'Albania. Il

sacrificio imposto ai consumi e ai salari finì per provocare proteste dirette a domandare

miglioramenti del modello di vita. In molti casi questi tentativi di riforma provocano interventi

repressivi (Ungheria 1956, Cecoslovacchia 1968).

La morte di Stalin consente ad alcuni paesi di tentare l'introduzione di riforme volte a migliorare la

produzione e il consumo della popolazione (servizi sociali, istruzione, alcuni elettrodomestici).

Soprattutto nel settore agricolo, riescono a migliorare rese e produzione soprattutto perché si

lasciava più margine di manovra alle aziende familiari che investivano per la crescita

dell'agricoltura.

Diverso il caso della Jugoslavia e dell'Albania che si sottrae al controllo di Stalin, sostituiscono la

pianificazione centralizzata con il “socialismo autogestito” (e con una maggiore apertura

all'estero). Lo Stato fissava solo gli obiettivi globali ed esercitava un certo controllo attraverso le

imposte, l'investimento ed il controllo dei salari. Le imprese erano gestite dai lavoratori che,

d'accordo con il consiglio locale (municipio), nominavano il direttore d'impresa che restava in

carica 4 anni. L'autogestione comportò lo smantellamento dell'agricoltura collettivizzata: la terra fu

data ai contadini, ma limitando la proprietà individuale. Tutto questo permise una crescita più

elevata rispetto agli altri paesi socialisti.

FALLIMENTO DEL COMECON:

La pianificazione centralizzata risponde ad uno schema autarchico, è una visione nazionalistica del

funzionamento dell'economia e commercio estero viene ignorato in quanto è visto come fonte di

perturbazioni, al quale si ricorreva solo in caso di necessità. Il commercio estero era un monopolio

esercitato con compagnie statali, che proteggevano la produzione interna dalle influenze del

mercato mondiale e solo poche imprese potevano commerciare direttamente con l'estero.

Nel 1949 viene creato il COMECON (Consiglio per la Mutua Assistenza Economica) con la

finalità di incrementare la cooperazione commerciale e di promuovere la divisione socialista del

lavoro. Ma rimaneva un atto istitutivo senza efficacia, cominciò a funzionare solo in risposta alla

creazione della CEE. Le relazioni commerciali si stabilivano principalmente in forma bilaterale, tra

ciascun paese e l'URS.

Non ci furono progressi nel campo della collaborazione nella produzione. Solo negli anni sessanta

si cominciarono a fare sforzi per coordinare i piani quinquennali dei diversi paesi con l'idea di

arrivare a un mercato comune socialista.

Un ulteriore passo si fece nel 1971 con la creazione della Banca Internazionale d'Investimento

per finanziare porgetti multilaterali coordinati, ai quali partecipavano diversi stati. Si trattava di

promuovere industrie nuove o settori nei quali i mercati nazionali risultavano troppo piccoli per

rendere redditizia la produzione.

Nel complesso si sviluppa una maggiore cooperazione, ma rimane legata a iniziative occasionali.

IL COMUNISMO FUORI DELL'EUROPA:

• LA CINA DI MAO:

La Repubblica popolare cinese nasce l'1 ottobre 1949 sotto il controllo del Partito Comunista e

quindi sotto Mao. Mise fine a un periodo di più di 10 anni di guerra in quando già prima

dell'invasione del Giappone, era radicata una guerra civile contro il Governo nazionalista del

Kuomingtang. Comunisti e nazionalisti decisero una tregua per combattere insieme i giapponesi che

ormai stavano occupando diverse aree. Quando i giapponesi si ritirano continua la guerra civile che

vede i comunisti rafforzati dallo scontro contro giapponesi, mentre il governo del Kuomintang,

afflitto dalla corruzione, soffriva forti contrasti interni. Vincono i comunisti. A differenza dell'URSS

i comunisti cinesi avevano sviluppato una visione propria del socialismo marxista, maggiormente

calibrata sulle esigenze di un paese rurale. C'è una forte crescita economica anche se resta lontana

dallo sviluppo del Giappone e dell'Europa Occidentale.

Per quanto riguarda il sistema economico cinese si parla alla fine degli anni '50 del “Grande balzo

in avanti”, un insieme di decisioni politiche drastiche che is proponevano di trasformare il sistema

economico. Era basato sul trasferimento massiccio di risorse (terra, uomini) dall'agricoltura

all'industria, in un momento di difficoltà dell'agricoltura (collettivizzazione). Questo provocò, come

nell'URSS, gravi problemi di produzione e di rifornimento di alimenti. Ci fu una vera e propria

carestia con 25-30 milioni di morti come conseguenza della mancanza di alimenti.

Nel 1966 Mao avviò “Rivoluzione culturale” in quanto sosteneva che la crescita economica faceva

aumentare il potere di alcuni dirigenti del partito e allontanava i militanti dagli obiettivi

rivoluzionari. Si trattava di una vera repressione attuata dall'ala più radicale del partito ( guardie

rosse) che attaccavano le autorità e i responsabili economici con il consenso dello stesso Mao. A

livello sociale e umano fu un impatto importante in quanto milioni di persone furono cacciate dal

loro posto di lavoro perché accusate di essere controrivoluzionarie e venivano inviate nei campi di

rieducazione. Altri furono assassinati direttamente.

Nel 1976 muore Mao e ci furono una serie di scontri per la successione, dai quali prevalse l'ala più

moderata (Deng Xiaoping). Iniziava così la grande riforma dell'economia cinese che avrebbe

significato l'abbandono del socialismo come dottrina economica, inoltre approfondiscono le riforme

e introducono progressivamente il libero mercato (abbandono del socialismo come dottrina

economica).

• COREA:

Scontro in Corea contro gli Stati Uniti: Guerra di Corea (1950-52), che portò alla divisione del

territorio, con la creazione di una repubblica popolare di carattere comunista nel nord e un'altra

alleata degli Stati Uniti nel sud.

• VIETNAM:

Scontro in Vietnam contro gli Stati Uniti: Guerra del Vietnam (1960-75), dove le truppe

nordamericane dovettero abbandonare il paese in seguito ad un'insurrezione e si riunificò sotto il

regime comunista nel 1975.

• LAOS:

Insieme a Vietnam e Corea del Nord, questi paesi nazionalizzarono l'industria e collettivizzarono la

terra (poche informazioni sull'evoluzione economica di questi paesi), che crearono gravi problemi

di rifornimenti.

• MONGOLIA:

Unico paese che ha adottato anche un regime democratico di governo. Gli altri continuarono ad

essere retti da un partito unico.

• AFRICA:

Paesi africani come Angola, Etiopia, Mozambico si proclamarono socialisti al momento

dell'indipendenza, ma nella maggior parte dei casi i governi intervennero direttamente nella

creazione di industrie, nella fissazione die prezzi e controllo stretto del commercio estero, ma non lo

fecero nel quadro di un'autentica pianificazione.

• CUBA:

Cuba è l'unico esempio di economia socialista pianificata. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, ci

furono una serie di governi dittatoriali corrotti, che operavano sotto una stretta dipendenza degli

Stati Uniti. Si produsse un movimento rivoluzionario capeggiato da Fidel Castro, che agli inizi

del 1959 riuscì a rovesciare il regime del dittatore Batista. Dopo aver preso il potere, i rivoluzionari

annunciarono l'istituzione di un regime comunista e procedettero all'esproprio della proprietà

privata e all'organizzazione di un sistema di pianificazione di ispirazione sovietica.

Fino alla fine degli anni '80 era un'economia specializzata nella produzione di canna da zucchero e

tabacco che esportava ai paesi europei, quindi aveva assunto il ruolo di fornitore di alimenti e anche

di materie prime consentendo all'economia di migliorare. Poi la crisi dei paesi socialisti si

ripercuote fortemente su Cuba, tra 1989-93, il PIL cala di quasi il 40% e l'economia crolla. Si

adottano una serie di provvedimenti per cercare di recuperare la capacità di importazione: accettare

e promuovere gli investimenti esteri nel paese, inoltre si prova a rallentare il declino con il turismo e

con le rimesse degli emigrati, ma il livello economico precedente non è ancora stato recuperato.

→ Cuba e la Corea del Nord rimangono le uniche economie comuniste nel mondo.

CRISI DEL PETROLIO, RITORNO ALL'ORTODOSSIA

LIBERALE E GLOBALIZZAZIONE – CAPITOLO XV

FINE DELLA GOLDEN AGE:

Il 6 ottobre 1973, festa religiosa dello Yom Kippur, gli eserciti di Egitto e Siria attaccano Israele.

La guerra scoppiò dopo mesi di estrema tensione tra lo Stato ebraico e i paesi arabi vicini. Quello

che trasformò l'evento bellico in un fenomeno importante per l'economia, fu che i paesi arabi

produttore di petrolio decisero di utilizzare la fornitura di greggio come arma per fare pressione sul

mondo occidentale in favore dell'Egitto e della Siria. Le restrizioni applicate fecero salire il prezzo

del petrolio da 1,85 $ per barile a 7$. Finita la guerra i prezzi si ridussero di poco, ma si registrerà

un nuovo rialzo intenso tra il 1979 e il 1980, periodo legato alla rivoluzione islamica in Iran e alla

guerra Iran-Iraq), che causarono l'aumento del prezzo del petrolio per tutto il decennio.

Viene meno una delle basi su cui poggiava la crescita economica del secondo dopoguerra, cioè la

disponibilità di energia a costi molto bassi.

Un altro momento che causò la crisi fu la sospensione della convertibilità del dollaro in oro

decisa dagli Stati Uniti (sistema di cambi fissi costruito a Bretton Woods). Si può vedere che gli

squilibri andavano al di là del problema energetico, anche se si usa il 1973 come data di riferimento

per segnare la fine della golden age e l'inizio di una nuova fase marcata dall'instabilità e dalla

globalizzazione.

Allo scoppio della crisi si verificò una significativa riduzione del ritmo di crescita dell'economia

mondiale. Le regioni più colpite dal rallentamento furono quelle che avevano sfruttato meglio

l'espansione del dopoguerra (Europa Occidentale e Giappone). All'interno di ogni area geografica le

differenze tra i vari paesi sono notevoli

FINE DELLA GOLDEN AGE – DIBATTITO:

– Eichengreen (1996) → la ragione del rallentamento è la diminuzione del tasso di aumento della

produttività e la conseguente tensione sui profitti delle imprese e sui salari dei lavoratori. Dal

momento che i salari mantennero il loro processo di miglioramento, l'effetto immediato fu un calo

dei profitti delle imprese, diminuiscono gli investimenti e rallenta la crescita;

– Neokeynesiani → si esaurisce la spinta della seconda rivoluzione tecnologica. Joseph Schumpter

all'inzio del secolo XX afferma che l'economia mondiale sarebbe entrata in una fase di “distruzione

creatriva”, durante la quale ci sarebbe stato più stimolo all'innovazione;

– Monetaristi → eccesso di rigidità imposte dallo Stato. Bisogna ripristinare la flessibilità per

adattarsi alla domanda, ridurre salari e le prestazioni sociali per favorire profitti e investimenti

GLI EFFETTI DELLA CRISI:

Il rapido aumento del prezzo del petrolio e delle altre materie prime diede luogo a un aumento

generale dei prezzi, soprattutto in Europa e in Giappone, economie che erano molto dipendenti dalle

importazioni di prodotti energetici. Si genera una spirale: aumento dei costi, dei pressi, dei salari,

dei prezzi e contemporaneamente la caduta degli investimenti comporta l'aumento della

disoccupazione che provocava la diminuzione della domanda. Molte imprese si trovarono in

difficoltà o dovettero chiudere. Si verificò una combinazione di stagnazione, inflazione e

disoccupazione: stagflazione. La politica keynesiana e gli strumenti tradizionali di politica

economica sono inefficaci e controproducenti per risolvere questo fenomeno, in quanto in una

situazione di intensa inflazione, lo Stato non poteva ridurre i tassi di interesse o aumentare la spesa

pubblica che avrebbero provocato solamente un aumento ancora più rapido dei prezzi.

La difficile situazione economica genera cambiamenti politici nei maggiori paesi, c'è una svolta

conservatrice, in quanto nel 1979 vince le elezioni in Gran Bretagna Margaret Thatcher e

qualche anno dopo Reagan arriva alla presidenza degli Stati Uniti (1981). Entrambe le

amministrazioni intrapreso riforme radicali, con la consulenza di economisti appartenenti alle

scuole che avevano criticato l'approccio keynesiano, specialmente i monetaristi. Il loro esempio fu

seguito dalla maggioranza dei paesi. L'elemento fondamentale della nuova ortodossia economica

era il principio che i mercati sono meccanismi efficienti di allocazione delle risorse e di

fissazione dei prezzi, per cui ogni intervento pubblico che disturbasse il loro funzionamento

comportava solo difficoltà per la crescita economica. Modello liberista:

– le autorità economiche dovevano controllare l'aumento dei prezzi ed eliminare tutti gli ostacoli

che impedissero il libero funzionamento dei mercati, inclusi quello del lavoro e quelli

internazionali;

– la riduzione dell'inflazione diventava prioritaria rispetto al mantenimento dell'occupazione;

– riduzione delle politiche sociali (pensioni, assicurazioni di malattia...);

– privatizzazione delle imprese pubbliche, liberalizzazione dei mercati e di tutte le attività sotto il

controllo dello Stato.

Ne deriva una forte conflittualità lavorativa e sociale, una caduta dei salari reali e una ripresa dei

profitti provocano una crescita delle diseguaglianze (inversione di tendenza e ritorno ai livelli

degli anni '30). La liberalizzazione dei mercati, la privatizzazione delle imprese pubbliche e la

riduzione delle funzioni retributive dello Stato diedero i risultati attesi.

INTEGRAZIONE ECONOMICA E GLOBALIZZAZIONE:

Un altro degli aspetti più rilevanti dell'evoluzione economica dopo la crisi degli anni 1970 è

l'intensificazione dell'integrazione economica internazionale, cioè la maggiore interdipendenza

tra i paesi, sia per il commercio di beni e servizi, sia per i movimenti di capitali e di persone. Ciò è

stato denominato globalizzazione.

A differenza degli anni '30, la crisi degli anni '70 non segue un'ondata di protezionismo, non fu

accompagnata dalla chiusura commerciale dei paesi. Un elemento significativo dell'evoluzione

economica degli ultimi tra decenni è l'aumento del commercio internazionale e della conseguente

intensificazione dell'interdipendenza tra i paesi. Il fenomeno ha influenzato in modo molto

significativo l'evoluzione economica di quasi tutto il mondo.

La relazione tra le esportazioni e il prodotto totale è raddoppiata in tutto il mondo, ma il fenomeno è

stato più radicale in alcuni paesi sottosviluppati, rimasti fino a quel momento ai margini del

commercio internazionale. Come le “Quattro Tigri” asiatiche (Corea del Sud, Hong Kong, Taiwan,

Singapore), che adottarono politiche di promozione delle esportazioni basate più sui manufatti che

non sui tradizionali prodotti primari. L'Oriente è una delle aree più dinamiche del mondo per quanto

riguarda il commercio internazionale.

EFFETTI DELLA GLOBALIZZAZIONE:

Questo processo di rapida integrazione dell'economia internazionale ha avuto effetti controversi.

L'arrivo nei paesi sviluppati di manufatti provenienti dai paesi più poveri a prezzi inferiori, ha

forzato un'intensa riconversione che ha provocato la scomparsa di interi settori industriali con

pesanti conseguenze umane. La concorrenza di questi paesi poveri costituisce un autentico

dumping sociale, in quanto è basata sulla manodopera mal pagata e che non ha alcuna protezione

sociale. I paesi in via di sviluppo accusano i paesi ricchi per la protezione accordata al proprio

settore agricolo e subiscono l'egemonia delle multinazionali occidentali in molti mercati di prodotti

e servizi. Malgrado tutte le ingiustizie e gli squilibri che l'integrazione commerciale internazionale

ha comportato, la verità è che lo straordinario miglioramento delle condizioni di vita di milioni di

persone in questi ultimi anni sarebbe inconcepibile senza la grande crescita che ha avuto il

commercio internazionale di beni e servizi. Spetta ai governi agire per alleviare gli effetti dannosi

del libero funzionamento dell'economia e bisogna farlo senza ridurre l'efficienza e il dinamismo dei

mercati. L'incremento degli scambi internazionali di beni e servizi non si è verificato in modo

equilibrato, ma gli squilibri sono aumentati rapidamente. L'elemento fondamentale del

cambiamento è stato l'enorme incremento del deficit della bilancia delle partite correnti degli

USA (le esportazioni non danno un pareggio di bilancio con le importazioni). D'altra parte troviamo

l'incremento dell'attivo commerciale dei paesi in rapida industrializzazione, in particolare

asiatici. Le grandi quantità di dollari che affluiscono verso i paesi in attivo vengono destinate

all'acquisto di valori finanziari nordamericani, essenzialmente buoni del Tesoro e obbligazioni di

enti parastatali, come le grandi compagnie di credito ipotecario.

INSTABILIT

À MONETARIA INTERNAZIONALE:

La caduta del regime di cambi fissi apre ad un periodo di instabilità: molti governi dovettero

lasciare che le loro monete fossero scambiate liberamente sul mercato ma l'instabilità dei cambi che

questo implicava presentava grandi inconvenienti. I più colpiti erano i paesi più piccoli, molto più

vulnerabili di fronte alle oscillazioni dei mercati. Si tenta di porvi rimedio assumendo impegni

vincolanti per il mantenimento dei tassi di cambio al fine di scoraggiare la speculazione.

Paesi del Sud America e dell'Asia decisero di risolvere il problema individualmente con l'adozione

di riforme legali che rendessero difficile la svalutazione. La forma collettiva venne seguita dai paesi

della Comunità Economica Europea con la creazione nel 1979 del Sistema Monetario Europeo

(SME), meccanismo di supporto reciproco. Il risultato fu piuttosto mediocre in quanto il volume dei

capitali investiti a breve termine per motivi speculativi era troppo grande perché un paese potesse

difendere la sua moneta. Ci furono quattro momenti importanti di crisi di svalutazione forzata:

• CRISI DELLO SME (1992):

Inizia con il rifiuto della ratifica del Trattato di Maastricht da parte della Danimarca che creò

dubbi sul futuro dell'unione monetaria. Una serie di attacchi speculativi si succedettero per un anno

fino a forzare l'uscita di questi paesi dal Sistema. Per proseguire nell'unione, l'unica soluzione era

stabilire la moneta comune, ma Regno Unito, Svezia e Danimarca ne restarono fuori. L'1 gennaio

1999 diventarono operativi i tassi di cambio irreversibili tra le monete partecipanti, l' 1 gennaio

2000 furono sostituite dall'euro, che ha portato stabilità interna e un impulso straordinario al

processo di integrazione economica.

• CRISI DELLA TEQUILA:

Fu il primo crollo finanziario prodotto dalla nuova globalizzazione con effetti su un paese

emergente. L'origine va cercata negli intensi flussi di capitali esteri diretti in Messico a partire dal

1990. Erano attirati dagli elevati tassi di interesse e dalle garanzie che offriva il governo di Carlos

Salinas sul mantenimento del tasso di cambio. Le pressioni inflazionistiche che provocavano queste

entrate di capitali incrementavano il deficit e la spesa pubblica. Il paese quando dovette rimborsare i

crediti ricevuti, ci fu una massiccia fuga di capitali che obbligò alla fluttuazione del tasso di

cambio del peso e alla sua immediata svalutazione. Il Tesoro degli Stati Uniti organizzò

un'operazione di salvataggio che permise di rimettere in equilibrio i conti con l'estero.

• CRISI ASIATICA (1997):

La maggioranza dei paesi asiatici che stavano sperimentando tassi di crescita molto elevati avevano

adottato sistemi di cambio fissi per assicurarsi il regolare accesso tanto ai mercati di esportazione

come ai mercati di capitali. Lo loro crescita dipendeva da investimenti esteri. L'inflazione interna

tendeva a rincarare i costi di produzione, ma risultavano ancora competitivi. Però dal 1996 con la

crescente concorrenza dei prodotti cinesi e dal rialzo del dollaro, venero colpiti direttamente questi

paesi e la loro capacità di esportazione. Il ritiro degli investitori stranieri fece precipitare la crisi e

dovette intervenire il Fondo Monetario Internazionale per evitare il crollo della zona.

• CRISI ARGENTINA (2001-02):

Anche in Argentina si adottò una rigida politica di tasso di cambio fisso. La decisione fu presa nel

1991 per porre fine a un periodo di alta inflazione. Era una politica limitata che causò l'aumento dei

prezzi e inoltre l'Argentina non era in grado di regolare il tasso di cambio per mantenere la

competitività. Un irrefrenabile deficit fiscale peggiorava la situazione: gli investitori esterni e

interni cominciarono a disinvestire. Subito si diffuse il panico e obbligò ad adottare misure di

blocco temporaneo dei depositi e di sospensione dei pagamenti all'estero. Il presidente argentino fu

costretto a dimettersi e ad andare in esilio. La moneta venne svalutata e si riuscì a normalizzare la

situazione, anche se numerosi investitori e depositanti hanno perso una parte importante dei loro

risparmi.

Queste crisi e altre di minore portata fanno capire la forte instabilità che ha sofferto il sistema

finanziario mondiale dalla scomparsa dei meccanismi stabiliti a Bretton Woods.

LE ECONOMIE AVANZATE A PARTIRE DAL 1973 – CAPITOLO XVI

STATI UNITI, EUROPA E GIAPPONE:

In questo periodo i paesi capitalistici avanzati sperimentarono una notevole riduzione del loro

ritmo di crescita economica. Sia l'intensità del rallentamento che la combinazione dei fattori che

possono spiegarlo risultano molto differenti in ogni zona. C'è una riduzione del divario fra gli USA

e gli altri paesi capitalistici: Stati Uniti e Regno Unito riduzione intorno a un punto percentuale;

Germania, Francia, Italia intorno a 3-4 punti; Giappone arrivò a 6,7 punti. È chiaro che i paesi che

nei decenni precedenti erano cresciuti grazie all'assorbimento delle innovazioni tecnologiche di

origine nordamericana e al trasferimento di manodopera agricola nei settori industriali o nei servizi

sono quelli che hanno sofferto il rallentamento in modo più intenso.

Mentre Francia e Italia, così come l'Europa occidentale nel suo insieme, hanno vissuto una

riduzione persistente del loro sviluppo dagli anni 1970, invece Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania

e Giappone hanno registrato una certa ripresa anche se con tassi in diminuzione.

• STATI UNITI D'AMERICA:

Molti economisti e storici indicano come fattore determinante del rallentamento dell'economia nel

suo complesso un calo del tasso di crescita della produttività, che aveva cominciato a rallentare

in modo significativo già prima della crisi del petrolio. Gli specialisti di rilievo nell'analisi della

crescita economica a lungo termine, David e Abramovitz, hanno proposto un'ipotesi, la più

suggestiva, per interpretare la caduta del ritmo di incremento della produttività. Le grandi

innovazioni di portata generale (elettricità, motore a scoppio o informatizzazione) richiedono un

periodo relativamente lungo di utilizzo prima che siano visibili i loro contributi al miglioramento

della produttività.

Le ragioni sono molteplici:

– incertezza degli stessi innovatori per il carattere radicalmente diverso dei nuovi processi;

– elevato rischio di fallimento che qualsiasi applicazione comporta;

– scarsa flessibilità delle autorità o degli investitori esterni di fronte alle novità.

In questa situazione (dilemma della produttività perduta) l'apparente discrepanza tra il ritmo e la

portata delle innovazioni tecnologiche che constatiamo ogni giorno e il mantenimento di un

dinamismo della produttività globale minore id prima, si spiegherebbe con il ritardo dovuto al

cambio di paradigma tecnologico.

Nel decennio 1995-2004 gli Stati Uniti hanno recuperato il tasso di crescita della produttività

grazie alle tecnologie di informazione, la cui rapida adozione comporta un aumento della

produttività del lavoro ma anche del capitale, più macchine e migliori macchine. Questo recupero

non ha significato un autentico processo di rinnovamento dei meccanismi di crescita ma diversi

fattori contribuiranno alla caduta in una crisi finanziaria nel 2007:

– politica monetaria estremamente permissiva che ha finito per provocare il sovraindebitamento di

imprese e famiglie, con speciali ripercussioni sul mercato della casa;

– la deregolamentazione del settore finanziario (eliminazione dei limiti che lo Stato imponeva

all'operatività delle banche) ha permesso che gli effetti dell'eccesso di credito si siano moltiplicati

con l'introduzione di strumenti finanziari estremamente opachi.

Questi squilibri sono esplosi a partire dal 2007 con l'entrata in crisi di alcune delle grandi banche.

• EUROPA OCCIDENTALE:

Rallentamento particolarmente sensibile in Europa occidentale, dove al calo totale della

produttività si aggiunse l'esaurimento dei meccanismi di convergenza tecnologica che avevano

reso possibili gli elevati tassi di crescita economica degli anni precedenti.

L'evoluzione dell'economia europea a partire da quei momenti è stata caratterizzata da due processi

paralleli e intrecciati:

– necessità di adattarsi alla nuova situazione di rigidità e deficit di bilancio, insieme alla

globalizzazione;

– avanzamenti nel processo di integrazione economica fra i paesi del continente.

Nel 1973 la CEE contava solo sei paesi che avevano sottoscritto il trattato di Roma nel 1957, ma

nello stesso anno si aggiunsero Regno Unito, Danimarca e Irlanda (estensione geografica), che

contribuirono ad un aumento di popolazione e PIL che hanno convertito l'Europa in un interlocutore

all'altezza delle due grandi potenze come Stati Uniti e Cina.

Più importante dell'ampliamento dello spazio economico europeo è stata la sua progressiva

integrazione, cioè l'assunzione da parte dell'Unione di funzioni sempre più notevoli della politica

economica. Il progresso c'è stato grazie alla convergenza di due forze:

– stessa dinamica economica di quando si era avviata una politica comune;

– volontà politica di avanzare verso un'integrazione più stretta, diretta e stimolata dai due soci più

potenti: Germania e Francia.

Si possono osservare tre grandi aree di integrazione:

– unificazione monetaria → per arrivare ad una stabilità si introduce, dopo una serie di tappe, la

moneta unica e si creò una nuova istituzione monetaria europea che sarebbe diventata la Banca

Centrale Europea, emittente della nuova moneta ed esecutrice della politica monetaria comune. Non

vi parteciparono Gran Bretagna, Danimarca e Svezia;

– formazione di un autentico mercato unico → libera circolazione di beni, lavoro e capitali (già

citato nel trattato di Maastricht). L'Atto istituì anche i fondi strutturali, aiuti destinati a facilitare il

rinnovo dei settori economici più colpiti dalla crisi, e i fondi di coesione, meccanismi di aiuto

massiccio ai paesi meno sviluppati dell'Unione per accelerare il processo di convergenza economica

(Spagna, Portogallo, Grecia ne furono i principali beneficiari);

– Politica Agraria Comune → finalità di assicurare il rifornimento di alimenti e di procurare ai

contadini europei ricavi sufficienti. Per raggiungere questi obiettivi andavano stabiliti dei prezzi

minimi per ciascun prodotto. Di conseguenza la produzione aumentò e la CEE si vide obbligata a

comprare le eccedenze che vendeva a prezzi minori o doveva distruggere, mentre i consumatori

erano costretti a pagare i prodotti sempre più cari. Anche in seguito a degli aggiustamenti, la

Politica Agricola ha continuato a favorire i grandi proprietari terrieri e non ha evitato le giustificate

proteste dei paesi esportatori di prodotti agricoli.

Nel periodo 1995-2004 anche alcuni Paesi come Gran Bretagna e in valori minori Francia e

Germania riuscirono a seguire la ripresa come per gli Stati Uniti verso un miglioramento della

produttività.

• GIAPPONE:

Dal 1990 comincia un periodo di stagnazione economica che durò fino ad oggi. Negli anni 1970 fu

uno dei paesi più colpiti dal rallentamento economico. Le ragioni di questa drastica riduzione del

ritmo di crescita sono analoghe a quelle dell'Europa occidentale: scomparsa del ritardo tecnologico

rispetto agli Stati Uniti, esaurimento del processo di trasferimento della manodopera dall'agricoltura

all'industria, aumento dei prezzi del petrolio ecc, come peculiari sono alcuni metodi intrapresi per

frenare il rallentamento, attraverso il rafforzamento degli stessi fondamentali che avevano reso

possibile il miracolo degli anni precedenti: aumento delle esportazioni, politiche macroeconomiche

espansive, innovazione ed aumento della produttività.

La forte rivalutazione dello yen rispetto al dollaro nel 1985 (raddoppia i prezzi dei prodotti

giapponesi esportati negli Stati Uniti) spinge ad aprire fabbriche all'estero e a trasferirne le

produzioni ad alta intensità di lavoro (costi di manodopera più bassi). Iniziò un processo di

internazionalizzazione, accompagnato da liberalizzazioni finanziarie e da espansione del credito.

Ciò innesca una bolla speculativa, la quale colpisce l'economia reale dando inizio ad lunga

stagnazione: forte contrazione della domanda (ripristino risparmi famiglie, debolezza banche e

restrizioni al credito). Il governo giapponese cercò di risollevare l'economia avviando un

programma di stimoli fiscali e monetari, che avrà scarsi effetti, provocando la crescita del debito

pubblico (150% del PIL). Il Giappone diventa uno degli stati più indebitati nel mondo caduto in

una trappola della liquidità, nella quale non si riesce a rilanciare il credito nonostante si sia arrivati

al limite della remunerazione possibile. Il problema era che i giapponesi erano molto riluttanti a

spendere, sia in consumi che in investimenti.

DAL COMUNISMO AL CAPITALISMO IN EUROPA ORIENTALE:

Con il 1973 i paesi del blocco sovietico entrano in una fase di quasi stagnazione. La ragioni del

rallentamento dei paesi a pianificazione centralizzata vanno ricercati nell'esaurimento dei fattori che

avevano favorito lo sviluppo precedente, negli errori commessi e nell'inefficienza delle misure

adottate nel tentativo di uscire dalla crisi. Il divario con l'occidente si apre sempre di più, mentre le

misure adottate per rilanciare l'economia si rivelano inutili se non controproducenti.

• URSS:

Ha il vantaggio di disporre di molte risorse naturali, tra cui petrolio, gas naturale, carbone, ferro,

potassa e legname. Inoltre era il terzo produttore mondiale di elettricità. Come grande produttore ed

esportatore di greggio, beneficia dell'aumento del suo prezzo. I giacimenti migliori, di più facile

sfruttamento e di basso costo, si esauriscono progressivamente. Il grosso della produzione passò alla

Siberia. Mentre nel mondo occidentale il rincaro del petrolio fu seguito da un insieme di

innovazione per diminuirne il consumo, i paesi a pianificazione centralizzata continuarono a usare

tecnologia tradizionale, molto più dispendiosa. Invece di introdurre riforme, la riduzione della

crescita economica fu attribuita al rilassamento delle prescrizioni della pianificazione, quindi fu

riformato l'obbligo del rispetto dei piani. Nei primi anni '80 il ritardo economico e tecnologico è

evidente in tutti i settori. La spesa militare rimane elevata nonostante le difficoltà, questo per

mantenere la rivalità con gli Stati Uniti. Il momento culminante della decadenza dell'URSS come

potenza mondiale fu il fallimento dell'occupazione in Afghanistan (1979-88).

Nel 1985 arriva al potere Gorbaciov (morte di Breznev). Tenta di avviare profonde riforme del

sistema per salvare l'economia attraverso due strumenti:

– glasnost (trasparenza) → rilanciare la fiducia della popolazione russa nel sistema politico

attraverso la destituzione di funzionari e dirigenti corrotti, limitazione dei privilegi più scandalosi

della nomenclatura, campagna contro l'alcolismo (risultato scarso);

– perestroika (ristrutturazione) → riforma dell'organizzazione della produzione attraverso la quale

le imprese guadagnavano autonomia e responsabilità. Si trattava di introdurre alcuni elementi

dell'economia di mercato in un quadro dirigistico, nel quale però i prezzi continuavano ad essere

fissati senza tener conto dei costi e della domanda. Inoltre propose l'aggiornamento dell'apparato

produttivo con investimenti massicci in macchinari e tecnologia più moderni.

Le riforme di Gorbaciov rappresentarono la distruzione dell'economia sovietica, insieme al costo

della guerra in Afghanistan e l'incidente nucleare di Chernobyl (1986).

Il sistema inizia ad essere messo in discussione negli ultimi anni di governo di Gorbaciov e si apre

una situazione di caos economico: nel 1991 l'Unione Sovietica scompare.

• ALTRE DEMOCRAZIE POPOLARI:

Il problema era sempre rappresentano dal ritardo tecnologico e stessi problemi dell'URSS.

Nella seconda metà degli anni '80 la crisi si approfondisce anche nelle altre democrazie popolari

dell'Est Europa e il credito estero si utilizzò per importare tecnologia e macchinari moderni. Il

miglioramento tecnologico permise un incremento della produttività, ma gli obiettivi finali non

furono raggiunti: i prodotti all'interno non raggiungevano una relazione qualità-prezzo sufficiente

per essere competitivi sui mercati esteri; all'estero i paesi occidentali, colpiti dalla crisi energetica,

diminuirono la domanda di prodotti e di turismo. Inoltre queste importazioni di macchinari,

generarono un grosso indebitamento.

Bisogna tenere presente che mentre nei paesi dell'est l'industrializzazione seguiva le linee guida

della seconda rivoluzione tecnologica, nel mondo occidentale cominciava l'epoca postindustriale di

predominio del settore dei servizi, legato all'introduzione di innovazioni radicali nell'ambito delle

comunicazioni e dell'elettronica. Il mondo socialista non voleva seguire questo modello in quanto i

pianificatori non si resero conto dell'importanza di queste innovazioni che venivano viste con

sospetto. Di conseguenza la distanza tecnologica tra est e ovest Europa aumentò ancora.

Nella seconda metà degli anni '80, tutti i paesi dell'Est erano immersi in una triplice crisi: crisi di

debito, inflazione e crescita. L'unica soluzione era di applicare piani di stabilizzazione, che

sfociano in aumenti del costo della vita e disoccupazione, creando un disagio sociale.

Il momento decisivo fu la dichiarazione di Gorbaciov nel 1989: ogni paese poteva costruire il

socialismo in modo indipendente, il che denotava la rinuncia da parte dell'URSS a intervenire

militarmente in altri paesi. Si creano subito movimenti riformisti che proponevano cambiamenti

economici alla domanda di libertà politiche e raccolsero un ampio consenso tra la popolazione. Il

fatto emblematico del processo di scomparsa dei regimi comunisti in Europa fu la caduta del muro

di Berlino (9 novembre 1989), simbolo della Guerra Fredda e anche del fallimento delle economie

socialiste a pianificazione centralizzata.

DIFFICILE RITORNO ALL'ECONOMIA DI MERCATO:

Al contrario di quella politica, che fu rapida e facile, la transizione economica si rivela molto più

difficile. Nei primi anni tutti i paesi soffrirono una forte iperinflazione. La perdita di valore della

moneta provocò la destrutturazione dell'economia, la volatilizzazione dei risparmi e una drastica

caduta dei livelli di vita dei salariati e soprattutto dei pensionati. Tutti i paesi furono immersi in una

profonda recessione economica.

I problemi più urgenti da risolvere erano:

– stabilizzare la moneta → costrinse a perseguire l'equilibrio di bilancio, frenare l'inflazione e

rendere convertibile la moneta che comunque dovette subire pesanti svalutazioni;

– passare a un'economia di mercato → richiedeva di mettere in piedi una legislazione che fosse

favorevole alla libertà economica e alla concorrenza. Bisognava eliminare la pianificazione

economica centralizzata, quindi liquidare le imprese obsolete e rimuovere i prezzi fissati e i sussidi.

L'effetto immediato fu la caduta della produzione e aumento della disoccupazione. Si poteva

passare a economie di mercato solo attraverso la “distruzione creativa” di Schumpeter;

– modernizzare il sistema produttivo → aggiornare le telecomunicazioni, servizi, risparmio

energetico, nuove tecnologie e migliorare l'agricoltura, cambiamenti necessari per accrescere il

benessere della popolazione e ottenere prodotti competitivi sui mercati internazionali.

Il problema principale era che senza una riforma che allo stesso tempo liberalizzasse i prezzi,

privatizzasse le imprese e mettesse in piedi un nuovo sistema legale e finanziario, la nuova

economia di mercato non poteva ottenere una coerenza sufficiente. Questo “trattamento shock”

risultava politicamente e socialmente inapplicabile. In ogni caso, i paesi che attuarono le riforme più

radicali soffrirono una maggiore contrazione economica e più alti tassi di disoccupazione, ma

ebbero anche una ripresa più rapida.

CAPITALISMO SELVAGGIO DELLA RUSSIA:

I mesi precedenti la dissoluzione dell'URSS (dicembre 1991) furono caratterizzati da un grande

disordine monetario e da una pesante inflazione: la maggioranza delle repubbliche cessò di

rimettere a Mosca l'importo delle imposte e cominciò ad emettere propri rubli, provocando il

collasso del sistema monetario. Nella situazione di disordine monetario, il paese tenta di procedere

rapidamente sulla via delle privatizzazioni per aprirsi a un sistema di libero mercato, senza però

disporre di una legislazione e di istituzioni adeguate a controllare il processo, che si prestava a ogni

tipo di frode. Della situazione e ne avvantaggiano i pochi, coloro che hanno capitale o relazioni e

informazioni privilegiate (nomenclatura e dirigenti delle imprese). Nasce un'oligarchia economica

con forti collegamenti con i poteri politici e atteggiamenti mafiosi: ostacola il pieno passaggio ad

un'economia di mercato e cercano di arricchirsi a danno del paese. Tra 1990-93 il salario si era

ridotto a un terzo, i sussidi per i prodotti e servizi di base vennero eliminati, la mortalità infantile

aumentò e diminuì la speranza di vita. Tutto questo creò un forte disagio che portò alla vittoria del

Partito Comunista alle elezioni. Nel 1998 inizia la ripresa economica grazie all'esportazione di gas

e di petrolio, anche se migliora solo la situazione economica e non quella sociale che peggiora. Nel

1999 ci fu l'elezione di Putin come successore di Yeltsin che dal pdv politico significava un

consolidamento di un vecchio ordine: democrazia formale, potere nelle mani dei funzionari, polizia

segreta e la giustizia sono uno strumento nelle mani del potere. Egli concentra sempre di più il

potere nelle proprie mani.

INTEGRAZIONE NELL'UNIONE EUROPEA DEI PAESI DELL'EST:

La decrescita nei paesi dell'Europa dell'est fu meno intensa di quella sofferta dai paesi che facevano

parte dell'URSS. Speravano di ricevere un aiuto massiccio dall'Occidente ma l'assistenza fu poca e

solo sotto forma di finanziamenti e subordinata a stretti vincoli. Tutti i paesi prepararono

programmi di liberalizzazione che permettessero di chiedere crediti al Fondo Monetario

Internazionale e in momenti di difficoltà ottennero rinegoziazioni del loro debito estero, anche se

gli aiuti risultarono insufficienti per le necessità di ogni paese e la depressione economica fu forte.

In un primo momento l'Unione Europea non aprì neppure le porte ai beni provenienti da questi

paesi. La situazione inizia a cambiare nella seconda metà degli anni novanta e questo

cambiamento permise agli otto paesi più avanzati della zona (Estonia, Lettonia, Polonia, Repubblica

Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia) di accedere all'UE l'1 maggio 2004, Bulgaria e Romania nel

2007.

I PAESI IN VIA DI SVILUPPO DAL 1973 – CAPITOLO XVII

Una delle caratteristiche dell'evoluzione dell'economia mondiale dopo la crisi degli anni 1970 è

stata l'estrema differenziazione che si è prodotta nello sviluppo dei paesi più arretrati. In alcuni

troviamo una crescita accelerata e sostenuta, in altri la crisi ha aperto un lungo periodo di

stagnazione che ha comportato un peggioramento notevole del benessere della popolazione.

LA GRANDE ESPANSIONE ASIATICA:

Più di 500 milioni di persone (1981-2005) sono uscite dalla povertà estrema e fu un fenomeno

proprio dei paesi asiatici che non trova uguali nelle altri parti del mondo in via di sviluppo. La Cina,

che nel 1980 apportava un 2% dell'economia mondiale, oggi contribuisce con più dell'11%. Bisogna

distinguere due modelli diversi tra i paesi che cominciarono il processo di trasformazione (le

Quattro Tigri) e i loro inseguitori. L'eccezionale crescita iniziale delle tigri rallentò a partire dagli

anni 1980, mentre il resto dei paesi iniziò un percorso di sviluppo accelerato che avrebbe acquistato

ancora più forza negli anni successivi.

LE QUATTRO TIGRI:

Caratteristiche delle varie città:

– Singapore e Hong Kong sono città-stato create dalle potenze occidentali nell'epoca coloniale per

facilitare gli scambi con il sudest asiatico e Cina. Furono colonie britanniche, territori densamente

popolati e a forte crescita demografica, ma il numero degli abitanti è modesto. La maggioranza

della popolazione è cinese;

– Corea del sud e Taiwan sono territori più grandi e con più popolazione. Taiwan dal 1949 diventò

un rifugio degli anticomunisti cinesi ed è protetto dagli Stati Uniti come anche la Corea del Sud e

Nord.

Le caratteristiche del loro sviluppo furono differenti dai paesi periferici europei:

– crescita economica ottenuta a partire da livelli di redditi minori di quelli di altri paesi arretrati;

– la base dell'incremento della produzione è stata lo straordinario aumento dell'esportazione di

prodotti di fabbricazione propria;

– le Quattro Tigri cominciarono esportando prodotti manufatti a basso valore aggiunto (tessili,

calzature, giocattoli...) per poi passare a prodotti di tecnologia molto più avanzata (automobili ,

navi, prodotti chimici, pc...);

– il ruolo degli investimenti esteri diretti, cioè a carattere imprenditoriale, non è stato decisivo in

quanto la maggior parte della produzione è effettuata da aziende locali. Importante è stata

l'acquisizione da parte delle banche di questi paesi di risorse sul mercato internazionale mediante

l'emissione di obbligazioni e altri strumenti finanziari;

– forte coinvolgimento dello Stato che ha destinato molte risorse al miglioramento del capitale

umano (istruzione) e alla dotazione di infrastrutture. Protezionismo selettivo per rafforzare i settori

con maggiore potenziale competitivo e politiche di sviluppo a favore dei grandi gruppi industriali.

La loro rapida crescita non comportò una modifica reale dell'equilibrio economico internazionale.

DALLA MORTE DI MAO AL CAPITALISMO COMUNISTA:

Alla morte di Mao nel 1976 ci fu un'intensa lotta per il potere. I riformisti prevalsero e sotto la

guida di Deng Xiaoping fu avviato un processo di trasformazione strutturale e di crescita

economica. Nonostante le due grandi crisi de “Il grande salto in avanti” (1959-62) e de “La

rivoluzione culturale” (1966-73), ci fu una notevole crescita economica. Prima la terra era stata

collettivizzata e veniva amministrata mediante il sistema delle Comuni popolari e non c'era alcun

incentivo per lo sforzo individuale né per il miglioramento della produttività. Anche le grandi

imprese dipendevano dal Governo centrale. Erano evidenti i limiti e nel 1980 ci fu una riforma

agricola: concessione delle terre per la coltivazione familiare in cambio di una parte fissa della

produzione o un affitto in denaro. Ci fu un'incremento della produzione.

Per completare la riforma andavano introdotti cambiamenti nel sistema di commercializzazione: lo

Stato continuò a comprare e distribuire cereali delle quote stabilite sulla produzione, ma i contadini

potevano vendere il resto e venne adottata una politica di prezzi minimi per assicurare redditi

sufficienti ai contadini. Questo portò ad un forte aumento della produttività.

La nuova economia agricola richiedeva degli input industriali:

– potenziamento delle industrie rurali VTE (Village and Town Enterprises) → Mao le aveva

create per assicurare la massima autosufficienza alle comuni rurali che dovevano ottenere i prodotti

agricoli e trasformare le materie prime locali. La loro performance era precaria, ma vennero liberate

dalle limitazioni precedenti e diventarono uno degli strumenti più importanti di trasformazione

dell'industria cinese. In seguito ne fu permessa la privatizzazione: molte diventarono proprietà dei

loro dirigenti, altre finirono nelle mani di investitori esteri o si trasformarono in società anonime;

– alla morte di Mao, la maggior parte della produzione industriale proveniva dalle imprese

pubbliche direttamente controllate dal Governo centrale: SOE (State Owned Enterprises), imprese

di gradi dimensioni che seguivano la logica comunista. Vennero così avviate alla liberalizzazione

del mercato interno e all'apertura del commercio internazionale;

– fine decennio del 1970 cominciò ad essere autorizzata l'entrata di capitale straniero e la

creazione di imprese private locali. Ci fu un'apertura del settore industriale agli investimenti esteri

che soprattutto in Cina fu spettacolare;

– industria manifatturiera cinese è orientata ai mercati esteri ed in pochi anni la Cina è

diventata la prima potenza esportatrice del mondo.

In questi anni il paese asiatico ha mantenuto grossi avanzi della bilancia commerciale ed anche

della bilancia dei movimenti di capitali. L'investimento di queste risorse in debito pubblico dei paesi

occidentali ha fatto diventare la Cina arbitro dell'equilibrio finanziario internazionale. Non

accetta di modificare il tasso di cambio, lo yuan continua ad essere sottovalutato, che facilita le

esportazioni. Non ci fu una liberalizzazione, ma il Partito Comunista Cinese mantiene una dittatura

politica, con repressioni se necessario.

CRESCITA DI ALTRI PAESI ASIATICI:

• INDIA:

Dopo anni di forte interventismo statale nell'economia e di rigido protezionismo, nel 1984 inizia un

processo di liberalizzazioni (rispondere alla crescita cinese). La protezione rimane in vigore per i

piccoli produttori e gli autonomi, si genera così una crescita duale. Buona performance per il settore

dei servizi e ha due caratteristiche principali: dominio della lingua inglese da parte della

popolazione giovane e notevole grado di eccellenza dei centri di insegnamento superiore. Inoltre

l'esistenza di un'ampia offerta di laureati e diplomati molto ben preparati sta spingendo molte

imprese estere a delocalizzare in India i centri di ricerca e sviluppo ed ha fatto nascere il settore

del software estremamente dinamico.

Anche altri paesi asiatici si inseriscono nel mercato dei manufatti ad alta intensità di lavoro

(Indonesia, Bangladesh, Pakistan, Laos, Sri Lanka), subiscono una crescita, ma è irregolare.

LE REGIONI ARRETRATE:

• MEDIO ORIENTE:

Grandi redditi derivanti dalla vendita del petrolio per i paesi esportatori, ma avranno scarsi effetti

sulla crescita economica e sul livello di vita della popolazione. Ci sono però scarsi investimenti e

fughe di capitali. Il ristagno degli investimenti va cercato nell'inefficienza dei sistemi finanziari,

spesso controllati da governi corrotti e nella sfiducia che l'instabilità politica ispira agli investitori

nazionali e stranieri. I beneficiari dell'esportazione di petrolio hanno preferito collocare le loro

rendite nelle banche occidentali piuttosto che destinarle alla creazione delle imprese, investimento

rischioso e meno sicuro. Conseguenza di questo è una forte instabilità politica che si unisce alla

crescita della popolazione in età da lavoro. Ci sono molti giovani che si trovano senza prospettive di

occupazione. La società che li ha formati, non può dare loro lavoro, tanto meno qualificato. Iniziano

proteste e anche emigrazioni. Il paradosso di questi paesi è che dispongono delle condizioni

favorevoli per lo sviluppo ma si trovano ad affrontare un'instabilità sociale in aumento.

• AFRICA SUBSAHARIANA:

Esperienze molto diversificate e inoltre i conflitti interni derivati da lotte coloniali, regimi razzisti,

Guerra Fredda, hanno aggravato la situazione economica. Due esperienze totalmente diverse:

– Botswana 1973-2007 Pil + 8,1% annuo (Pil pro capite +4,9%);

– Congo 1990-2007 Pil pro capite ridotto di oltre il 50%.

Dal 1990, pur in presenza di una notevole instabilità, il progresso è ricominciato anche se a tassi

notevolmente bassi.

Molte sono le difficoltà per questi paesi di attivare uno sviluppo sostenuto:

– limiti ambientali;

– distribuzione della popolazione in nuclei sparsi e lontani dalle coste;

– diversità etnica degli Stati sorti dalla colonizzazione;

– proliferazione di Stati di piccole dimensioni;

– bassa densità demografica;

– corruzione, inefficienza delle politiche pubbliche ed eccessiva spesa militare.

È soprattutto difficile fornire ai governi locali risorse che possano portare a miglioramenti o

promuovere una crescita sostenibile senza il rischio di trasformarsi in armi per rafforzare la

corruzione o la repressione politica.

• AMERICA LATINA:

Contesto di ritardo relativo e marcata instabilità dovuta a dittature, squilibri economici e crisi

finanziarie. Le ripetute crisi finanziarie sono dovute ai limiti che presentava la strategia di

industrializzazione per sostituzione di importazioni, che venne sostituita con l'apertura ai mercati

esteri e di liberalizzazione economica. Questo perché dal 1979 ci fu un aumento dei tassi di

interesse bancari che portò il debito di questo paese a quintuplicarsi. Intervengo gli Stati Uniti e

crearono una nuova strategia economica, i cui elementi essenziali sono raccolti nel “Washigton

Consensus”:

– lotta contro il deficit fiscale;

– liberalizzazione finanziaria: privatizzazione delle imprese pubbliche ed eliminazione delle

barriere commerciali, delle politiche industriali, degli ostacoli ai movimenti di capitali e agli

investimenti esteri;

– mantenimento del valore della moneta e di un tasso di inflazione moderato.

Questo insieme di politiche ha dato risultati contraddittori perché non hanno evitato la comparsa

di nuove crisi finanziarie, anche se circoscritte a paesi concreti. Solo un piccolo numero di paesi ha

avanzato per via della diversificazione e del miglioramento della competitività estera ( Cile e

Brasile).

Il ritardo è dovuto soprattutto alle strutture sociali, in quanto si tratta di società molto

gerarchizzate e con una forte differenziazione sociale ed economica che ostacola lo sviluppo e che

riflette in livelli di istruzione molto bassi.

BREVI NOTE SULL'ECONOMIA ITALIANA (1620-1913)

a cura di Claudio Besana e Nicola Martinelli

PERIODI DI RIFERIMENTO:

Si parte dal 1500 in quanto la grandezza dell'Italia viene mostrata dalla raffinatezza del proprio

Paese, però in seguito perde la sua grandezza e la recupererà negli anni.

– 1559 “Pace di Cateau-Cambrésis” → conferma definitivamente l'egemonia spagnola sull'Italia;

– 1713-14 “Pace di Ultecht e Radstadt” → inizia l'egemonia austriaca sull'Italia;

– 1796-1815 → egemonia francese sull'Italia;

– 1815-1848 → età della restaurazione e ritorno degli austriaci;

– 1848-49 → prima guerra di indipendenza;

– 1849-59 → decennio di preparazione all'unità, il ruolo centrale di Camillo Cavour;

– 1859 → seconda guerra d'indipendenza;

– 1860 → avventura garibaldina e invenzione dell'Italia unita;

– 17 marzo 1861 → Vittorio Emanuele II re d'Italia;

– luglio 1861 → morte di Cavour;

– 1861-76 → età della destra storica;

– 1866 → terza guerra di indipendenza;

– 20 settembre 1870 → presa di Roma;

– 1876-87 → Agostino de Pretis, sinistra storica al potere, trasformismo (la chiarezza degli

spostamenti viene meno);

– 1887-1900 → i difficili anni Novanta.

LA PERDITA DEL PRIMATO, IL COSTITUIRSI ED IL CONSOLIDARSI DI NUOVI

EQUILIBRI TRA '600 E I PRIMI ANNI DELL' '800 (1620-1815):

1. L’economia della penisola italiana all’inizio del Seicento

1.1. All’inizio del '600 l’Italia centro-settentrionale deteneva ancora un primato nella vita

economica dell’Europa. C'è una forte urbanizzazione nel centro nord dell'Italia che è il tasso più

alto di tutta Europa. Anche se l’agricoltura restava l’attività fondamentale soprattutto del

Mezzogiorno, i sistemi economici locali dell’Italia centro-settentrionale erano caratterizzati da una

forte vivacità delle attività manifatturiere e commerciali (centro-nord). Essi potevano contare

sulla presenza di numerosi centri urbani attivi come sede di importanti attività di intermediazione e

di trasformazione. Soprattutto erano numerose le botteghe artigiane di tessitori di panni di lana e di

prodotti in seta, questi ultimi finemente lavorati con l’utilizzo di fili in metallo prezioso. Le

maggiori città (Genova, Milano, Firenze e Venezia) ospitavano importanti attività di scambio

commerciale, anche su vasto raggio e soprattutto con il Medio Oriente, e case bancarie private

dedite al commercio del denaro, che concedevano prestiti a operatori economici non solo locali e

fornivano liquidità ai governi dell’Europa (i genovesi in particolare erano ancora i banchieri dei re

di Spagna). C'erano interessanti legami tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno. Dal Sud arrivavano i

prodotti agricoli, cereali in particolare, che il resto dell’Italia era costretto a importare, vista l’alta

densità demografica raggiunta, una densità che metteva a dura prova i deboli sistemi agricoli del

periodo. Sempre dal Mezzogiorno partivano lana grezza e sete grezze e filate, per alimentare le

botteghe artigiane attive nei centri urbani della Toscana, dell’Emilia, del Veneto e della Lombardia.

L'Italia diventa un punto ricco anche grazie alla sua forma artistica frutto della ricchezza economica

di questo periodo. I modelli artistici nel mondo sono quelli italiani.

1.2. L’assetto economico-sociale del Centro-Nord dell’Italia non era certo privo di elementi di

debolezza. L'Italia è forte perché la forza arriva da 3 secoli prima in cui l'Italia è cresciuta piano

piano e il sistema ora è arrivato a maturità, è forte per maturazione non per innovazione.

Era dotata di sistemi agricoli che a fatica producevano quanto era necessario per garantire il

sostentamento di una popolazione che superava i 7,8 milioni di abitanti. La tenuta dell’economia

locale si legava alla vivacità delle attività commerciali e manifatturiere, capaci di generare le risorse

necessarie per importare i prodotti agricoli indispensabili per mantenere la popolazione urbana e per

alimentare le botteghe artigiane. Anche per quanto riguarda i traffici non mancavano difficoltà. A

un secolo dall’apertura della via delle Indie orientali che passava per il capo di Buona Speranza, il

lucroso commercio delle spezie, secolare monopolio dei veneziani, era ormai stabilmente nelle mani

degli olandesi. Nello stesso Mediterraneo le marinerie dei Paesi Bassi, dell’Inghilterra e della

Francia tendevano ormai a sostituire gli armatori genovesi e veneziani anche nel commercio tra la

penisola italiana e i porti del Mediterraneo orientale e del Mar Nero. Con la caduta dei traffici,

vennero meno anche le attività cantieristiche e la costruzione delle navi veniva controllata dai

cantieri che si affacciavano direttamente sull’Atlantico o sul Mare del Nord.

Si iniziavano a manifestare problemi anche per le tradizionali manifatture tessili. In campo serico

fu sempre più difficile reggere il peso della concorrenza francese e, in quello laniero, erano i

produttori olandesi e inglesi a mettere in crisi i lanaioli fiorentini, veneziani o milanesi con i loro

panni, inferiori per qualità, ma decisamente più convenienti in termini di prezzo.

2. I cambiamenti del quadro politico tra 1620 e 1814

2.1. Tra il 1559 (trattato di Cateau-Cambrésis) e il 1713 (pace di Utrecht) la penisola

italiana rimase sotto il controllo politico della Spagna, fu un lungo periodo di pace, interrotto solo

da brevi conflitti (guerra di Mantova). La corte di Madrid poteva vantare un dominio diretto sul

Mezzogiorno continentale e insulare, cui si aggiungevano il Ducato di Milano e lo Stato dei Presidi

(isola d’Elba, altre isole dell’arcipelago toscano e piazzeforti sulla costa della Toscana meridionale).

Anche gli altri stati della penisola finivano col gravitare nell’orbita spagnola. Una maggiore

autonomia poteva vantare la Repubblica di Venezia, impegnata a resistere alle pressioni

dell’Impero asburgico e quello ottomano. Nella visione tradizionale la crisi del Seicento non può

essere spiegata con il malgoverno degli spagnoli, ma le ragioni della crisi furono molto più

complesse.

2.2. Dopo la fine della guerra di successione spagnola (1701-1713/1714), cambiò radicalmente il

volto politico dell’Italia e iniziò il predominio della corte di Vienna sulla penisola. Il Settecento

può essere diviso in due distinte fasi. Nella prima, l’Italia fu teatro di una serie di guerre che

ebbero termine con il 1748 (pace di Aquisgrana), mentre nella seconda cessarono i conflitti e non si

ebbero cambiamenti politico-territoriali degni di rilievo fino alla calata in Italia delle armate

rivoluzionarie francesi (1796).

Intorno alla metà del secolo l’Austria controllava solo una parte della Lombardia, pur esercitando

una larga influenza sulla penisola. Erano ancora presenti le antiche repubbliche aristocratiche di

Genova e di Venezia, realtà politiche ormai in decadenza. Sempre al Nord era cresciuta

l’importanza dell’antico ducato di Savoia, che aveva portato il suo confine orientale al Ticino. Nel

centro della penisola la Toscana era nelle mani di una dinastia straniera, i Lorena, imparentati con la

corte viennese; restavano intatti gli antichi domini del Papato, mentre il Mezzogiorno (Sardegna

esclusa), dopo un ventennio di controllo viennese, dal 1738 fu affidato alla dinastia dei Borbone.

Un deciso sconvolgimento della carta politica dell’Italia si ebbe con la vittoriosa campagna di

Napoleone in Italia, che portò alla fine del predominio austriaco su Milano, alla creazione di una

serie di repubbliche sorrette dalle armi francesi e al definitivo tramonto della Serenissima.

Iniziò un breve, ma significativo periodo di predominio francese sull’Italia. Piemonte, Liguria,

Toscana, Lazio e Umbria diventarono dipartimenti francesi. Nel Mezzogiorno si formò il Regno di

Napoli, dal 1808 sotto la guida di Gioachino Murat, mentre la Sicilia restava ai Borbone e la

Sardegna ai Savoia. L’esperienza politica più interessante di questo periodo fu quella del Regno

d’Italia, una realtà statuale che arrivava a comprendere Lombardia, Veneto, Friuli, Istria, Dalmazia,

Emilia-Romagna e Marche.

3. Note sugli andamenti economici tra 1620 e 1814

3.1. Gli anni successivi al 1620 furono caratterizzati da una crisi della vita economica della

penisola italiana. È una situazione caratterizzata da molte difficoltà. In tutta l’Europa, si dovette far

fronte con una caduta delle produzioni agricole, dovuta a un mutamento molto profondo delle

condizioni climatiche e l'Italia risulta la più colpita (piccola glaciazione). La carenza di cereali e il

loro alto prezzo segnarono profondamente l’Italia centro-settentrionale, già obbligata a dipendere

dalle importazioni dall’estero. Furono anni di carestia, resi ancor più drammatici dal manifestarsi,

prima nel Centro-Nord e poi nel Sud della penisola, di epidemie di peste che causò una caduta

della popolazione in alcuni centri pari o superiore al 30%. Nello stesso tempo la concorrenza dei

paesi del Mare del Nord rese ancor più drammatica la crisi, in quanto il commercio con l'America

e l'Asia non passa più per il Mediterraneo ma si sposta nel Mare del Nord dove Olanda e Gran

Bretagna diventano le città più floride. In campo serico il primato dei tessitori del Centro-Nord fu

spezzato dai lionesi, che potevano contare sul sostegno politico ed economico della corte di Parigi,

in quanto la moda non sono più le corti italiane ma quelle di Parigi e anche tutti i commerci di

prodotti di lusso si spostano in Francia, addirittura gli italiani producono il filo (seta) e lo

esportano in Francia. Germania e Fiandre superano le attività manifatturiere italiane con il trionfo

del sistema del mercante-imprenditore e l'Italia non è più esportatore di manufatti ma diventa

importatore. Il risultato di tale situazione di difficoltà fu una caduta generalizzata delle attività

commerciali e manifatturiere, accompagnata da un forte declino sul piano demografico delle

maggiori realtà urbane.

3.2. A seguito della crisi, le attività agricole divennero la fonte più sicura d’investimento e i

detentori delle maggiori fortune indirizzarono i loro capitali all’acquisto e alla gestione di terre.

La crisi delle attività di tessitura nei maggiori centri urbani fu accompagnata da una riconversione

del settore serico nel Nord della penisola. Le regioni settentrionali conobbero uno sviluppo

importante dell’allevamento del baco da seta e delle attività di prima lavorazione (trattura) e di

seconda lavorazione (torcitura). Lombardia, Piemonte e Veneto divennero così grandi produttori di

semilavorato serico in larga misura destinato all’esportazione.

Si spezzarono i legami economici tra le varie parti della Penisola. Il Paese si divide in zone che

hanno poco da scambiare tra loro perché le economie non sono più complementari ma si cercano

complementi all'estero (Piemonte stretti rapporti con la Francia). Questo perché le varie economie

in Italia sono molto simili tra loro e gli scambi interni si riducono in maniera significativa. Il Sud, in

particolare, cessò di essere il fornitore di prodotti agricoli e di filati serici alle altre regioni, perché

in queste ultime aree l’agricoltura e le attività seriche erano ora il cuore del sistema produttivo.

Il settore secondario non scomparve, sia per la capacità di tenuta del settore serico, sia per la

vivacità di imprenditori attivi in aree rurali, che si affermarono come zone proto-industriali. Specie

al Nord crebbero d’importanza attività di trasformazione, dalla tessitura della lana alla

lavorazione del cotone e alla produzione di attrezzi e oggetti in ferro, svolte in piccole unità

produttive, di solito coincidenti con le case di contadini e collegate ai mercati da mercanti

imprenditori.

3.3. Con il Seicento cambiò il ruolo dell’Italia centro-settentrionale nel contesto europeo. Da centro

della vita economica continentale, queste regioni divennero aree marginali e i loro sistemi

economici si caratterizzarono per un nuovo assetto, che è stato definito come equilibrio agricolo-

commerciale: connotazione economico-sociale assunta da aree prevalentemente dedite

all’agricoltura, legate all'ambiente internazionale in quanto fornitrici di beni agricoli, prodotti in

eccedenza rispetto al consumo interno, e di semilavorati (seta in particolare). L’equilibrio agricolo-

commerciale, ha caratterizzato la vita economica della penisola italiana sino al secondo Ottocento

inoltrato. Nel periodo dell’equilibrio agricolo-commerciale si registrò una staticità del settore

manifatturiero. Le novità che si sperimentarono in quei decenni in Inghilterra e in altri ambienti

europei, furono oggetto di attenzione, furono studiate e conosciute, ma scarsamente applicate. La

fabbrica moderna, con la lavorazione centralizzata e meccanizzata, organizzata da un imprenditore

capitalista, fece capolino solo in alcune realtà locali e quasi sempre per opera di stranieri, svizzeri in

particolare. L’agricoltura rafforzò il suo ruolo cardine, affiancata da un setificio in ulteriore

espansione sul piano produttivo, ma sempre impegnato nelle prime fasi della lavorazione della seta.

Crebbero in particolare alcune produzioni come quella del mais, del riso e dei latticini.

L’incremento delle produzioni non fu accompagnata da un superamento di pratiche di coltivazione

tradizionali. Non mancarono alcune eccezioni, come le zone collinari piemontesi dove la maggiore

produzione di vini si accompagnò una più adeguata cura nella coltivazione della vite e di

“confezionamento” del vino. Si ebbe dunque un ulteriore rafforzamento del ruolo del primario,

senza che i diversi ambienti potessero sperimentare quei processi di radicale trasformazione che in

Inghilterra sono stati individuati con i termini di rivoluzione agricola e di rivoluzione agraria.

4. Azione pubblica e trasformazioni economico-sociali tra 1714 e 1815

4.1. La vita economica non conobbe nel Settecento e nel primo quindicennio dell’Ottocento

cambiamenti degli equilibri ereditati dal secolo precedente. Cambiamenti si ebbero nella prima

metà del Settecento, quando i nuovi padroni della penisola austriaci e piemontesi, impegnati in

continue guerre, promossero riforme dei sistemi fiscali dei loro stati al fine di reperire risorse per

coprire le spese militari. Tali razionalizzazioni finanziarie nacquero senza un preciso disegno di

rinnovamento della vita politica e sociale, ma produssero trasformazioni degne di rilievo.

L’azione di riforma si fece più organica nel secondo Settecento. Nella Lombardia

Austriaca il governo non si limitò a portare a compimento il riassetto complessivo della finanza

pubblica, ma l’attacco agli antichi assetti fu ancor più radicale con interventi sulla proprietà

ecclesiastica e sulla stessa vita religiosa. Nel Granducato di Toscana, Pietro Leopoldo abolì ogni

vincolo alla circolazione interna dei grani e adottando una nuova disciplina degli scambi con

l’estero, fortemente orientata in senso liberista. Risultati positivi si ebbero anche nel Regno di

Napoli, dove la Corona cercò di affermare il potere dello Stato riducendo il ruolo politico della

nobiltà feudale, vero arbitro della vita civile dei diversi territori.

4.2. Dopo il 1800 ci fu il dominio dei francesi. In questo periodo fu completamente ridisegnata la

carta politica della penisola e si formò il Regno d’Italia, dotato di una dimensione territoriale

particolarmente rilevante. Su pressione della Francia, in tutta la penisola si dovettero adottare

regole doganali tali da garantire la possibilità, per gli operatori francesi, di collocare i loro

manufatti in Italia. Gli interventi più importanti si legarono all'esigenza per i diversi governi di

garantirsi entrate adeguate per far fronte alle continue richieste di denaro dei “liberatori” francesi e

per fornire uomini e risorse alla grande armata napoleonica. Furono imposte contribuzioni forzose

ai titolari di fortune mobiliari e immobiliari. Di conseguenza si contrassero enormi debiti che furono

saldati con la massiccia vendita di beni immobili confiscati ai diversi enti ecclesiastici.

Tra le riforme attuate dai governi voluti da Napoleone, va ricordata l’abolizione del regime feudale

decretata nel 1806 dal governo napoletano. Il nord si distacca ancora di più dal sud, al nord è più

facile perché i signori provengono dall'estero. Si distaccano e si creano due livelli diversi, anche

quando si uniscono è difficile perché hanno azioni di riforma diverse e di diversa efficacia, anche

diverse esperienze istituzionali. Anche nel Mezzogiorno si sperimentò una modifica degli assetti

giuridici della proprietà fondiaria. Lo Stato affermò pienamente la sua autorità sui territori del

Regno e furono rimossi l’esercizio della signoria da parte dei baroni e il loro predominio politico

sulle comunità rurali. I nobili furono privati del potere giurisdizionale e divennero soltanto dei

grandi proprietari, titolari di beni goduti come proprietà private. Ricevettero una quota variante da

uno a tre quarti delle terre sottoposte a usi civici, mentre la parte restante fu ceduta alle municipalità

per essere ripartita in quote da assegnare ai cittadini più poveri. L’opera di quotizzazione non

raggiunse i risultati sperati.

Attraverso la vendita di beni ecclesiastici e la fine del sistema feudale i governi sostenuti dalle armi

francesi attuarono una vera rivoluzione agraria nella penisola, nel senso che operarono per la piena

affermazione della proprietà privata della terra come fulcro della vita economica e sociale. A tale

trasformazione strutturale raramente si accompagnò il costituirsi di nuovi nuclei di imprenditori

agricoli, pronti ad adottare forme di gestione verso un’agricoltura capitalistica. Spesso i nuovi

proprietari continuarono a comportarsi come i vecchi signori laici ed ecclesiastici, mantenendo il

ruolo di semplici percettori di rendite certe e non assumendo quello di operatori capaci di

promuovere lo sviluppo delle campagne italiane.

MATURIT À E CRISI DELL'EQUILIBRIO AGRICOLO-COMMERCIALE

(1815-1880):

1. L’economia della penisola italiana al 1815

1.1. Nel 1815, in tutte le regioni della penisola italiana, l’attività prevalente era quella agricola. Il

ceto dominante era formato dai proprietari terrieri e dai grandi commercianti di derrate agricole e di

semilavorati (seta essenzialmente). Mentre l’Inghilterra sperimentava un deciso accentuarsi del

processo d’industrializzazione, le varie realtà della penisola continuavano a essere caratterizzate dal

prevalere di assetti consolidati.

La centralità del settore primario era accompagnata da diverse forme di gestione delle attività

agricole e dei rapporti contrattuali tra proprietari dei terreni e contadini. Caratteristica comune di

tutte le realtà della penisola era la prevalenza della grande e della grandissima proprietà. Come in

passato, i detentori delle maggiori fortune agrarie erano dei semplici percettori di rendita,

preoccupati di salvaguardare il valore dei loro fondi, ma non sempre disponibili al miglioramento

degli stessi. Quasi in ogni ambiente era prevalente la piccola conduzione, con le singole unità

poderali affidate al lavoro di una famiglia contadina, che coltivava i terreni, ricavando quanto era

necessario per vivere e per pagare un affitto ai proprietari. Raramente s’incontravano figure di

imprenditori capitalisti: organizzatori dei lavori dei campi che gestivano ampie unità colturali

prese in affitto, dando lavoro a salariati (braccianti) e vendendo i prodotti sul mercato. Era presente

solo nella ristretta fascia di pianura irrigua lombarda tra Ticino e Adda (Basso Milanese, Pavese,

Lodigiano), dove le rotazioni a foraggera erano praticate da secoli e l’allevamento del bestiame da

latte era praticato in forma intensiva. In questo ambiente centrale era la figura del fittabile, un

affittuario che dirigeva la cascina come un’impresa e decideva le destinazioni colturali dei fondi

presi in locazione secondo l’andamento del mercato.

1.2. Debole restava il settore manifatturiero e si andava incrementando il distacco da aree in

trasformazione come quella inglese, belga, svizzera o francese. Era prevalente la lavorazione in

piccole unità disperse sul territorio, ma le fabbriche vere e proprie erano presenti solo in alcuni

ambienti, spesso legate alla presenza di imprenditori o di tecnici stranieri, svizzeri soprattutto, ma

anche francesi e tedeschi. Inoltre erano costituite da alcuni opifici dediti alla filatura meccanizzata

del cotone. L’attività di trasformazione più importante era quella serica, con impianti localizzati

al Nord, lungo tutta l’area pedemontana della catena alpina, dal Cuneese al Friuli. Erano prevalenti

la prima lavorazione del filo serico (trattura), esercitata da un numero straordinariamente alto di

filande che lavoravano per poche settimane impiegando un numero esiguo di donne e di bambine, e

la seconda lavorazione (torcitura), spesso esercitata in opifici di una certa dimensione utilizzando

complessi macchinari in legno mossi da energia idraulica e attivi per l’intero corso dell’anno.

Nel caso del setificio ci si limita a produrre semilavorati, mentre i prodotti finiti (tessuti) erano

importati dalla Francia e dalla Svizzera.

Le attività seriche consentivano di mantenere attivi interessanti circuiti commerciali con l’estero. Le

attività commerciali più importanti non erano rappresentate da scambi tra le diverse aree regionali

della penisola, ma tra aree dell'Italia e le nazioni straniere. Dall’Italia partivano derrate alimentari

(vino, olio, bestiame, formaggio grana), semilavorati (sete grezze e filate) e materie prime (marmi,

minerali); mentre dall’estero arrivavano semilavorati (prodotti in ferro), materie prime (carbone) e

prodotti finiti (essenzialmente filati e tessuti).

Ad eccezione dell’area lombarda, dove esisteva una forte integrazione tra la bassa pianura capace

di produrre forti eccedenze alimentari (grani, latticini), la fascia collinare pedemontana, regno

dell’allevamento del baco da seta e delle attività seriche, ma anche sede di interessanti attività di

lavorazione domestica del cotone, della lana e del lino, e le vallate montane, interessate da attività

di estrazione e di lavorazione del ferro. In quest’ultima regione crebbe così tra Settecento e

Ottocento un mercato regionale, che aveva il suo cuore nella città di Milano e che costituì le

premesse per la successiva industrializzazione di questa parte della penisola italiana.

Diverso e sempre più importante diventa il ruolo degli eretici: nuclei di commercianti, imprenditori

e mercanti che cominciano a copiare ciò che succede in Inghilterra, ovvero la meccanizzazione

della manifattura attraverso l'utilizzo della tecnologia della Rivoluzione Industriale. Sono definiti

tali perché in molti casi sono svizzeri di religione diversa, cioè vengono anche fuori dalla Penisola.

1.3. Alla debolezza dell'economia va aggiunto un assetto demografico di antico regime e la

staticità demografica caratterizzava anche i maggiori centri urbani. In tutte le zone del paese alti

restavano i tassi di natalità e di mortalità, con picchi drammatici di mortalità infantile in alcune

zone, come quella lombarda, che erano caratterizzate da un certo dinamismo della vita produttiv a.

Per quanto riguarda le condizioni di vita c'è un forte malessere sociale, dalla pratica diffusa di

abbandonare in orfanotrofi i neonati alla pesante incidenza di malattie sociali, quali la pellagra, che

colpiva le campagne tra Lombardia e Veneto a causa di un’alimentazione povera, e la malaria, che

tra il Centro e il Sud era conseguenza di assetti idrogeologici deteriorati da secoli d’incuria e di

sfruttamento poco razionale dei suoli. Frequente era il ricorso a furti.

2. La vita economica negli anni della maturita dell’equilibrio agricolo commerciale (1815-1848)

2.1. Il settore secondario, caratterizzato da staticità e arretratezze al 1815, non conobbe alcun

processo di sviluppo nella prima metà dell’Ottocento. Fulcro del settore rimase il settore serico.

Forte di un primato a livello internazionale, il setificio italiano non conobbe una crescita sul piano

qualitativo e si continuarono a utilizzare i metodi di un tempo. Solo alcuni operatori maggiori,

specie in Piemonte e in Lombardia, modernizzarono le loro filande e le ampliarono.

Una maggiore apertura al nuovo si ebbe nella filatura del cotone grazie al dinamismo di

imprenditori italiani e stranieri che in Lombardia, Piemonte e Campania fondarono nuovi opifici per

la lavorazione meccanizzata del filato di cotone.

I ritardi maggiori si accumularono nel settore siderurgico, dove continuarono a essere attivi forni

di antica concezione alimentati con carbone vegetale, e nel settore meccanico, caratterizzato da

officine concepite per produrre ogni genere di attrezzi e di macchinari e prive della specializzazione

produttiva.

2.2. L’agricoltura rimase il settore portante della vita economica in ogni regione della penisola,

senza che il comparto fosse interessato da trasformazioni. Non mancarono però operatori che

cercarono di diffondere pratiche colturali più avanzate e forme più moderne di regolazione dei

rapporti tra proprietà e conduzione. Le proposte degli innovatori si scontrarono con le resistenze del

mondo contadino, povero di risorse economiche e culturali, profondamente legato alle pratiche della

tradizione, timorosi delle novità. Ci fu una discesa dei prezzi, che conobbe il suo culmine alla metà

degli anni Venti che fu contrastata dalle autorità politiche e dai maggiori operatori economici. I

governi, con eccezione del Granducato di Toscana, adottarono politiche protezionistiche, che

utilizzarono anche per difendere le deboli produzioni manifatturiere dalla concorrenza estera.

I proprietari terrieri e i grandi affittuari reagirono aumentando le superfici coltivate, inasprendo i

rapporti contrattuali e puntando su produzioni remunerative, come l’allevamento del bestiame da

latte e del baco da seta. Fu questo il caso della Lombardia, dove crebbero le colture foraggere e la

connessa produzione di latticini, mentre nella zona di pianura asciutta e di collina si estesero la

coltivazione del gelso e l’allevamento del baco da seta.

2.3. A livello demografico non si ebbero mutamenti dei tassi di natalità e mortalità e la popolazione

complessiva continuò a crescere su ritmi non particolarmente elevati, ma tali da creare ulteriori

squilibri tra le bocche da sfamare e le risorse disponibili. Il disagio sociale, presente nei contesti

urbani e rurali, non fu in grado di mettere in discussione la coesione sociale solo perché si decisero

forme di redistribuzione del reddito promosse dai ceti dominanti e dalle congregazioni religiose.

Nel sostegno ai poveri, importante fu l’azione dei nuovi istituti di vita attiva, costituiti dalla Chiesa

cattolica. In una situazione caratterizzato da bassi livelli di reddito, dove larga parte della

popolazione riusciva a stento a soddisfare i bisogni primari, la domanda interna restava debole e il

sistema produttivo non era sollecitato a razionalizzare i suoi processi al fine di aumentare l’offerta.

3. Politica ed economia nel decennio di preparazione (1849-1859)

3.1. Nel periodo compreso tra la sconfitta nella prima guerra d’indipendenza e l’avvio del processo

di unificazione nazionale i sistemi agricoli della penisola dovettero fare i conti con nuove crisi che

insinuarono dubbi sulla sicurezza dell’investimento nella terra. Alcune malattie colpirono la vite e il

baco da seta, abbattendo i livelli produttivi di due settori fondamentali. Le perdite nei “raccolti”

furono drammatiche e il cammino per uscire dalla crisi fu lento e accidentato. In campo serico si

dovettero attendere quasi vent’anni per ritornare alle produzioni dei primi anni Cinquanta, con un

recupero reso possibile solo attraverso l’utilizzo di varietà di seme-bachi importate dal Giappone.

3.2. Nell’Italia settentrionale, durante il decennio di preparazione, la vita economica fu segnata

dall’azione delle pubbliche autorità. Le corti di Vienna e di Torino elaborarono due diversi

progetti, dove l’iniziativa in campo economico ebbe effetti sull’evoluzione dei diversi comparti

produttivi. Gli austriaci, dopo aver dedicato risorse al potenziamento delle infrastrutture in

Lombardia, cercarono di portare a compimento il progetto di un collegamento ferroviario tra

Venezia e Milano, al fine di favorire la piena integrazione della Lombardia e del Veneto nei mercati

della Monarchia. Nello stesso tempo, nel quadro di un disegno di grande unione doganale tra il

Baltico e il Mediterraneo, cercarono di promuovere una lega doganale degli stati italiani sul

modello dello zollverein tedesco. Limitati furono i risultati raggiunti in quanto i governatori non

accettarono.

Non meno dinamica fu l’azione del Regno di Sardegna sotto la guida del Conte di Cavour e

anche in questo Stato fu avviato e portato a compimento un progetto di rapida ferroviarizzazione

del territorio, pensato per valorizzare il porto di Genova e per incrementare gli scambi commerciali

con la Svizzera e con la Francia. Diverso fu il disegno di politica commerciale, si scelse di adottare,

come nel Granducato di Toscana, un regime liberoscambista. Quest'ultimo aveva il duplice

obiettivo di incrementare le simpatie di francesi e inglesi e di rispondere alle richieste dei ceti

economicamente egemoni, interessati soprattutto al progresso del settore primario.

Cavour ha capito che se vuole andare contro l'Austria ha bisogno di accordi con l'Inghilterra e la

Francia con una politica doganale favorevole al commercio dei loro manufatti anche in Italia.

4. L’invenzione dell’Italia unita

4.1. L’assetto politico della penisola, definito dal Congresso di Vienna, rimase stabile tra il 1815 e

il 1859. Certo un forte sconvolgimento si ebbe tra il 1848 e il 1849, ma l’esito della prima guerra

d’indipendenza confermò il controllo politico dell’Austria sulla penisola italiana.

Con il 1859 ebbe inizio un’avventura diplomatica e militare che portò il piccolo Regno di Sardegna

a unificare sotto la sua bandiera e la sua corona quasi tutta la penisola italiana. Nata da Cavour,

l’unificazione nazionale fu possibile solo per l’aperto sostegno della Francia prima (seconda guerra

d’indipendenza) e dell’Inghilterra poi (avventura garibaldina). In un arco di tempo brevissimo fu

posto termine al secolare dominio degli Asburgo sull’Italia, fu cancellato il regno meridionale e si

compì il passo decisivo per superare il potere temporale dei papi. Una costruzione così rapida, non

sorretta da motivazioni economiche, portò con sé una serie di problemi politico-istituzionali di

grande rilievo, resi ancor più complessi dall’improvvisa scomparsa di Cavour. La costruzione

effettiva dello stato unitario risultò un'impresa ardua. Emblematico quanto accadde nel

Mezzogiorno, dove gli entusiasmi popolari della campagna garibaldina si trasformarono nel

rancore della guerra civile condotta dai “briganti” contro gli “invasori piemontesi”.

5. La vita economica nel primo ventennio postunitario

5.1. Nel ventennio postunitario l’agricoltura rimase il settore portante della vita economica.

Alcune attività del comparto sperimentarono anche processi di crescita quantitativa, grazie ad un

regime daziario che favoriva le esportazioni di derrate alimentari. Crebbero al Nord le superfici

irrigue, anche per la realizzazione di importanti opere idrauliche, mentre nel Mezzogiorno con le

produzioni arboree si hanno rilevanti incrementi nelle superfici coltivate e nei beni prodotti. Nello

stesso tempo, un settore serico dovette fare i conti con la crisi dovuta alla diffusione della

pebrina. In generale non si riscontra un superamento delle pratiche più arretrate e delle forme

contrattuali più arcaiche. Il volume degli investimenti rimase limitato e i rendimenti continuarono a

essere ben lontani da quanto registrato nelle moderne agricolture dell’Europa nord-occidentale.

5.2. Nel decennio degli anni Settanta si hanno chiari segni di ripresa. Si supera la crisi serica,

con la conseguente ripresa delle attività di trattura e torcitura del filato, quasi completamente svolte

in opifici meccanizzati. Una crescita importante si ebbe anche negli altri segmenti del comparto

tessile, con lo sviluppo delle tradizionali localizzazioni laniere, cotoniere e con la creazione di

alcune società anonime. Persino nel settore siderurgico e in quello meccanico si registra maggiore

dinamismo.

5.3. La vita economica della penisola, dopo la nascita nel 1861 del nuovo Regno, fu influenzata dal

operare di un nuovo attore istituzionale. In campo commerciale fu adottata una politica doganale

liberoscambista attraverso l’estensione a tutti i territori del Regno della tariffa piemontese. La

scelta liberoscambista rispondeva a esigenze politiche, conservare ottimi rapporti con la Francia

e la Gran Bretagna in una fase in cui l’unificazione nazionale era un processo da portare a

compimento, ma nasceva anche da un preciso calcolo economico. Nella mente dei governanti

l’Italia era un paese agricolo che continuava ad avere la necessità di esportare derrate alimentari e

semilavorati e che doveva aprire i suoi mercati ai prodotti industriali dei paesi già industrializzati. Il

prezzo da pagare era un nuovo rinvio del processo di mutamento strutturale del sistema

economico in senso industriale, che avvenne nella seconda metà degli anni Settanta. Il

liberoscambismo viene mantenuto fino alla fine degli anni 70, poi cambiano e introducono una

tariffa per proteggere il mercato interno anche perché non riesce a concorrere con gli altri.

I governi della destra storica s’impegnarono in un’intensa attività di modernizzazione delle

infrastrutture e del sistema dei trasporti: potenziamento delle reti stradali, ferrovia, migliorare le

infrastrutture di comunicazione. La ferroviarizzazione del paese ebbe il risultato di beneficiare

soprattutto i produttori stranieri di rotaie e di materiale viaggiante.

5.4. Per quanto riguarda la politica monetaria va ricordata la mancata creazione di un unico istituto

di emissione della carta moneta operante in stretto rapporto con il Tesoro e il governo non aveva

adeguati strumenti di controllo della circolazione. Le conseguenze negative di una legislazione

inadeguata si sarebbero manifestate in modo drammatico nei primi anni Novanta con una grave crisi

finanziaria e da una serie di scandali politici.

Di fondamentale importanza per l’andamento della vita economica furono le scelte adottate per la

gestione delle pubbliche finanze. Tra il 1861 e il 1866 i diversi esercizi del bilancio dello Stato si

chiusero con pesantissimi deficit, coperti con un massiccio ricorso all’indebitamento. In questi anni

lo Stato, per dotare il paese di infrastrutture più moderne, per sostenere ingenti spese militari e per

pagare gli interessi di un debito pubblico salito da tre a oltre sei miliardi, ricorse con frequenza ai

mercati mobiliari, offrendo comode forme di investimento della liquidità disponibile e sottraendo

risorse agli investimenti produttivi. Una svolta si ebbe nella primavera del 1866, quando

l’annuncio della possibile partecipazione del paese a un nuovo conflitto militare, provocò una

caduta dei corsi della rendita italiana, specie sulla borsa di Parigi, innescando fenomeni speculativi.

Si dovette adottare un provvedimento tampone. Il governo negoziò un mutuo di

duecentocinquanta milioni con la principale banca di emissione attiva nella penisola, la Banca

nazionale nel Regno d’Italia, concedendo alla stesso l’esenzione dall’obbligo di convertire le

proprie banconote in monete d’oro e d’argento. Adottato tale provvedimento, i governi

s’impegnarono in una politica di riordino dei conti pubblici, puntando a raggiungere il pareggio del

bilancio attraverso un incremento delle entrate tributarie. Con l’inasprimento delle imposte dirette e

indirette fu raggiunto, a metà degli anni Settanta il pareggio del bilancio. Il governo poté ridurre la

pressione sui mercati mobiliari, liberando risorse per gli investimenti produttivi. Allo stesso tempo

però la crescita della pressione fiscale ebbe riflessi negativi sulle condizioni di vita e sulla domanda

interna.

6. Le nuove gerarchie economiche: crisi agraria e protezionismo (1878-1887)

6.1. Ci fu una crescita delle produzioni industriali, che si verificò sia in comparti tradizionali per

l'economia della penisola (tessile, con sviluppi soprattutto nel cotoniero) sia in comparti che

avevano avuto un andamento modesto (estrattivo, siderurgico, meccanico, in parte chimico). A

queste tendenze si contrappose l'andamento delle produzioni agricole che entrarono in una lunga

fase di depressione. Calarono le produzioni di grano, granoturco, riso e cereali minori, tutti prodotti

colpiti dalla diminuzione del prezzo e dal venir meno della convenienza per il produttore. Migliore

fu l'andamento delle colture arboree (agrumeto, oliveto, vigneto), concentrate soprattutto nel

Meridione. Nelle aree settentrionali si cercò di aumentare la produzione legata all'allevamento, la

bachicoltura, il caseificio. Da una parte gli operatori agricoli dovettero fare i conti con una minore

redditività delle loro produzioni, dall'altra la diminuzione dei prezzi delle materie prime per

l'industria, colpì negativamente gli esportatori (seta grezza, ferro elbano, zolfo siciliano), favorì gli

operatori che importavano quanto serviva al settore secondario e che non era prodotto all'interno

(carbone, cotone e lana greggi, macchinari, materiale ferroviario). Di queste tendenze ne risentì il

commercio con l'estero. L'incremento delle attività industriali portò a un aumento delle

importazioni (rottami di ferro e ferro greggio, ghisa, acciaio, carbone, cotone, lana e macchine).

Crebbero anche le importazioni legate al fabbisogno alimentare (grano). Aumentarono le

esportazioni di prodotti agricoli (agrumi, vino e bestiame) ma anche di filati e tessuti di cotone e di

seta. In questo quadro la moneta rimase stabile e il bilancio dello stato sostanzialmente in pareggio.

6.2. Dal 1879 al 1887 ci fu l'avvio del lungo processo d’industrializzazione. Si aprì con modesti

segni di ripresa e si chiuse con l'aggravarsi della crisi agraria, che porterà al definitivo passaggio al

protezionismo. La nuova classe dirigente (subentrata alla Destra storica) e gli operatori economici

iniziarono a prendere atto del venir meno delle condizioni sulle quali si era retto l'equilibrio

agricolo-commerciale. In questa situazione di crisi dell'agricoltura non riuscì a delinearsi una

politica agraria adeguata ai nuovi problemi e alle nuove tendenze. Si tentò di migliorare il credito

agrario e fondiario, di diffondere l'istruzione agraria e di intervenire a tutela del territorio e del

patrimonio boschivo, ma i provvedimenti attuati si rivelarono di scarsa efficacia pratica. Nel 1884

fu portata a conclusione la grande inchiesta agraria voluta dal Parlamento e iniziata nel 1877 per

avere una dettagliata analisi sullo stato dell'agricoltura italiana. Furono presi due provvedimenti: la

formazione di un nuovo catasto che consentì di rivedere l'imposta fondiaria e l'adozione di una

nuova tariffa protezionistica per difendere il mercato interno dalla caduta dei prezzi e dei redditi.

I proprietari reagirono al progressivo deterioramento della situazione economica nelle campagne

scaricando le difficoltà sui redditi dei contadini attraverso l'inasprimento dei rapporti contrattuali. Il

crescente disagio sociale si manifestò con l'aumento degli scioperi e dell'emigrazione. In campo

manifatturiero, gli sviluppi favorirono la nascita di un tessuto produttivo frantumato.

6.3. Complesso il problema del bisogno di capitali e di mezzi monetari, perché chiamava in causa

il riordino del sistema di emissione e circolazione, nonché dell'esercizio del credito. Nel 1883 si

ebbe il ritorno alla convertibilità della moneta cartacea in moneta metallica ( abolizione del corso

forzoso), cioè i biglietti che la banca emette per lo Stato vanno in corso forzoso, cioè non si

possono convertire in oro e argento. Si determinò una spirale di eventi che fecero da preludio alla

situazione di grave difficoltà che si ebbe alla chiusura della fase espansiva nel 1886-87 e l'inizio di

una recessione molto forte.

La tariffa doganale del 1887 segnò la chiusura di questa fase contraddittoria di crescita della nostra

economia e l'apertura di un nuovo periodo nel nostro commercio estero e nell'assetto economico

generale. Fu lo sbocco inevitabile delle tendenze protezionistiche e degli orientamenti favorevoli a

una riforma radicale del nostro sistema doganale. L'adozione di questo nuovo regime provocò

un'interruzione dei rapporti con la Francia. Dal 1888 inizia una vera e propria guerra doganale

tra Italia e Francia, con conseguenze particolarmente gravi per le esportazioni italiane.

6.4. Il nuovo scenario era dovuto in gran parte a fattori esterni: l'abbassamento dei costi di trasporto

dei cereali portò a enormi afflussi dal Nord America e dall'Australia, paesi con costi di produzione

notevolmente più bassi di quelli europei. Le agricolture della penisola furono colpite.

Sarebbe stata necessaria una politica agricola organica, ma il rapido deterioramento della situazione

spingeva a una scelta di effetto immediato, cioè l’inasprimento dei dazi doganali per tutelare la

produzione interna. Alla perdita di centralità dell'agricoltura corrispose la crescita industriale.

Nonostante i fattori positivi presenti (bassi salari, basso costo delle materie prime e dei macchinari,

modesto apporto tecnico richiesto) gli investimenti nel secondario restarono limitati. Nel breve

periodo la maggiore disponibilità di capitali trovò sbocco nell’investimento immobiliare. Nei

maggiori centri della Penisola, in particolare a Roma e Napoli, si moltiplicarono iniziative in campo

edilizio. Anche il ruolo dello Stato dovette scontare un quadro politico non alla promozione della

crescita economica, non ancora capace di stabilire e di far rispettare norme a tutela del mercato e del

risparmio.

7. Congiunture internazionali e ammodernamento indotto (1887-1896)

7.1. Si cercò di compensare la caduta delle esportazioni con nuovi mercati di sbocco, soprattutto per

i nostri prodotti agricoli. Questo sforzo consentì una lenta ripresa dei commerci con l'estero. A

questo andamento, che interessò soprattutto il primario, si affiancò un settore industriale dagli

sviluppi contraddittori. Mentre alcuni settori (edilizia, siderurgia) vissero un periodo di gravissima

difficoltà, altri mostrarono una maggiore capacità di resistenza (tessile, soprattutto il cotone,

meccanica). Il punto più delicato era rappresentato dal finanziamento delle attività produttive,

che venne meno sia per la crisi del sistema creditizio, sia per la contrazione della spesa pubblica.

Dopo il 1887 la politica protezionistica si accentuò con nuovi inasprimenti del dazio sul grano, che

si era rivelato l'unico strumento efficace a sostegno della cerealicoltura. Per altre produzioni del

primario, la via per uscire dalla crisi fu ricercata attraverso nuovi accordi commerciali con i paesi

dell'Europa centrale. L'obiettivo era quello di trovare più paesi con i quali scambiare prodotti.

Questi sforzi per trovare nuovi sbocchi al nostro commercio non produssero effetti significativi sul

sistema economico per l’esplodere della crisi del settore edilizio (scoppio della bolla speculativa),

difficoltà che rapidamente si estesero al settore creditizio che l'aveva finanziato, travolgendo sia

importanti istituti bancari che qualche grande impresa industriale.

7.2 Si cercò di far fronte a queste difficoltà con i salvataggi bancari. Di fronte al dilagare dei

fallimenti (tra cui lo scandalo della Banca Romana, istituto di emissione che fu posto in

liquidazione dopo la scoperta di emissioni di biglietti in doppia serie e di prestiti a particolari

condizioni a politici, tra cui il presidente del Consiglio Crispi) si rispose con un provvedimento che

si sarebbe rivelato di fondamentale importanza per il riordino del sistema bancario e di emissione:

attraverso la fusione tra la Banca nazionale nel Regno d’Italia e i due istituti toscani autorizzati

a emettere moneta (Banca nazionale toscana e Banca toscana di credito) fu creata, nel 1893, la

Banca d’Italia, riducendo a tre le banche di emissione (oltre alla Banca d’Italia Banco di Napoli e

Banco di Sicilia), sottoposte, in base allo stesso provvedimento, a maggiori controlli sul circolante e

sulle riserve e a una delimitazione delle loro possibilità operative.

Questi provvedimenti non valsero a salvare dal fallimento due dei maggiori istituti bancari del

Paese: la Banca generale e la Società generale di credito mobiliare, appesantite da errori

commessi negli investimenti e colpite da una vera e propria corsa agli sportelli. Questi ulteriori

fallimenti favorirono il riordino del settore del credito ordinario e crearono i necessari spazi di

mercato per l’apertura di nuovi istituti. In questa situazione nacquero la Banca commerciale

italiana (Comit) e il Credito italiano (Credit), grazie all’apporto di capitali stranieri, in particolare

tedeschi.

7.3. Negli stessi anni, la fuoriuscita dal Paese di oro e argento, inizialmente per pagare gli interessi

sul debito pubblico collocato all’estero provocarono una riduzione delle riserve di metalli preziosi.

A questa corrispose un aumento della circolazione di moneta cartacea, emessa dalle banche per

far fronte alle difficoltà create dalla crisi del settore edilizio e dalle sue ripercussioni sull’economia

del Paese. La conseguenza inevitabile dell’operare congiunto di questi due fenomeni fu il ritorno al

corso forzoso nel 1891. Si verifica la ricomparsa del deficit di bilancio, con un conseguente

peggioramento della situazione economica. Per riportare i conti in ordine si avviò un pesante

aggravio della pressione fiscale, che contribuì a un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita.

Da tutto ciò si può notare le fragilità costitutive del'Italia, del sistema economico e di quello

finanziario, debolezze accentuate dai forti limiti delle politiche economiche messe in campo,

incapaci di dare risposte adeguate ai problemi che il nuovo corso economico stava imponendo.

8. La prima industrializzazione (1896-1907)

8.1. A livello internazionale, questo periodo fu segnato dall'inversione della tendenza depressiva.

In Italia la ripresa dei prezzi non favorì soltanto un recupero del settore primario, ma fu

caratterizzata soprattutto da una crescita, forte e generalizzata, delle produzioni industriali, sino al

manifestarsi della prima crisi del processo d’industrializzazione italiano. Protagoniste dello

sviluppo del settore secondario furono le produzioni tessili (tessitura serica, filatura e tessitura del

cotone e della lana) e l'industria di base (estrattiva, siderurgica, meccanica, chimica). Iniziò la

produzione di autoveicoli e di biciclette. In aumento furono anche le costruzioni navali e

ferroviarie e l'industria alimentare (zucchero, farine, latticini, birra). Fattore dell’aumentata

capacità produttiva fu la crescente disponibilità di forza motrice tradizionale (carbone, caldaie a

vapore) e nuova (elettrica). L'incremento della produzione agricola fu consistente, soprattutto nella

cerealicoltura, ma non tale da coprire il fabbisogno interno. La bilancia commerciale registrò

aumenti di importazione di cereali, ma anche di materie prime e di macchinari, come effetto di

quanto stava accadendo sul piano produttivo. Tutto questo diede luogo a condizioni che favorirono

la crescita complessiva. Il positivo andamento dell’economia non mancò di avere conseguenze sui

conti pubblici. L'aumento della ricchezza nazionale consentì un incremento delle entrate ordinarie,

cui poté far seguito una maggiore spesa pubblica (bonifiche, infrastrutture, istruzione elementare) in

una situazione di avanzo del bilancio dello Stato fino allo scoppio della guerra di Libia (1911).

8.2. Molti i cambiamenti strutturali: si formarono e si ampliarono unità aziendali (Breda,

Dalmine, Franco Tosi, Ansaldo, Fiat, Pirelli, Edison), più razionale impiego delle risorse del

sottosuolo (zolfo siciliano, ferro elbano), dell'energia fornita dalla forza idrica (arco alpino) e del

fattore esuberante, il lavoro (istruzione, formazione professionale, disciplina di fabbrica). Un'altra

modifica di struttura riguarda il meccanismo di finanziamento. La stabilità della moneta era

riconducibile alle buone condizioni del bilancio statale, con entrate e uscite ordinarie in aumento,

con un attivo e un corso favorevole dei titoli in circolazione. Invece le politiche commerciali e

doganali videro aumentare i partner e ripartirsi gli scambi su più mercati, la politica favorì

l'industria con la nazionalizzazione della rete ferroviaria (commesse per materiale rotabile e nuovi

impianti) e sostenne l'agricoltura promuovendo bonifiche, emanando leggi speciali per le aree

depresse al Sud (Basilicata, Napoli) e un nuovo ordinamento del credito specializzato. La

trasformazione strutturale in atto dal punto di vista sociale si caratterizzò per l'iniziativa dei soggetti

privato-collettivi (sindacati dei lavoratori e degli imprenditori) volta a introdurre nuove regole nei

rapporti tra i gruppi sociali (salari, condizioni di lavoro, tutela della salute, collocamento).

8.3. L'agricoltura, nonostante la crescita della produzione industriale, rimase il settore portante

dell'economia. Essa reagì con ulteriori avanzamenti tecnici (meccanizzazione, irrigazione,

concimazione, selezione delle sementi, lavorazione dei prodotti). I cambiamenti furono limitati,

salvo qualche eccezione, nell’Italia del Centro-sud. Sul piano industriale, la crescita si concentrò

in comparti tradizionali (tessile, agroalimentare) e nei comparti avanzati, che dovettero affrontare da

posizioni diverse i problemi dell'innovazione tecnica, dell'organizzazione produttiva, del

collocamento dei loro prodotti su mercati aperti, in Italia e all’estero. Il costituirsi di una base

industriale nel Paese fu influenzato negativamente dall'inadeguato apporto delle scienze applicate

(scarsa attenzione alla ricerca), dalla localizzazione ristretta territorialmente (triangolo industriale),

dell'approfondirsi del divario tra Nord e Sud. La trasformazione della struttura sociale fu

caratterizzata dal delinearsi dei gruppi socialmente protagonisti (imprenditori, classe politica,

lavoratori organizzati).

9. I meccanismi instabili della crescita (1907-1914)

9.1. Fase si colloca tra le due crisi del 1907 e del 1913. Fu caratterizzata da un ritmo di crescita

dell’economia meno intenso di quello della fase precedente. La situazione dei prezzi interni

(soprattutto grano e materie prime) iniziò a tendere all’aumento. In crescita anche le produzioni

industriali di base (beni strumentali, industria estrattiva, siderurgia, meccanica, elettromeccanica,

chimica, alimentare, energia elettrica, gas) e quelle agricole (cereali, barbabietola da zucchero,

allevamento). Crebbe anche la dotazione di macchinari dell’industria e la rete delle infrastrutture

(ferrovie, strade), in risposta a un volume crescente di trasporti e commerci. In campo agricolo

continuò ad aumentare l’impiego di concimi chimici, antiparassitari e macchine. La crescita non fu

uniforme. Alcuni comparti si trovarono in difficoltà per cause specifiche dovute alla concorrenza

estera, necessità di ristrutturazione del settore e sovrapproduzione. Cambiamenti si ebbero anche

nella situazione monetaria e creditizia, con la diminuzione delle disponibilità per il finanziamento

dell’attività economica. Rallentò l’apertura di nuovi sportelli bancari, la formazione di risparmio,

diminuirono gli investimenti industriali, anche per l’aumento del costo del denaro. Il periodo fu

caratterizzato anche da un peggioramento della bilancia commerciale (aumentarono le

importazioni di prodotti necessari all’industria e quelle legate al fabbisogno alimentare, non

bilanciate dalle esportazioni) e il bilancio dello Stato a causa dell’aumento delle spese militari

dovute alla guerra di Libia. Crebbe il disagio sociale, che si manifestò con una nuova impennata

degli espatri e con una crescente conflittualità sociale, crescente disoccupazione.

9.2. Il periodo si aprì con una crisi a dimensione internazionale e fu causata dalla forte richiesta, sui

mercati e nei circuiti finanziari, di mezzi d’investimento. Ciò determinò un deficit di liquidità e

conseguenze pesanti per le nazioni che si stavano avviando verso il mutamento del sistema

economico. Il forte deflusso di capitali verso le economie più forti accentuò lo squilibrio interno

tra domanda di finanziamento e disponibilità di risparmio e portò a politiche di restrizione del

credito (maggiore cautela e forte selezione tra i richiedenti). La crisi si manifestò inizialmente con

una caduta dei titoli azionari quotati in borsa. Le imprese in maggiore difficoltà furono quelle

esposte verso le banche: si trattava di aziende di medio-grande dimensione concentrate nel triangolo

industriale e nei settori di base. La crisi si estese al settore bancario, mettendo in difficoltà una

delle quattro banche miste, la Società Bancaria Italiana, troppo esposta nella concessione di

crediti a industriali e a operatori di borsa. Alla crisi si rispose con una manovra monetaria e

creditizia classica: aumento della circolazione per non limitare gli investimenti, aumento del tasso

di sconto, limitazioni alla speculazione; cui si affiancò la nascita di un consorzio fra banche sotto la

guida della Banca d’Italia, avviata ad assumere il ruolo di “naturale tutrice degli interessi generali

del Paese”.

9.3. Altre due preoccupazioni: sbocco commerciale della produzione e sostegno alle attività

economiche in difficoltà. In questi campi gli sviluppi furono modesti. Sul primo versante, la

politica commerciale e doganale continuò a svolgersi secondo gli impegni già assunti nella fase

precedente. Il flusso degli scambi aumentò, anche se rimase lo squilibrio fra esportazioni e

importazioni. Allo stesso tempo aumentano le difficoltà connesse ai paesi di stampo protezionistico

con i quali avevamo rapporti e alla maggior concorrenza di paesi che univano una maggiore qualità

tecnica dei loro prodotti a una forte capacità di dare tutela politica al loro commercio estero. Quanto

al sostegno alle attività economiche, gli interventi relativi all’agricoltura furono di modesta entità

(una legge per la tutela boschiva, una legge per la bonifica idraulica montana, il tentativo di tutelare

maggiormente la produzione degli agrumi, una legge a sostegno del comparto serico). Nulla che

affrontasse il nodo strutturale della proprietà fondiaria e le iniziative legislative volte a correggere

gli squilibri territoriali. Nel campo industriale non si può parlare di politiche di intervento. Di certo

rilievo fu la nazionalizzazione delle ferrovie. Di efficacia più limitata riguarda le risorse pubbliche

che furono messe a disposizione per la sistemazione dei servizi marittimi sovvenzionati dallo Stato

e per l’industria cantieristica.

Gli interventi in campo sociale furono politiche tardive rispetto alle esigenze determinate

dall’evoluzione economica e alle aspettative del mondo del lavoro. Trovarono scarsa applicazione

da parte delle aziende, anche a causa dei rapporti di potere sfavorevoli ai lavoratori. Si accentuò la

spinta alla creazione di unioni dei produttori (sindacati, cartelli) e dei lavoratori (sindacati) per

tentare di risolvere il problema centrale di fissare nuove norme per i rapporti sociali.

9.4. Il periodo si chiude con un’altra grave crisi, che si manifestò nel 1913 a conclusione di una

vicenda breve nella quale la crescita non s’interruppe, ma si acuirono le difficoltà e i punti di

debolezza che caratterizzarono la nostra prima industrializzazione. Alla permanente inadeguatezza

dei finanziamenti disponibili per l’attività industriale (scarsità di capitali e suoi condizionamenti) si

aggiunsero il forte squilibrio (manifestatosi già nel 1912) della bilancia dei pagamenti, l’aumento

della circolazione monetaria, il rialzo del cambio, una nuova rilevante flessione dei valori azionari.

Ad ampliare gli effetti negativi di queste tendenze fu la situazione generale di crescita rallentata e

l'aumento della disoccupazione.

La soluzione fu ricercata nella riproposizione della manovra monetaria e creditizia già sperimentata

nel 1907. Per tentare di risolvere il problema del credito industriale fu creato un istituto di credito

speciale: il Consorzio sovvenzioni su valori industriali, che avrà rilevanti sviluppi negli anni

successivi.

9.5. È possibile individuare alcune questioni che caratterizzarono gli anni tra il 1907 e il 1913,

contraddistinti da un rallentamento della crescita. Le difficoltà crescenti del sistema produttivo si

spiegano con l’inadeguatezza dei mezzi finanziari da destinare agli investimenti e con i problemi

crescenti a collocare i nostri prodotti sul mercato internazionale (costi di produzione non

competitivi, inadeguata organizzazione e promozione del commercio). La difficile situazione fu

anche l’esito del mancato progresso agricolo (predominio dei cereali, autoconsumo, promiscuità

delle colture, disboscamento, basso grado di sfruttamento delle zone a latifondo, grande diversità

delle agricolture italiane, che rendeva difficile impostare e realizzare un’efficace politica agricola

nazionale), del ritardo di antica data nella ricerca scientifica applicata e nell’istruzione generale e

professionale (e i connessi problemi tecnico-organizzativi), di una struttura industriale in unità di

piccola dimensione e infine della ristrettezza del mercato interno (per la stasi delle aree centro-

meridionali del Paese e l’accentuazione dei dualismi territoriali).

Solo in alcuni ambienti, caratterizzati da maggior dinamismo economico e sociale, dalla presenza di

amministrazioni locali più efficienti e meglio dotate di risorse e da istituzioni capaci di produrre

novità (politecnici, ma non solo), queste difficoltà trovarono maggiore compensazione.

“DALLA PERIFERIA AL CENTRO” (1861-1990)

CAPITOLO 7 - STATO, INDUSTRIA, FINANZA E SOCIET

À TRA PRIMA GUERRA

MONDIALE E DOPOGUERRA (1914-22)

1. Stato: lo sforzo bellico e la “normalizzazione” successiva

Quando il 24 maggio 1915 l'Italia entrò in guerra, l'apparato statale si dovette impegnare in un

grosso sforzo non solo di finanziamento e conduzione delle operazioni militari, ma anche di

propulsione della produzione bellica e di reperimento e allocazione delle risorse non disponibili sul

territorio nazionale. Si trattò di una guerra in cui l'intera economia venne coinvolta, e si arrivò a

spendere per essa 1/3 del reddito nazionale nel 1917/18, mentre anche per molti anni post-bellici le

spese continuarono a rimanere elevate. Le tre fonti di finanziamento utilizzate furono i tributi, la

circolazione monetaria e il debito pubblico, in ordine crescente di importanza. Fonte principale per

il finanziamento della guerra in Italia è il ricorso al debito interno e internazionale. Si ricorre anche

all'indebitamento estero, si ottengono finanziamenti prima dalla Gran Bretagna poi dagli Stati Uniti.

Tutta l'economia dei paesi è piegata alla guerra e deve soddisfare le necessità di guerra. Si rompono

le relazioni internazionali con i paesi in guerra.

Secondo calcoli effettuati dalla Società delle Nazioni, l'Italia fu l'unico paese che sostanzialmente

non aumentò il carico fiscale durante la guerra. Solo nel primo dopoguerra si decise di effettuare

un prelievo straordinario sotto forma di una imposta sul patrimonio soprattutto.

La circolazione cartacea quadruplicò durante la guerra.

All'inizio della guerra europea, il problema degli approvvigionamenti venne sottovalutato. I pochi

provvedimenti presi si limitavano a vietare l'esportazione di cereali, foraggi, animali e carni. Solo

nel marzo 1916 iniziò l'adozione di calmieri in quanto quasi tutti i generi alimentari sono scarsi e il

governo si dovette occupare del loro reperimento e distribuzione. Nonostante le contrarietà di

principio di parecchi membri del governo, bisogna affermare che i risultati non furono brillanti.

L'ultimo atto relativo alla disciplina dei consumi fu l'introduzione nel settembre 1917 del

tesseramento dei generi alimentari di prima necessità. A guerra finita quello che preoccupava era

il rialzo dei prezzi, i cui motivi non erano più legati a scarsità di prodotti, ma all'inflazione

monetaria parzialmente soppressa mediante calmieri negli anni di guerra. Si continuò così a

mantenere il cosiddetto “prezzo politico del pane”, sperando che frenasse la corsa al rialzo dei

prezzi.

Fu appunto nel 1921 quando l'inflazione si fermò, che riuscì a Giolitti di liquidare definitivamente

la gestione annonaria bellica: insieme di misure con cui lo stato provvede all'approvvigionamento

del paese e alla disciplina dei consumi. Nel 1921 si ristabilì libertà di commercio interno dei

cereali e libertà di importazione dall'estero di granoturco e segala.

Standard di vita della popolazione e disponibilità di materie prime furono mantenuti elevati per

merito degli alleati, specialmente Stati Uniti.

2. Industria: la mobilitazione industriale e la difficile riconversione post-bellica

Quando scoppia la guerra il paese presenta un sacco di cittadini che la guerra non la vogliono. Ci

sono varie posizioni all'inizio della guerra. Molti imprenditori vogliono rimanere neutrali per fornire

mezzi di guerra a entrambi gli alleati, poi dovranno decidere e entrare in guerra anche loro. Si

scatena una caccia all'Italia, perché molti vogliono la penisola per gli sbocchi sul mare.

Con il Patto di Londra si entra in guerra con chi ci promette Dalmazia, Fiume, terre irredenti. Ci

troviamo all'interno della guerra in maniera improvvisata e bisogna incrementare velocemente il

materiale bellico. Si crea un'organismo centralizzato con il decreto del 26 giugno 1915 che fa

carico ad un commissariato che ha il compito di organizzare il sistema: dividere il paese in comitati

provinciali nei quali ci sono fabbriche finalizzate alla produzione bellica (“mobilitazione

industriale”).

Da 221 alla fine del 1915 gli stabilimenti dichiarati ausiliari diventarono 797 nel 1916, 932 alla fine

del 1916 e 1976 alla fine della guerra. Il 70 % era adibito direttamente alla produzione di armi e il

56 % era concentrato nel triangolo industriale.

Chi indubbiamente riuscì a trarre miglio partito dalla guerra furono le imprese già di consistenti

dimensioni all'alba del conflitto, che erano da un lato più attrezzate tecnologicamente e

organizzativamente a far fronte alle grosse commesse belliche e dall'altro lato più in grado di

esercitare pressioni politiche sui vari organi governativi di allocazione delle commesse.

Il settore secondario funziona perché ci sono già impianti esistenti e tutto si riconverte alle

esigenze militari. Nel triangolo industriale vengono utilizzate le fabbriche già esistenti e diventano

sempre più grandi. Ci sono molti squilibri industriali perché traggono vantaggio le industrie già

esistenti precedentemente (siderurgia, industrie elettriche, chimiche, minerarie, meccaniche). In

queste fabbriche non si possono fare scioperi o altre proteste perché vieni considerato traditore. Per

le imprese ci sono grandi profitti e grande liquidità, molte imprese coltivano innovazioni

tecnologiche: industria aeronautica, la guerra stimola innovazioni tecnologicamente avanzate.

• METALMECCANICA:

Parlando della FIAT da 4.300 operai nel 1914 arrivarono a più di 40mila nel 1918, inoltre si

diversificò producendo anche motori d'aerei e motori marini, oltre a mitragliatrici e proiettili. Iniziò

anche la costruzione di un nuovo stabilimento: il Lingotto. Alla fine della guerra, per dimensioni

aziendali si collocava terza, dopo l'Ansaldo e l'ILVA. L'ILVA gestiva gli impianti delle principali

industrie metallurgiche italiane, producendo oltre il 90% della ghisa e il 60% dell'acciaio italiano.

Durante la guerra allargarono gli impianti, anche se dopo la guerra il crollo della siderurgia mise la

società in una situazione critica. L'ILVA entra in crisi, rimessa in funzione da diverse banche .

Invece l'Ansaldo iniziò la guerra con 6mila occupati e la terminò con 56mila. Il sistema era

articolato in tre settori: siderurgico, meccanico e marittimo. Durante la guerra produce il 46% di

tutta l'artiglieria costruita in Italia. Entra anch'essa in crisi e la nuova Ansaldo venne ricostituita il 15

settembre 1922.

• AERONAUTICA:

Non è improprio affermare che l'industria aeronautica non esisteva prima della guerra.

• CHIMICA:

Si deve alla I guerra mondiale la rimozione di alcune delle condizioni che avevano impedito il

decollo dell'industria chimica in età giolittiana. Al riparo dalla concorrenza tedesca e sotto l'impeto

delle necessità belliche, si giunse all'allargamento delle fabbriche di esplosivi esistenti e alla

fondazione di nuovi impianti, incentivando quella produzione di coloranti e farmaceutici.

• ELETTRICITÀ:

Gli elettrici proprio per il loro equilibrio finanziario e per l'assenza di una crisi produttiva nel loro

comparto si avviarono a diventare il più grosso gruppo di potere degli anni '20 e '30.

3. Finanza: contrasti per l'egemonia e ricomposizione dei fronti

Ridistribuzione della ricchezza, cresce l'inflazione, il valore della moneta si abbassa e dal 1914

viene sospesa la convertibilità della lira. La crescita bellica dell'attivo degli istituti di emissione è

direttamente collegata con l'espansione della circolazione cartacea, che aumenta di cinque volte e

cessa a partire dal 1920, mentre l'espansione delle società di credito ordinario è dovuta al fatto che

furono proprio queste banche a finanziare in larghissima misura la produzione bellica. Si registra un

forte incremento dei depositi e crescono le quattro grandi banche miste, acquisiscono rilevanti

pacchetti azionari nel settore industriale. Il primato della Comit resta saldo per tutti gli anni

considerati, mentre il secondo posto del Credit viene usurpato dalla BIS nel 1919-20 e il banco di

Roma resta quarto.

Il 24 novembre 1921, per iniziativa della banca d'Italia, venne creato un consorzio tra banca

d'Italia, Comit, Credit e banco di Roma per la fornitura di 600 milioni alla BIS, destinati a sollevarla

dalle sue immobilizzazioni nei confronti dell'Ansaldo. Ma in dicembre i 600 milioni erano già

prosciugati e più di un altro miliardo sarebbe stato necessario per far fronte alle esposizioni.

Comit e Credit negarono un altro intervento e la banca d'Italia il 29 dicembre lasciò che la BIS si

mettesse in liquidazione (da notare che così non avvenne per il banco di Roma ancora più esposto


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e gestione aziendale (MILANO)
SSD:

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