Dalla periferia al centro (1861-1990)
Capitolo 7 - Stato, industria, finanza e società tra prima guerra mondiale e dopoguerra (1914-22)
Stato: lo sforzo bellico e la "normalizzazione" successiva
Quando il 24 maggio 1915 l'Italia entrò in guerra, l'apparato statale si dovette impegnare in un grosso sforzo non solo di finanziamento e conduzione delle operazioni militari, ma anche di propulsione della produzione bellica e di reperimento e allocazione delle risorse non disponibili sul territorio nazionale. Si trattò di una guerra in cui l'intera economia venne coinvolta, e si arrivò a spendere per essa 1/3 del reddito nazionale nel 1917/18, mentre anche per molti anni post-bellici le spese continuarono a rimanere elevate. Le tre fonti di finanziamento utilizzate furono i tributi, la circolazione monetaria e il debito pubblico, in ordine crescente di importanza. Fonte principale per il finanziamento della guerra in Italia è il ricorso al debito interno e internazionale. Si ricorre anche all'indebitamento estero, si ottengono finanziamenti prima dalla Gran Bretagna poi dagli Stati Uniti. Tutta l'economia dei paesi è piegata alla guerra e deve soddisfare le necessità di guerra. Si rompono le relazioni internazionali con i paesi in guerra.
Secondo calcoli effettuati dalla Società delle Nazioni, l'Italia fu l'unico paese che sostanzialmente non aumentò il carico fiscale durante la guerra. Solo nel primo dopoguerra si decise di effettuare un prelievo straordinario sotto forma di una imposta sul patrimonio soprattutto. La circolazione cartacea quadruplicò durante la guerra.
All'inizio della guerra europea, il problema degli approvvigionamenti venne sottovalutato. I pochi provvedimenti presi si limitavano a vietare l'esportazione di cereali, foraggi, animali e carni. Solo nel marzo 1916 iniziò l'adozione di calmieri in quanto quasi tutti i generi alimentari sono scarsi e il governo si dovette occupare del loro reperimento e distribuzione. Nonostante le contrarietà di principio di parecchi membri del governo, bisogna affermare che i risultati non furono brillanti. L'ultimo atto relativo alla disciplina dei consumi fu l'introduzione nel settembre 1917 del tesseramento dei generi alimentari di prima necessità. A guerra finita quello che preoccupava era il rialzo dei prezzi, i cui motivi non erano più legati a scarsità di prodotti, ma all'inflazione monetaria parzialmente soppressa mediante calmieri negli anni di guerra. Si continuò così a mantenere il cosiddetto "prezzo politico del pane", sperando che frenasse la corsa al rialzo dei prezzi. Fu appunto nel 1921 quando l'inflazione si fermò, che riuscì a Giolitti di liquidare definitivamente la gestione annonaria bellica: insieme di misure con cui lo stato provvede all'approvvigionamento del paese e alla disciplina dei consumi. Nel 1921 si ristabilì libertà di commercio interno dei cereali e libertà di importazione dall'estero di granoturco e segala. Standard di vita della popolazione e disponibilità di materie prime furono mantenuti elevati per merito degli alleati, specialmente Stati Uniti.
Industria: la mobilitazione industriale e la difficile riconversione post-bellica
Quando scoppia la guerra il paese presenta un sacco di cittadini che la guerra non la vogliono. Ci sono varie posizioni all'inizio della guerra. Molti imprenditori vogliono rimanere neutrali per fornire mezzi di guerra a entrambi gli alleati, poi dovranno decidere e entrare in guerra anche loro. Si scatena una caccia all'Italia, perché molti vogliono la penisola per gli sbocchi sul mare. Con il Patto di Londra si entra in guerra con chi ci promette Dalmazia, Fiume, terre irredenti. Ci troviamo all'interno della guerra in maniera improvvisata e bisogna incrementare velocemente il materiale bellico. Si crea un'organismo centralizzato con il decreto del 26 giugno 1915 che fa carico ad un commissariato che ha il compito di organizzare il sistema: dividere il paese in comitati provinciali nei quali ci sono fabbriche finalizzate alla produzione bellica ("mobilitazione industriale"). Da 221 alla fine del 1915 gli stabilimenti dichiarati ausiliari diventarono 797 nel 1916, 932 alla fine del 1916 e 1976 alla fine della guerra. Il 70% era adibito direttamente alla produzione di armi e il 56% era concentrato nel triangolo industriale.
Chi indubbiamente riuscì a trarre miglio partito dalla guerra furono le imprese già di consistenti dimensioni all'alba del conflitto, che erano da un lato più attrezzate tecnologicamente e organizzativamente a far fronte alle grosse commesse belliche e dall'altro lato più in grado di esercitare pressioni politiche sui vari organi governativi di allocazione delle commesse. Il settore secondario funziona perché ci sono già impianti esistenti e tutto si riconverte alle esigenze militari. Nel triangolo industriale vengono utilizzate le fabbriche già esistenti e diventano sempre più grandi. Ci sono molti squilibri industriali perché traggono vantaggio le industrie già esistenti precedentemente (siderurgia, industrie elettriche, chimiche, minerarie, meccaniche). In queste fabbriche non si possono fare scioperi o altre proteste perché vieni considerato traditore. Per le imprese ci sono grandi profitti e grande liquidità, molte imprese coltivano innovazioni tecnologiche: industria aeronautica, la guerra stimola innovazioni tecnologicamente avanzate.
- Metalmeccanica: Parlando della FIAT da 4.300 operai nel 1914 arrivarono a più di 40mila nel 1918, inoltre si diversificò producendo anche motori d'aerei e motori marini, oltre a mitragliatrici e proiettili. Iniziò anche la costruzione di un nuovo stabilimento: il Lingotto. Alla fine della guerra, per dimensioni aziendali si collocava terza, dopo l'Ansaldo e l'ILVA. L'ILVA gestiva gli impianti delle principali industrie metallurgiche italiane, producendo oltre il 90% della ghisa e il 60% dell'acciaio italiano. Durante la guerra allargarono gli impianti, anche se dopo la guerra il crollo della siderurgia mise la società in una situazione critica. L'ILVA entra in crisi, rimessa in funzione da diverse banche. Invece l'Ansaldo iniziò la guerra con 6mila occupati e la terminò con 56mila. Il sistema era articolato in tre settori: siderurgico, meccanico e marittimo. Durante la guerra produce il 46% di tutta l'artiglieria costruita in Italia. Entra anch'essa in crisi e la nuova Ansaldo venne ricostituita il 15 settembre 1922.
- Aeronautica: Non è improprio affermare che l'industria aeronautica non esisteva prima della guerra.
- Chimica: Si deve alla I guerra mondiale la rimozione di alcune delle condizioni che avevano impedito il decollo dell'industria chimica in età giolittiana. Al riparo dalla concorrenza tedesca e sotto l'impeto delle necessità belliche, si giunse all'allargamento delle fabbriche di esplosivi esistenti e alla fondazione di nuovi impianti, incentivando quella produzione di coloranti e farmaceutici.
- Elettricità: Gli elettrici proprio per il loro equilibrio finanziario e per l'assenza di una crisi produttiva nel loro comparto si avviarono a diventare il più grosso gruppo di potere degli anni '20 e '30.
Finanza: contrasti per l'egemonia e ricomposizione dei fronti
Ridistribuzione della ricchezza, cresce l'inflazione, il valore della moneta si abbassa e dal 1914 viene sospesa la convertibilità della lira. La crescita bellica dell'attivo degli istituti di emissione è direttamente collegata con l'espansione della circolazione cartacea, che aumenta di cinque volte e cessa a partire dal 1920, mentre l'espansione delle società di credito ordinario è dovuta al fatto che furono proprio queste banche a finanziare in larghissima misura la produzione bellica. Si registra un forte incremento dei depositi e crescono le quattro grandi banche miste, acquisiscono rilevanti pacchetti azionari nel settore industriale. Il primato della Comit resta saldo per tutti gli anni considerati, mentre il secondo posto del Credit viene usurpato dalla BIS nel 1919-20 e il banco di Roma resta quarto.
Il 24 novembre 1921, per iniziativa della banca d'Italia, venne creato un consorzio tra banca d'Italia, Comit, Credit e banco di Roma per la fornitura di 600 milioni alla BIS, destinati a sollevarla dalle sue immobilizzazioni nei confronti dell'Ansaldo. Ma in dicembre i 600 milioni erano già prosciugati e più di un altro miliardo sarebbe stato necessario per far fronte alle esposizioni. Comit e Credit negarono un altro intervento e la banca d'Italia il 29 dicembre lasciò che la BIS si mettesse in liquidazione (da notare che così non avvenne per il banco di Roma ancora più esposto che la BIS).
Vi era un fenomeno di forti immobilizzazioni delle banche miste. Solamente un lungo periodo di prosperità avrebbe permesso a tutti di risollevarsi, ma come vedremo, il periodo di prosperità fu disperatamente breve e neppure del tutto normale.
Società: lotte sociali e ascesa del fascismo
Molti furono i motivi di disagio economico che spinsero alla protesta, anche violenta, vari gruppi sociali nel dopoguerra: i sacrifici effettuati durante la guerra, che non si vedevano compensati; l'inflazione che rendeva precario lo standard di vita di molti; il mercato del lavoro, profondamente alterato dalle vicende belliche. Bisogna smobilitare 3 milioni di soldati e lo Stato è in grossa difficoltà, le aziende licenziano perché non hanno più le commesse della guerra, i contadini chiedono la distribuzione della terra.
Il risultato congiunto dell'inflazione, della crisi economica e delle proteste popolari fu in generale un violento spostamento di reddito dai redditieri e dalle classi medie urbane (soprattutto impiegati dello Stato) verso braccianti, operai, mezzadri e borghesia produttiva. Ci fu un vero e proprio rovesciamento del potere. Quello che fece passare il fascismo dallo squadrismo puro e semplice ad un movimento politico che riuscì ad accordarsi con i nazionalisti e a conquistare consensi nella classe media e borghesi nel corso del 1921 fu appunto la crisi economica sopra richiamata. Il fascismo non è solo un'azione violenta, ma porta avanti l'idea dei contadini di avere le terre senza toglierle agli altri. È un controsenso perché da una parte c'è violenza ed è contro i cattolici, però dall'altra supporta l'idea cattolica di redistribuire le terre. Non raccoglie solo il consenso dei grandi proprietari ma anche dei piccoli proprietari, il cui unico obiettivo era avere la terra. Ma il programma spaventa molto i ricchi e i poveri perché si parla di terra propria.
Il fascismo si radica nelle campagne con un programma differente rispetto a quello dei socialisti. Industriali che in precedenza non avevano pensato a sostenere partiti diversi da quelli liberali si avvicinarono al fascismo il quale prometteva ordine, decisionismo. L'appoggio di molti a Mussolini non era senza riserve e senza condizioni ma nulla venne fatto né per fermare la marcia su Roma, né per contrastare la trasformazione della vita politica italiana in un regime dittatoriale. Il giorno dopo la marcia su Roma del 28 ottobre del 1922, Mussolini fu incaricato di formare il suo primo governo.
Capitolo 8 - Le politiche economiche del fascismo (1922 - 1943)
Le politiche fiscali e monetarie
Dopo la salita al potere di Mussolini inizia un periodo di storia economica italiana dalla crisi internazionale del 1929 all'imperialismo, dall'economia di guerra al collasso della produzione e dei consumi. La politica economica del governo Mussolini ha due fasi. La prima inizia con il liberismo autoritario di Alberto de' Stefani, che ha in mente uno sviluppo fondato sull'iniziativa privata, sulla riduzione da parte dello Stato e ridotta anche l'azione sindacale per lasciare mano libera alle imprese. Si impegnò a raggiungere il più velocemente possibile il pareggio di bilancio, soprattutto facendo grossi tagli alla spesa pubblica, soprattutto di quella militare, che riportarono ad un pareggio dello stato nel 1924-25. Nel dinamismo con De' Stefani fa crescere le esportazioni e le importazioni, il risultato è che le cose vanno bene ma cominciano andare male sulla bilancia dei pagamenti. Rimane una forte inflazione e un cambio che si deteriora sempre di più, la lira ha sempre minore valore.
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