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Stato e potere nell'anarchismo di Mirella Larizza Lollica

Capitolo 1. I principali orientamenti interpretativi

Nella mappa delle grandi correnti ideali che percorrono l'età contemporanea, l'anarchismo si è conquistato un suo spazio solo a fatica e in tempi relativamente recenti. Ad alimentarlo ha contribuito anzitutto stessa storiografia di parte anarchica, che ha proposto una lettura del l'anarchismo che privilegia il momento dell'iniziativa di base rispetto a quella dell'elaborazione dottrinaria.

Alla luce di una concezione generale dello sviluppo storico che sottolinea il ruolo dinamico e creativo della spontaneità sminuendo quello della riflessione teoretica, di cui si denunciano l'artificiosità, gli schematismi e l'immobilismo, i principali tra gli storici anarchici hanno finito col legittimare la risoluzione della storia dell'anarchismo nella storia del movimento. Tale approccio interpretativo, anticipato in Michail Bakunin e (1814-1876) e formulato organicamente in Petr Kropotkin (1842-1921), è stato riproposto costantemente dalla storiografia militante e ispira ancor oggi gli orientamenti degli esponenti più qualificati del neo-anarchismo.

La valutazione di Murray Bookchin sintetizza in maniera emblematica i principali parametri interpretativi elaborati dalla critica militante. Essa non illustra soltanto lo svilimento della dimensione teoretica dell'anarchismo, ma ne prospetta una lettura in chiave antropologica che lo disancora dal tessuto concreto delle determinazioni storiche per farne il riflesso di un'istanza genericamente ribellistica e contestataria insita nella natura umana, e pertanto ciclicamente ricorrente.

La varietà delle formulazioni dottrinarie che l'anarchismo ha assunto in tempi e contesti diversi e la molteplicità dei movimenti da esso ispirati sono state sottolineate sovente dagli studiosi, a dimostrare l'impossibilità di ricomprenderli in un processo ideale è storico in una qualche maniera unitario. La profonda frattura che esiste tra impostazioni, obiettivi, orientamenti, settori d'intervento dell'anarchismo noi contemporaneo rispetto a quello classico rende ancor più arduo il problema.

Per tal via l'immagine dell'anarchismo prospetta dalla storiografia ha finito spesso per salvarsi con quella forgiata dalla letteratura anarchica: genericismo, riduttivismo semplificatorio e astoricismo ne sono, in entrambi i casi, i connotati precipui.

Orientamenti interpretativi di diverso segno l'hanno contestata o mitigata, sottolineando in tempi e modi vari l'inerenza di tale fenomeno a una fase specifica e determinata dallo sviluppo della civiltà occidentale. Un contributo importante in tale direzione è venuto dalla ricerca di ispirazione marxista che ha dato risalto particolare al nesso anarchismo-modernità. Alla luce della valutazione organica elaborata a suo tempo da Marx e da Engels e delle suggestioni critiche fornite successivamente da Plechanov, dalla Luxemburg, da Lenin o da Gramsci, l'anarchismo è stato interpretato come un movimento di pensiero e d'azione che esprimerebbe la resistenza all'industrializzazione di ceti sociali declinati.

Il contesto storico entro il quale l'anarchismo andrebbe inserito sarebbe dunque quello del mondo europeo nella fase del trapasso da un'economia di tipo mercantile a un'economia di tipo industriale; e i soggetti sociali di cui esprimerebbe le istanze sarebbero quegli artigiani e sottoproletari che, compressi dalla logica dello sviluppo capitalistico, la rifiuterebbero in maniera radicale e primitiva, arroccandosi all'idealizzazione di strutture, mentalità, valori, propri di un universo arcaico.

Su queste basi l'anarchismo è stato configurato come ideologia dell'arretratezza; ma destinata ad essere regressiva e utopica una volta che le masse lavoratrici abbiano acquisito la coscienza della propria identità di classe e abbiano coerentemente espresso nel socialismo la loro concezione della realtà e il loro progetto politico.

Al di là dei confini della storiografia d'ispirazione marxista, molti sono coloro, da Bertrand Russell a Noam Chomsky, che sostengono la piena e totale inerenza della vicenda anarchica all'ambito più generale di quella operaia e socialista. L'anarchismo, se per Joll è un fenomeno dell'ultimo secolo e mezzo, un prodotto dell'Ottocento che affonda le sue radici nel tessuto della società industriale e nella cultura settecentesca, dipresenterebbe tuttavia anche e soprattutto come l'erede dei movimenti a sfondo utopistico, millenaristico, messianico che si sono succeduti nella storia umana.

Il ricorso alla natura finisce così con l'aver la meglio su quello alla storia nella spiegazione dell'anarchismo; e la lettura della studioso inglese, pur segnata dalla particolare vicenda ideale e politica che egli ha alle spalle, si avvicina a quella diffusa dalla letteratura militante.

Capitolo 2 – La storicità dell'anarchismo

Sono gli stessi settori dell'intervento critico della dottrina anarchica a fissarne senza possibilità d'equivoco la storicità. Una riflessione che prende le mosse da una fase cruciale di tale processo, quando, con la rivoluzione dell'89 e l'imporsi sul continente europeo del modello dello stato rappresentativo, si perfezionano e per ciò stesso si evidenziano i tratti tipici di questa forma di organizzazione del potere e si diffondono, con le dichiarazioni dei diritti e le teorie liberal-democratiche, principi di legittimazione apparentemente inattaccabili.

Il fondo, quella su cui riflette e si innesca questo movimento teorico è la stessa vicenda storica che alimenta il pensiero liberale, rispetto al quale l'anarchismo si pone in un rapporto che è insieme di contiguità e di superamento. Di contiguità, perché comune è la consapevolezza degli esiti minacciosi di tale vicenda nei confronti della libertà del singolo, egualmente lucida la percezione dell'appiattimento devastante dell'individualità prodotta dall'invadenza dello stato, largamente analoga l'attrezzatura teorica a partire dalla quale liberali e anarchici costruiscono la loro proposta di intervento.

La negazione dello stato non è dunque in questi ultimi il risultato del rifiuto a storico della politica e del potere astrattamente considerati, ma l'approdo di una riflessione circostanziata su svolgimenti storici che nell'evoluzione dello stato moderno trovano il loro momento sintetico ed esplicativo.

Ma, al di là del rilievo dei processi reali sui quali l'anarchismo esplica il suo intervento critico, altri elementi concorrono a situarne la genesi in una fase determinata della storia della civiltà occidentale. I tratti della sua proposta positiva, anzitutto, che, variamente articolata nei diversi autori, si sostanzia comunque nella valorizzazione della società contro lo stato, nel presupposto che essa trovi in se stessa il suo principio ordinatore e che, affrancata dall'ingombrante tutela dell'apparato politico, sia in grado di assicurare una convivenza ordinata e armoniosa sulla base del libero gioco dei rapporti interindividuali.

Questa proposta, che germina sul terreno dell'accennata meditazione critica, non sarebbe pensabile al di fuori di un certo itinerario della storia europea che, tra il XVII e il XIX secolo, vede la società civile (intesa essenzialmente come sfera dei rapporti economici) svincolarsi progressivamente dalla morsa oppressiva dello stato, rivendicare la sua autonomia e affermare il proprio primato nei suoi confronti. Questo processo, che trova il suo elemento propulsore nella dinamica accelerata dello sviluppo capitalistico, giunge a compimento tra la fine del settecento e gli inizi dell'ottocento: allora «il non stato si afferma come superiore allo stato» e il rapporto tra questi due termini si rovescia radicalmente, la società civile; proponendosi a nuova sede del potere politico.

Ma nell'intreccio variegato e inestricabile delle suggestioni e delle influenze vanno particolarmente rilevati l'apporto dell'economia politica classica e quello del sansimonismo. Fu lo stesso Proudhon a dare atto, in diverse occasioni, del debito intellettuale contratto nei confronti degli economisti borghesi, di un Jean-Baptiste Say (1767-1832) come di un Adam Smith J (1723-1790). Il modello del mercato appare in sostanza come uno dei principali antecedenti teorici della formula sociale anarchica, estendendo semplicemente quest'ultima alla sfera generalizzata dei rapporti interindividuali quegli automatismi che gli economisti classici avevano ravvisato nell'àmbito circoscritto delle relazioni economiche.

La mistica del lavoro quale veicolo di affratellamento e di pace, così peculiare alla pubblicistica liberale, è un elemento ulteriore di cui si avvale l'ipotesi anarchica di poter costruire sul lavoro e sulle intersecazioni da esso create le basi dell'ordine sociale.

Su questo terreno si istituiscono poi connessioni più precise, ad alcune delle quali almeno val la pena accennare: la dottrina rousseauiana, il kantismo e il materialismo filosofico francese appaiono come punti di riferimento in un certo qual senso privilegiati della tradizione anarchica, anche se la critica è ben lungi dall’essere concorde sul senso di tali collegamenti.

Non controverso è infine l'apporto che, dalla filosofia materialistica francese venne al pensiero anarchico, sotto il profilo dello svolgimento peculiare che esso diede al messaggio umanistico insito nelle prospettive aperte da un Diderot (1713-1784), da un d'Holbach (1723-1789), da un Helvétius (1715-1771). La riabilitazione delle svariate tendenze della natura umana (le settecentesche «passioni») e la connessa concezione della libertà come realizzazione piena delle potenzialità racchiuse nella personalità individuale sono orientamenti che, inaugurati rivoluzionariamente da quella corrente di pensiero, passarono, per il tramite precipuo di Charles Fourier (1772-1837) e più in generale del primo socialismo, e furono definitivamente acquisiti alla tradizione anarchica.

Avviene così che il tema settecentesco del riscatto della naturalità si saldi e si intrecci, in una amalgama inestricabile e in un rapporto variabile ai seconda degli autori, coi motivi schiettamente romantici dell'esaltazione sfrenata dell'io e della valorizzazione della sensibilità contro gli schemi coartanti della ragione.

Capitolo 3 – Stato e potere nel pensiero di William Godwin

La riflessione di William Godwin (1756-1836) e la sua Indagine sulla giustizia politica (1793) furono additate da Kropotkin come la prima esposizione dei principi politici ed economici dell'anarchismo. L'opera di Godwin testimonia in sostanza di un felice e fugace momento della storia della nostra cultura, in cui filoni teorici che si sarebbero più avanti differenziati e contrapposti convivo-no in una sintesi originale a denunciare il terreno parzialmente comune sul quale germinarono.

Il liberalismo è l'alveo entro il quale maturò la sua riflessione e l'orientamento ideale cui essa restò apparentata per mille versi, anche quando i suoi svolgimenti più radicali gliene fecero valicare i confini. La difesa appassionata dell'autonomia dell'individuo intesa anzitutto come autonomia intellettuale; la rivendicazione strenua della libertà di espressione e riunione quali presupposti imprescindibili dell'indipendenza del giudizio; la diffidenza sottile e tenace nei confronti d'ogni sorta d'invadenza del poter l'opzione più volte ribadita in favore di un governo limitato, pur nella prospettiva della scomparsa d'ogni apparato coattivo, sono tematiche che definiscono convergenze significative, che non sarebbero sfuggite all'attenzione degli esponenti più qualificati dell'opinione liberale.

Non mancavano in Constant, come non erano mancati in costoro motivi di divergenza, sia relativamente alle più generali impostazioni filosofiche e etiche di Godwin, sia circa alcune delle sue concezioni politiche. La contestazione della legittimità di qualsiasi governo e il misconoscimento delle potenzialità positive di alcune sue forme sotto il profilo della tutela dei diritti fondamentali del singolo, l'indifferenza ai meccanismi dell'ingegneria costituzionale come strumento di garanzia dell'individuo da un lato, e, dall'altro, la denuncia articolata dell'istituto della proprietà privata e dell'ineguaglianza, nonché la visione di una società embrionalmente comunista, sono concezioni che, mentre segnano la distanza di Godwin dal liberalismo.

Su questi presupposti Godwin sviluppò un'indagine critica e un impegno politico che lo videro allineato sulle posizioni dei nuclei più vivaci del liberalismo radicale inglese, cui fu legato per molti versi e da cui attinse suggestioni intellettuali diverse. L'odio per il dispotismo e il privilegio, la denuncia degli abusi innumerevoli del potere, la fede nella possibilità di trasformare la realtà con il rigore e l'inflessibilità della critica connotano l'ampia attività pubblicistica che egli dispiegò nel corso degli anni '80.

Gli eventi dell'89 lo videro partecipe del clima di «generale esaltazione ed effervescenza delle menti». «Era l'anno della rivoluzione francese», avrebbe rievocato qualche tempo più tardi «e il mio cuore batteva forte, rigonfio di sentimenti di libertà. Essa lo indusse a ripensare i fondamenti dell'autorità e del potere e aprì alla sua indagine orizzonti inediti.

Fu così che il suo originario liberalismo non evolvette verso un democratismo compiuto e coerente, cui pure sembrava li predisporlo l'istanza egalitaria che lo percorreva, ma sfociò piuttosto nella teoria del governo minimo e nella prospettiva della sua eutanasia: «Fu solo in seguito alle idee suggerite dalla rivoluzione francese che l'autore si persuase della desiderabilità di un governo il più semplice possibile», avrebbe affermato nella prefazione alla prima edizione della Giustizia politica.

Il presupposto della riflessione dell'opera è quello dell'assoggettabilità delle istituzioni politiche al giudizio etico, giudizio che, in virtù di un'impostazione schiettamente utilitaristica, ha il proprio punto di riferimento nel criterio dell'adeguatezza di comportamenti e istituzioni all'obiettivo dell'utilità sociale, identificabile con "la massima felicità del maggior numero". All'interno di questo schema"' egli elabora un'analisi dei governi che:

  • Ne rapporta la genesi a un'iniziale e transitoria condizione di minorità intellettuale dell'umanità.
  • Dalla transitorietà di tale stato deriva l'ipotesi del loro declino graduale.
  • Ne subordina infine la valutazione al rilievo dell'influenza da essi svolta su quel processo di emancipazione della ragione nel quale risiede il perno della dinamica storica.

Godwin muove dalla distinzione tra società e governo, attribuendo l'origine della prima alle necessità della mutua assistenza e quella del secondo agli errori e alla perversità degli uomini. La nascita del governo, che egli non distingue dallo stato (Godwin usa indifferentemente i due termini, pur privilegiando il primo), si profila come un processo di fatto che non implica alcun atto volontario. «Ciascun uomo», scrive, «ha la propria autonomia, limitata dalla corrispondente sfera del suo prossimo. Il mantenimento di tale limitazione, il compito di far sì che nessuno vada oltre il proprio campo d'azione, è il primo dovere del governo. La sua autorità a questo riguardo rappresenta l’insieme delle facoltà degli individui al controllo reciproco degli eccessi».

Ma quali le caratteristiche del governo, gli strumenti e le modalità del suo agire? Godwin, imboccando la strada di un'indagine realistica che si alimenta ai classici del pensiero politico moderno, individua nel monopolio dell'uso legittimo della forza fisica il suo attributo essenziale, con ciò identificando i due elementi, l'esclusività del ricorso alla coazione e la legittimità di esso, che sono stati successivamente isolati dalla riflessione sociologica a definire l'essenza del fenomeno statuale.

L'azione del governo si estrinseca pertanto attraverso l'emanazione di ordini, leggi e decreti, la cui caratteristica è di non poter venire trascurati impunemente: la minaccia preventiva della sanzione in caso di inadempienza e la punizione della trasgressione emergono pertanto come i fondamenti reali dell'autorità politica.

Di qui, in Godwin, la denuncia appassionata del livellamento delle individualità da essa operato mediante l'imposizione di schemi comportamentistici accettati acriticamente o, ancor peggio, accolti per viltà sotto la minaccia della pena. Sostituendosi al giudizio privato, essa induce il singolo ad abdicare all'uso di quella ragione in cui risiede l'essenza più preziosa del suo essere, degradandolo e avvilendolo al rango animale.

In pagine di grande suggestione Godwin denuncia il lavorio sotterraneo e incessante di annullamento dell'autonomia individuale perpetrato dai governi, il plagio delle menti, il loro insinuarsi sin nei recessi più reconditi delle coscienze.

Il governo si qualifica così come una macchina d'oppressione, perché la forza ha una sua logica specifica che diventa la logica del governo: quella della sopraffazione e della violenza, sia nei confronti di quanti sono ad esso soggetti, sia nei confronti delle altre unità politiche.

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Kristina_gv di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle dottrine politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Del Corno Nicola Arturo.
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