Jean-Jacques Chevallier: Le grandi opere del pensiero politico
Capitolo primo: Il Principe di Machiavelli
La scena e le circostanze
Machiavelli, questo nome proprio universalmente conosciuto, che doveva fornire alla lingua francese un sostantivo machiavélisme, ed un aggettivo, machiavélique, richiama alla mente un'epoca, il Rinascimento; una nazione, l'Italia; una città, Firenze; ed infine l'uomo stesso.
Il Rinascimento, nel senso stretto della parola, è un movimento intellettuale che comincia alla fine del XV secolo, fiorisce durante il primo quarto del XVI e mira a scrollare le discipline intellettuali del medioevo per tornare all'antichità classica, studiata direttamente alle origini dagli umanisti, e non più attraverso la trasmissione cristiana.
È in Italia, più che in ogni altra parte, che questo individuo rinnovato, per poco che senta la sua forza, la energia, il suo valore (cose tutte che traducono la parola italiana "virtù"), si scatena, esplode, gioisce aggressivamente della propria emancipazione.
La situazione politica dell’Italia era propizia a questo scatenarsi degli individui pieni di virtù, alla loro affermazione al di là del bene e del male. Il sentimento, oscuro nei più, chiaro in alcuni rari spiriti, dell'italianità, unito all'orgoglio, dell'eredità romana, era soffocato da una polvere di principati effimeri. Attorno a quattro cardini fissi, Roma, Venezia, Milano, Firenze, c'era una moltitudine di stati «ricca, pullulante, che si scomponeva, si faceva, si disfaceva, si rifaceva» con l'aiuto, il più spesso, degli stranieri, francesi e spagnoli, che avevano invaso l'Italia.
Roma, la Roma pontificia, che offriva (soprattutto sotto Alessandro VI Borgia) il meno edificante, il meno evangelico degli spettacoli, usava anch'essa, all'occasione, armate straniere, come usava ogni altro mezzo atto ad ingrandire sia il suo territorio temporale, sia i dominii dei figli, fratelli, nipoti, cugini del sovrano Pontefice. I condottieri, che affittavano al miglior offerente le loro truppe mercenarie, battendosi male e tradendo meglio, si ingegnavano a far durare le guerre e si arrangiavano a saccheggiare anche durante la pace. Questa era l'Italia alla fine del XV secolo.
L'incomparabile Firenze, dalla primavera così dolce, dall'aria secca e leggera, propizia ai pensieri chiari, ai giudizi lucidi, era stata, più d'ogni altra città, sconvolta dalle lotte delle fazioni, finché i Medici, famiglia di ricchi banchieri, non si impadronirono del potere, a partire dal 1434, con Cosimo. Lorenzo, pur avendo meritato il nome di Magnifico per il suo gusto per le arti (lui stesso era poeta), per la caccia, i grandi vini e le donne, aveva consumato la rovina delle antiche libertà pubbliche, care ai fiorentini. Lorenzo muore nel 1492; il suo successore Piero fuggirà nel 1494, di fronte al popolo indignato per l'accordo che egli aveva negoziato col re di Francia Carlo VIII.
A Firenze si stabilisce la Repubblica. Ma è per cadere, di lì a tre anni, nelle mani del monaco domenicano Gerolamo Savonarola, profeta ascetico, gracile e veemente, che agitava, predicando su temi apocalittici. Il monaco padrone di Firenze senza titolo ufficiale (come più tardi Calvino a Ginevra), vi fonda una democrazia teocratica e puritana. Egli lancia l'anatema contro la lussuria e la cupidigia della Roma papale; rifiuta il cappello di cardinale ed ingiuria il papa Alessandro VI Borgia.
Simbolicamente, pochi giorni dopo il supplizio del monaco domenicano, il 15 giugno 1498, Niccolò Machiavelli, ventinovenne, entra ufficialmente nella vita pubblica, come segretario della seconda Cancelleria della Repubblica fiorentina. Appartiene ad un'eccellente famiglia della borghesia toscana, e suo padre è un serio giureconsulto. Ben presto, senza abbandonare la seconda Cancelleria, è messo a disposizione, in qualità di segretario, dei Dieci di Libertà e di Pace, magistrati elettivi incaricati di diversi servizi pubblici ed in particolare della corrispondenza con i rappresentanti di Firenze all'estero.
La carriera del segretario fiorentino era ben avviata dopo quattordici anni di servizi intelligenti e devoti, quando il regime di Firenze cambiò nuovamente (1512). La Repubblica, afferrata nei risucchi della lotta tra il papa Giulio II ed il re di Francia Luigi XII, vide decimare la sua milizia (l'opera del Machiavelli non rispose assolutamente, ahimè, alla sua attesa) dalle forze della Lega Pontificia. I partigiani dei Medici approfittarono del disastro per ristabilire i magnifici Medici in tutti gli onori ed i gradi dei loro antenati. Machiavelli, funzionario della Repubblica, fu cacciato da tutti i suoi impieghi e bandito da Firenze.
Machiavelli, caduto in disgrazia, vive in una sua modesta casa di campagna, vicino a San Casciano, nei dintorni di Firenze. È angustiato dal bisogno; ha una moglie e dei figli da mantenere; è pieno di rancore e di noia. Rancore per essere misconosciuto dai nuovi padroni di Firenze, questi Medici che egli è completamente disposto, benché profondamente repubblicano nel suo cuore, a servire lealmente. Noia per essere stato allontanato dagli affari pubblici, a cui aveva consacrato, per quattordici anni, tutta la sua intelligenza. Si sfoga nelle lettere al suo eminente amico Vettori, ambasciatore di Firenze a Roma, che conosce il suo valore e tiene in grandissimo conto i suggerimenti che egli gli fornisce sulle questioni politiche più delicate.
Et [ho] composto un opuscolo De Principatibus dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subbietto, disputando che cosa è principato, di quale specie sono, come e' si acquistono, come e si mantengono, perché e' si perdono'.
Ecco perché lo dedica alla magnificenza di Giuliano de' Medici, fratello del papa Leone X. Questo piccolo libro appare come l'ultima carta del funzionario caduto in disgrazia, che si augura appassionatamente di rientrare in grazia: Come mettere in dubbio la fedeltà di qualcuno, che, all'età di quarantatré anni, è povero, dopo aver servito a lungo lo Stato, e che, mantenutosi fino a quel momento fedele e leale, non si piega nemmeno ora a tradire?
La dedica del Principe, diretta infine a Lorenzo, completa a meraviglia la lettera a Vettori. Machiavelli, con questo piccolo volume, questo «opuscolo», intende mettere a disposizione di Lorenzo «la cognizione delle azioni degli uomini i grandi», che egli ha acquistato «con una lunga esperienza delle cose moderne, et una continua lezione delle antique». Chiaro invito al principe nuovo, preoccupato di conservare quanto ha acquistato per fortuna, forza o inganno, di non privarsi più a lungo dei leali servizi di un uomo dotato di tanta penetrazione politica — e di richiamare a Firenze il segretario fiorentino.
Questa è la genesi dell'«opuscolo», il cui vero titolo è, come si è visto, De principatibus, cioè dei governi principeschi o Principati.
I principati
Machiavelli, come ci ha detto lui stesso nella preziosa lettera a Vettori, si è proposto di ricercare «che cosa è principato, di quale specie sono, come e' si acquistano, come e' sí mantengono, perché e' si perdono».
I principati si oppongono alle repubbliche, che costituiscono l'oggetto dei Discorsi su Tito Livio. Bisogna distinguere tra questi principati: gli uni sono ereditari, gli altri nuovi. Ereditari: la facilità del compito del principe è allora tale che Machiavelli, addirittura ossessionato dall'instabilità dei regimi politici italiani del suo tempo, non mostra quasi interesse per questi regimi ereditari, troppo stabili, troppo facili, dove al principe basta «solo non preterire l'ordine de' sua antinati, e di poi temporeggiare con li accidenti», delle capacità normali gli permetteranno di mantenersi sul trono.
Le vere difficoltà, sia per l'acquisizione che per il mantenimento, si riscontrano nei principati nuovi; ma, tra questi, bisogna distinguere ulteriormente: gli uni sono nuovi del tutto; gli altri sono aggiunti allo stato ereditario, come il regno di Napoli lo fu al regno di Spagna; il principato nuovo e lo stato ereditario formano allora insieme un corpo che si può chiamare misto. Questa situazione pone una serie di complessi problemi per i quali Machiavelli propone delle soluzioni, edificando tutto un piccolo codice pratico dell'annessione. I principati ecclesiastici formano egualmente una categoria a parte. Nella valutazione delle difficoltà, bisogna infine tenere conto del tipo di governo (dispotico, aristocratico, o repubblicano) che caratterizza i principati di cui si desidera impossessarsi.
Costui non si muove che nell'ambito del fatto, cioè della forza. Perché il trionfo del più forte è il fatto essenziale della storia umana; Machiavelli lo sa, e lo dice implacabilmente. I principati studiati dal Machiavelli sono, in generale, «creazioni della forza» (Renaudet), eccetto alcune categorie che interessano visibilmente l'autore.
Aver forze sufficienti, questo è tutto, per acquisire come per conservare. La ragione prima ed ultima della politica del principe è l'impiego di queste forze, dunque la guerra.
Per ogni stato, antico, nuovo o misto, «e' principali fondamenti sono le buone legge e le buone armi», ma non possono esservi buone leggi là dove non vi sono buone armi, e, al contrario, «dove sono buone arme conviene sieno buone legge». Ma quali sono le buone armi per Machiavelli?
Certamente non i mercenari, che egli ha visto direttamente all'opera in Italia, truppe «disunite, ambiziose, senza disciplina, infedele, gagliarde fra li amici, fra nimici vile», che pace spogliano il principe, in guerra fuggono e disertano. Sole buone armi, sole buone truppe, quelle che appartengono al principe, composte dei suoi cittadini, dei suoi sudditi, delle sue creature; uniche buone truppe, in una parola, truppe nazionali.
- Si presentano quattro maniere di acquisire, a cui potranno corrispondere differenti maniere di conservare... o di perdere.
- Si acquisisce per propria virtù (cioè la propria energia, le proprie risorse, la propria risoluzione, il proprio talento, il proprio valore selvaggio e, se necessario, feroce), dunque per le proprie armi; o si acquisisce per la fortuna e le armi altrui.
- Inoltre, per essere completo, Machiavelli tiene conto anche dei principati acquisiti per «scelleratezza», e di quelli ottenuti per il favore, per il consenso dei propri concittadini.
Machiavelli si interessa soprattutto alle prime due maniere. Gli è cara la distinzione tra la fortuna e la virtù, che deve essere tuttavia attenuata dal fatto che nessuno, qualunque sia la sua virtù, è completamente sottratto a questa forza cieca che è la fortuna, il fatum.
Cosa può fare un uomo di fronte alla sorte? È davvero utile spendere coraggio, ardore, abilità, se il corso di tutte le cose è regolato al di fuori di noi?
Dunque l'uomo può e deve resistere alla fortuna, prepararle, con la sua virtù, duri ostacoli; è addirittura bene che si mostri impetuoso nei suoi confronti. Perché essa «è donna», pronta a cedere a coloro che usano violenza e che la trattano rudemente, ai giovani «impetuosi», audaci, autoritari, piuttosto che agli uomini maturi, circospetti e rispettosi. Quelli che divengono principi per la loro virtù personale e le loro armi incontrano molte difficoltà per installarsi nel loro principato, per radicarvisi, ma molta facilità, in seguito, a conservarlo. La maggiore di queste difficoltà iniziali consiste nello stabilire nuove istituzioni. Si tratta di un'impresa, obbligatoria per la fondazione del nuovo governo e la stabilità del nuovo principe, ma piena di pericoli e di incertezze.
Tepidi, perché hanno paura dei primi; tepidi, perché sono, come tutti gli uomini, increduli, e non hanno potuto essere convinti, attraverso l'esperienza, della bontà delle cose nuove.
Così, nel caso che i primi profitto dalle istituzioni antiche, cioè quelli che traevano e, passino all'attacco, lo fanno «partigianamente», cioè con tutto l'ardore dello spirito di partito, mentre i secondi si difendono tiepidamente.
Il successo di un'impresa così ardua esige dunque che il principe abbia i mezzi per costringere, che sia in grado di forzare.
Mosè, Ciro, Romolo, Teseo, profeti, fondatori, legislatori che sono riusciti a fondare delle istituzioni, hanno potuto mantenerle soltanto perché erano armati.
Ma, allorché i fondatori, sapendo far leva sulla forza conservatrice delle opinioni, sono riusciti a superare questi ostacoli e queste estreme difficoltà, «e che cominciano ad essere in venerazione, avendo spenti quelli che di sua qualità li avevano invidia, rimangono potenti, securi, onorati, felici».
Per i principati nuovi, acquistati con le armi altrui, dunque con la fortuna, la regola è inversa: facilità ad acquistare, difficoltà a conservare. Nessuna difficoltà arresta nel loro cammino i nuovi principi, essi volano verso la loro mèta. Le difficoltà si rivelano quando sono arrivati; difficoltà tali che quasi fatalmente principi del genere finiranno per perdere loro Stato.
Essi dipendono troppo, in effetti, dalla volontà e dalla fortuna — che sono mutevoli -- di coloro che li hanno creati; non dispongono assolutamente di forze affezionate, fedeli; e sarebbero, d'altra parte, in grado di comandarle?
Inoltre, stati costituitisi subitaneamente mancano di radici profonde, e la prima tempesta rischia di rovesciarli. A meno che... A meno che il principe servito dalla fortuna non si trovi dotato di questo grande spirito e di questo grande valore, requisito supremo, e che sappia prepararsi immediatamente a conservare quanto la fortuna ha messo nelle sue mani! Ecco un'ipotesi eccezionale che Machiavelli si guarda bene dall'escludere, perché pensa a quel principe eccezionale, Cesare Borgia. Ma, illustrando, quasi malgrado Machiavelli, la massima di Machiavelli, questo principe così dotato ha tuttavia perduto il suo stato ed è finito miseramente. Vuol dire che egli ha commesso degli errori, che si è mal comportato? Affatto.
Cesare diviene principe grazie alla fortuna del padre, che è papa, e che tenta, facendo appello a Luigi XII contro il duca di Milano, di installare suo figlio in Romagna. Cesare, comprende subito che non può consolidarsi che rendendosi indipendente prima dai mercenari della propria armata, poi dal re di Francia. Comincia pertanto con il massacrare tutti insieme, attirandoli nell'agguato di Sinigallia, i condottieri, suoi antichi complici, che, a quanto sapeva, stavano per tradirlo. Cesare deve, ora, liberarsi soltanto dalla sua dipendenza dal re di Francia: comincia dunque a cercarsi nuove amicizie, a tergiversare con i francesi e a riavvicinarsi agli spagnoli; progettava addirittura di mettere i francesi nell'impossibilità di ostacolarlo.
Ma è proprio allora che tutto si rovina. Il papa Alessandro VI Borgia muore troppo presto, prima che suo figlio abbia avuto il tempo di farsi padrone della Toscana, il che lo avrebbe reso abbastanza forte «che potessi per sé medesimo resistere a uno primo impeto». Alessandro VI muore tre mesi troppo presto: nell'agosto del 1503, improvvisamente. In quel momento Cesare ha una posizione solida soltanto in Romagna; si trova tra l'armata spagnola e quella francese, entrambe virtualmente nemiche, senza poter «per sé medesimo resistere a uno, primo impeto» e, per colmo di sventura, si ammala; pensa morire di febbri romane.
Cesare, vinto «da una estraordinaria et estrema malignità di fortuna», esce dunque vincitore dal rigoroso esame di tecnica politica a cui Machiavelli lo ha sottoposto. Cesare non ha commesso alcun errore; non ha trascurato niente di tutto ciò che un uomo «prudente e virtuoso», di grande coraggio e di grande ambizione, supremamente dotato di virtù «si doveva fare per mettere le barbe sua in quelli Stati che me e fortuna di altri li aveva concessi».
Scelleratezza e virtù
Ma si può anche diventare principi per scelleratezza, Machiavelli mostra di disprezzare un po' questa terza categoria, in quanto non vi pone Cesare Borgia, malgrado i suoi famosi misfatti. L'autore cita due esempi: quello del siciliano Agatocle, nell'antichità, che, semplice figlio di vasaio, giunse ad elevarsi al rango di re di Siracusa; quello di Oliverotto, al tempo del papa Alessandro VI, che divenne signore di Fermo massacrando lo zio materno ed i più notevoli cittadini del luogo che aveva invitato ad un festino.
L'interesse essenziale del capitolo consiste nella morale (per antitesi) che Machiavelli ne ricava circa il buono ed il cattivo impiego delle crudeltà per conservare uno stato usurpato. Ci sono delle crudeltà ben eseguite, e delle crudeltà mal eseguite. Le crudeltà ben eseguite, «se del male è licito dir bene», osserva pudicamente Machiavelli, sono quelle commesse tutte insieme all'inizio del regno per provvedere alla sicurezza del principe nuovo. Il principe nuovo deve stabilire pacatamente tutte le crudeltà che gli è utile commettere, ed eseguirle in blocco, per non dovervi tornare sopra tutti i giorni; perché le crudeltà, le ingiurie provate meno a lungo sembrano meno amare, offendono meno. I benefici, al contrario, debbono avvicendarsi lentamente, scaglionarsi, per essere assaporati meglio.
Crudeltà, al contrario, mal eseguite quelle che si trascinano, si rinnovano e, poco numerose all'inizio, «più tosto col ai tempo crescono che le si spenghino». I sudditi perdono allora ogni sentimento di sicurezza e fiducia nel loro principe.
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