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Il principe di Machiavelli

Machiavelli richiama alla mente un'epoca, il Rinascimento; una nazione, l'Italia; una città, Firenze; ed infine l'uomo stesso, il buon funzionario fiorentino. Il Rinascimento può esser tranquillamente descritto come un movimento intellettuale che comincia alla fine del XV secolo, il quale mira a scrollare le discipline intellettuali del medioevo per tornare all'antichità classica.

Il contesto storico del Rinascimento

Rinascimento significa crollo definitivo della maestosa creazione medievale, che poggiava sulla doppia autorità, del Papa nella sfera spirituale, e dell'Imperatore in quella temporale. In campo temporale, ecco che si affermano i grandi stati monarchici unificati, Francia, Inghilterra, Spagna, mentre la scoperta dell'America e quella della via per le Indie, dovuta a Vasco de Gama, stanno per rivoluzionare l'economia mondiale. Altra innovazione non da poco conto è quella dell'invenzione della stampa: alla fine del XV secolo, tutte le grandi città hanno la loro tipografia.

L'era della tecnica, al servizio dell'uomo e della sua azione, si sostituisce all'era medievale della contemplazione, orientata e dominata da Dio. L'individuo tende a liberarsi progressivamente dalla lunga disciplina cattolica del medioevo, per cercare da solo la sua via.

Ed è proprio in Italia che questo individuo rinnovato si scatena, esplode, gioisce quasi aggressivamente delle propria emancipazione. Senza più curarsi del regno dei cieli, non pensa che a prendere avidamente possesso del regno della terra, con tutti i suoi conseguenti piaceri (carnali, estetici, intellettuali).

La situazione politica italiana

La situazione politica italiana si rivelava propizia a questo scatenarsi degli individui pieni di virtù. Il sentimento dell'italianità, unito all'orgoglio dell'eredità romana, era soffocato da una polvere di principati effimeri. Attorno a quattro cardini fissi, Roma, Venezia, Milano, Firenze, c'era una moltitudine di stati caratterizzati da enorme instabilità, che si facevano, disfacevano, rifacevano con l'aiuto degli stranieri, francesi e spagnoli, che avevano invaso l'Italia.

La Roma pontificia usava anch'essa, all'occasione, armate straniere al fine di ingrandire il suo territorio temporale. Questa era l'Italia alla fine del XV secolo, sconvolta da dissensi e delitti, in mezzo alla più splendida fioritura artistica che l'umanità avesse conosciuto dai tempi antichi.

La situazione a Firenze

Firenze era stata, forse più di ogni altra città, sconvolta dalle lotte delle fazioni, finché i Medici, famiglia di ricchi banchieri, non si presero il potere, a partire dal 1434, con Cosimo. Lorenzo, pur avendo meritato il nome di Magnifico per il suo gusto per le arti, aveva consumato la rovina delle antiche libertà pubbliche, tanto care ai fiorentini. Una congiura scoppiò contro di lui nel 1477. Lorenzo muore nel 1492; il suo successore Piero fuggirà nel 1494, dinanzi ad un popolo indignato per l'accordo che egli aveva negoziato col re di Francia Carlo VIII.

A Firenze si stabilisce la Repubblica, che tuttavia cadde nel giro di tre anni nelle mani del monaco domenicano Gerolamo Savonarola, profeta ascetico, predicatore di tempi apocalittici. Il monaco padrone di Firenze senza titolo ufficiale, vi fonda una democrazia teocratica e puritana. Austerità, sotto pena di castigo: questa la base della vita fiorentina. Egli lancia l'anatema contro la lussuria e la cupidigia della Roma papale; rifiuta il cappello di cardinale ed ingiuria il papa Alessandro VI Borgia. Venne impiccato e bruciato il 23 maggio 1498.

Nascita della carriera di Machiavelli

Simbolicamente, pochi giorni dopo il supplizio del monaco domenicano, nel giugno del 1498, Niccolò Machiavelli, ventinovenne, entra ufficialmente nella vita pubblica, come segretario della seconda Cancelleria della Repubblica fiorentina. Appartiene ad un'eccellente famiglia della borghesia toscana. Vita di funzionario, di burocrate che esegue degli ordini, ma che viene frequentemente incaricato di missioni sia all'estero sia in Italia, cosa che gli permise di esercitare una sicura influenza ufficiosa sulla diplomazia fiorentina.

Acquistò inoltre nel corso di queste missioni una lucidità singolare in fatto di conoscenza dei temperamenti nazionali e di rapporti tra i popoli. Conobbe la Francia di Luigi XII, la Germania dell'imperatore Massimiliano. Una delle sue missioni lo mise in contatto con Cesare Borgia, il duca Valentino, figlio del papa Alessandro VI, il quale produsse sul Machiavelli una impressione indimenticabile di signore splendido e magnifico.

La caduta e il ritorno dei Medici

La carriera del segretario fiorentino era ben avviata quando il regno di Firenze cambiò nuovamente, nel 1512. La Repubblica, risucchiata dalla lotta tra il papa Giulio II ed il re di Francia Luigi XII, vide decimare la sua milizia dalle forze della Lega Pontificia. I partigiani dei Medici approfittarono del disastro per ristabilire i magnifici Medici in tutti gli onori ed i gradi dei loro antenati. Machiavelli, funzionario fedele alla Repubblica, fu cacciato da tutti i suoi impieghi e bandito da Firenze.

Machiavelli cadde in disgrazia, vivendo in una sua modesta casa di campagna, nei dintorni di Firenze, pieno di rancore e di noia. Si sfoga nelle lettere al suo eminente amico Vettori, ambasciatore di Firenze a Roma, che conosce il suo valore e tiene in grandissimo conto i suggerimenti che egli gli fornisce sulle questioni politiche più delicate.

La genesi de "Il Principe"

Una di queste la dedica alla magnificenza di Giuliano de' Medici, fratello del papa Leone X, che poi diventerà Lorenzo, duca di Urbino, nipote del papa Leone X, dopo la morte di Giuliano. La dedica del Principe, diretta infine a Lorenzo, completa a meraviglia la lettera a Vettori. Questa è la genesi dell'opuscolo, il cui vero titolo è De principatibus, cioè dei governi principeschi e Principati. Tutti sappiamo che il titolo che ha trionfato indiscussamente è “Il Principe”.

I principati

Si oppongono alle repubbliche. Gli uni sono ereditari, gli altri nuovi. In quelli ereditari, la facilità del compito del principe è tale che Machiavelli non mostra quasi interesse per questi regimi ereditari, troppo stabili, troppo facili; al principe basteranno delle capacità normali per mantenersi sul trono.

Le vere difficoltà, sia per l'acquisizione sia per il mantenimento, si riscontrano nei principati nuovi; ma, tra questi, dobbiamo distinguere ulteriormente: gli uni sono nuovi del tutto; gli altri sono aggiunti allo stato ereditario, come il Regno di Napoli lo fu al regno di Spagna; il principato nuovo e lo stato ereditario formano allora insieme un corpo definibile misto. I principati ecclesiastici formano egualmente una categoria a parte. Bisogna tener conto anche del tipo di governo (despotico, aristocratico, o repubblicano) che caratterizza i principati di cui si desidera impossessarsi.

Per ogni stato, antico, nuovo o misto, i principi fondamentali sono le buone leggi e le buone armi. Sole buone armi, solo buone truppe, quelle che appartengono al principe, composte dai suoi cittadini, dei suoi sudditi, delle sue creature; in una parola, le truppe nazionali.

Come si acquisisce un principato

  • Per propria virtù (cioè la propria energia, le proprie risorse, il proprio talento), dunque per le proprie armi
  • Si acquisisce per la fortuna e le armi altrui
  • Principati acquisiti per scelleratezza
  • Ottenuti per il favore, per il consenso dei propri cittadini

A Machiavelli è cara la distinzione tra la fortuna e la virtù, sottolineando il fatto che nessuno, qualunque sia la sua virtù, è completamente sottratto a questa forza cieca che è la fortuna, il fatum. Quelli che divengono principi per la loro virtù personale e le loro armi incontrano diverse difficoltà per installarsi nel loro principato, per radicarvisi, ma molta facilità a conservarlo in seguito. La maggiore difficoltà consiste nello stabilire nuove istituzioni. Si tratta di un'impresa obbligatoria per la fondazione del nuovo governo e la stabilità del nuovo principe, ma piena di pericoli e incertezze.

Per i principati nuovi, acquistati con le armi altrui, dunque con la fortuna, la regola è inversa: facilità ad acquistare, difficoltà a conservare. Essi dipendono troppo dalla volontà e dalla fortuna, elementi alquanto mutevoli, di coloro che li hanno creati; non dispongono assolutamente di forze affezionate e fedeli, mancano inoltre di radici profonde, e la prima tempesta rischia di rovesciarli.

A meno che il principe servito dalla fortuna non si trovi dotato di questo grande spirito e di questo grande valore, requisito effettivamente supremo, e che sappia prepararsi immediatamente a conservare quanto la fortuna ha messo nelle sue mani. Questa è una vera e propria ipotesi eccezionale che Machiavelli si guarda bene dall'escludere, perché pensa a quel principe eccezionale, Cesare Borgia, da cui la sua immaginazione è stata tanto colpita (anche se, a ben guardare, quest'uomo tanto ammirato alla fine ha perso il suo stato, finendo nella miseria; ma non per sue colpe, secondo l'autore de Il principe).

Principati acquisiti per scelleratezza

Si può diventare principi per scelleratezza. Machiavelli mostra di disprezzare questa terza categoria. L'interesse essenziale del capitolo in cui affronta tale tematica consiste nella morale che ne ricava circa il buono ed il cattivo impiego delle crudeltà per conservare uno stato usurpato. In che senso? Ci sono delle crudeltà ben eseguite (quelle commesse tutte insieme all'inizio del regno per provvedere alla sicurezza del principe nuovo; il principe nuovo deve stabilire pacatamente tutte le crudeltà a lui utili ed eseguirle in blocco, per non dovervi tornare tutti i giorni, in quanto le ingiurie provate meno a lungo sembrano offendere meno; i benefici, al contrario, debbono avvicendarsi lentamente, scaglionarsi, per essere assaporati meglio);

Crudeltà, al contrario, mal eseguite quelle che si trascinano, si rinnovano. I sudditi perdono allora ogni sentimento di sicurezza, sono tormentati da una costante inquietudine continuamente stimolata, il principe non può contare su di loro in alcun modo.

Principati acquisiti per il favore dei cittadini

L'acquisizione di un principato per il favore dei propri concittadini esige indubbiamente una certa dose di fortuna accompagnata da una certa virtù, ma non tutta la fortuna, né tutta la virtù: piuttosto una astuzia fortunata, una destrezza felice. A fare così un principe è talvolta il popolo, talvolta i grandi. Così che il popolo fa un principe quando, incapace di resistere ai grandi, ripone ogni sua speranza nel potere di un semplice cittadino che lo difenderà. Allo stesso modo i grandi, incapaci di resistere al popolo, cominciano a voltare la reputazione ad uno di loro, facendolo principe per potere.

Il principe fatto dai grandi (che si credono suoi uguali e che egli fatica a tenere in pugno) fa più fatica a mantenersi del principe elevato dal popolo, in quanto quest'ultimo, nel suo rango, è unico, ed ognuno, o quasi, è portato ad obbedirgli. Il principe della prima categoria, invece, dovrà mobilitarsi con tutte le sue forze per riconciliarsi al più presto col popolo; non avrà allora sostegno più fedele.

Da questo capitolo risalta la preferenza accentuata di Machiavelli per il popolo e la sua netta ostilità riguardo i grandi. Questa modalità di acquisizione, l'eccezione alla creazione della forza, dove il potere è stato ottenuto senza doverlo conquistare, non esige dunque che un'arte mediocre, che una tecnica mediocre e semplice, smontata freddamente da Machiavelli.

Principati ecclesiastici

Ancor meno egli si interessa ai principati ecclesiastici. Questi principati si acquistano anch'essi per fortuna o per virtù, ma il fatto notevole è che, per conservarli, non c'è poi bisogno né di fortuna né di virtù. Basta il potere delle antiche istituzioni religiose che rimpiazzano tutto il resto: buon governo, attaccamento dei sudditi, abilità, valore guerriero. Infatti essi sono esaltati e mantenuti da Dio.

Il tono utilizzato da Machiavelli è quello di un uomo del Rinascimento che non ama i preti e il cattolicesimo romano, come anche non adora lo spirito stesso del cristianesimo. Tuttavia, il capitolo si conclude con un omaggio al papa Leone X (un Medici, e il libro del Machiavelli è dedicato ad un altro Medici, considerando che l'autore non può contare che sul favore mediceo per ritrovare un impiego degno di lui: ecco la spiegazione).

Distinzioni tra i diversi tipi di stati

Altra distinzione, tra gli Stati ad acquisirsi, a seconda del tipo di governo (principato dispotico, principato aristocratico, repubblica) che avevano prima dell'acquisizione.

Principato dispotico: governato da un principe che tiene i suoi sudditi in condizione di schiavitù, è difficile da conquistare, in quanto tutti i sudditi si stringono intorno al principe, e lo straniero non può sperare nulla da essi. Rimane facile invece da mantenere: questo popolo, abituato per definizione all'obbedienza, è incapace di scegliere da sé un nuovo principe, e di riprendere le armi.

Principato aristocratico: governato da un principe assistito da grandi, da signori di antica razza, che detengono un proprio potere, nascente non dal favore del principe ma da questa stessa antichità di lignaggio, è facile a conquistarsi. Vi si trovano solitamente dei grandi scontenti, pronti ad aprire un varco allo straniero ed a facilitare la sua vittoria. Rimane tuttavia difficile da conservare, non essendo possibile contentare tutti i grandi, né eliminarli tutti. Il principe nuovo perderà questa fragile conquista qualunque volta venga l'occasione.

La repubblica: è un tipo di stato straordinariamente difficile da mantenere sotto il giogo di un principe nuovo, trovandosi esattamente agli antipodi del principato dispotico, dove i sudditi sono educati all'obbedienza. Nelle repubbliche è maggior vita, maggiore odio, più desiderio di vendetta; né li lascia, né può lasciare riposare la memoria della antiqua libertà (parole dello stesso Machiavelli). Questo ricordo è tanto vivo da rendere praticamente vani i primi due mezzi proposti da Machiavelli per domare l'indomabile libertà repubblicana.

Questi due mezzi sono l'uno che il principe vada a risiedere personalmente nel paese per reprimere immediatamente i disordini che nasceranno, l'altro il far governare i vari paesi secondo le loro leggi, per mezzo dei loro cittadini, riservandosi la riscossione di un tributo.

Allora Machiavelli, destinando il suo libro ad un Medici distruttore della Repubblica fiorentina, non riesce tuttavia a nascondere la sua ammirazione per i governi liberi, e Machiavelli non vede, di assolutamente sicuro per il nuovo principe, che un terzo e radicale mezzo: distruggere, annientare l'antica ed incurabile Repubblica.

Il principe

Machiavelli ha già colto l'occasione di far apparire il profilo di Cesare Borgia, tipo di principe nuovo, modello di virtuosità politica, opposto a Luigi XII, principe ereditario che accumula gli errori. Nei cinque capitoli che sono tra i più celebri del libro, i capitoli XV-XX, l'essenza del machiavellismo, Machiavelli tratteggia il ritratto frontale ed in piena luce del suo principe nuovo.

Questo principe nuovo vive in mezzo al pericolo, necessariamente assillato da due paure: una dentro, per conto dei sudditi; l'altra fuori, per conto dei potentati esterni. Il principe che vuole mantenersi deve dunque imparare a non essere buono, ad esserlo o non esserlo a seconda della necessità. Logicamente il principe non può racchiudere al suo interno tutte le buone qualità, per le condizioni umane che non lo consentono. Già è molto se il principe sa evitare i vizi vergognosi che gli farebbero perdere lo stato. Addirittura, certi difetti o vizi sembrano quasi esser necessari alla conservazione dello Stato, mentre certe qualità lo perderebbero.

Sarebbe bene per un principe essere reputato liberale, generoso; tuttavia la parsimonia è uno dei vizi che fanno regnare. Gli atti di liberalità finiscono per guadagnare al principe pochissimi individui, e per volgergliene contro un grandissimo numero, per renderlo odioso ai suoi sudditi: finché, ridotto alla miseria, egli perde la loro considerazione.

Allo stesso modo, ciascun principe deve guardarsi bene dall'usare la clemenza a sproposito. Crudeltà benedetta, se uccide in germe i disordini, forieri di assassinii e di rapine, che l'eccessiva pietà avrebbe lasciato crescere: la vera clemenza dello Stato consiste innanzitutto nella protezione della società.

Ne risulta un interrogativo classico: se sia meglio essere amato che temuto, o temuto che amato. La cosa migliore sarebbe essere l'uno e l'altro, ma è difficile. Allora è più sicuro essere temuti. Gli uomini temono molto meno di offendere chi si fa amare che non chi si fa temere; il legame dell'affetto essi lo rompono secondo il loro interesse, mentre la paura è sempre sostenuta da un timore del castigo che non li abbandona mai. Ed infine, non dipende mai dal principe l'essere amato, ma dipende da lui l'esser temuto. Ora, un principe saggio deve basarsi non su quanto dipende dagli altri, ma su quanto dipende da lui stesso. Essere temuto, del resto, non coincide assolutamente con l'essere odiato; l'odio dei sudditi, come il loro disprezzo, è una cosa grave cui si deve evitare assolutamente di andare incontro. Perché tutte le fortezze di un principe odiato non basteranno a salvarlo dalle congiure.

Machiavelli scelse poi il mito di Achille e del centauro Chirone nel proseguo del suo discorso. Achille ebbe per

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher davide0712 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle dottrine politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Modugno Roberta Adelaide.
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