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La tomba di Giratto e le sue epigrafi

Opera di Biduino nel suo soggiorno pisano tra il 1174 e il 1180. Si tratta di un sarcofago di marmo che si trova nel Camposanto Monumentale di Pisa. Presenta sul davanti lungo la cornice superiore un’epigrafe latina e lungo la cornice inferiore un’epigrafe volgare in gran parte. Destinatario della tomba era Giratto, giudice a Pisa. Il suffisso -atto nella Toscana antica era assente, si può pensare che egli o almeno la sua famiglia fosse di origine settentrionale.

Le due iscrizioni, pur essendo riferibili allo stesso tipo di cultura grafica, presentano poche ma significative caratteristiche individuali consistenti nella diversa foggia di D R G. L'iscrizione volgare pisana essendo sicuramente contemporanea a quella latina con la quale Biduino firma il sarcofago è dunque degna di figurare tra i più antichi testi italiani concepiti con intento artistico. L'autore esprime infatti un motivo letterario tradizionale in versi, forse quattro, che hanno fatto pensare a una sequenza di precoci e approssimativi ottonari - novenari.

Nel tempo è stato caratterizzato da erronee letture, ad esempio Girattum Giratium (quasi esatta), ma la preferenza è andata a lungo a Gratum. Ci sono forme riferite esclusivamente al defunto, il quale dunque viene contrapposto al vivo. Non stona alla localizzazione pisana la mancanza di dittongo in prega nella seconda singolare, qualche dubbio su amo dato il compendio, ma si potrebbe trattare di un Latinismo che sembra essere stato di uso normale nel medioevo sia a Pisa che a Lucca.

Dell'anima, con doppia elle nella preposizione articolata davanti a parola iniziante con vocale tonica è conforme a una tendenza della scripta toscana antica. Il costrutto prega deo dell'anima mia, prega Dio in favore dell'anima mia con visibile differenza del tipo noi pregheremmo lui della tua pace. A capo di ordinaria amministrazione è invece dei essere che significa sarai, perifrasi con dovere epistemico documentata oltre che nel latino tardo anche nell'italiano antico. Maister è appellativo tipico dell'artefice.

Medioevo volgare veneziano

Sulle lagune persistette una latinità appartata, intatta rispetto all'influsso gallico che si esercitò nell'area padana occidentale. Vi corrisponde un'evoluzione dal latino al volgare nella quale non hanno interferito il sostrato gallico, né il superstrato germanico, mentre ci sono tracce di un contatto a livello lessicale con la grecità bizantina. Probabilmente in rapporto con le immigrazioni, fu vivo il nesso con la latinità friulana.

La situazione di Venezia presenta caratteristiche eccezionali sia per la frammentazione in isole anche molto distanti l'una dall'altra, sia perché al numero dei residenti calcolabile tra il secolo 12º e il 13º in circa 70 o 80.000, si deve aggiungere qualche decina di migliaia di Veneziani in giro per i mari e nelle colonie. Occorre immaginare dunque una comunità con cospicue frange linguisticamente disomogenee.

La lingua veneziana

La diffusione ampia del cognome a tutti livelli sociali fin dal secolo IX testimonia una continuità con l'uso tardo latino che sembra confermata dai nomi romani di alcune antiche potenti famiglie veneziane: Quirini, Venier ecc. Rari sono i nomi di origine germanica mentre più sensibile è la presenza greca.

La crescita di Venezia come potenza marittima nel bacino orientale del Mediterraneo ha come conseguenza la penetrazione del veneziano, e spesso tramite il veneziano in altri volgari italiani, di forestierismi: innanzitutto una seconda ondata di Grecismi.

Anche per quanto riguarda gli arabismi Venezia è stata collettore e tramite di parole diventate d'uso generale (ad esempio arsenale), sia di molto materiale lessicale caduco, misure e monete con cui avevano a che fare i suoi avventurosi mercanti. I mercanti formavano comunità di residenti in punti strategici lungo le rotte commerciali.

Il veneziano dunque diventò presto e certamente già prima della grande espansione del 1204, anche lingua coloniale. La vocazione commerciale e marittima ha influenzato la lingua di Venezia e non sarà dunque un caso se il primo testo conservato dove il latino tradisce nettamente la sua giacenza del volgare è per l'appunto un testo di carattere commerciale. Si tratta di una piccolissima pergamena scritta solo sul lato da una mano databile alla fine del XII secolo.

Il promemoria di Piero Corner è relativo alla spedizione forse dalla Puglia, di una partita di lana e di formaggio e di due botticelle di vino al padre Filippo che sta a Venezia. Sotto il velo leggero e discontinuo di un latino approssimativo traspare l'autentica struttura di un testo pensato e pronunciato in volgare.

Documenti antichi del volgare veneziano

La stesura di scritture di tal genere per così dire ambivalenti è naturale conseguenza di una situazione linguistica presente nella Romania già prima del secolo XII e rispetto alla quale Venezia non faceva eccezione: una situazione cioè di largamente diffusa diglossia senza bilinguismo. Basta poco infatti per rimuovere la pagina latina e trasformare isto in sto, vadit in va. Altre parole come pece, lana, stoire, pagare, buticele compaiono già in veste interamente volgare, mentre il sintagma la nave(m) presenta pur nella sua brevità una fedele rappresentazione del volgare nell'uso dell'articolo e nell'assimilazione con scempiamento tra N finale di in e l’iniziale di la, contemporaneamente il restauro di una -m in navem risponde all'esigenza di un diverso registro della scripta.

Il più antico documento originale del volgare veneziano è datato 30 settembre 1253 e consiste in una designazione delle proprietà terriere dei Fratelli Simeon e Nida Moro. Si tratta di un testo abbastanza ampio ma costituito su moduli sintattici ad alta frequenza. Presenta dunque maggior interesse la breve domanda di testamento inoltrata da Alessandro Novello nella primavera del 1281 che costituisce a distanza di quasi trent'anni dal primo, il secondo antico testo veneziano sicuramente datato.

Negli anni successivi la documentazione cresce senza soluzione di continuità e acquistando consistenza man mano che ci si avvicina alla fine del secolo, ma già delle poche righe di Alessandro si osservano elementi veneziani come la limitata caduta di vocali finali in can, far, moglier, il nome della moglie Paxe, cioè Pace dove dall'occlusiva velare sorda latina C si è sviluppata, in posizione intervocalica davanti a vocale palatale, una sibilante sonora alla cui rappresentazione nella scritta veneziana è di norma adibito fin dalle origini il segno X.

Coevi o di poco anteriori a quello di Alessandro Novello, ma non datati, sono i più antichi testi dove è documentato il contatto tra veneziano e altri volgari a livello d'uso in ambienti mercantili. Affiorano elementi provenzali come per esempio mio paire, nei registi-annotazioni ad opera di Guglielma Venier, nata a Niola; essa scrive in veneziano in questo testo che risale circa al 1260 scritto in una minuscola indifferenziata elementare, frutto di una scarsa educazione grafica.

Sull’obbligazione in latino, altra mano dichiara di aver ricevuto dalla sorella Agnese, moglie di Stefano Venier, 50 libbre di denari veneziani e quindi di impegnarsi alla resa entro un anno del capitale, più tre quarti del guadagno. Dal punto di vista linguistico tutto è perfettamente veneziano, caduta di –o ed –e in Vener, mugler, moglie, è invece conservata in sosero, (suocero) e pare (padre), de (di), abbiamo riduzione di TR a r in pare, passaggio di C intervocalica davanti a vocale palatale a s sonora in sosero; scempiamento di dona.

Alla stessa mano è attribuibile anche l’attergato coevo a un atto di donazione latino. Come implica il riferimento a mio marito, il testo è scritto da una donna, identificabile con Guglielma de Niola (nome da nubile della Venier). Vi sono tratti venezianismi immediatamente evidenti come la caduta delle vocali finali ristretta a donaciun, mugler come nel testo precedente.

Can vener, il dileguo delle occlusive dentali intervocaliche in propietae, mario e davanti a r in nuriga' che significa nutri'. Spiccano due anomalie del veneziano: da un lato donaciun invece di donacion con passaggio di o chiusa tonica a u che probabilmente è infiltrazione dalla periferia lagunare orientale dove il dialetto si differenziava da quello del centro per questa e per altre particolarità. Dall'altro lato son (suo) che è una forma provenzale coesistente con solo nella seconda riga. Guglielma è originaria dei dintorni di Agen.

Venezia e i documenti mercantili

Ancora più lontano, in Persia, ci porta un altro antico documento ed è il testamento fatto il 10 dicembre 1263 dal mercante Piero Veglione, veneziano, affidandone la stesura a un pisano. Pisano risulta infatti il colorito linguistico dominante nel testo dove tuttavia esistono forme veneziane come quisti, dibia, dibio, soe, soi. accanto a francesismi come preste che significa Prete e mostero che sta per Chiesa, nonché numerose parole di origine greca e araba.

Un altro testo mostra un veneziano pressoché intatto e ci conserva un frammento di vita di bordo su una nave zaratina noleggiata da mercante di Venezia dove scoppia una lite. Lo scrivano veneziano si offre dunque il resoconto con interessante riproduzione del parlato, di quella lite in merito all'opportunità di mantenere la rotta per Pisa anche dopo l'arrivo della notizia sulla battaglia della Meloria del 1284.

Alla fine del secolo risale il manoscritto che ci ha conservato il primo testo letterario che si può considerare, nonostante qualche anomalia, dotato di veste linguistica prevalentemente veneziana: si tratta dei Proverbia, componimento moraleggiante e misogino, mutilo alla fine, in quartine monorime di alessandrini, metro del quale offre il primo esempio in Italia, si tratta di 756 versi. La tesi generale dell'autore è enunciata subito. È composto non prima della fine del XII secolo. I proverbia danno l'impressione complessiva di un testo arcaico e periferico per il genere stesso a cui appartengono, poemetto misogino.

Lingua e letteratura veneziana

Vi abbiamo l’uso di far rimare e chiusa con i e o chiusa con u toniche, nei Proverbia tale rima compare in 68 casi su 756. Lo stesso codice tardo duecentesco portatore dei Proverbia appare un unicum la cui pertinenza veneziana resta affidata alle rose dei venti che nella pagina iniziale sembrano rimandare a un ambiente mercantile marinaresco, e al colorito linguistico prevalente in alcuni testi fra i quali i Proverbia, ma c’è da chiedersi se la veste linguistica sia imperfetta perché fu acquistata nel corso della tradizione o invece perché essendo originaria fu oscurata dai copisti.

Creano difficoltà le forme con caduta di vocale finale estesa oltre il veneziano (cent, gente; plas piace; blanc bianco; quand quando, l’esito lombardo di CT in noite (notte), lero con significato loro femminile formato sul singolare lei. Accanto a questi fenomeni devianti il tessuto linguistico dei P. presenta un aspetto complessivamente veneziano, come appare dalla seconda persona singolare sigmatica as, lo scempiamento doma, il dileguo delle occlusive dentali sorde intervocaliche teiao (tagliò) Spiccano numerosi gallicismi come la moier, la moglie.

Se il codice berlinese occupa, come si è accennato, un posto isolato nel panorama del libro medievale contemporaneo, ciò dipende anche del suo carattere eminentemente didattico, risultante dalla compresenza di testi letterari volontari moralistico edificanti e dei testi latini. Liber Pamphili in questo testo si incontrano ancora una volta fenomeni pienamente veneziani come la caduta delle vocali finali e il participio tronco enplega' che coesistono tuttavia con le deviazioni rappresentate per esempio da pieto da PECTUS quindi CT > it, dalla caduta della vocale finale anche in parole che non lo prevedono nel veneziano e parole che sembrano di pertinenza lombarda piuttosto che veneta.

Si tratta delle avvisaglie di una notevole differenza confermata nel resto del testo ma questa traduzione e quella del Cato. A Venezia la prosperità economica non sembra aver favorito la formazione di una società letteraria che del nuovo strumento espressivo facesse la propria insegna. Certo faceva differenza la mancanza di una committenza aristocratica, cioè l'assenza a Venezia di una corte. Coerente con questo stato di cose sono fatti ben noti come il fatto che Bartolomeo Zorzi diventa notevole poeta in provenzale durante il soggiorno nel carcere genovese, ma tornato libero a Venezia lascia la poesia per l’attività di governatore.

Il Milione è scritto da Rustichello in francese, Marco Polo si trovava prigioniero dei genovesi anche lui ed essendo vissuto all’estero la maggior parte della vita forse non padroneggiava più bene il veneziano. Il testo per altro ebbe un successo internazionale ma non specificatamente a Venezia, dove quel libro fu certo letto, ma forse più che altro usato come utile alla pratica di mercatura.

La proiezione marittima e commerciale non basta da sola a spiegare il ritardo con cui il volgare si afferma a Venezia nelle scritture letterarie. A Venezia infatti continuava e a lungo sarebbe continuato il monopolio clericale della professione notarile col che veniva a mancare un canale importante per la diffusione della cultura laica e volgare. Eppure proprio i preti notai ci forniscono già nel ‘200, ma soprattutto a partire dal trecento, una documentazione del veneziano, si può immaginare che il clero parrocchiale esercitando in subordine la funzione notarile, vi avesse trasferito pur nel rispetto dei principi generali una tolleranza verso il volgare che derivava dalla quotidiana esperienza della cura d'anime.

L'assenza dei libri di conti legati alla gestione di proprietà terriere e più tardi arricchiti altrove ti ricordi personali e di ammaestramenti per la famiglia sono normali in altri luoghi come Firenze, ma non a Venezia dove se qualcosa del genere fosse esistito probabilmente non sarebbe stato conservato in una casa azienda cittadina, ma avrebbe accompagnato il mercante nei suoi lunghi viaggi marittimi. Agli stessi rischi di accidentale distruzione sono legate le pratiche di mercatura, ovvero le tarife, indispensabili strumenti di lavoro per chi girava il Mediterraneo comprando e vendendo nelle diverse piazze commerciali.

Dopo la riconquista ghibellina di Lucca nel 1314, esuli lucchesi introducono a Venezia l'industria serica. Più o meno nella stessa epoca arrivano a Venezia e nel Veneto i poeti toscani e inizia, ad opera di copisti locali, un'appropriazione linguistica che porterà nell'arco più o meno di un secolo a testi originali riproducenti l'ibridismo preterintenzionale delle copie, tanto da rendere talvolta ardua la loro localizzazione.

Il primo imitatore di Dante nel Veneto è proprio un veneziano, Giovanni Quirini. La sua è una resa senza colpo ferire alla supremazia nell'alta letteratura del toscano, la lingua materna gli risulta disponibile per fini comici e parodicì per esempio nell'attenzione tridialettale.

Attardata come quasi dappertutto resta la prosa volgare: del volgare veneziano si comincia a far uso nella storiografia d'argomento locale durante la seconda metà del trecento, ma si tratta di prodotti modesti dove si inizia dalla fondazione della città e si arriva agli eventi contemporanei con più o meno marcati intenti celebrativi, ma mancano autori dalla spiccata personalità. Spesso queste cronache sono giunte a noi in copie tarde e rielaborate, poco utilizzabili dal punto di vista linguistico.

Significativo è anche il caso di tre lettere ducali copiate nel registro delle lettere segrete del Minor Consiglio relative agli anni 1308 1310. Esse furono scritte in rapporto al fatto che dopo la caduta dell'Impero latino d'Oriente i cavalieri di Malta avevano occupato Rodi e di qui, alla fine del 1308, sembravano minacciare gli equilibri di quell'area, più precisamente nella Romania, come si designavano il Peloponneso, Creta, l'arcipelago e l'Eubea; il doge Pietro Gradenigo e il minor consiglio mettono in guardia il duca di Creta e il rettore della locale fortezza, il bailo dell'Eubea e i Castellani di Corone e Modone nel Peloponneso, mandano loro soccorso tramite Zan de Varin e Nicolò Trivisan, ai quali danno istruzioni appunto con tre lettere in volgare.

Significativo è il fatto che non si usi lo stesso registro ufficiale in queste lettere in volgare indirizzate a meri esecutori. Quelle in latino da recapitare a persone di più alto livello socioculturale, questi due erano invece soldati capaci di missioni pericolose e sapevano anche leggere, purché si trattasse di qualcosa scritto nella loro lingua. Il veneziano prosegue l'occupazione di spazi sempre più ampi e soprattutto nelle scritture di carattere pratico, in questa prospettiva si inserisce coerentemente il fatto che il veneziano arrivò, con frequenza e solennità uniche in Italia, a essere impiegato anche scritture esposte.

Questo accade sulla Ancona di San Donato nella basilica dei santi Maria e Donato a Murano. Fra queste l'Ancona intagliata il legno è di controversa attribuzione a Paolo Veneziano. Nella scritta è interessante la coesistenza della solita emme gotica con quella greca di homo, miser, Muran, dal punto di vista linguistico la densità dei tratti venezianamente pertinenti: la i protonica di miser la e della preposizione de la e postonica di nobele, lo scempiamento consonantico in Corando, miser, la sonorizzazione delle occlusive dentali sorde intervocaliche in honorado, donado, la caduta di –e e di o finali solo dopo nasale e dopo r: indicion Muran miser, il metaplasmo del gerundio corando. Si tratta della più antica scrittura esposta veneziana conservatasi fino ai nostri giorni.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Manu8881 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trieste o del prof Formentin Vittorio.
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