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Culture e lingue del Veneto medievale

Tradizione e cultura trovadorica nelle corti e nelle città venete

Il Veneto è uno dei territori più fertili per quanto riguarda i Provenzali d'Italia (fine XII inizio XIV).

In Piemonte e in Liguria, i primi centri d'attrazione per i trovatori d'oltralpe sono stati i marchesati dei Malaspina, di Monferrato e di Saluzzo. Nell'orizzonte padano sono dapprima i marchesi d'Este sul punto di acquistare il dominio di Ferrara e poi gli Ezzelini e i Caminesi. Non va dimenticata la presenza nelle università, a partire da Vicenza 1205 e 1209, di una natioprovenzale sospetta spesso d'eterodossia.

A Venezia nel 200 l'avventura epico cavalleresca si cala tutta nella prosa storica e nella cronaca contemporanea. La cultura occitanica, che è esclusivamente poetica e aristocratica, si trova nel Veneto della terraferma, ma a questa cultura Venezia rimane sostanzialmente estranea. Ciò è confermato dal canzoniere di Bartolomeo Zorti, che costituisce l'unico episodio provenzale della cultura veneziana ad opera del solo trovatore indigeno di personalità rilevante.

Nel quadro dell'Occitania Veneta bisognerà quindi tenere presenti le differenze di clima culturale tra Venezia e la terraferma e nella terraferma stessa tra corti feudali e ambienti cittadini. Nel Veneto del 200 i miti cortesi cavallereschi, che possiamo indicare con i binomi danteschi amore e cortesia e valore e cortesia, rispondono a situazioni e pubblici diversi: aristocratico cortese la prima, occitanica e cittadino borghese l'altra. Abbiamo un capovolgimento della prospettiva storica francese in quanto in Francia nasce l'epica prima della lirica e del romanzo; nel Veneto l'espressione lirica occitanica precede quella epica.

In un movimento dall'alto verso il basso, la fisionomia peculiare del Provenzalismo Veneto indica due tratti strettamente connessi: il primo è retrospettivo filologico: il Veneto è il centro attivo di raccolta e officina di tradizioni manoscritte provenzali legate a una vivace attività grammaticale e didattica. Ha offerto un contributo importante per la trasmissione e la conservazione della poesia provenzale. Il secondo è quello bibliografico narrativo, nato dall'esigenza di inquadrare le raccolte singole dei poeti entro una prospettiva di tempo e di valore.

Nell'età della diaspora trobadorica si sente il bisogno per la conservazione di un patrimonio ormai ingente e pregiato, di nuovi più sapienti ordinamenti. Si formano così grandi antologie trobadoriche, dove le poesie mescolate nelle sillogi precedenti vengono riordinate in sezioni separate e i poeti vengono collocati in una prospettiva almeno intenzionalmente cronologica, oppure in un disegno che contempera criteri cronologici con giudizi di valore letterario, oppure dà la preminenza a fattori letterari o infine in base a valori spirituali e religiosi.

A questa attività filologico editoriale è legata la produzione di testi introduttivi ed esplicativi in prosa, vidas e razos, anche quella di miniature che ci offre un'iconografia trobadorica quasi sempre del tutto fantastica o autoschediastica. Questo lavoro di sistemazione editoriale ha inizio nei primi decenni del Duecento soprattutto in Italia. È certo sintomatico che delle tre tradizioni principali che sono state individuate dal Grober e autorevolmente confermate dalle indagini più recenti, la più importante dipenda con assoluta sicurezza da un capostipite veneto, un'altra, la sola di origine transalpina, ha evidenti connessioni con il Veneto e la terza ha probabilmente un ascendente veneto.

La prima è rappresentata da una serie di canzonieri trascritte nella grande maggioranza nel Veneto e dipendenti da un capostipite probabilmente trevisano: una editio variorum con apporti di diverse tradizioni. Nel canzoniere D ci sono preziosi indizi della sua formazione, delle sue fonti e della sua anagrafe veneta, con una stratificazione di almeno tre livelli corrispondenti a tre diverse generazioni di Provenzalismo Veneto.

Si tratta del codice della biblioteca Estense di Modena a R4.4 di 260 carte comprendenti 1045 poesie e formato di due parti cronologicamente distinte. La prima parte ha come data il 1254 e a un nucleo fondamentale (D) comprendente le carte da 1 a 151. Unisce giustapponendo un'appendice che costituisce un'autonoma raccolta antologica di 250 pezzi di oltre 100 autori. Si tratta di una trascrizione di una fonte anteriore, il Liber Alberici, un'antologia provenzale messa insieme per Alberico da Romano, il fratello di Ezzelino, dal suo protetto Uc de Saint Circ probabilmente a Treviso e plausibilmente poco prima del 45.

La seconda parte è composta da una mano veneta dei primi del Trecento che ha trascritto prima un canzoniere d'autore, la raccolta di sirventesi di Peire Cardenal, poi un Florilegio provenzale di 223 poesie, preceduto dalla biografia di Ferrari de Feirara l'ultimo dei trovatori veneti. La biografia attesta che Ferrarino è l'autore del Florilegio.

Alla stessa famiglia veneta appartengono due canzonieri collaterali e affini, A e B, contenenti anche ricche raccolte di biografie. Il canzoniere di mano veneta della fine del 200 o dei primi del 300 è ordinato per generi metrici, canzoni, tenzoni, sirventesi, in tutto 626 poesie con 52 biografie in 217 carte. Alla fine è assai più sottile ma più autorevole B contiene canzoni e sirventesi, in tutto 205 componimenti e 37 biografie di mano provenzale forse più antica, probabilmente un provenzale che trascrive in Italia. I due gemelli oggi parigini, Q e K, contengono anche la più copiosa raccolta di vidas e razos e ci hanno tramandato la maggior parte del canzoniere di Zorzi e sono tra i rappresentanti più antichi, più autorevoli e più belli di tutta la tradizione provenzale.

La seconda costellazione di manoscritti, la famiglia Y, sembra far capo a un'officina scrittoria della lingua d'oc, dove è stato messo insieme il più copioso di tutti i canzonieri, C. La terza e ultima famiglia è rappresentata da manoscritti tutti di provenienza italiana, il rappresentante più antico e importante è il canzoniere S. Le glosse interlineari e marginali latine appartengono a un italiano che sente il bisogno di spiegare per esempio allors con alibi. Sono presenti sia pure in maniera limitata italianismi di marca veneta. Questo è l'aspetto più caratteristico e rilevante del provenzaismo Veneto che ha inventariato, vagliato e conservato un patrimonio che sarebbe andato altrimenti perduto. Il Veneto ha agito pressappoco come la Toscana nei confronti della tradizione siciliana.

Per merito del Bembo, questa nuova dimensione storica romanza viene recuperata, dopo il De vulgari eloquentia, dentro la prospettiva rinascimentale della letteratura europea. Con i provenzali egli opera per primo come il suo Petrarca aveva fatto per primo coi latini. Il Bembo è riuscito a raccogliere tutti i manoscritti che poteva e dovevano essere a portata di mano, in biblioteche patrizie del Veneto. Per merito del Bembo c'è stata conservata la parte forse più cospicua della tradizione occitanica e per colpa non sua ma dei suoi eredi, soprattutto del figlio Torquato, nessuno di quei manoscritti è rimasto nel Veneto. Il Bembo è stato anche il primo a mostrare interesse per i trovatori italiani e in particolare per il veneziano Zorzi. Nel disegno che egli abbozza nel libro delle prose, della fioritura della poesia provenzale e della sua espansione in Catalogna e Spagna, traccia un diagramma essenziale dell'Occitania Italiana.

I Lombardi e Peire de la Cavarana

L'Italia entra tardi, solo la fine del 12º secolo, nell'orizzonte dei trovatori aperto fin dalle origini verso la Spagna. È noto infatti che la vicina Provenza diviene provincia trobadorica solo nella seconda metà del 100 e che il primo dei trovatori che abbia piede in Provenza è Raimbaut d'Aurenga. Ma già coetaneo di lui è un misterioso veilletz lombartz. Pare che si trattasse di un cantore civile che prima di Legnano incitasse i compagni a unirsi contro il Barbarossa. Lombartz nel provenzale come nel francese antico aveva spesso unita una connotazione spregiativa, di usuraio e avaro, può indicare senza distinzione tutta l'Italia padana.

La forma del sirventese, il primo componimento che ci sia giunto attribuibile con ogni probabilità a un trovatore italiano, ci porta nel vivo delle lotte fra i comuni e l'impero e probabilmente vicino al Veneto, nella padana orientale. Questo singolare testo, un sirventese di esortazione alla lotta collettiva contro il nemico comune, l'imperatore Arrigo VI, che sta ammassando truppe per discendere in Italia quindi siamo verso marzo aprile 1194.

Il lombardo ha pur un nome e come autore di quest'unico canto è indicato nei tre manoscritti che lo conservano con Peire de la Cavarana. Il cognome esisteva ed era forse di origine veronese. A questo incerto nome è comunque legata la prima data certa del 1194 negli annali di produzione italiana in lingua d'oc. Il ritmo è impetuoso di marcia scandito da agili strofette di 6 pentasillabi. Infrazioni della grammatica provenzale: Pejer non pejor; compraz non comprai.

Anche Peire Vidal, di solito legato alla parte imperiale dei suoi primi protettori cisalpini, i marchesi di Monferrato, mostra di saper inserirsi subito nella dialettica politica feudale comunale dell'Italia settentrionale. Nel suo sirventese raccoglie un anno dopo gli stessi echi popolari e gli stessi argomenti retrospettivi antitedeschi, col ricordo delle stragi pugliesi.

Aimeric de Peguilhan e la corte estense

Guillem Raimon e Ferrarino da Ferrara. Beatrice d'Este e Buvalelli. Il primo centro di richiamo per i trovatori e giullari d'oltralpe fu nel Veneto la corte dei Marchesi d'Este. Una congiuntura favorevole per le sorti della poesia trobadorica fu il sodalizio fra il marchese Azzo e il conte Bonifacio di Sambonifacio di Verona, col quale dal 1207 egli divise il dominio della città. Un fatto che colpì i contemporanei fu la morte improvvisa e simultanea dei due signori amici, nel novembre 1212, poco dopo la grave sconfitta inflitta loro da Ezzelino nella battaglia di Ponte Alto presso Vicenza.

Il più importante dei trovatori transalpini è Aimeric de Peguilhan, un trovatore caro a Dante per le sue capacità di ornatus e di constructio, certo il più produttivo dei trovatori in Italia e anche il più ricco di legami interregionali con corti diverse. Nato a Tolosa di ceto mercantile come Vidal, rimase legato alla corte estense sicuramente dal 12 al 28 quando se ne hanno gli ultimi segni sicuri.

Per la morte di Azzo VI, Aimeric compose due planhs e in entrambi accanto al Marchese appare in secondo piano il Conte veronese, unito a lui nella morte com'era stato in vita. Sono rappresentati come campioni di tutte le virtù cortesi e in particolare della generosità. Tutte le stanze del planh presentato nel libro si chiudono con la parola essems, insieme, che sottolinea l'unione dei due signori. Le ultime due stanze esprimono le preoccupazioni per la sorte dei poeti ora privati del loro sostegno.

La corte d'Este e quella trevisana di Alberico de Romano sono due centri rivali la cui congiunzione si opererà verso la fine del secolo. Aimeric, nonostante le preoccupazioni, successivamente alla morte del marchese, doveva far ancora capo alla stessa corte se scambia successivamente una vivace tenzone con il giullare Guillem Raimon in cui i due si interrogano sul nuovo marchese, definendolo figlio della madre e non del padre nel senso che non somiglia al valoroso padre. Alla corte estense di Calaone, durante la giovinezza di Azzo VII si era avuta una fioritura di poesia galante di lode e d'amore intorno alle principesse di casa d'Este, in primo luogo Beatrice, figlia di Azzo VI e sorella di Azzo VII.

Fra le nobildonne del 200, Beatrice è stata certo la più lodata dai poeti come esempio di bellezza e di grazia e di virtù, ma giunta al sommo della fama, quando sembrava destinata a nozze regali, si ritirò improvvisamente dal mondo nel 1220 entrando nel monastero di Salarola e poi in quello di Gemmola che riformò da maschile a femminile. La ragazza morì giovane nel '26 in odore di santità.

Nella scia di Raimbaut, anche Aimeric de Peguilham aveva cantato poco prima del 20 di Beatrice, e in ben 5 canzoni di Aimeric, Beatrice appare nel congedo come destinataria accanto a Guglielmo Malaspina col quale Aimeric aveva stretti legami. Questa simbiosi costante fra i due protettori nell'invio dei canti fa sospettare qualcosa di più, cioè che fra i due esistesse un qualche rapporto e che fra le due corti in un certo momento si stesse formando un legame che venne meno con la morte improvvisa del marchese e il ritiro in convento di Beatrice. Molti i testi verso Beatrice il cui tono è sempre lo stesso: di platonismo galante e cortigiano.

Un altro segno che la corte di Calaone è stata nell'Italia nord-orientale il primo importante focolaio trobadorico è che il primo canzoniere di un trovatore italiano, Lambertino Buvalelli, appare tributario della storia estense e dell'accademia amorosa intorno a Beatrice. Il Buvalelli era un magistrato bolognese, dilettante di poesia. Non si sa dove imparasse il provenzale che padroneggia bene sia pure con qualche italianismo e imperfezione grammaticale. Il suo piccolo canzoniere d'amore è tutto orientato verso gli Este dove soggiornò sicuramente nel 1209 incontrando probabilmente per la prima volta Beatrice allora circa quindicenne. Sono sette i componimenti giunti attraverso una tradizione molto esigua rappresentata prevalentemente da D, il canzoniere estense nella sezione del Liber Alberici.

La sua è poesia convenzionale priva di riferimenti concreti: la fenomenologia dell'amore è sempre la stessa. L'obiettivo è una donna molto in alto della scala sociale, difficilmente accessibile, che non ricambia mai l'amore. Probabilmente queste poesie sono rivolte alla stessa persona: Beatrice.

Dopo la scomparsa dalla scena di Beatrice, il ruolo di ispiratrice dei trovatori e giullari sempre numerosi alla corte d'Este, passa a Giovanna, prima moglie di Azzo VII morta nel 33. Si scrive ad esempio: "Donna Giovanna d'Este piace a tutti Prodi, senza fallo, sicché io voglio starmene coi prodi." Fra i trovatori che ne scrissero vi sono Aimeric e Guilhem de la Tor. Ferrarino da Ferrara fu l'ultimo trovatore e il campione del gai saber provenzale alla corte Estense. Dovette pian piano rimanere solo e si mise a raccogliere i testi: probabilmente fu scarso l'interesse che la corte ferrarese di Azzo VIII portò ormai a quella cultura, più adatta al vecchio castello feudale di Calaone che scompariva smantellato dai padovani proprio alla fine del secolo, che ai ritrovi di dame e cavalieri nei palazzi cittadini.

Sordello: il noviziato giullaresco; Cunizza e la corte dei da Romano

Sordello era di piccola e povera nobiltà di campagna, la sua movimentata esistenza appare fortemente legata a questa origine, nella preoccupazione iniziale di distinguersi dai giullari dei quali pur condivideva la vita sregolata. Vi è l'aspirazione al prestigio professionale e all'ascesa sociale, coronata in Provenza compiendo a ritroso, unico tra i trovatori italiani, l'iter consueto ai poeti d'oltre Alpe.

Egli deve aver fatto prima la vita del giullare vagante, lo troviamo menzionato per la prima volta nel vivace sirventese satirico di Aimeric contro i giullaretti novelli che in numero sempre crescente facevano concorrenza sleale ai vecchi e onorati professionisti come lui. Questo è stato composto probabilmente nel 20, l'anno cruciale della morte di Guglielmo Malaspina, la fuga dal mondo di Beatrice d'Este e la discesa in Italia e l'incoronazione di Federico II.

A Sordello viene dato un posto distinto da quella turba, come truffatore emerito. "I matti e i ruffiani e i compari diventano troppi, e questo non mi piace... Per uno di noi due di loro. E non c'è nessuno che dia a loro una buona lezione!... E non dico questo contro il signor Sordello, perché egli non sembra uno di loro... In cerca di favori, ma quando gli manca chi gli presti denaro, egli non può far cinquina e l'altro terno", il che significa che lucrava sul prestito più del prestatore.

Tutte le prime testimonianze dell'attività di Sordello ci riportano alla corte Estense. C'è anzitutto la tenzone tra Joan d'Albusson e Sordello, forse posteriore al ratto di Cunizza. Joan lo accusa di essersi fatto giullare per povertà e di accettare doni e Sordello si schermisce sostenendo di non esser giullare. "Se davvero non siete giullare, come mai che in passato riceveste drappi di stoffa dal marchese?" Questo marchese sarà sicuramente Azzo VII e Sordello che non può negare il dono risponde di averlo utilizzato per rivestire un giullare povero.

Vi è poi lo scambio fra Sordello e Aimeric, "Mai al tempo si è visto un colpo così bello come quello che Sordello si prese sul ciuffo con un boccale. E se il colpo non fu mortale, la colpa è di quello che lo pettinò così". Risposta di Sordello: "Non credo che mai si sia vista una persona avara come quel vecchio accattone meschino di Ser Amerigo dalla triste figura: chi lo vede ha peggio che morte... Corpo torto e magro... Sciancato e zoppo." Questi diverbi giullareschi ai quali il giovane Sordello si trova mescolato hanno un significato ambientale e anche cronologicamente unitario, si tratta di un gruppo di giullari vaganti che si rappresenta comicamente con colpi, duelli e risse di taverna che si collocano probabilmente tra la fine del 20 e il 21; riferiscono a fatti memorabili avvenuti a Firenze e a Brescia. Essi avranno operato in qualche località padana, a cavallo dell'asse trobadorico allora così attivo tra Malaspina ed Estensi.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Manu8881 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Udine o del prof Formentin Vittorio.
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