L'Ottocento
Purismo e classicismo
Purismo: propone un ritorno ai grandi modelli letterali del Trecento; rifiuto di ogni tipo di apporto da altre lingue o dialetti.
Classicismo: tendenza a imitare le opere e le idee degli artisti passati ("i Classici").
All'inizio dell'Ottocento (19º secolo), a causa della reazione contro:
- Egemonia della cultura francese
- Invadenza della lingua francese (imposta durante l'Impero Napoleonico)
si sviluppò un movimento chiamato Purismo, caratterizzato dall'intolleranza di fronte a ogni innovazione. Conseguenza: forte antimodernismo diffuso dal manifesto purista di Antonio Cesari, Dissertazione sopra lo stato presente della lingua italiana. Secondo Cesari, considerato il capofila del Purismo italiano, nel 1300 tutti parlavano e scrivevano bene, sia gli autori letterari che i mercanti nelle scritture contabili.
Altre figure del movimento purista sono Basilio Puoti, Carlo Botta e Luigi Angeloni. Lo scrittore Vincenzo Monti si oppose alle esagerazioni del Purismo. Fin dal 1813, egli dimostrò di non sopportare Cesari e ironizzò in alcuni articoli apparsi sulla rivista "Poligrafo" sulla scelta lessicale di Cesari usata nella sua versione del "Vocabolario". Monti arrivò a colpire lo stesso Vocabolario della Crusca nella versione fiorentina. Le polemiche linguistiche montiane furono raccolte in una serie di volumi dal titolo Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca.
Anche lo scrittore francese Stendhal si oppose al Purismo; iniziò a circolare un suo scritto dal titolo I pericoli della lingua italiana, con cui metteva a fuoco la situazione linguistica della penisola italiana, caratterizzata da una varietà di dialetti e dall'artificiosità della lingua letteraria.
La soluzione manzoniana alla questione della lingua
Questione della lingua: disputa in ambito letterario per identificare quale lingua utilizzare nei territori della penisola italiana; iniziata nel 1300 con il De Vulgari Eloquentia di Dante Alighieri.
Tra i romantici milanesi si era parlato dell’italiano come di una lingua morta, valida per il piano ‘nobile’ della comunicazione ma inadeguata nei rapporti familiari, in cui si preferiva il dialetto. Alessandro Manzoni affrontò con determinazione la situazione e le sue idee, maturate nella stesura dei Promessi Sposi, hanno reso la nostra lingua più viva e meno letteraria.
La teoria linguistica manzoniana segna una svolta nelle discussioni sulla questione della lingua e fu espressa in una serie di carte private del Manzoni uscite postume con il titolo Della lingua italiana (il trattato fu pubblicato solo nel 1974). Manzoni affrontò la ‘questione della lingua’ a partire dalla sua esperienza di romanziere, prima di soddisfare le esigenze sociali della nazione, anche perché lo fece quando ancora la nazione politica non esisteva ancora.
Iniziò a occuparsi della prosa italiana fin dal 1821, durante la redazione del romanzo che divenne poi I Promessi Sposi (Fermo e Lucia, titolo originale versione mai data alla stampa). Manzoni studiò la lingua per cercare di capire se le forme linguistiche che usava fossero vive o obsolete; egli cercava infatti la lingua della conversazione comune, ed elaborò un concetto di uso molto più vitale e innovativo. Il suo obbiettivo era far sì che la lingua scritta non fosse così lontana da quella parlata.
Nel 1827, dopo la prima pubblicazione del romanzo, andò a Firenze e il contatto diretto con la lingua suscitò una reazione decisiva. L’esito di questo studio fu la nuova edizione dei Promessi Sposi, detta "quarantana" (1840-1842, pubblicata a fascicoli), corretta per adeguarla all’ideale di una lingua d’uso resa scorrevole e senza latinismi né dialettismi, più vicina alla lingua naturale e comune. Si trattava del linguaggio fiorentino dell’uso colto.
Nel 1868 Manzoni scrisse una Relazione su come diffondere la lingua e nacque la cosiddetta questione sociale, che portò a un’ascesa polemica: Tommaseo e Lambruschini presero le distanze da Manzoni, rivendicando la funzione degli scrittori nella regolamentazione della lingua e sollevando dubbi di varia natura sul primato assoluto dell’uso vivo di Firenze. Per diffondere il fiorentino, Manzoni proponeva la realizzazione di un vocabolario della lingua italiana concepito su basi nuove, affiancato da vocabolari bilingui in cui vi erano le parole toscane corrispondenti a quelle delle varie parlate d’Italia.
La teoria manzoniana ebbe effetti rilevanti: l’esempio di Manzoni favorì la prassi della cosiddetta “risciacquatura in Arno” ovvero del soggiorno culturale a Firenze allo scopo di acquisire familiarità con la lingua parlata in quella città. L’unico freno alla teoria Manzoniana nel mondo della scuola fu probabilmente il prestigio di Carducci, che fu avversario del popolanesimo toscaneggiante.
Una stagione d'oro della lessicografia
L’Ottocento è il secolo dei vocabolari: non c’è più solo il Vocabolario della Crusca. Nasce infatti la Crusca Veronese, ad opera di Antonio Cesari, capofila del Purismo, realizzata nel 1806-1811. Cesari aveva riproposto il Vocabolario della Crusca con una serie di giunte allo scopo di esplorare ancora più a fondo il repertorio della lingua trecentesca.
- Vocabolario della lingua italiana, Giuseppe Manuzzi, purista, pubblicato tra il 1833 e il 1842
- Dizionario della lingua italiana, di Francesco Cardinali, Francesco Orioli e Paolo Costa, la cui pubblicazione iniziò a Bologna nel 1819
- Dizionario della lingua italiana, “della Minerva”, detto di Luigi Carrer e Fortunato Federici, uscito a Padova tra il 1827 e il 1830
Tutti i vocabolari però, se pur arricchiti di giunte rispetto al vocabolario iniziale della Crusca, mantenevano il corpus lessicale di quest’ultimo, che conferiva loro mancanza di originalità. Tra il 1829 e il 1840 la società tipografica Tramater diede alle stampe il Vocabolario Universale Italiano, la cui base era ancora la Crusca, ma aveva un taglio enciclopedico e dedicava particolare attenzione alle voci tecniche, di scienze, lettere, arti e mestieri.
L’opera è considerata una novità anche per il superamento delle definizioni tradizionali: i vocabolari del passato avevano fatto riferimento a conoscenze presupposte nel lettore, definendo, ad esempio, il cane come ‘animale noto’ e il cavolo come ‘erba nota’. Il Tramater, al contrario, offriva una definizione zoologica e botanica sulla base della precisa classificazione scientifica.
Il vocabolario più prestigioso dell’Ottocento è però il Dizionario di Tommaseo (portato poi a termine da Bellini). Quest’opera si caratterizza per l’originalità: sono infatti presenti le [T.] con cui Tommaseo firmava i propri contributi, spesso non molto oggettivi. Uno dei punti di forza del nuovo vocabolario, oltre alla dimensione e alla quantità di vocaboli, era la strutturazione delle voci. Il criterio seguito consisteva nel dichiarare "l’ordine delle idee" a partire dal significato più comune e universale, ordinando gerarchicamente i vari significati di una parola, affiancati da numeri progressivi e privilegiando l’uso moderno, pur documentando allo stesso tempo l’uso del passato.
Grazie alla Relazione al ministro Broglio, da parte di Manzoni, che rese pubbliche le ragioni per le quali il fiorentino dovesse essere diffuso, venne realizzato un vocabolario, noto come Giorgini-Broglio, che prese come modello il Dictionnaire de l’Académie française. Il Vocabolario Giorgini-Broglio introduceva infatti una novità tipica del francese: l’abolizione degli esempi d’autore (presenti sia nel Vocabolario della Crusca che in quello di Tommaseo-Bellini).
Al posto delle citazioni tratte dagli scrittori, il Giorgini-Broglio presentava una serie di frasi anonime e allo stesso tempo vennero eliminate anche le voci arcaiche. Alessandro Manzoni morì nel 1873, prima del completamento del vocabolario da lui ispirato (venne infatti completato dai due manzoniani Giorgini e Broglio, che diedero il nome al vocabolario).
Nell’Ottocento furono realizzati anche moltissimi vocabolari dialettali, pubblicati con lo scopo di scoprire le tradizioni italiane.
Gli effetti linguistici dell'Unità politica
Al momento dell’Unità d’Italia (1861) non esisteva ancora una lingua comune. I vari territori erano caratterizzati da differenze profonde per quanto riguarda tradizioni, abitudini, modi di vivere, sviluppo economico e sociale. In comune tra i vari stati c’era solo un modello di italiano letterario, elaborato dalle élites, mentre mancava completamente una lingua comune della conversazione.
La situazione era difficile:
- Il numero degli italofoni (coloro in grado di parlare italiano) era molto basso;
- Al momento della formazione del Regno d’Italia quasi l’80% degli abitanti era analfabeta e non tutto il restante 20% sapeva usare l’italiano; l’essere alfabeta dunque non significava avere un reale possesso della lingua scritta.
Nel 1870, l'unificazione era quasi completata, ma solo il 2,5% della popolazione sapeva leggere, scrivere e parlare la lingua italiana. I toscani erano considerati "naturalmente in grado di usare l’italiano" per la vicinanza tra il toscano parlato e l’italiano letterario. Anche i romani erano considerati tali in quanto il loro dialetto era molto toscanizzato, si può affermare che toscani e romani con un’istruzione elementare hanno un possesso accettabile della lingua.
Con la formazione dell’Italia unita, per la prima volta la scuola elementare divenne ovunque gratuita e obbligatoria grazie alla Legge Casati del 1859. La Legge Coppino del 1877 invece rese obbligatoria la frequenza per almeno i primi 2 anni, punendo gli inadempienti. Nonostante l’istruzione obbligatoria, nel 1861, al momento dell’Unità d’Italia, almeno la metà della popolazione infantile evadeva l’obbligo scolastico (anche molti anni dopo, nel 1906, evadeva l’obbligo il 47% dei ragazzi).
La scuola ebbe comunque un’incisione profonda sulla società e inoltre si confrontarono posizioni teoriche diverse: erano presenti insegnanti puristi, insegnanti manzoniani e insegnanti classicisti che proponevano ai loro allievi modelli diversi di italiano.
Secondo Tullio de Mauro (linguista e accademico italiano, è stato Ministro della Pubblica Istruzione nel 2000/2001) le cause che hanno portato all’unificazione linguistica italiana, oltre all’istruzione obbligatoria fino alla terza elementare, sono:
- La leva obbligatoria: mandare i ragazzi dal sud al nord faceva in modo che questi trovassero un modo per parlarsi senza l’uso del dialetto;
- La stampa periodica, dei quotidiani, la radio e la TV;
- La lingua della burocrazia: lo stato ormai formato centralizza dal punto di vista amministrativo tutto a Roma; le leggi e le norme vengono scritte in italiano.
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