Capitolo 1: Storia della lingua italiana: nascita e sviluppo di una disciplina
1. La riflessione antica sulla formazione dell’italiano
1.1 Il "De vulgari eloquentia" di Dante
Benché la storia della lingua italiana sia introdotta nell’ordinamento universitario del nostro paese da poco più di sessant’anni, essa esisteva già prima, pur non avendo un settore autonomo, ma essendo legata ad altri studi o collocata all’interno di altri ambiti di conoscenza, posta com’era al punto di congiunzione tra la letteratura e la linguistica. Il legame con la letteratura è molto forte, tuttavia la storia della lingua non si risolve affatto nella lingua letteraria. Essa è ben più ampia: la parola, infatti, corre sulla bocca di tutti, serve a tutti, anche quando la scrittura è patrimonio di pochi. La storia della lingua aiuta a meglio comprendere la storia nazionale, testimonia lo sviluppo stesso dell’idea di nazione. Seguire le vicende della storia linguistica significa dunque seguire la storia d’Italia.
Il più antico trattato in cui vennero affrontati temi storico-linguistici di tale genere è il De vulgari eloquentia di Dante, che risale all’inizio del Trecento, ossia una rassegna delle varietà di volgare parlate nella penisola italiana, un esame della tradizione poetica nella nuova lingua. Dante affronta questi temi dopo avere svolto un discorso introduttivo in cui vengono toccate questioni di tipo storico, in una prospettiva ampia, a partire dalle origini del linguaggio umano. Il suo punto di partenza sta nel racconto della Bibbia, là dove narra la creazione dell’uomo e la confusione babelica dei linguaggi. Per Dante è cosa certa la parentela tra il provenzale, il francese e l’italiano, parentela verificabile nella somiglianza di molte parole di questi tre idiomi. Per lui la lingua che sta alle spalle di queste tre non è il latino, come riteniamo noi moderni, in quanto non sembra essere una lingua naturale, ma una creazione dei dotti, una sorta di idioma artificiale per la letteratura; secondo Dante i fondatori della lingua grammaticale si sono ispirati all’affermazione italiana sì per coniare il termine sic (‘così’). Queste osservazioni dantesche si collocano, come si diceva, nell’ambito della Bibbia. Si tenga comunque presente che il mito della Torre di Babele, su cui si sofferma Dante, fu preso sul serio per secoli e ad esso si fece riferimento ancora alla fine del Settecento, da parte di eruditi e studiosi. Evidentemente la teologia condizionava notevolmente gli studi linguistici. La teoria di Dante, in cui si mescolano teologia, filosofia, tesi letterarie e linguistiche, è tuttavia molto lontana dal nostro punto di vista.
1.2 Le teorie degli umanisti: Biondo Flavio e Leonardo Bruni
Una vera tradizione di studi sulla storia della nostra lingua ebbe inizio con gli umanisti della prima metà del Quattrocento, i quali, si posero non tanto il problema dell’origine dell’italiano, ma piuttosto si interrogarono sulla situazione linguistica al tempo di Roma antica; cercava di definire le cause che avevano portato alla fine della romanità, al crollo di una civiltà così splendida e volevano in sostanza rispondere alla domanda: Come parlavano gli antichi romani? Secondo Biondo Flavio al tempo di Roma si parlava una sola lingua, cioè il latino, e questa lingua si era corrotta per una causa esterna, la venuta dei popoli barbari: da questa corruzione era nato l’italiano, che risultava frutto di una mistura tra il latino e le barbarie. La fase storica in cui tale ‘corruzione’ e ‘contaminazione’ si era sviluppata, la attribuì ai Longobardi giunti nel VI secolo. Per Dante, nel De vulgari eloquentia, la mutevolezza delle lingue derivava dalla maledizione babelica, dalla punizione divina che aveva cancellato la lingua edenica originaria (presso il popolo ebreo). Per Biondo e per altri umanisti, invece, la mutevolezza del latino derivava da una contaminazione con la barbarie, una maledizione laica.
Per gli umanisti, dunque, l’italiano era il prodotto delle disgrazie della storia. Un diverso punto di vista fu espresso da Leonardo Bruni, convinto che al tempo di Roma antica non si parlasse un latino omogeneo, poi corrottosi con la barbarie, ma ci fossero già due diversi livelli di lingua, uno ‘alto’, letterario, l’altro ‘basso’, popolare. Da quest’ultimo si sarebbe poi sviluppato l’italiano. Secondo la tesi del Bruni, la calata dei barbari non era stata affatto decisiva per la formazione del volgare, il quale era nato invece da un’evoluzione autonoma del latino popolare.
Le due tesi fissano un tema fondamentale di questo confronto tra gli studiosi: per secoli le varie interpretazioni proposte sulla nascita dell’italiano si rifecero sostanzialmente a queste due linee.
1.3 Giambullari: Etrusco e toscano
Riguardo alle due interpretazioni delle cause della formazione dell'italiano (1. originato dalle lingue barbare, 2. originato dal latino popolare), in seguito si arrivò ad un metodo sempre più rigoroso, trasferendo il discorso dalle ipotesi a una dimostrazione filologica precisa e documentata. Staccandosi completamente dalle due ipotesi umanistiche del Biondo e del Bruni, in Toscana, Giambullari sostenne che la lingua toscana era l’erede diretta dell’etrusco. Questa teoria, tuttavia, rimase sempre marginale.
1.4 Castelvetro: La teoria della ‘lingua latina vulgare’
Ludovico Castelvetro usò la definizione di lingua latina vulgare spiegando come al tempo di Roma antica dovesse essere esistito un latino popolare, il quale nella grammatica non differiva dal latino vero e proprio; il lessico, però, era diverso da quello ‘nobile’, per la presenza di parole che nel latino classico non c’erano. Il processo attraverso il quale la lingua latina volgare aveva soppiantato la latina classica, attribuiva una funzione determinante all’influenza degli imperatori di nascita straniera e alle corti. Tali imperatori non avevano imparato il latino letterario puro, ma avevano usato le forme della lingua popolare; in seguito questa lingua si era ulteriormente guastata per l’influenza degli invasori barbari.
1.5 La ricerca dei documenti epigrafici e archivistici: Celso Cittadini e Ludovico Antonio Muratori
Una svolta decisiva si ebbe con Celso Cittadini, autore del Trattato della vera origine e del processo e nome della nostra lingua, nel quale tendeva a escludere che le invasioni barbariche avessero avuto importanza per lo sviluppo della lingua italiana. Il suo merito non sta nella ripresa di questa tesi, ma nel tentativo di verificarla attraverso lo studio degli antichi documenti epigrafici. A suo giudizio la lingua latina non andava vista come qualche cosa di omogeneo, ma aveva avuto dei mutamenti. Il concetto di ‘corruzione’ perdeva ogni connotazione negativa, diventando l'equivalente di una semplice ‘alterazione’: la trasformazione delle lingue veniva vista come un fatto da descrivere e comprendere, non come un’occasione per levare il pianto sulla fine della civiltà classica.
Un'altra latta importante si ebbe con Ludovico Antonio Muratori, nel secolo XVIII. Le sue opere hanno permesso di conoscere la storia del Medioevo italiano in maniera seria e precisa. Questa sua attenzione era sollecitata dal desiderio di trovare in area italiana il Giuramento di Strasburgo, trasmesso dal cronachista medievale Nitardo, il quale aveva affermato che esso era in lingua romana. Sulla scorta di quest'indicazione, gli studiosi del Cinquecento e del Seicento avevano pensato che la lingua definita come ‘romana’ da Nitardo fosse una sorta di idioma intermedio tra il latino e le lingue moderne da esso derivate. Il fatto è, però, che tale ‘lingua intermedia’ finiva per essere concepita in maniera troppo rigida, come una lingua vera e propria, omogenea, non come una fase storica di trapasso, caratterizzata dalla varietà d’uso geografiche e sociali (si riteneva che la lingua intermedia fosse stata usata alla stessa maniera in tutti i paesi dell’Europa non germanica, in Francia, in Italia, in Spagna, in Provenza). Muratori non credette mai ad un’ipotesi del genere; egli era convinto che dal latino si fossero formate lingue diverse nelle varie zone dell’Impero, che le lingue germaniche avessero avuto un peso determinante nella trasformazione del latino, che la ‘lingua intermedia’ non fosse mai esistita e che nei documenti risalenti al Medioevo fosse possibile riconoscere le tracce della lingua volgare del tempo, la quale affiora qua e là.
1.6 Dalla teoria della ‘lingua intermedia’ alla storia linguistica nazionale
Tra il latino classico e il moderno francese, alcuni studiosi collocarono questa ipotetica lingua intermedia o ‘romana’. La teoria fu accolta anche in Italia, e applicata alla storia dell’italiano. Francois Raynouard aveva identificato questa lingua nel provenzale. Lo studioso francese, pur perseguendo la teoria (sbagliata) della ‘lingua intermedia’, resa ancor più fallace per l'identificazione con il provenzale, ebbe però il merito di essere tra i fondatori degli studi romanzi. Quanto a Perticari, la sua interpretazione del passaggio dal latino all’italiano attraverso la ‘lingua intermedia’ ha un grande valore documentario e rappresenta la conoscenza più avanzata che si avesse nell’italiano del primo Ottocento sulle questioni di linguistica storica. Merito di Perticari è l’interesse per i testi italiani antichi, per la letteratura anteriore a Dante, considerata documento della ‘lingua intermedia’: pur con questo errore nasceva un interesse filologico per i testi antichi e si formava l’idea che persino nelle parlate popolari italiane, nei dialetti, si conservassero tracce interessanti delle fasi antiche della lingua. Di lì a pochi anni nacque anche una dialettologia scientifica per estendere il campo della linguistica al di là dei confini del linguaggio letterario.
Nel 1818 e nel 1820 Giuseppe Grassi, progettava un libro di storia della lingua italiana, dal quale emerge una visione del passaggio dal latino all’italiano ispirata alla tradizione: egli vide nei barbari invasori dell’Impero romano gli avversari eterni dell’Italia. L’opera è dunque un interessante documento del legame tra sentimento patriottico e studi linguistici. Nasceva così l’idea che la storia linguistica fosse una parte della storia della civiltà nazionale, oltre che la base della storia letteraria. Pur rimanendo un’opera incompiuta, la storia linguistica italiana veniva ormai considerata come un settore di studi di primaria importanza.
1.7 Dalla linguistica ‘prescientifica’ alla lingua ‘scientifica’
Nella linguistica europea dell'inizio del secolo XIX occupano una posizione di eccezionale rilievo due studiosi tedeschi, i fratelli Schlegel. Ci riferiamo non tanto alla storia dell’italiano, quanto agli studi sull’origine della famiglia di lingua a cui l’italiano appartiene, cioè il vasto raggruppamento indoeuropeo. Nel 1808, pubblicò un saggio intitolato Sulla vita e la sapienza degli Indù, nel quale venivano mostrati i rapporti tra le lingue d’Europa e il sanscrito (la lingua sacra dell’India). Si dice che con questo libro nacque il moderno comparativismo, cioè lo studio delle lingue basato sul raffronto tra idiomi diversi, legati da parentela. Gli Schlegel, dalla scoperta del sanscrito, considerato lingua più antica delle altre e strutturalmente perfetta (ancor più del greco e del latino), seppero ricavare conseguenze di grande portata culturale, tanto da rivoluzionare il metodo di studio delle lingue, dandogli fra l’altro uno status universitario. Quanto alla separazione tra linguistica ‘scientifica’ e ‘prescientifica’, gli Schlegel presentando un’immagine molto negativa degli studi a loro preceduti, condannati come privi di rigore, divenne normale dividere la storia delle lingua in due fasi, quella scientifica moderna, dagli Schlegel in poi e quella ‘prescientifica’ o ‘empirica’, fino agli Schlegel.
Oggi, comunque, molti studiosi hanno rivisitato la storia linguistica guardando con interesse anche al passato anteriore agli Schlegel, scoprendovi acquisizioni di alto livello, non solo approssimazioni e fantasie (per es. già nel Seicento era stata elaborata una teoria in cui si ipotizzava la parentela tra lingue europee e persiano; questa teoria, detta ‘teoria scitica’, perché la lingua capostipite veniva identificata nell’antico scitico, è un’evidente anticipazione del comparativismo moderno). Insomma, oggi ci si volge al passato della lingua con più disponibilità di quanta ne dimostrarono gli Schlegel, e si scopre che anche prima della ‘svolta’ scientifica del comparativismo ottocentesco si erano costituite teorie affascinanti e si erano diffuse alcune cognizioni di grande interesse.
2. La riflessione scientifica sulla storia dell’italiano
2.1 August Wilhelm Schlegel
La linguistica degli Schlegel toccò indirettamente anche il tema della formazione dell’italiano, nell’ambito della ricerca sulla formazione delle lingue romanze. Fu August Wilhelm ad occuparsi di questo argomento in un saggio in forma di recensione all’opera di Francois Raynouard. Veniva riesaminato tutto il processo di formazione delle lingue romanze e veniva proposta una tipologia concepita proprio attraverso l’osservazione della grammatica del sanscrito: secondo gli Schlegel le lingue potevano essere di tre tipi:
- Senza struttura grammaticale;
- Ad affissi;
- Flessive.
Le prime, come il cinese, erano quelle con parole che non potevano essere modificate, ‘radici sterili’; la seconda categoria era quella delle lingue le quali permettevano la combinazione di composti, ottenuti mediante elementi dotati di un senso compiuto (Schlegel riteneva che a questa categoria appartenessero le lingue degli indigeni d’America). Tra tutte le lingue, tuttavia, il primo posto doveva a suo giudizio essere assegnato alle lingue flessive, cioè a quelle lingue dotate di un sistema grammaticale strutturato, così come lo si trova nel sanscrito, nel greco, nel latino e negli idiomi europei: in queste lingue ogni parola è composta da una radice, modificata da un elemento privo di per sé di significato, quale è la desinenza; mediante la desinenza si segna il genere, il numero, l’alterazione, i tempi dei verbi; la desinenza, modificando la radice, permette di esprimere molte idee con poche parole, a differenza di quanto accade nelle lingue della categoria 1) e 2).
Stabilito il principio della superiorità delle lingue indoeuropee flessive, Schlegel introduceva un’altra distinzione tipologica, tra le lingue ‘sintetiche’ e le lingue ‘analitiche’. Questa categorizzazione serviva a distinguere le lingue analitiche dalle moderne. Caratteristica delle lingue analitiche è la presenza dell’articolo, dei pronomi davanti ai verbi, delle preposizioni per supplire all’uso dei casi. Le lingue analitiche, secondo Schlegel, erano nate dalla decomposizione delle sintetiche, trasformazione avvenuta nel passaggio dal latino alle lingue romanze: il latino aveva i casi, non conosceva l’articolo, coniugava i tempi composti in modo sintetico, cioè senza far ricorso all’ausiliare; le lingue romanze, viceversa, hanno tutte l’articolo, e i casi espressi da desinenze sono stati rimpiazzati da preposizioni. La riflessione sulle lingue veniva a questo punto a collegarsi all'analisi della trasformazione del latino e dell'origine delle lingue romanze, coinvolgendo anche la storia dell’italiano. La formazione di una grammatica analitica al posto di quella sintetica era da considerare la causa vera e profonda della trasformazione del latino. Secondo Schlegel, tale sviluppo era spiegabile con l’influenza esercitata dai barbari e dai provinciali, incapaci di usare in maniera corretta le desinenze e i casi del latino classico. A questo punto Schlegel introduceva una critica decisiva alla teoria della ‘lingua intermedia’ sostenuta da Raynouard, ossia che la romana fosse un'entità uniforme, parlata in tutto l'impero occidentale, e che solo in un secondo tempo da essa fossero nate le lingue italiana, spagnola, portoghese, francese. Lo studioso tedesco obiettava che il concetto di ‘lingua romana’ andava inteso in modo diverso, come una pluralità di lingue locali, differenti a seconda del periodo e del luogo. Impossibile, dunque, considerare unitaria la presunta lingua intermedia. Con questa critica a Raynouard, veniva fondata la prospettiva della moderna romanistica, disciplina che studia la formazione e lo sviluppo delle lingue derivate dal latino.
2.2 Graziano Isaia Ascoli (1829-1907)
Ascoli fu il primo linguista italiano formato attraverso lo studio della linguistica tedesca, capace di muoversi in campi diversissimi, con una pienezza di competenze eccezionale. Si dedicò alla linguistica italiana in particolare dopo il 1870: fu il primo a dare una descrizione accurata e completa della distribuzione dei dialetti italiani e delle loro caratteristiche, in uno studio intitolato L’Italia dialettale. Rielaborò, inoltre, la ‘teoria del sostrato’, in base alla quale veniva stabilita l’importanza dell’azione svolta dalle lingue vinte su quelle dei vincitori. Il sostrato era un vero e proprio condizionamento, determinato anche dalla struttura degli organi fonatori, un condizionamento interpretabile in chiave fisico-biologica, definito da Ascoli ‘fattore etnico’. Esso non serviva comunque a spiegare tutti i mutamenti fonetici, ma solo una piccola parte delle trasformazioni delle lingue. Ascoli dimostrò che l'unificazione linguistica italiana non era avvenuta secondo...
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Storia della lingua italiana, prof. Frosini, libro consigliato La lingua italiana, Marazzini
-
Riassunto esame Storia della lingua italiana, Prof. Brook Paloma, libro consigliato La lingua italiana. Profilo sto…
-
Riassunto esame Istituzioni di storia della lingua italiana, prof. Cannata, libro consigliato La lingua italiana. P…
-
Riassunto esame Istituzioni di storia della lingua italiana, Prof. Motolese Matteo, libro consigliato La lingua ita…