Istituzioni di storia della lingua italiana
Importanza della storia della lingua
La storia della lingua aiuta meglio a comprendere la storia di una nazione. L'unità in Italia fu prima linguistica che socio-politica. Il più antico trattato sulla lingua italiana è il De vulgari eloquentia di Dante Alighieri, in cui l’autore passa in rassegna, analizzandola, la grande varietà di dialetti che costellano la penisola italiana, sin dalle origini del linguaggio umano. Il punto di partenza di tale analisi sta nella Bibbia, là dove è raccontata la creazione dell’uomo e la confusione babelica dei linguaggi. Per Dante, la lingua latina, chiamata gramatica, non è altro che invenzione dei dotti, dunque lingua artificiale, costruita di sana pianta, non naturale. Ed egli è convinto di questa idea che ritiene che i dotti si siano ispirati al “sì” italiano per costruire il “sic” latino.
Teorie linguistiche nei secoli
La leggenda della Torre di Babele rimarrà a lungo impressa nell’immaginario collettivo intellettuale, fino almeno alla fine del Settecento. Ciò dimostra quanto fosse importante la componente teologica. Tuttavia è da ricordare che il De vulgari eloquentia cadde in oblio, per poi essere riscoperto all’inizio del ‘500. Un vero e proprio dibattito sulla lingua ha inizio nel ‘400, a partire dalle molteplici teorie linguistiche proposte dagli Umanisti. La loro analisi ha come punto di riferimento la storia dell’antica Roma. In particolare, essi si chiedono che lingua parlassero gli antichi romani.
Secondo Biondo Flavio, grande umanista quattrocentesco, ai tempi dell’antica Roma si parlava una sola lingua: il latino. Il latino, a causa delle invasioni barbariche, è stato corrotto, modificato, riplasmato; questa lingua corrotta ha dato poi origine all’italiano, commistione dunque tra latino e barbarie. In particolare, Biondo Flavio ritiene che proprio ai Longobardi (VI sec.) sia da imputare tale corruzione, poiché popolo più rozzo e meno sviluppato. Se per Dante il mutamento della lingua latina fu dovuto alla maledizione babelica, per Biondo Flavio, tale mutamento è dovuto al contatto con i popoli barbari: una sorta di maledizione laica.
Un’altra teoria rilevante è quella di Leonardo Bruni, il quale sostiene che, ai tempi dell’antica Roma, esistevano due livelli linguistici: un latino “alto”, elevato, nobile, ed un altro “basso”, popolare. Da quest’ultimo, secondo lo studioso, sarebbe poi nato l’italiano. Questa teoria anticipa il concetto di “latino volgare”. Prevalse, tuttavia, la teoria di Biondo Flavio, che venne ripresa da molti studiosi, soprattutto da Pietro Bembo per la costituzione delle sue Prose della volgar lingua. Il pensiero di Bruni venne alterato nel corso del tempo, interpretato come l’esistenza nell’antica Roma, non di due piani linguistici, bensì di due lingue nette e separate: il latino e l’italiano. Questa teoria fu definita come “pseudobruniana”.
Interpretazioni moderne e contributi
Giambullari, dal canto suo, riteneva che la lingua toscana derivi dall’etrusco proprio perché nel territorio dell’odierna Toscana, era collocato il centro della civiltà etrusca. Lodovico Castelvetro, invece, parla di “lingua latina vulgare”, separandola dalla “lingua latina classica”. La sua tesi si riferisce al fatto che, nell’antica Roma, esistevano vocaboli popolari che non erano presenti nel lessico del latino colto e letterario. Questi vocaboli, sconosciuti al latino classico, si sarebbero poi tramandati nell’italiano. Secondo Castelvetro, la lingua popolare ebbe maggior diffusione grazie al contributo sociolinguistico di imperatori stranieri, i quali facevano uso di questa varietà bassa di latino. La “lingua latina vulgare” si è maggiormente corrotta, poi, con la discesa dei popoli barbari, soprattutto dei longobardi.
Celso Cittadini tende ad escludere che le popolazioni barbariche abbiano determinato la mutazione della lingua latina. Egli ritiene che la lingua latina abbia avuto delle modificazioni interne nel corso del tempo e ciò è possibile verificarlo nelle iscrizioni epigrafiche di epoca tarda, nelle quali si riscontra un uso della lingua diverso da quello classico. Questo fenomeno è presente nei Giuramenti di Strasburgo, in cui la lingua utilizzata, secondo Nitardo, è una “lingua romana”, idioma intermedio tra il latino e le lingue moderne, diffusa in tutta Europa con caratteri eterogenei.
Storia della lingua nel XIX e XX secolo
Ludovico Muratori rifiuta categoricamente l’ipotesi dell’esistenza di una lingua intermedia, sostenendo invece che, nella mutazione della lingua latina, abbiano avuto un ruolo rilevante l’influenza delle lingue germaniche e che ciò è possibile riscontrare nei primi documenti in volgare. August Schlegel, nella sua analisi linguistica, distingue tra tre forme di lingue: 1) senza struttura grammaticale; 2) ad affissi; 3) flessive. Quelle più importanti, a suo giudizio, sono quelle flessive che presentano un ricco sistema grammaticale ed una struttura “economica”. Distingue ancora tra “lingue analitiche” e “lingue sintetiche”. Le lingue analitiche (le lingue romanze), più complesse e strutturate, derivano dallo smantellamento di quelle sintetiche (il latino). Tale metamorfosi, secondo Schlegel, è da attribuire ai barbari ed ai provinciali, i quali non sapevano usare in maniera corretta le desinenze e i casi del latino classico.
Contributo importante è stato quello di Graziadio Ascoli, il quale si è dedicato alla linguistica italiana a partire dal 1870 e allo studio dei dialetti italiani (“L’Italia dialettale”). Sosteneva la teoria del sostrato, per la quale la lingua dei vinti influenza quella dei vincitori, definito come “fattore etnico”. Significativi i contributi alla rivista da lui fondata nel 1873, “Archivio glottologico italiano”, nel cui Proemio, non solo si oppone alle tesi linguistiche di Manzoni, ma anche definisce il rapporto tra la lingua toscana e la lingua italiana.
Ascoli sostiene che l’unificazione linguistica italiana non è avvenuta alla maniera francese o latina: queste due lingue avevano un centro culturale e linguistico forte, egemone ed unificatore (Parigi e Roma), che ben presto ha permesso un’unificazione anche dal punto di vista della lingua. Per l’Italia non era così: la situazione politica era assai diversa. Vi era, insomma, un forte policentrismo, a causa del quale l’unificazione sia politica che linguistica è avvenuta piuttosto tardi, solo nel XIX secolo. Fattore da non sottovalutare per l’analisi della lingua, secondo Ascoli, sono i dialetti (derivati dal latino volgare), base su cui si poggia la lingua italiana.
La storia della lingua italiana è una disciplina relativamente “giovane”. La prima cattedra di storia della lingua fu ricoperta da Bruno Migliorini nel 1938 a Firenze. Il suo contributo più importante è “Profilo di storia della lingua italiana” del 1960, nella cui prefazione l’autore distingue tra la storia della lingua e la storia letteraria, incentrata sugli scrittori, e confutando il pensiero di Benedetto Croce. Croce, infatti, sosteneva che non vi era alcuna differenza tra fare storia della lingua e storia della letteratura.
Nell’opera del ’38, “Lingua contemporanea”, Migliorini si preoccupa di sottolineare l’importanza degli autori contemporanei, smentendo la teoria che gli antichi siano superiori ai moderni. Tullio De Mauro, con la sua “Storia linguistica dell’Italia unita” ha messo in rilievo l’importanza delle masse popolari da un punto di vista economico, culturale e socio-linguistico, per la costituzione di una lingua comune. Notava un fatto sorprendente: al momento dell’unità d’Italia, solo il 2,5% circa della popolazione era in grado di capire e parlare correttamente l’italiano.
Fattori di unificazione linguistica
Fattori importanti per l’unificazione linguistica, secondo De Mauro, sono stati: l’emigrazione, l’urbanesimo, la nascita di grandi poli industriali, la diffusione della stampa, della radio, della televisione, la burocrazia e gli effetti del servizio militare obbligatorio, che allontanava migliaia di giovani dal loro paese (e dialetto) di origine. Sottolinea, inoltre, che l’italiano al momento dell’unità, non era qualcosa di omogeneo, ma un idioma fortemente variegato, che presentava numerose tracce locali e dialettali proprie dei parlanti dell’epoca.
Grande importanza ai dialetti di ogni singola regione, in un quadro diacronico, viene data da Francesco Bruni ne “L’italiano nelle Regioni”, finalizzata a descrivere la storia dell’italiano in ogni regione della Penisola. Opera che fornisce un quadro completo e aggiornato delle attuali conoscenze riguardo alla lingua è “Storia della lingua italiana” del 1993 di Serianni-Trifone. Quest’opera è divisa in tre volumi: 1) I luoghi della codificazione; 2) Scritto e parlato; 3) Le altre lingue.
Strumenti di lavoro
Un buon studioso di storia della lingua deve avere delle solide conoscenze di filologia romanza, cioè lo studio e la ricostruzione critico-letteraria, oltre che storica, di testi sia antichi che moderni. Il filologo romanzo studia i testi relativi all’area romanza, comparandoli l’un l’altro per fini storico-linguistici. Il filologo che studia testi antichi, precedenti all’invenzione della stampa, dovrà avere conoscenze in merito alla “paleografia” (cioè lo studio e l’analisi della scrittura), avvalendosi di testimonianze scritte dei vari periodi storici e analizzando, dopo averle riconosciute e classificate, le varie modalità di scrittura. Esse sono:
- Gotica (presente in Italia tra il XII-XIII sec.)
- Semigotica (usata dai primi umanisti, Petrarca e Boccaccio)
- Minuscola cancelleresca (diffusasi tra il XIII-XIV sec.)
- Mercantesca
- Italica (famosa a partire dal XV sec. e poi divenuta la più comune e diffusa)
L’elemento dialettale è assai importante per definire i caratteri dell’italiano. Infatti, prima della “nazionalizzazione” della lingua toscana, i dialetti avevano tutti la stessa importanza. L’italiano di oggi non è una lingua unica ed omogenea, bensì caratterizzata da elementi locali e regionali, a livello fonetico, morfologico e sintattico. A tal proposito, risultano rilevanti gli atlanti linguistici: lo studioso della lingua traccia su una carta geografica, attraverso uno studio profondo dei dialetti, tutte le caratteristiche ed informazioni locali che si sono affermate di zona in zona.
La grammatica storica, sviluppata sinel clima del Positivismo nella seconda metà dell’Ottocento, è un mezzo importante per la strutturazione della lingua italiana, attraverso analisi fonetiche, morfologiche e sintattiche, a partire dalla lingua latina. Essa dimostra che le lingue si sviluppano e progrediscono non a caso nel tempo, ma secondo criteri ben precisi, graduali, che è compito della grammatica riordinare e collocare nel tempo. Le grammatiche storiche più importanti sono: la “Grammatica storica” (1966, ediz. Italiana) di G. Rohlfs, studioso tedesco, che presta particolare attenzione ai dialetti d’Italia, visti in funzione dell’unificazione linguistica; e la grammatica di D’Achille, rivolta a un pubblico di non specialisti, come studenti universitari, e basata più sulla fonetica e morfologia che sulla sintassi.
La grammatica, in quanto insieme di regole, nasce dopo l’affermazione di una lingua. Il suo compito è quello di ufficializzare ciò che si è verificato precedentemente e che ha avuto notevole risonanza. Gli studiosi rinascimentali, ad esempio, non hanno fatto altro che ufficializzare ciò che era stato creato e portato al successo da Dante, Petrarca e Boccaccio. Se da un lato il compito della grammatica è quello di suggerire delle scelte diverse di forma e di stile, quello della linguistica è quello di descrivere i vari fenomeni interni alla lingua; per questo motivo, queste due discipline, non vanno confuse.
Lo studioso di storia della lingua si avvale anche dei grandi dizionari dell’uso. Tra i più noti ricordiamo: il “Battaglia”, portato a compimento da Giorgio Squarotti, per un totale di 20 volumi (21 previsti). I dizionari dell’uso raggruppano i mutamenti della lingua nel corso del tempo, per mezzo delle opere di letterati e scrittori (impostazione tipica del “Battaglia”). L’uso letterario, quindi, viene privilegiato rispetto ad altri usi di scrittura. Bisogna saper distinguere i dizionari “dell’uso” da quelli “storici”. I primi analizzano la lingua nel suo stato attuale (analisi sincronica), i secondi analizzano la lingua durante tutto il suo processo storico di formazione ed evoluzione (analisi diacronica).
I più importanti dizionari dell’uso sono: il “Treccani”, in 5 volumi, diretto da Aldo Duro e il “Grande Dizionario Italiano dell’uso”, noto come “Gradit”, in 6 volumi, diretto da De Mauro. Anche i dizionari etimologici sono importanti per lo studioso di storia della lingua, in quanto ricostruiscono le singole parole a partire dalla loro etimologia. Una parola non nasce quando viene trascritta: il suo uso può essere precedente, perché la parola può circolare in forma orale ancor prima di essere messa per iscritto.
Soggetti e oggetti della storia linguistica
La storia della lingua italiana si configura come un costante rapporto tra il centro (la Toscana) e la periferia (le altre regioni). L’italiano si è diffuso, in tutta la Penisola, non perché vi fosse un sistema politico accentratore, bensì per il grande consenso che opere letterarie, scritte in fiorentino illustre, ricevettero nel corso del tempo, a partire da quelle di Dante, Petrarca e Boccaccio. Manzoni notava, infatti, che l’Italia è l’unico Paese in cui la capitale politica (Roma) non coincide con quella linguistica (Firenze).
Prima della costituzione di una lingua nazionale non si può parlare di dialetti (solamente a partire dal ‘400), perché, per definizione, il “dialetto” è un idioma che si contrappone alla lingua nazionale. Per questo motivo, è più corretto parlare di “volgari italiani” piuttosto che di dialetti. Ed i volgari italiani, a parte quello fiorentino, in passato sono stati resi illustri grazie alla letteratura: basti pensare al volgare siciliano, primo volgare adoperato per la poesia. In questo caso, secondo la teoria crociana, si può parlare di “letteratura dialettale spontanea”, una letteratura in volgare che nasce spontaneamente prima della formazione della lingua nazionale.
A questa si contrappone, invece, la “letteratura dialettale riflessa”, che si oppone consciamente alla lingua. I dialetti sono entrati nella lingua, rendendola più dinamica e vitale. Possiamo riconoscere tre tipi di testi: il testo scritto in dialetto, il testo che usa il dialetto in un contesto non dialettale e il testo che rifiuta categoricamente il dialetto. La lingua non è qualcosa di omogeneo e statico: essa si trasmette attraverso i libri, il prestigio culturale, le invasioni militari, i viaggi, i commerci, etc. Ed una lingua che ha maggior prestigio socio-culturale tende ad influenzare quella che viene in contatto con essa: ciò è visibile nei cosiddetti “prestiti”.
Innanzitutto distinguiamo i prestiti “adattati” e quelli “non adattati”. Il prestito adattato è un termine nuovo che viene modificato, in modo da essere adeguato alle tendenze della lingua che lo riceve. I prestiti non adattati, invece, risultano diversi dalle parole italiane autoctone e vengono accolti senza essere modificati, nella forma originale. Bisogna poi distinguere tra “prestito di necessità” e “prestito di lusso”. I prestiti di necessità vengono introdotti nella lingua insieme ad un referente nuovo, sconosciuto alla lingua che lo introduce (caffè, patata, canoa, etc.). Il prestito di lusso, invece, consiste nella sostituzione di una parola già esistente nel repertorio linguistico di una lingua con uno che ha maggiore prestigio sociale.
Tuttavia furono molte, a partire dall’Ottocento, le reazioni puristiche che misero a bando molti forestierismi, ritenuti come minaccia per l’integrità della lingua. Infatti, in particolare poi nel Novecento con il Fascismo, la lingua esprime un forte carattere identitario e nazionalistico; motivo per cui parole straniere costituiscono una minaccia per l’integrità di tale identità compatta e nazionale. La lingua italiana è entrata in contatto con molte lingue. Le più importanti sono quelle europee, come il francese e il provenzale, lo spagnolo, l’inglese, ma anche il latino e il greco. Soprattutto nel Medioevo il latino costituiva un bagaglio prezioso in grado di arricchire la lingua là dove vi erano lacune.
Il greco invece fu adoperato in epoca umanistica, per designare termini tecnici o dell’ambito della medicina. Il francese influì sull’italiano sin dalle origini, in seguito nel Cinquecento e Seicento in ambito militare, della moda e culinario, poi tra Sette e Ottocento nel campo della politica e burocrazia. Nell’Illuminismo, il francese divenne la lingua europea della cultura. L’influsso della lingua spagnola è collocabile tra Cinque e Seicento, quando si verifica l’introduzione di moltissimi termini esotici. Gli anglismi, invece, iniziano ad affermarsi nel Novecento per influire maggiormente soprattutto nella nostra epoca. Molti sono anche i termini germanici, introdotti nella nostra lingua in seguito alle invasioni barbariche del Medioevo. Così come, sempre collocabile nel Medioevo, è significativo l’influsso di parole di altre origini.
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