Estratto del documento

Storia della scuola alla scuola al sistema formativo

Prefazione

Le società divengono complesse via via che arricchiscono la propria cultura ed organizzano in modo più stabile ed efficiente le funzioni fondamentali su cui si regge la vita delle persone. Nella società in cui viviamo è indispensabile possedere un gran numero di conoscenze generali ed una certa quantità di conoscenze e abilità particolari, necessarie per svolgere un’attività specifica. Nessun bambino riuscirebbe da solo a crescere e a farsi strada in una società complessa senza guide capaci di fornirgli la cultura necessaria.

Originariamente le scuole avevano carattere privato ed erano destinate alle classi dirigenti, cioè ai pochi che volevano e potevano primeggiare nella società controllandone le istituzioni. Il resto della popolazione si limitava ad apprendere quel tanto che bastava per vivere in famiglia e svolgere lavori da imparare con la pratica. Il successivo sviluppo delle scuole fu il risultato dell’aumento di nuove occupazioni che richiedevano lavoratori sempre più numerosi e preparati a svolgerle e delle lotte sociali che assicuravano alle classi popolari una cultura sempre più diffusa e più ricca a difesa dei loro diritti civili e politici. Così la scuola è diventata obbligatoria per tutti fino ad un limite d’età che varia a seconda dei paesi.

Conoscere la storia della scuola nel nostro paese significa ricostruire la storia della società italiana, seguire lo sviluppo e la diffusione della conoscenza dalle classi dirigenti a tutto il popolo, scoprire come le classi dirigenti si siano regolate per aprire le scuole alle classi popolari e come quest’ultime abbiano acquistato coscienza dei propri diritti civili e politici e la cultura necessaria ad affermarsi. La storia della scuola tiene conto anche del progresso scientifico e tecnologico, della vita morale, letteraria, artistica, religiosa, dei principi del diritto, del cambiare dei costumi, del persistere e del mutare dei valori che orientano i rapporti fra le persone e i popoli.

La scuola deve avere una struttura interna articolata in modo da rispondere alle esigenze sociali e culturali della popolazione giovanile a cui si rivolge. Inoltre deve avere una diffusione adeguata a raggiungere ogni parte del paese. Soltanto nell’ultimo mezzo secolo il nostro sistema scolastico, attraverso una lunga serie di trasformazioni, è diventato unitario e si è articolato in modo da soddisfare tutte le esigenze moderne di istruzione, in tutti i suoi attuali ordini e gradi consentendo a tutti di giungere all’università.

Anche il processo di distribuzione delle scuole nel paese fu lunghissimo e faticoso, soprattutto nel Meridione. Inizialmente le scuole elementari furono affidate alle amministrazioni comunali, ma per una serie di ragioni politiche, economiche e culturali molti comuni non avevano i mezzi per sostenere le spese necessarie ad una scuola e quindi lo Stato dovette progressivamente farsene carico. Tale sviluppo organizzativo dovette tener conto dell’aumento della popolazione scolastica che cresceva in virtù dell’incremento demografico e per l’ampliarsi del territorio nazionale con l’annessione di nuove regioni. A esso corrispondeva la necessità di sviluppare gli uffici burocratici dipendenti dal Ministero della pubblica istruzione. Una burocrazia efficiente rende la scuola efficiente, ma purtroppo l’azione del nostro sistema scolastico è stata sempre rallentata dalla sua burocrazia.

L’aspetto organizzativo consente di rendersi conto di come la scuola pubblica costituisca l’organizzazione più imponente del paese perché provvede ogni giorno ai bisogni di milioni di persone, dette alunni, mediante l’attività di migliaia di insegnanti e impiegati negli uffici. Il Ministero della pubblica istruzione è l’aspetto politico della scuola che assume gli insegnanti, li distribuisce nelle scuole, li controlla e li paga, stabilisce i programmi scolastici, gli orari di ogni scuola, il controllo dell’efficacia di ogni scuola e rilascia i titoli di studio agli studenti.

La scuola consiste soprattutto nei suoi alunni, che non sono stati accolti dalla scuola tutti insieme e tutti allo stesso modo. C’è voluto molto tempo perché diritti e possibilità nella scuola fossero uguali per tutti, anche se oggi esistono le prove che tali diritti vengono riconosciuti solo formalmente. Una scuola riesce ad essere tale solo quando è capace di eliminare o almeno ridurre drasticamente il fenomeno dell’evasione scolastica (i ragazzi non vanno a scuola) e il fenomeno della dispersione scolastica (i ragazzi abbandonano la scuola prima della fine). In ciò consiste l’aspetto didattico della scuola.

La cultura fornita dalla scuola risponde a progetti educativi formulati dallo Stato attraverso i programmi scolastici, che propongono i fini dell’educazione e i contenuti culturali necessari a realizzarli e qualche volta forniscono anche indicazioni di metodo oppure lasciano in materia libertà totale all’insegnante. Gli insegnanti svolgono una funzione essenziale, sebbene la loro storia sia quella di una classe di professionisti generalmente maltrattata dal punto di vista della formazione culturale e professionale e da quello dei riconoscimenti morali ed economici. Questo dispregio di un lavoro così importante è la conseguenza di una falsa concezione dell’educazione, per la quale si crede che chiunque sia in grado di educare: per molto tempo le famiglie si sono sostituite alla scuola nella prima educazione dei figli. Ma c’è profonda differenza tra l’educazione familiare, che pone le basi della personalità e richiede l’assimilazione da parte dei bambini dei comportamenti dei familiari, e l’educazione scolastica, che si svolge con insegnante e cerca di ottenere da ogni alunno un rendimento culturale soddisfacente. La “crisi della scuola” è in gran parte la conseguenza dello scarso interesse della società alla formazione di insegnanti davvero competenti, cioè padroni di una didattica efficace.

Capitolo 1: Alle origini della scuola italiana (1815-1859)

Negli stati italiani preunitari non solo vi erano ovvie diversità tra uno Stato e l’altro, ma le rispettive politiche scolastiche conoscevano tentativi di innovazione e arretramenti. Nel Lombardo-Veneto la situazione era più avanzata perché avevano preso il via una buona rete di scuole elementari, professionali e normali per la formazione degli insegnanti. Anche il Granducato di Toscana si caratterizzava per una diffusa attenzione nei confronti dell’istruzione elementare e professionale, sotto la spinta dei proprietari terrieri che, interessati allo sviluppo dell’agricoltura, si curarono anche delle condizioni di vita delle masse rurali e quindi favorirono una discreta diffusione dell’istruzione.

La scuola invece venne meno nello Stato pontificio e nel regno borbonico, dove non mancarono comunque i tentativi di contrastare una secolare arretratezza culturale. In tutta Italia, l’elemento più dinamico è la nascente borghesia italiana che aveva avviato processi di modernizzazione economica. Dove questi processi erano stati più intensi, come in Piemonte, Lombardia e Toscana, maggiore era l’attenzione nei confronti dell’istruzione e più aspro lo scontro con le forze che intendevano contrastarne la diffusione, come la Chiesa o i ceti più conservatori.

Molte importanti figure hanno contribuito alla diffusione dell’istruzione dell’Ottocento preunitario, come Ferrante Aporti e Casati. Inoltre in tante località dell’Italia centrosettentrionale numerose famiglie fondavano, con donazioni e lasciti testamentari, asili d’infanzia e scuole di formazione professionale.

Nel Regno di Sardegna, la situazione economica e sociale era più avanzata rispetto ad altri stati preunitari: l’agricoltura abbandonava la sua origine feudale verso un’organizzazione più razionale e moderna, con la fondazione della Società Agraria. L’impegno economico e sociale si accompagnò ad una discreta attenzione verso la scuola. Il regno sabaudo aveva accolto importanti elementi dal Lombardo-Veneto, come gli asili d’infanzia, le scuole tecniche e l’istruzione classica. Il regno sabaudo assunse il ruolo di “classe dirigente” del Risorgimento che non trascurò la realtà scolastica: la modernizzazione dell’apparato produttivo, la creazione di una pubblica amministrazione e lo sviluppo di un tessuto sociale allargato anche a ceti minori richiedevano la disponibilità e l’apertura del sistema scolastico.

La Corona e i governi si impegnavano per una scuola a forte direzione statale o pubblica, con un inevitabile ridimensionamento del ruolo della Chiesa in campo educativo. Dopo la Restaurazione del 1815 furono presi i seguenti provvedimenti:

  • La Regia Lettera, con la quale Carlo Alberto istituiva il Ministero della pubblica istruzione e il sostegno agli istituti scolastici. Il Regno si allineava così alle tendenze in atto in altri paesi europei che intendevano ricondurre l’istruzione alla responsabilità dello Stato e ciò determinava aspri conflitti con la Chiesa, le cui prerogative in materia venivano ridotte.
  • La legge Boncompagni, con la quale Carlo Alberto:
    • Poneva sotto il controllo dello stato l’istruzione pubblica e privata, articolata in tre livelli: elementare, secondario (separando gli studi classici da quelli tecnici, privi di sbocchi universitari e dunque destinati a chi intendesse avviarsi al lavoro) ed universitario.
    • Limitava le prerogative dell’istruzione religiosa: le istituzioni ecclesiastiche dovevano dotarsi di un’abilitazione statale all’insegnamento e i titoli rilasciati dai seminari vescovili non erano più validi.
    • Disegnava un’amministrazione scolastica a forma piramidale: prima il ministro affiancato dal Consiglio superiore della pubblica istruzione, poi degli ispettori, consigli e provveditori.
    • Riservava la massima attenzione all’università e all’istruzione classica, preposte alla formazione delle future classi dirigenti, mentre meno rilevante era la considerazione per le scuole tecniche.
  • La legge Lanza accrebbe l’accentramento dell’amministrazione scolastica.

Seguì la legge Casati emanata da Vittorio Emanuele II in virtù dei pieni poteri che il Parlamento gli aveva conferito. Essa consolidava le istituzioni scolastiche del Regno di Sardegna e della Lombardia. Dopo la proclamazione del Regno d’Italia del 1861, la legge Casati verrà estesa alle altre regioni e i suoi effetti dureranno fino al 1923, quando la riforma Gentile ridisegnerà la struttura della scuola italiana. La legge Casati affidava al ministro della pubblica istruzione la direzione dell’istruzione pubblica e il controllo su quella privata.

La struttura del sistema scolastico si divide in tre rami: l’istruzione superiore, l’istruzione secondaria classica e la tecnica e la primaria. L’importanza dei rami deriva dall’ordine nel quale sono indicati e dal numero di articoli che la legge indica a ciascuno di essi. La legge ha puntato soprattutto alla formazione della classe dirigente e ha considerato come problema secondario il miglioramento della cultura popolare. Le norme relative all’amministrazione della pubblica istruzione davano alla legge un forte carattere statalista e accentratore affidato al ministro, al Consiglio superiore e agli ispettori. La legge si muoveva con decisione su un terreno molto delicato, destinato fin da allora a divenire occasione di scontro: il rapporto fra istruzione pubblica e privata, il rapporto cioè con la Chiesa.

Il cuore della legge è rappresentato dall’istruzione superiore o università, alla quale veniva indirizzato il fine di indirizzare la gioventù alle carriere pubbliche e private in cui si richiedeva la preparazione di accurati studi speciali, cioè la didattica universitaria, e di mantenere ed accrescere nelle diverse parti dello Stato la cultura scientifica e letteraria, cioè la ricerca scientifica. Erano previste cinque facoltà, quali la Teologia, la Giurisprudenza, la Medicina, le Scienze fisico-matematiche e naturali e Lettere e Filosofia.

Ai professori universitari era dedicata particolare attenzione riguardo il trattamento economico e le modalità concorsuali di accesso all’insegnamento universitario. La legge concedeva loro la nomina a vita e l’inamovibilità, cioè la possibilità di non essere sospesi, rimossi o privati di vantaggi o onori, salvo casi particolari. La libertà d’insegnamento era permessa, ma era vigilata e, quando necessario, anche violata. Dopo l’unità, la situazione universitaria del regno era caratterizzata dalla presenza di un gran numero di atenei, molto diversi fra loro per grandezza e prestigio, ma con pochi iscritti. Studiosi e politici si divisero tra coloro che volevano mantenere in vita le università esistenti e coloro che, dato il numero eccessivo, volevano chiudere le minori università e concentrare le risorse nello sviluppo di quelle maggiori. Inoltre quest’ultimi temevano che tanti atenei producessero un gran numero di precari.

L’istruzione secondaria classica permetteva ai giovani di acquisire una cultura letteraria e filosofica per conseguire gli studi speciali. Essa è articolata in due gradi, per una durata complessiva di otto anni: il ginnasio, di cinque anni, e il liceo, di tre. Per accedere a ciascuno dei due gradi si doveva sostenere l’esame di ammissione, mentre l’esame di licenza concludeva gli studi. Le spese per il mantenimento dei ginnasi erano a carico dei comuni, ad eccezione di quelli a carico dello Stato. Di licei ce n’era uno per ogni provincia. I comuni potevano istituire il ginnasio solo dopo aver avuto il permesso del Ministro, mentre l’istituzione del liceo era subordinata all’attivazione delle scuole tecniche: in sostanza si voleva contrastare l’espansione incontrollata dei ginnasi e dei licei. L’istruzione secondaria classica si rivolgeva ad uno strato sociale non più esclusivamente aristocratico, ma anche a quello della “classe media”.

L’istruzione tecnica dava una cultura generale ai giovani che volevano dedicarsi al pubblico servizio, alle industrie, ai commerci e all’agricoltura. Gli insegnamenti miravano a risultati pratici e che potevano essere suscettibili alle condizioni naturali ed economiche dello Stato. L’istruzione tecnica prevedeva due gradi di durata triennale: le scuole tecniche e gli istituti tecnici. Entrambi i gradi dovevano mantenersi separati dai ginnasi e dai licei, mentre la loro direzione non poteva essere affidata alla stessa persona che si occupava dell’istruzione classica perché si voleva mantenere una divisione netta tra i due canali formativi. Per essere ammessi alla scuola tecnica, si doveva superare un esame d’ingresso sulle conoscenze apprese alla scuola elementare, mentre ciò non importava per accedere agli istituti tecnici, ma al termine occorreva sostenere un esame di licenza.

Per diventare maestro di scuola elementare, l’insegnante doveva possedere un’istruzione normale certificata da una patente che si conseguiva nelle scuole normali, lontane antenate dell’istituto magistrale voluto da Gentile nel 1923. Le scuole normali conobbero un certo sviluppo in Europa e, in misura minore, negli stati italiani preunitari. Nel Regno d’Italia, il problema della formazione dei maestri si presentò, subito dopo l’Unità, come uno dei più urgenti per la scuola elementare, cosa che negli stati preunitari non esisteva ad esclusione di sporadiche iniziative nel Piemonte, nel Lombardo-Veneto e nel regno di Napoli.

Prima dell’unificazione, il livello culturale degli insegnanti era molto modesto, talora ai limiti dell’analfabetismo e del tutto carente sul piano didattico e pedagogico. La scuola normale aveva una durata triennale: al termine dei primi due anni si conseguiva la patente per l’insegnamento nei primi due anni della scuola elementare, mentre il triennio completo permetteva di insegnare anche nei due anni successivi. Gli stipendi degli insegnanti delle scuole normali erano a carico dello Stato, mentre i comuni provvedevano ai locali e alle spese di gestione. Per accedere alle scuole normale occorreva superare un esame di ammissione, a 16 anni per le future insegnanti e a 15 per i futuri insegnanti, ed erano necessari un attestato di moralità rilasciato dal Comune e uno di sanità fisica. Gli studi comprendevano numerose discipline, tra le quali la pedagogia e il tirocinio. C’erano però delle differenze per genere: per i futuri maestri poteva essere aggiunto un corso d’agricoltura e di nozioni sui diritti e doveri dei cittadini, mentre per le future maestre si aggiungeva l’insegnamento di lavori propri al sesso femminile. Mentre i maestri erano scarsamente interessati all’insegnamento nella scuola elementare per i bassi stipendi e il precario stato giuridico, le maestre vedevano nell’insegnamento un’ascesa del loro status sociale.

Ma il numero degli insegnanti era carente, tanto che si cercò di risolvere questo problema istituendo più scuole preparatorie e corsi accelerati. Anche la condizione giuridica degli insegnati era critica: il contratto era a tempo determinato e alcuni insegnanti guadagnavano di più di altri a seconda del sesso, del luogo e del grado d’insegnamento.

L’istruzione elementare conseguita nella scuola elementare della legge Casati ha durata quadriennale ed è suddivisa in due grandi bienni: inferiore e superiore. Essa è gratuita e vi si accede dopo i 6 anni. Le scuole elementari maschili sono separate da quelle femminili, ciascuna con insegnanti dello stesso sesso. Le classi potevano eccedere i 70 alunni, ma non superare i 100. Il primo biennio della scuola elementare è obbligatorio. I genitori potevano impartire l’istruzione elementare in prima persona.

Anteprima
Vedrai una selezione di 5 pagine su 18
Riassunto esame Storia dell'educazione, prof. Gianfranco Bandini, libro consigliato "Storia della scuola. Dalla scuola al sistema formativo", Saverio Santamaita Pag. 1 Riassunto esame Storia dell'educazione, prof. Gianfranco Bandini, libro consigliato "Storia della scuola. Dalla scuola al sistema formativo", Saverio Santamaita Pag. 2
Anteprima di 5 pagg. su 18.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Storia dell'educazione, prof. Gianfranco Bandini, libro consigliato "Storia della scuola. Dalla scuola al sistema formativo", Saverio Santamaita Pag. 6
Anteprima di 5 pagg. su 18.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Storia dell'educazione, prof. Gianfranco Bandini, libro consigliato "Storia della scuola. Dalla scuola al sistema formativo", Saverio Santamaita Pag. 11
Anteprima di 5 pagg. su 18.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Storia dell'educazione, prof. Gianfranco Bandini, libro consigliato "Storia della scuola. Dalla scuola al sistema formativo", Saverio Santamaita Pag. 16
1 su 18
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/02 Storia della pedagogia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher likelikelike di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Bandini Gianfranco.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community