Storia del miracolo italiano: culture, identità e trasformazioni fra anni Cinquanta e Sessanta
Introduzione
La società italiana conosce una grande rottura col passato grazie alle trasformazioni che attraversarono il paese fra gli anni Cinquanta e Sessanta nel modo di produrre, consumare, pensare, sognare, vivere il presente e progettare il futuro. Non è solo la profondità delle trasformazioni che deve essere indagata a fondo nei suoi molteplici versanti: va considerata anche la capacità di tenuta delle vecchie culture, il loro sopravvivere e mescolarsi ai nuovi processi e la qualità stessa della modernità che si afferma nelle sue forme e nei suoi limiti.
Permangono forti resistenze conservatrici di tipo politico, sociale e culturale. I meccanismi di controllo e di esclusione vedevano i diritti formalmente riconosciuti al cittadino messi costantemente in discussione da pratiche di discriminazione. L’uscita dal dopoguerra e la fine dell’Italia contadina e povera avvengono insieme. Nel nostro paese più che altrove la soddisfazione di bisogni primari e di antiche aspirazioni avviene contemporaneamente all’irrompere di nuovi consumi e culture, mentre si rimodellano gerarchie sociali e familiari, rapporti fra generazioni e fra sessi.
È un processo ampio, diffuso e pervasivo di modificare scenari precedenti. All’inizio degli anni Sessanta, i valori non sono cambiati, ma è cambiato il modo di viverli perché erano cambiati nella maniera più radicale, profonda e irreversibile. Le trasformazioni economiche colpirono prima per i dati quantitativi e poi per quelli qualitativi. Al tempo stesso innescarono problemi al territorio, all’ambiente e al rapporto fra uomo, produzione, consumo e natura. Quegli anni contribuirono alla costruzione dell’identità nazionale, cioè al “modo di essere” e al modo di rappresentarsi e di “pensarsi” degli italiani.
Hanno un ruolo decisivo i grandi spostamenti di popolazione, il mutare drastico delle attività e delle produzioni, il modificarsi stesso degli assetti territoriali, i consumi e le comunicazioni di massa. Nella costruzione di identità, il mercato e i media vi entrano prepotentemente. Sulla scena c’è la nuova presenza dei giovani che si uniscono alle proteste dei lavoratori delle fabbriche, cioè la nuova classe operaia che si sta delineando. La formazione dell’identità collettiva dell’Italia genera tensioni e realtà conflittuali.
Capitolo 1: Fra «continuità» e «doppio stato»
Nel corso degli anni Cinquanta, si consolida uno stato in continuità con la sua storia precedente e con la classe politica del “centrismo”. L’azione anticomunista degli anni Cinquanta, confermata dai documenti americani, ha un ruolo centrale nell’innescare logiche, culture e pratiche che si consolidano. Nel 1952, De Gasperi disse all’ambasciatore americano: i fascisti «senza dubbio combatterebbero dalla nostra parte in caso di guerra, mentre ciò non è vero per i comunisti».
Nel 1961, presso l’ambasciata americana di Roma, si svolge una riunione nella quale viene avanzata l’ipotesi di un intervento armato degli Stati Uniti per impedire l’ingresso dei socialisti al governo. Si giunge nella fase in cui la struttura clandestina “Stay Behind” per l’Italia e l’organizzazione Gladio cominciano a prendere operatività. All’interno del corpo dello stato si determina un duplice e intrecciato ordine di comportamenti: uno è caratterizzato dalla “normalità”, dal diritto e l’altro è caratterizzato dall’esclusione di un’ampia fascia di cittadini alla pienezza di quel diritto.
Nel momento in cui entra in crisi definitivamente il “centrismo”, De Felice definisce il concetto di “doppio Stato”. Il “doppio Stato” è un fenomeno che ha nel nostro paese un rilievo particolare proprio perché i processi che si avviano negli anni della “guerra fredda” si innestano su strutture, apparati, culture e comportamenti già consolidati. Il Consiglio dei ministri presieduto da Mario Scelba, con la vicepresidenza di Saragat, discute dei provvedimenti da adottare nei confronti dei comunisti. Parecchie sono le discussioni, spesso terminate con comunicati ufficiali che annunciano vaste iniziative e discriminazioni, in particolare nei confronti dei funzionari dello stato che non danno garanzie di fedeltà al regime democratico.
Scelba, nel 1954, constata che i comunisti agiscono fuori dalla Costituzione e desidera addirittura controlli e spionaggi senza alcuna richiesta necessaria alla Magistratura. Frequenti furono le ondate di perquisizioni poliziesche, di scioglimenti autoritari e di ispezioni prefettizie nei confronti delle cooperative di sinistra. Immediatamente operative divennero le estromissioni delle organizzazioni di sinistra dagli edifici pubblici. Scelba tuonava dicendo che gli impiegati di stato non avevano libertà di critica nemmeno fuori dal lavoro e arrivò a chiedere l'espulsione dei comunisti, dove possibile, dalle commissioni dei concorsi universitari a cattedra.
Il primo intervento legislativo organico in materia di pubblico impiego rappresenta un fondamentale punto d’arrivo nell’evoluzione del nostro sistema amministrativo sia a tutela delle posizioni soggettive dei dipendenti, sia a difesa delle finanze pubbliche, fortemente danneggiate da una gestione del personale amministrativo piuttosto autonoma ad opera del potere esecutivo. La strategia del Piano Marshall (1947), il cui nome ufficiale era ERP (European Recovery Program) prevedeva un sistematico e ragionato intervento su diversi livelli. A questo proposito si attuò l’OECE (Organization for European Economic Cooperation) il cui scopo principale era quello di sistematizzare l’intervento, stimolando in modo decisivo gli stati beneficiari del finanziamento affinché utilizzassero i fondi non solo per appianare i problemi e le necessità immediate, ma anche per sviluppare progetti di più ampio respiro e di più lungo corso.
Questo in parte venne fatto soprattutto finanziando impianti industriali e dando vita alla ricostruzione produttiva e imprenditoriale dei paesi coinvolti. Gli Stati chiesero all’ECA, l’organismo che si occupava del coordinamento degli aiuti e che prendeva le decisioni da Washington, di avere la possibilità di sanare alcuni squilibri microeconomici che si erano creati in diversi territori, intervenendo anche con sostegni quotidiani soprattutto per il ricovero delle persone e il loro sostentamento con generi alimentari e beni materiali di utilizzo domestico e quotidiano.
Nel 1951 il governo americano pose termine all’attuazione del Piano Marshall. Le sue conseguenze furono largamente positive e anche a distanza di tempo la storiografia ha dimostrato che il Piano ha avuto conseguenze benefiche sia per le economie degli Stati europei sia per gli Stati Uniti d’America. I miglioramenti furono palesi già dal 1948 quando le economie europee raggiunsero livelli di crescita. È importante sottolineare che l’URSS e i paesi satelliti non parteciparono all’organizzazione del Piano e quindi non ne beneficiarono in alcun modo, questo perché Stalin lo considerò un modo per rafforzare la Cortina di ferro e obbligò direttamente e indirettamente tutti gli Stati dell’Europa dell’Est a rifiutare qualsiasi aiuto proveniente dagli americani.
Questo aspetto intensificò le polemiche contro il piano Marshall da parte delle opposizioni nei parlamenti europei che lo considerarono un modo solo per avvicinare le economie europee a quella americana al fine di egemonizzarle. Tuttavia fu facilmente dimostrato che avvenne il contrario e cioè che l’economia statunitense fu superata da molti paesi europei provocando un danno competitivo sulla produzione americana. Comunque sia, in questo lungo periodo, il rapporto fra le due economie presenti si sostennero a vicenda creando e rafforzando la loro alleanza politica e militare.
Se è vero che le decisioni del Consiglio dei ministri non furono applicate, è comunque importante capire che cosa fu attuato e come agì l’aspetto psicologico e propagandistico. È soprattutto importante capire come agirono questi elementi in due direzioni: da un lato, nel funzionamento concreto dello stato e, dall’altro, nella formazione di un sentire comune diffuso in strati e settori ampi della società italiana, cioè nel consolidamento di una cultura del “non diritto”. L'elemento psicologico indotto da comunicati ufficiali del governo volti a discriminare interi settori di cittadini non agisce solo nella parte politica che si intende combattere, ma ancor più in quella che si intende attivare.
Per quel che riguarda l'applicazione delle direttive nei confronti dei dipendenti dello stato, Scelba considera esemplare attuare azioni mirate a rimuovere tutti gli elementi di dubbia tendenza politica, a individuare nel personale delle scuole elementi considerabili infidi, a ridurre gradualmente la possibilità di uso delle pubbliche piazze e a intensificare la sorveglianza di circoli ricreativi socialcomunisti. La situazione è meglio comprensibile se si analizzano le attività, in chiave quasi esclusivamente antisocialista e anticomunista, del Casellario Politico Centrale e le iniziative promosse nei confronti di professori e insegnanti socialisti e comunisti.
Il Casellario Politico Centrale era nato nel 1894 per iniziativa di Crispi e non scomparve con la caduta del fascismo ma, articolato in quattro livelli di sorveglianza (discreta, normale, attenta e continua), vigilava estremisti di sinistra ed estremisti di destra. I fascicoli dedicati all'attività politica dei funzionari dello stato sono poi parecchio ricchi di riferimenti a insegnanti, controllati di solito su iniziativa del questore, che agiva sulla base di una qualsiasi informazione fiduciaria. Dal questore poi la nota passava al prefetto, poi al ministero dell’Interno e da lì all'Istruzione che provvedeva a smistare l'ordine di ispezione e controllo al Provveditore e da lui al Preside.
La continuità di vecchie culture e ordinamenti è più evidente nella magistratura e nelle modalità di applicazione dei principi costituzionali. A metà degli anni Cinquanta crea scandalo un piccolo libro di un giovane magistrato di Cassino, Dante Troisi, intitolato Diario di un giudice. È questa una riflessione sulla condizione della professione giudiziaria che esprime il disagio per una non-giustizia quotidiana in un'Italia che è avvertita come un non-paese, un paese mancato. Il libro, che dice troppo e che interessa troppi pochi, si guadagna immediatamente un'azione disciplinare dal giudice che sollecita il Procuratore generale di Roma con l'accusa di danneggiamenti e offese al prestigio della magistratura.
Negli anni Cinquanta, al vertice della magistratura, si trovarono spesso giudici che avevano fatto una rapida carriera durante il fascismo e non sempre per meriti professionali. Solo da quando entra in funzione la Corte costituzionale, si avvia realmente la cancellazione di norme e articoli introdotti dal fascismo. Ma l’Avvocata avanza ricorso e sostiene che la Corte non ha titolo per giudicare della costituzionalità di quelle leggi. Le sentenze iniziali cancellano in tutto o in parte alcune norme del Testo Unico di Pubblica Sicurezza. Vi furono poi sentenze che, interpretando in senso molto discutibile la Costituzione, cancellarono leggi innovative del secondo dopoguerra.
Esemplare è la vicenda di alcune leggi che riguardano la parità fra sessi: nel 1956 esce la legge che ammette per la prima volta le donne nelle Corti d'assise e nei tribunali per i minorenni. Forti furono le opposizioni conservatrici in tal senso. L’arretratezza culturale della magistratura e della Corte riguarda anche altri versanti: nel 1961 la Corte ribadisce che l'adulterio è reato punibile se è compiuto dalla donna e così rimarrà la situazione fino al 1968, quando uscirà per la prima volta una sentenza diversa. Fra fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta...
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