Memoria di una storia dell'UDI
Premessa
Le nuove generazioni femminili sembravano respingere il femminismo, perché si sentivano libere, e l’emancipazione, perché non avvertivano l’esistenza di disuguaglianze e discriminazioni, e ignoravano che la parità di cui godono non era una condizione naturale ma il frutto delle lunghe battaglie del movimento di emancipazione per modificare tutto ciò che discriminava le donne. A causa della precarietà delle condizioni di lavoro, ragazzi e ragazze sono costretti a rinviare nel tempo le prospettive della famiglia e dei figli.
Dalle grandi manifestazioni sembrava emergere dalle donne un desiderio di saperne di più sulle vicende passate e di collocare storicamente le pratiche femministe. Nella storia del movimento di lotta delle donne italiane, in Italia, la rivolta femminista assunse connotazioni e caratteristiche singolari perché in precedenza si erano diffuse delle idee di liberazione femminile che avevano profondamente modificato il modo di essere e di pensare delle donne italiane. Ciò contribuì alla formazione dell’Udi e alla concreta promozione alla parità e all’autonomia delle donne per contribuire alla costruzione di una democrazia.
Capitolo 1: La fondazione dell'Udi
La nascita dell’Udi fu inusuale e anomala nella tradizione dell’associazionismo femminile. Mentre figli e mariti erano sul campo di guerra, tante donne italiane avevano dovuto provvedere da sole alla famiglia, fuggire dalle città bombardate, abbandonare le loro case distrutte ed adattarsi a vivere da sfollate. Senza questa tragica esperienza di anni di guerra, le donne non sarebbero potute diventare protagoniste della politica e non si sarebbe sviluppata un’associazione radicata.
Alla lotta di Liberazione presero parte le operaie, le braccianti, le intellettuali, le professioniste, le contadine, le casalinghe e le studentesse. Si è operata così una saldatura tra donne di ceti sociali diversi e di differente livello culturale e orientamento ideale che acquisirono consapevolezza della propria forza e del proprio ruolo. L’Udi ebbe origine nel congresso di Firenze nel 1945 a seguito della lotta di Liberazione nazionale. A Roma, la Resistenza delle donne non solo si opposero passivamente all’occupazione nazista, ma si ribellarono anche attivamente per aiutare i combattenti.
Dopo la liberazione di Roma, era opinione diffusa che le donne italiane, ancor più degli uomini tenute dal regime fascista lontane dalla possibilità di formarsi una coscienza politica, non fossero mature per entrare nei partiti. Era questo un atteggiamento snobistico riferito soltanto alle donne di Roma. Venne richiesta quindi la più larga partecipazione possibile delle masse femminili alla vita del paese, immettendole adeguatamente in tutti gli istituti della vita pubblica. Si faceva riferimento in particolare all’elezione delle donne nelle commissioni interne e nei posti direttivi del sindacato, alla nomina di donne in posti di responsabilità in tutti gli organismi democratici del paese e si sollecitava la concessione del voto amministrativo e politico.
Una volta ripresa la vita legale dopo la liberazione di Roma, iniziò la costituzione del Comitato di iniziativa dell’Udi che consisteva in un’associazione unitaria delle donne. Venne deciso di inviare una circolare ai partiti invitandoli a far sorgere comitati provinciali e locali o a prendere contatto con le organizzazioni femminili di massa spontanee esistenti e si concordavano poi norme organizzative. Ci si preoccupava di ottenere per le donne il diritto di voto. Il programma dell’Udi su articolava tra tre filoni fondamentali che erano quelli della partecipazione politica, dell’azione politica a rimuovere le discriminazioni e le disparità e dell’attività concreta sui problemi più brucianti e immediati.
L’Udi da un lato non nasceva come un’associazione di tutte le donne anche se continuava a dichiararsi tale: ciò accadeva perché alcune donne rimanevano fedeli alle idee dei loro partiti politici. L’essere sorta con uno spirito meno unitario delle altre organizzazioni di massa avrebbe avuto conseguenze negative sull’Udi e sui suoi sviluppi futuri. Per l’Udi, purtroppo, la divisione era fondativa. Le fondatrici dell’Udi non avevano il timore che affrontare i problemi femminili potesse comportare l’impatto con la questione del divorzio, sul quale sarebbe potuto sorgere un conflitto con le autorità ecclesiastiche.
Nel 1945 si costituì anche il Centro Italiano Femminile che voleva riunire le donne cristiane per fronteggiare le forze laiciste e dare alle stesse donne un’educazione civico-sociale della nascente vita democratica. Alle donne italiane non si prospettava la possibilità di aderire ad un’unica associazione unitaria: a esse si rivolgevano due distinte organizzazioni, ognuna con un marchio politico estraneo alla realtà femminile. Se la fondazione dell’Udi era stata appoggiata dai partiti, la nascita del Cif era stata appoggiata dall’istituzione ecclesiastica, rigorosamente maschile anche se formalmente fondato dalle donne del laicato cattolico. Entrambe le associazioni, insomma, non erano sorte per spontanea costituzione dal basso. Per la paura che la contrapposizione scivolasse sul terreno della guerra di religione, le donne dell’Udi lavorarono in difesa dell’autonomia, considerando quanto fosse pesante il condizionamento della gerarchia cattolica.
Per anni esistette la contrapposizione tra Cif e Udi. Il Cif aveva il falso pregiudizio che l’Udi considerasse il lavoro extra-domestico della donna l’unico strumento dell’emancipazione femminile. Le donne volevano far valere i propri interessi a partire dal risolvere il problema di una situazione sociale che, con l’avvicinarsi dell’inverno, diventava drammatica: agitazioni per la distribuzione dei viveri, per impedire lo sfratto degli sfollati e per cacciare i fascisti dai posti pubblici. Il Comitato di iniziativa dell’Udi aveva rivolto alle autorità un appello per l’infanzia, nel quale si chiedevano razioni supplementari di viveri per i bambini e, in appoggio alla richiesta, organizzava assemblee di donne.
Per iniziativa dell’Udi, si svolse un primo convegno delle lavoratrici romane. Tutte le dirigenti dell’Udi si impegnarono nell’impresa di far uscire il giornale dell’associazione, "Noi donne". Il giornale usciva ad intervalli regolari e variava sempre tutto, come la qualità della carta, il formato o il numero delle pagine. Il giornale veniva stampato in una tipografia non certo attrezzata per produrre un periodico, mancava spesso la corrente elettrica, raramente c’erano i fondi e le donne del Comitato di iniziativa dell’Udi non erano certo giornaliste, ma nella loro inesperienza s’improvvisavano tali.
I giovani non erano a conoscenza delle lotte condotte dalle donne per il diritto di voto in Italia prima del fascismo ed era stata tramandata un’immagine sbiadita, riduttiva e dispregiativa. Era un esempio tipico della cancellazione della storia delle donne: la rimozione del femminismo prefascista del primo decennio del Novecento era stata totale. Questa distruzione di memoria alla ripresa democratica aveva fatto dire, con estrema superficialità, che il femminismo non era stato un fenomeno italiano. Inconsapevoli della storia e resistenti nei confronti del voto femminile, le donne erano convinte che il diritto di eleggere e di essere elette, le donne lo stessero conquistando nell’Italia occupata combattendo per la liberazione del paese. Tuttavia era indispensabile agire perché tale diritto venisse subito formalizzato. Alla fine, il voto non fu una concessione, ma il risultato delle pressioni dei movimenti delle donne. I timori di un presunto disinteresse delle donne italiane nei confronti della politica erano infondati.
Erano molte le discussioni se le donne avessero diritto a votare perché eguali nella cittadinanza agli uomini o perché portatrici di interessi, esigenze e punti di vista diversi da quelli maschili. Le donne italiane poterono comunicare ad esercitare il diritto al voto dal 2 giugno 1946. Da quel momento le donne erano chiamate a decidere in prima persona, a dover scegliere.
Capitolo 2: I primi passi
Nella costituzione dell’Udi c’era un difetto iniziale: l’Udi era sorta per l’accordo delle donne italiane più coscienti che erano già iscritte a diversi partiti. Per dar vita ad un’associazione al di fuori di ogni partito era necessario che le donne di tutti i partiti si unissero. Invece, i partiti che avevano facilitato la nascita dell’associazione rischiavano di trasformarsi in uno strumento di soffocante tutela. Nei confronti delle donne del Cif si praticava una linea di collaborazione anziché di una linea di unità nella distinzione che era del tutto impraticabile tra delle donne appartenenti ad associazioni operanti su terreni e con fini diversi.
L’Udi, anche in qualità di centro di studio dei problemi femminili, avrebbe dovuto occuparsi dell’elevazione culturale delle masse e dell’agganciamento all’Udi delle lavoratrici intellettuali. Era necessario presentare una mozione sui rapporti tra l’Udi e il Cif, ottenere la seduta della presidenza conclusiva e far entrare le delegate dell’Uni in tutte le commissioni e in particolare nella commissione elettorale.
Il primo congresso nazionale dell’Udi si svolse a Firenze nel 1945. Nessuno sollevò il problema del divorzio. Il congresso nazionale dell’Udi riconobbe l’esistenza di grandi associazioni femminili cattoliche e confessionali. Le donne cattoliche avrebbero potuto svolgere e realizzare nell’Udi tutte le iniziative di carattere politico.
Dopo il congresso di Firenze, il direttivo dell’Udi si pronunciò sulla crisi di governo e iniziò la preparazione della delegazione delle donne italiane al primo congresso internazionale delle donne a Parigi di cui fecero parte alcune esponenti dell’Udi. Non fu un viaggio facile quello da organizzare fino alla capitale francese in un’Europa ancora devastata dalla guerra, con pochissimi mezzi di trasporto funzionanti e senza moltissime risorse finanziarie. Regnava un clima di grande entusiasmo, l’euforia della fine della guerra, le speranze di un mondo nuovo e la convinzione che si sarebbe aperto un facile cammino per la conquista piena di tutti i diritti delle donne.
Il congresso di Parigi si concluse con la fondazione di una federazione il cui scopo era di unire le donne al fine di promuovere un’azione comune per i loro diritti di cittadine, madri e lavoratrici, per la difesa dell’infanzia, per garantire la pace, la democrazia e l’indipendenza.
Nel 1945 si scelse la mimosa come fiore della giornata internazionale della donna. La mimosa sembrava convincente perché, almeno nei dintorni di Roma, fioriva abbondante e poteva essere raccolta senza costi sulle piante che crescevano selvatiche. Quando cominciò la campagna elettorale per le elezioni del 2 giugno 1946 che proponevano di scegliere tra repubblica o monarchia, l’Udi si era schierata perché le donne votassero repubblica. Venne eletta anche l’Assemblea costituente, dove 21 componenti erano donne e 11 di esse provenivano dall’esperienza dell’Udi.
La campagna elettorale era stata dura e anche dopo le elezioni la stampa non fu tenera con le donne elette. Anche per questo clima era comprensibile che tra le donne elette regnasse solidarietà. Nel corso del ricevimento dell’Udi fu consegnato loro un documento in cui si auspicava che le elette si unissero nell’impegno per difendere i diritti e gli interessi femminili al di sopra delle differenze ideologiche e di partito. Nel documento si precisavano le richieste in merito all’affermazione dei diritti delle donne da inserire nella Costituzione, tra i quali la parità giuridica con gli uomini di ogni campo, il riconoscimento del diritto al lavoro e l’accesso a tutte le scuole, le professioni e le carriere, il diritto ad un’adeguata protezione che permettesse alla donna di adempiere ai suoi compiti di madre, un’uguale valutazione, trattamento e compenso degli uomini per un uguale lavoro, rendimento, grado e responsabilità. Se quelle rivendicazioni trovarono poi effettivamente posto nella nuova Costituzione, si poteva attribuire in parte il merito all’Udi.
A Roma, l’Udi assunse la guida del movimento rivendicativo delle donne contro la penuria di generi alimentari e l’aumento vertiginoso dei prezzi. Poiché le proteste e le manifestazioni non sembravano cessare, il prefetto insediò una “Commissione per la tregua dei prezzi” e a rappresentare i consumatori, visto che erano quelle dell’Udi a campeggiare il movimento, chiamò 6 donne. La Commissione aveva il compito di contrattare con i rappresentanti delle categorie commerciali a che prezzo si potessero impegnare a mettere i generi sul mercato, in misura sufficiente. Le discussioni erano furibonde, ma i faticosi accordi a cui si arrivava erano accolti da urla indignate. Le discussioni continuavano senza sosta. Il tema dell’economia rimase fondamentale nei mesi seguenti. Anche quelle dell’Udi si preoccupavano di elaborare una posizione per affrontare la crisi economica.
Capitolo 3: Nella bufera della Guerra fredda
Il secondo congresso nazionale dell’Udi era centrato sul tema della famiglia felice, della pace e del lavoro mettendo da parte il tema delle donne e della loro emancipazione. A conclusione del congresso fu rivolto un appello alle donne che le chiamava ad operare per la pace, la serenità e il benessere delle famiglie. Diritti e parità non erano neppure menzionati. L’abbandono di un’identità specifica femminile trovava conferma nelle associazioni differenziate che distinguevano tra donne delle campagna, mamme napoletane, casalinghe e così via.
Si proponeva di applicare un bollino di adesione all’Udi sulle tessere di queste associazioni mentre sarebbe stata abolita la tessera nazionale. Si tendeva insomma a valorizzare il riferimento a una comune condizione civile o sociale, di categoria o di gruppo piuttosto che l’appartenenza al genere. La lotta per risolvere i problemi di quella specifica condizione, anziché intrecciarsi, si sostituiva a quella per l’emancipazione femminile.
Veniva abbandonata l’idea dell’adesione ad un progetto complessivo e si cercava di organizzare le donne per far fronte a bisogni immediati, raccogliere le più varie esigenze e aspirazioni e adeguarsi il più possibile alle differenziazioni della realtà sociale. La scelta del piccolo gruppo di donne è stata la forma organizzativa spontaneamente più adottata dalle donne negli anni Settanta, sulla base della pratica della messa in comune delle esperienze esistenziali di ciascuna donna.
Dalla messa in comune delle esperienze esistenziali di ciascuna, si poteva scoprire come l’angoscia e il disagio individuale non fossero che frammenti dell’universale oppressione di sesso e che da tale presa di coscienza potesse nascere il desiderio di un processo di liberazione. Ma la scelta del secondo congresso faceva diventare quei piccoli gruppi dei microrganismi sindacali dove emergeva la leadership di qualcuna più intraprendente e attiva. L’Udi così non promuoveva consapevolezza nelle donne.
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