Introduzione
Nell’ultimo decennio del secolo scorso, il nostro Paese ha dimostrato di sapersi risollevare dal collasso del suo sistema politico, avvenuto insieme a una crisi valutaria tra le più acute della storia. Nel frattempo, si sono trovate le risorse per risanare le finanze pubbliche. Inoltre, la partecipazione alla nuova moneta ha mantenuto l’Italia al centro dell’unificazione europea, segnando la fine di un lungo periodo di instabilità monetaria e l’inizio di un affrancamento della politica italiana dal giudizio continuo dei mercati finanziari. Sembrava però mancare una classe dirigente capace di rilanciare gli spiriti imprenditoriali e più vicina alle esigenze della classe media. Sono quindi diventati sempre più evidenti i segni del declino, subìto, non contrastato da un rinnovato dinamismo imprenditoriale. Il Miracolo si realizzò grazie alla capacità della nostra industria di affermarsi anche nei confronti degli altri Paesi europei, rispetto ai quali oggi perdiamo terreno. L’Italia non ha risorse naturali a supporto della sua crescita; la sua ricchezza dipende particolarmente dalla capacità d’“industriarsi”, soprattutto nella produzione di beni. Ma questa capacità dipende dalla pressione che si esercita nel suo impiego e, di conseguenza, dalla dinamica della concorrenza che spinge ad essere competitivi. Se ci si sente inferiori si cerca protezione, che scatena il protezionismo, che ha arricchito gli italiani ma alla lunga minato la capacità dell’industria di misurarsi con la concorrenza. Oggi il Paese è ricco ma la sua industria è povera.
Parte 1: Il miracolo
L’età dell’oro europea e lo “sprint” italiano
Dal secondo dopoguerra agli inizi degli anni ’70, l’Italia ha vissuto il suo più intenso e importante periodo di sviluppo economico, con tassi di crescita del reddito, in media, del 5%. Il nostro Paese partecipò all’età dell’oro europea che vide la crescita del prodotto pro capite raddoppiarsi, con un grande avvicinamento ai valori degli U.S.A.
catching upSecondo il paradigma del (rincorsa) i ritardatari hanno un vantaggio potenziale per diversi motivi: maggiore agevolazione nell’imitare nuove tecnologie, piuttosto che produrle; maggiori rendimenti quando la dotazione di capitale è scarsa; un gran numero di lavoro sottoccupato in agricoltura e servizi arretrati. La fine dell’età dell’oro troverebbe proprio giustificazione nel venir meno dei vantaggi del ritardatario.
Lo sviluppo del dopoguerra fu, per l’Italia, di eccezionale rilievo. Nessun altro Paese, lanciato nella rincorsa agli U.S.A., ottenne un risultato d’importanza paragonabile. Raggiunse i valori migliori nel quadriennio 1959-63, seguito da una recessione profonda, che costituì però un periodo di svolta; l’accumulazione di capitale però perse di slancio, negli anni successivi. Il Miracolo risultò breve poiché la gestione delle sue conseguenze finì per dar nuovo spazio a quegli interessi della tradizionale imprenditoria familiare, segnando un’involuzione che cambiò le modalità di crescita.
Il problema industriale italiano e le grandi scelte del dopoguerra
Dopo il crollo del fascismo, la storia economica italiana pone sul tappeto il tema del confronto tra le energie vitali, ingegnose ed operose del Paese, ed i privilegi, i favori, i protezionismi che ne inibiscono l’affermazione e ne distorcono lo sviluppo. Occorreva quindi produrre concorrenza in un’economia che tendeva a respingerla e che aveva accettato di buon grado che fosse soffocata dal regime fascista. La Guerra lampo doveva condursi attraverso l’inserimento dell’Italia nel grande commercio internazionale ed in un’integrazione economica con l’Europa, che avrebbe rimosso i privilegi industriali tipi del sistema economico italiano.
Il problema industriale italiano veniva dal fatto che il processo di accumulazione di capitale era viziato nel suo aspetto fondamentale: la concorrenza. Risultava, di conseguenza, frenata la formazione di capitale, ridotta la sua qualità in termini di innovazione. Nonostante la conoscenza del problema fosse diffusa a livello politico, furono poi attuate poche scelte in grado di incidere sul modello, nei suoi nodi essenziali: il protezionismo esterno; il ruolo dello Stato. Per lo smantellamento del primo nodo fu decisiva l’adesione dell’Italia al nuovo ordine monetario internazionale. Questa scelta permise l’affermazione di una linea di politica economica volta ad innalzare la capacità di accumulazione di capitale, orientandola stabilmente verso la concorrenza. Fondamentale risultò, a questo fine, l’abbattimento dell’inflazione, dando stabilità al sistema.
Anche la ridefinizione del ruolo dello Stato puntò verso l’accumulazione del capitale e la concorrenza nell’industria. Si affermò però l’opinione che le Partecipazioni statali potessero offrire un importante contributo allo sviluppo industriale, compensando la scarsità d’investimenti innovativi da parte dell’industria privata.
Lo sviluppo degli anni ’50
Le scelte di apertura dell’economia italiana agli scambi internazionali costituirono il motore che produsse l’energia per liberare il potenziale di crescita che si espresse con la “rincorsa”. L’Italia fu seconda solo alla Germania in quanto alla combinazione tra crescita, stabilità dei prezzi e accumulazione di capitale. La sua crescita s’inquadra in uno schema di sviluppo export led. Però non è la domanda estera che spiega la crescita italiana di quegli anni, poco caratterizzata dalle esportazioni, ma gli investimenti, di cui una parte importante pubblici. L’apertura dell’economia italiana ebbe nondimeno importanti effetti sull’offerta, attraverso l’accumulazione di capitale nell’industria. Infine, la produzione si volse verso beni di consumo, domandati nei Paesi di esportazione, a più alto reddito. Si affermarono aree di sviluppo dell’occupazione, dei redditi dei lavoratori e della media borghesia, di impiegati e professionisti, che andarono a costituire i nuclei della diffusione in Italia di modelli di spesa prevalenti in Paesi avanzati.
Il “miracolo economico” e la congiuntura
Il contributo iniziale della domanda estera è dominante. L’avvio del Mercato Comune Europeo, nel 1957, con i Trattati di Roma, portando una forte riduzione del protezionismo, fece impennare gli scambi tra i Paesi della Comunità. Le esportazioni crescevano ad un ritmo maggiore di quello degli investimenti, che comunque, aumentando ad un ritmo più che doppio rispetto agli anni ’50, generano il boom dei consumi privati, spinti da massicci aumenti delle retribuzioni, a causa di tensione nel mercato del lavoro e all’aumento delle forze sindacali. Le imprese però scaricarono gli incrementi dei costi unitari del lavoro sui prezzi, causando un aumento dell’inflazione del 7%, con effetti sul reddito e sugli investimenti, che caddero del 2 e del 20%. Alla fine gli investimenti, negli anni successivi, si attestarono su valori nettamente inferiori alla media europea. Il Miracolo apparve in tutta la sua fragilità e scarsa durata.
Tra il 1964 ed il 1969 il nostro Paese accumulò un attivo nella Bilancia delle Partite Correnti tra i più alti del mondo; risorse che avrebbero potuto essere impiegate all’interno ed invece furono prestate all’estero con uscite di capitali che portarono in passivo la Bilancia dei Pagamenti. Intanto la fase di sviluppo lasciava ancora un’abbondante sottoccupazione agricola. L’industria italiana soffriva ancora di: un divario di livelli di produttività; una struttura industriale esile; una presenza modesta nelle produzioni tecnologicamente avanzate.
Dal successo alla crisi: mercato del lavoro e dualismo
Lo sviluppo dell’industria italiana fu influenzato da un modello di economia arretrata, con offerta illimitata di lavoro. In questo modello l’economia è composta da due settori:
- Agricolo: caratterizzato da: eccesso di manodopera; bassa produttività; salari di sussistenza.
- Industriale: moderno; con elevata produttività; salari un poco più alti.
Ciò permette al secondario di giovarsi di un mercato del lavoro perfettamente elastico. Una volta avviato, questo processo di sviluppo industriale si autosostiene, fino a che l’eccesso di lavoro permane, eliminando poi il dualismo iniziale. Fu proprio quindi l’ampia riserva di forza lavoro in agricoltura che permise uno sviluppo trainato dalle esportazioni. L’economia poté in tal modo espandersi fino a quando il meccanismo si arrestò, nei primi anni ’60. Il meccanismo virtuoso di crescita richiede che non urti contro aumenti salariali che riducono i profitti, gli investimenti, gli incrementi di produttività ed il processo di sviluppo.
La ragione del successo dell’economia italiana fino al 1963 starebbe quindi nel mantenimento di bassi salari e della conseguentemente elevata accumulazione di capitale. Quando le condizioni del mercato del lavoro mutano, nei primi anni ’60, l’economia appare destinata ad assestarsi su ritmi di crescita più lenti. La congiuntura non fu altro che la manifestazione del semplice fatto che l’Italia era rimasta priva della sua eccedenza di manodopera. Nel 1963 la riserva di lavoro non poteva dirsi esaurita. Il dualismo si rivelò carattere strutturale dello sviluppo italiano: vi sono due tesi che analizzano questo dualismo:
- A causa della presenza di sindacati in grado di impedire al salario reale di fissarsi al livello compatibile con la piena occupazione. I lavoratori rimanenti risultavano quindi in parte discriminati, generando dualismo produttivo. La crescita dell’economia italiana verrebbe quindi a dipendere dalle rivendicazioni salariali nei confronti della grande industria. Questa tesi è considerata poco realistica.
- Si generò un dualismo tra i settori che producevano per l’estero ed i settori che lavoravano per il mercato interno: si creò un divario tra settori dinamici e stagnanti. Le forti rivendicazioni salariali ebbero quindi origine dalla concentrazione dei settori dinamici in alcune Regioni del Settentrione, dove si giunse anche alla piena occupazione. Ci fu di conseguenza una distorsione nei consumi. La diffusione precoce dei modelli di consumo dei Paesi più avanzati fu sostenuta dall’andamento dei prezzi relativi, causando una riduzione dei prezzi dei beni meno necessari ed un aumento di quelli dei beni necessari.
Sul mercato del lavoro finirono per scaricarsi i vari effetti dello sviluppo disordinato, indotto dall’orientamento delle esportazioni. L’abbondante riserva di manodopera favorì uno sviluppo industriale che trasse vantaggio dai bassi salari, come del resto in altri Paesi, e a cui sarebbe seguito come conseguenza un mercato del lavoro più teso. Con la congiuntura questo confronto fu anticipato e accentuato da:
- I dualismi prodotti da uno sviluppo accelerato;
- Problemi strutturali che era urgente affrontare con interventi di manutenzione straordinaria del modello di sviluppo che si era affermato.
La manutenzione straordinaria
Nazionalizzazione settore elettrico: ENEL
A questa posero mano i Governi di centro-sinistra, con l’apertura della DC ai Socialisti. Le riforme trovarono espressione nella programmazione, delineata nel 1962 dalla Nota aggiuntiva di La Malfa, prospettando interventi e riforme per l’industrializzazione del Mezzogiorno e delle altre aree depresse, per: la valorizzazione dell’agricoltura; lo sviluppo dei consumi pubblici; una pianificazione territoriale ed urbanistica. Alla programmazione dovevano partecipare i rappresentanti delle principali organizzazioni economiche e sindacali; tuttavia alla fine un tavolo di concertazione tra i vari attori non si realizzò. Il primo piano quinquennale, relativo al 1966-70, fu approvato solo nel 1967, causando 3 effetti:
- Allarmò la maggioranza degli imprenditori con lo spettro di una pianificazione socialista;
- L’affermazione del comando politico ed economico da parte di nuovi gruppi di potere;
- La resistenza dei vecchi gruppi economici che temevano di perdere privilegi consolidati.
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