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Il processo di categorizzazione

Gli esseri umani non si limitano a registrare la realtà per quella che è. La trasformano, la rielaborano, la dotano di significato sotto la spinta di schemi mentali, a loro volta influenzati da una combinazione di fattori cognitivi, motivazionali ed emotivi. Uno dei principali strumenti di trasformazione e alterazione della realtà in funzione della mente umana è il processo di categorizzazione.

La nostra mente opera alcune semplificazioni. In primo luogo, sembra non notare piccole variazioni in quello che osserva, mentre percepisce l’ambiente intorno a noi come relativamente stabile (come sappiamo invece, i fenomeni, i corpi e le relazioni tra essi sono in continuo mutamento). In secondo luogo, non analizza come se fosse nuovo ogni singolo stimolo che i sensi incontrano, ma lo inserisce in classi preesistenti, e tratta gli elementi in esse contenuti come equivalenti. Il processo di generalizzazione permette di semplificare la realtà. Questa operazione è compiuta applicando agli oggetti etichette concettuali.

Ogni atto di percezione implica un processo di etichettamento. Attraverso questo processo noi non percepiamo mai direttamente gli oggetti che stiamo osservando (cose quasi sferiche, di colore rosso), ma cogliamo il loro significato in relazione a un concetto presente nella nostra mente (mela). Le caratteristiche degli oggetti che percepiamo vengono confrontate con quelle dei concetti mentali e, in base all’esito di questo confronto, gli oggetti vengono categorizzati in classi. Così, stimoli tra loro diversi, ma con caratteristiche comuni, vengono trattati come equivalenti. Quando categorizziamo degli oggetti, stiamo in realtà compiendo altre operazioni mentali, delle quali il più delle volte non siamo consapevoli:

  • Mentre inseriamo degli stimoli in classi di appartenenza, stiamo collegando il nuovo con il vecchio. Stiamo, cioè, assegnando al nuovo stimolo le caratteristiche tipiche del concetto a cui lo stiamo associando. Quindi posso inferire che l’oggetto percepito possiede degli attributi caratteristici della classe di appartenenza. È un processo di deduzione che va dalle caratteristiche della classe all’oggetto, e permette anche un risparmio di energie cognitive che andrebbero impiegate in grandi quantità se dovessimo scoprire ogni nuovo oggetto.
  • Quando categorizziamo degli stimoli, stiamo aggiornando il contenuto della categoria (nella categoria “televisione": televisioni piatte, appese al muro ecc.). In un ambiente in cui tutto cambia, le categorie devono essere flessibili e pronte ad adeguarsi al nuovo.

Queste due attività sono fondamentali nell’interazione tra uomo e ambiente. Da un lato necessitiamo di una struttura interpretativa stabile per dare senso di continuità alla nostra esperienza, dall’altro abbiamo bisogno di essere flessibili, pronti a cogliere le variazioni dell’ambiente. Recenti studi hanno mostrato come il sistema neocorticale sia preposto all’attivazione di categorie apprese, mentre il sistema dell’ippocampo serve a codificare i nuovi stimoli in entrata.

Il processo di categorizzazione degli stimoli è legato al principio di similarità: quanto più lo stimolo in entrata è simile ad altri stimoli già inseriti in una categoria, tanto più è probabile che venga classificato in essa. Tale processo presenta un problema fondamentale: la similarità tra due oggetti non è assoluta, ma contestuale (mela e foglie di insalata sono molto diverse, ma potrebbero essere raggruppate nella categoria “vegetali”). Il processo di categorizzazione può essere guidato da una teoria: la mente umana attribuisce agli oggetti fisici dei significati, delle caratteristiche che non possiedono, ma che sono una proiezione dei nostri desideri, dei nostri scopi, delle nostre motivazioni. D’altra parte, anche gli oggetti, una volta percepiti, sono in grado sia alterare i nostri desideri e le nostre motivazioni e, quindi, possono influenzare ed eventualmente modificare i nostri schemi mentali preformati.

Semplificazione e assimilazione intracategoriale

Che cosa succede agli oggetti che vengono classificati all’interno di categorie? Nel processo di categorizzazione avviene una semplificazione dell’ambiente. Ma affinché tale semplificazione abbia luogo, è necessario che la molteplicità di stimoli che incontriamo ogni giorno sia riconducibile a poche classi di oggetti significativi. Quindi, è necessario che le differenze tra gli oggetti inseriti in una stessa categoria siano ridotte al minimo. Questo processo prende il nome di assimilazione intracategoriale. La sua conseguenza è che gli elementi inseriti in una categoria vengono percepiti ancora più simili di quanto non lo fossero prima di essere classificati. L’inserimento di un oggetto all’interno di una categoria comporta la sua esclusione da una categoria alternativa: viene applicato il processo di differenziazione intercategoriale. Se due stimoli appartengono a due categorie diverse, essi saranno percepiti più diversi tra loro di quanto non lo fossero prima di essere categorizzati. I processi di assimilazione e differenziazione portano a delle alterazioni nella percezione. Le somiglianze e le differenze che vengono percepite non corrispondono solo alle caratteristiche effettivamente possedute dagli oggetti, ma rispecchiano anche il modo in cui gli stessi oggetti sono categorizzati.

Esperimento di Tajfel e Wilkes

Esperimento di Tajfel e Wilkes: presentarono ai partecipanti una serie di 8 linee di lunghezza crescente. Per una parte dei partecipanti, ognuna delle 4 linee più corte era etichettata con la lettera A e le 4 più lunghe con la lettera B. Per gli altri partecipanti, le linee non presentavano nessuna classificazione. Venne chiesto ai partecipanti di stimare la lunghezza delle linee. I risultati mostrarono che le persone a cui erano state presentate le linee senza categorizzazione fornivano delle stime abbastanza accurate, gli altri percepivano le linee appartenenti alla stessa categoria A o B come più simili tra loro di quanto non lo fossero in realtà. I risultati dimostrarono che gli individui tendono a sottostimare le differenze tra elementi appartenenti alla stessa categoria (assimilazione intracategoriale) e a sovrastimare le differenze tra elementi appartenenti a categorie diverse (differenziazione intercategoriale).

Categorizzazione sociale

Lo stesso processo di categorizzazione può essere applicato anche all’ambiente sociale. Le persone che incontriamo ogni giorno sono infatti troppe per essere conosciute tutte in modo approfondito. Di conseguenza, per semplificare il nostro mondo sociale, siamo obbligati ad affiancarci al processo di categorizzazione anche nei nostri rapporti con gli altri, classificandoli all’interno di categorie sociali, o gruppi. Si parla in questo caso di categorizzazione sociale. Questa si può basare sull’aspetto esteriore delle persone, ma anche su loro attributi e modi di agire. Per questo essa presenta alcune peculiarità rispetto alla categorizzazione degli stimoli non sociali.

  • Il processo di categorizzazione sociale permette di operare delle inferenze comportamentali. Se una persona viene categorizzata all’interno di un gruppo, allora ci attendiamo che si comporti nel modo caratteristico di tutti gli individui appartenenti a quella categoria. L’insieme delle caratteristiche che sono ritenute tipiche di una categoria sociale prende il nome di stereotipo (nel processo di deduzione delle caratteristiche di una categoria sociale a quelle dei singoli individui. Esso non coinvolge solo i comportamenti, ma anche i giudizi, attributi e valutazioni).
  • La seconda peculiarità della categorizzazione sociale è rappresentata dalla funzione di spiegazione. Gli esseri umani hanno anche bisogno di rendere l’ambiente controllabile e dotato di significato. Etichettando una persona come appartenente a una categoria sociale siamo in grado di spiegare i suoi comportamenti, che altrimenti potrebbero risultare difficili da comprendere. In molte interazioni sociali la funzione di spiegazione si combina con quella di inferenza (possiamo inferire altri comportamenti di quella persona che vediamo). Tuttavia, è possibile che la combinazione tra inferenza e spiegazione conduca a conclusioni improprie (raccogliamo una borsetta per terra per ridarla alla signora, e un'altra persona crede che siamo scippatori).

La prima conseguenza negativa del processo di categorizzazione sociale: noi tutti, in occidente, siamo orgogliosi della nostra individualità ed essere categorizzati all’interno di una classe più generale di persone e essere trattati come elementi indifferenti, risulta molto fastidioso. Il secondo problema della categorizzazione è che raramente gli stereotipi corrispondono alla verità (italiani: spaghetti e mandolino). Il processo di classificazione si lega al processo di inferenza e conduce a formulare giudizi che potrebbero non tenere in considerazione le reali caratteristiche delle persone coinvolte: pregiudizio. Il pregiudizio non è necessariamente negativo, anche se può esserlo drammaticamente - molte minoranze, molte classi di immigrati, molte etnie sono giudicate negativamente, e questa valutazione si ripercuote sui singoli individui che ad esse appartengono. In questi casi, il pregiudizio nei confronti di una categoria sociale si traduce in un comportamento negativo nei confronti di singole persone che ne fanno parte - si parla allora di discriminazione comportamentale.

L'attivazione delle categorie

Ci si è posta la domanda se l’attivazione e l’applicazione delle categorie a stimoli sociali sia automatica oppure no. La risposta sembrerebbe essere affermativa: la semplice esposizione ai tratti distintivi di una classi di individui (es. colore della pelle) attiva una categoria corrispondente (persone di colore) e causa l’attivazione degli stereotipi associati al gruppo. Questo processo può avvenire interamente al di fuori della consapevolezza, senza quindi che vi siano interventi consci da parte delle persone. Per questo si è parlato di attivazione automatica delle categorie e degli stereotipi. È possibile controllare consciamente tali processi automatici? Una soluzione al problema è rappresentata dal fatto che la motivazione a fornire giudizi accurati può in qualche modo ridurre l’applicazione degli stereotipi attivati alle persone con cui si interagisce.

Un’altra via per ridurre e contrastare i processi automatici fa riferimento al fatto che, in genere, le persone possono essere categorizzate in modi diversi. Sembra che nel caso in cui siano disponibili due categorie, l’attivazione automatica di una provochi l’inibizione, altrettanto automatica, dell’altra (es. considerare l’individuo in base alla professione potrebbe essere un modo per non considerarne l’etnia). In altri casi però questo processo può essere subdolo e discriminativo se la situazione non è favorevole (es. quando si viene criticati dal soggetto). Dunque, gli stereotipi negativi di un gruppo sociale non cambiano molto facilmente.

Gli stereotipi e le informazioni

Gli stereotipi sono anche una guida interpretativa per l’elaborazione delle informazioni incontrate nell’ambiente. Se le informazioni in entrata sono coerenti con lo stereotipo, la loro codifica avviene in modo immediato, mentre se sono incoerenti viene richiesto uno sforzo cognitivo che ne rallenta l’acquisizione. Quindi è più facile confermare uno stereotipo, piuttosto che smentirlo. Gli stereotipi hanno la capacità di autoeliminarsi in modo automatico.

Il fenomeno delle profezie che si autoavverano fu per primo studiato da Rosenthal e Jacobson. Somministrarono ad alcune classi di bambini un test che in teoria avrebbe misurato le potenzialità del bambino. Estrassero a caso un quinto dei bambini dicendo agli insegnati che si trattava di bambini più dotati e promettenti. Così, gli insegnanti si crearono delle aspettative positive. Dopo un anno, questi bambini avevano effettivamente un quoziente intellettivo che era aumentato, mentre i bambini “meno dotati” venivano giudicati meno curiosi, meno interessati, meno contenti e meno avviati verso un successo futuro. La profezia, dunque, benché priva di alcuna ragione fondata si era avverata. Gli insegnanti avevano inconsciamente rivolto più attenzioni verso i bambini che pensavano fossero più promettenti, rivolgendosi a loro con maggiore calore e comprensione. Questo trattamento di favore aveva velocizzato la loro crescita intellettiva. Dunque, l’attivazione di una precisa aspettativa produce comportamenti e atteggiamenti coerenti con essa, che a loro volta sono in grado di produrre le basi per una conferma dell’aspettativa stessa. In questo caso le aspettative sono consapevoli.

Cosa succede se le aspettative sono inconsapevoli? Bargh, Chen e Burrows mostrarono come la formazione di un legame tra stereotipi e comportamenti corrispondenti sia possibile senza che gli individui ne siano minimamente consapevoli. A un gruppo di soggetti fu attivata la categoria “anziani”, a un altro gruppo no. A loro insaputa, l’esperimento continuava, e gli sperimentatori misurarono il tempo impiegato dai soggetti per uscire: il gruppo a cui era stata attivata la categoria “anziani” era più lento dell’altro gruppo. Dunque, l’attivazione di una categoria provoca l’attivazione di uno stereotipo che, a sua volta, provoca l’attuazione di un comportamento legato al contenuto dello stereotipo stesso. Non è necessario che vi sia un’aspettativa esplicita circa il comportamento delle persone. È sufficiente un’attivazione automatica e inconsapevole della categoria perché lo stereotipo si confermi da sé.

È possibile controllare gli effetti automatici? Si è pensato che la strategia ideale per sopprimere gli effetti dell’attivazione automatica delle categorie sia di spostare su di essi l’attenzione consapevole delle persone. In altre parole, le persone dovrebbero sforzarsi consciamente di non utilizzare categorie o stereotipo. Ma anche questa soluzione può essere controproducente (dopo che ci si sforza a non pensare a qualcosa, i pensieri precedentemente soppressi tornano in mente più forti di prima e in misura più forte di quanto non lo sarebbero stati se la soppressione non fosse mai avvenuta - effetto rimbalzo). La soppressione dei pensieri implica due meccanismi separati: un processo intenzionale e consapevole che dirige l’attenzione verso oggetti “distrattori” (cioè stimoli che non sono legati al pensiero da sopprimere), e un processo inconsapevole che ha la funzione di controllare che i pensieri da sopprimere non riescano ad arrivare alla coscienza. L’effetto rimbalzo avviene in due situazioni: quando il tentativo di soppressione termina, o quando durante il tentativo vengono richieste altre attività cognitive. Quindi, qualora ci si sforzi di non esprimere pensieri e comportamenti pregiudiziali, i pregiudizi torneranno più forti di prima. Per uscire dal circolo vizioso andrebbe attivato un circolo virtuoso: si trasforma lo stereotipo da negativo a positivo.

La categorizzazione del sé

Le persone possono categorizzare anche se stesse. Le nostre percezioni, le nostre interazioni sociali, i nostri pensieri, i nostri desideri sono in continuo mutamento. Anche il nostro corpo cambia in ogni istante. L’etichetta “io”, assegnata all’insieme di tutti i processi mentali, al nostro corpo, al nostro ruolo sociale e alle relazioni che intercorrono fra tutti questi elementi, serve a dare agli individui un senso di continuità riguardo a se stessi e alla propria esistenza. Oltre al processo di etichettamento, applichiamo a noi stessi anche quello dell’inclusione in classi. Qualora il sé venga inserito in una classe di individui, questa diviene un “gruppo di appartenenza” o ingroup. Se il sé non vi è inserito, la classe diventa “gruppo estraneo” o outgroup. La categorizzazione sociale del sé, ovvero l’inclusione di se stessi in un gruppo sociale, non è necessariamente un’operazione volontaria e spontanea. In alcuni casi le persone scelgono i gruppi a cui appartenere (tifare squadra), altre volte la presenza di persone appartenenti ad altri gruppi sociali rende saliente l’appartenenza al proprio gruppo (italiano all’estero). In alcuni casi il processo di categorizzazione del sé diviene forzato (immigrati extracomunitari). La categorizzazione sociale del sé ha una funzione fondamentale nella vita degli individui: il fatto di essere inclusi in particolari gruppi definisce chi siamo, sia agli occhi degli altri, sia ai nostri. In questo modo, si crea e definisce il ruolo di una persona all’interno della società.

L’assimilazione intracategoriale e la differenziazione intercategoriale assumono un particolare rilievo quando nelle categorie è coinvolto il sé. Nel processo di assimilazione intracategoriale si verifica l’effetto di omogeneità dell’outgroup: i gruppi di appartenenza vengono percepiti meno omogenei al loro interno rispetto ai gruppi estranei. Questo effetto, probabilmente, può dipendere dal fatto che abbiamo una conoscenza migliore dell’ingroup rispetto all’outgroup e quindi siamo in grado di apprezzare più differenze all’interno del primo che all’interno del secondo. Recenti studi hanno mostrato che l’effetto dipende da un processo di categorizzazione del sé: noi non tendiamo a percepirci sempre come appartenenti a gruppi sociali, poiché viviamo all’interno dell’ingroup (non pensiamo sempre di essere italiani). Inoltre, essere come gli altri non è sempre un valore positivo, mentre viene data importanza all’espressione di se stessi come individui realizzati, dotati di caratteristiche proprie. Poiché, quindi il sé non viene inserito in un igroup, non si verifica il processo di assimilazione intracategoriale, e le persone che ne fanno parte non vengono percepite come omogenee tra loro. Per quanto riguarda l’outgroup, esso è sempre visto...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher oliverqueenarrow di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università Maria SS.Assunta - (LUMSA) di Roma o del prof Scopelliti Massimiliano.
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