Capitolo 1: Il processo di categorizzazione
Uno dei principali strumenti di trasformazione e alterazione della realtà in funzione della mente umana è: il processo di categorizzazione. Per un organismo come quello umano, la percezione di variazioni molto lente non è necessariamente funzionale. Il fatto di percepire l'ambiente intorno a noi come relativamente stabile non è un problema per la sopravvivenza; è comunque una forma di cecità di fronte alla reale natura delle cose. L'ambiente che ci circonda è molto complesso, ricchissimo di stimolazioni, di oggetti, di altri esseri viventi. In sintesi è troppo ricco di singoli oggetti per essere realmente compreso in ogni suo dettaglio. Per riuscire a muoversi al suo interno in modo efficace è necessario semplificarlo. Un metodo efficace di semplificazione è quello di racchiudere stimoli simili all'interno di categorie, in modo da trattarli tutti come un unico concetto, piuttosto che come molti oggetti distinti.
Il problema che si risolve in questo modo ha a che fare con la generalizzazione. Tale problema deriva dal fatto che nessuno stimolo ricorre due volte allo stesso modo. Pertanto è utile generalizzare le conoscenze che possediamo riguardo alle “mele” a tutti i nuovi stimoli che siamo come tali. Ai fini della sopravvivenza, questo processo di semplificazione della realtà è indispensabile. Invece di perderci nei mille rivoli percettivi che l'ambiente circostante ci propone, riusciamo a muoverci in un ambiente formato da pochi concetti significativi.
La nostra mente, dunque, sembra operare alcune semplificazioni. In primo luogo, sembra non notare piccole variazioni in quello che osserva, riuscendo invece ad apprezzare una certa stabilità nei fenomeni; in secondo luogo, non analizza come se fosse nuovo ogni singolo stimolo che i sensi incontrano, ma lo inserisce all’interno di classi preesistenti. Queste operazioni sono compiute applicando agli oggetti delle etichette concettuali.
La percezione come atto di categorizzazione
Ogni atto di percezione implica un processo di etichettamento mentale. Il risultato di questo processo è che noi non percepiamo mai direttamente gli oggetti che stiamo osservando, ma cogliamo il loro significato in relazione a un concetto presente nella nostra mente (la mela). Ogni concetto presenta una lista di caratteristiche, alcune tipiche, altre meno, che lo definiscono. Le caratteristiche vengono confrontate con quelle dei concetti mentali e, in base all'esito di questo confronto, gli oggetti vengono categorizzati in classi. L'esito di questo processo è che stimoli tra loro diversi, ma che presentano delle caratteristiche in comune, vengono trattati come equivalenti. La categorizzazione non si esaurisce nel processo di classificazione.
In primo luogo, mentre inseriamo degli stimoli in classi di appartenenza, stiamo collegando il nuovo con il vecchio. Stiamo cioè assegnando al nuovo stimolo le caratteristiche tipiche del concetto a cui lo stiamo associando. L'operazione ci permette di acquisire conoscenze rilevanti, ad esempio, per l'utilizzo che possiamo fare dello stimolo. Posso quindi inferire che l'oggetto percepito possiede degli attributi caratteristici della classe di appartenenza. Si tratta di un processo di deduzione che va dalle caratteristiche della classe all'oggetto. Se non fossi in grado di collegare nuovi stimoli ad esperienze passate, ogni atto di percezione sarebbe una continua scoperta, implicando in questo modo un enorme dispendio di energie cognitive. Naturalmente, però, questo processo è associato anche a distorsioni e fraintendimenti. Le esperienze passate sono spesso associate a stati emotivi, a valutazioni, in altre parole hanno un significato soggettivo per chi le ha vissute. Percepire stimoli nuovi interpretandoli in base a tali esperienze porta quindi a investirli di significati che in realtà essi non possiedono.
In secondo luogo, quando categorizzo degli stimoli, sto aggiornando il contenuto della categoria. Alcuni oggetti possono essere inseriti in classi preesistenti, anche se presentano alcune caratteristiche inizialmente considerate anomale. A lungo andare, però, queste caratteristiche cominceranno ad essere considerate tipiche della categoria. Questa è un'operazione rilevante perché implica il fatto che i miei concetti, e dunque le categorie, non sono immutabili, ma sono pronti, entro certi limiti, a essere adattati, accomodati, a stimoli che presentano caratteristiche mai viste prima. Se così non fosse, le categorie sarebbero inutili; queste devono essere necessariamente flessibili e pronte ad adeguarsi al nuovo.
Queste due attività mentali, ancorare lo sconosciuto al conosciuto e accomodare il conosciuto in base alle novità, sono cruciali nell'interazione tra l'uomo e l'ambiente. Da un lato, necessitiamo di una struttura interpretativa stabile, dall'altro abbiamo bisogno di essere flessibili, pronti a cogliere le variazioni dell'ambiente.
Diversi approcci al tema della categorizzazione
Si è a lungo ipotizzato, infatti, che le caratteristiche degli stimoli impongano a chi li percepisce di categorizzarli in modo univoco e preciso. Tale processo è guidato dai dati presenti nell'ambiente: sono i loro attributi a determinare il processo di categorizzazione. Secondo questo approccio, la mente umana non farebbe altro che registrare gli stimoli ambientali, classificandoli ed etichettandoli in base alle loro caratteristiche oggettive. Da questo punto di vista, il processo di categorizzazione degli stimoli è legato al principio di similarità: quanto più lo stimolo in entrata è simile ad altri stimoli già inseriti in una categoria, tanto più è probabile che venga classificato in essa.
Tuttavia, tale processo presenta un problema fondamentale: la similarità tra due oggetti non è assoluta, ma contestuale. Il processo di categorizzazione può non essere guidato da caratteristiche intrinseche degli oggetti, ma da una motivazione, da uno scopo, da un'aspettativa. Più in generale, può essere guidato da una teoria. Dunque, sono gli stimoli che suggeriscono alla mente il modo in cui trattarli, o è la mente che impone loro i suoi vincoli? Presumibilmente entrambe le posizioni sono corrette e non si escludono a vicenda. Fuori dalla nostra coscienza sicuramente esistono degli oggetti fisici. La mente umana, però, ponendosi in contatto con essi, attribuisce loro dei significati, delle caratteristiche che essi non possiedono, ma che sono una proiezione dei nostri desideri, dei nostri scopi, delle nostre motivazioni. D'altra parte, però, anche gli oggetti, una volta percepiti, sono in grado di alterare i nostri desideri e le nostre motivazioni e quindi possono influenzare ed eventualmente modificare i nostri schemi mentali preformati.
Le conseguenze percettive della categorizzazione
Che cosa succede agli oggetti che vengono classificati all'interno di categorie? Avviene la semplificazione dell'ambiente. È necessario far sì che le differenze tra gli oggetti inseriti in una stessa categoria siano ridotte al minimo. Questo processo prende il nome di assimilazione intracategoriale. La conseguenza è che gli elementi inseriti in una categoria vengono percepiti ancora più simili tra loro di quanto non lo fossero prima di essere classificati. D'altra parte, l'inserimento di un oggetto all'interno della categoria comporta la sua esclusione da una categoria alternativa, che invece avrà al suo interno altri oggetti. Un processo di differenziazione intercategoriale si ha quando due stimoli appartengono a due categorie diverse, ed essi saranno percepiti più diversi tra loro di quanto non lo fossero prima di essere categorizzati. Non va comunque dimenticato che le somiglianze e le differenze tra gli stimoli sono contestuali. Le somiglianze e le differenze che vengono percepite non corrispondono solo alle caratteristiche effettivamente possedute dagli oggetti, ma rispecchiano anche il modo in cui i soggetti sono categorizzati.
La categorizzazione degli stimoli sociali
Caratteristiche della categorizzazione sociale
Finora abbiamo considerato la percezione di stimoli inanimati, rilevando come il fine della categorizzazione sia un processo di semplificazione dell'ambiente fisico; lo stesso processo può essere applicato anche all'ambiente sociale. Le persone che incontriamo ogni giorno sono infatti troppe per essere conosciute tutte in modo approfondito. Di conseguenza, per semplificare l'ambiente sociale siamo obbligati ad affidarci al processo di categorizzazione anche nei nostri rapporti con gli altri, classificandoli all'interno di categorie sociali o gruppi. Si parla, in questo caso, di categorizzazione sociale.
L'inclusione di un individuo all'interno di una più ampia classe di persone può avvenire mediante un confronto tra caratteristiche dello stimolo e specifiche categoriali. In altri casi, il processo procede in base a un semplice etichettamento, senza l'esistenza di precisi correlati fisici. Quindi, la categorizzazione sociale si può basare sull'aspetto esteriore delle persone ma anche su loro attributi e modi di agire.
Prima di tutto, il processo di categorizzazione sociale permette di operare delle inferenze comportamentali. Una persona viene classificata all'interno di un gruppo, allora ci attendiamo che si comporti nel modo caratteristico di tutti gli individui appartenenti a quella categoria. Questo fenomeno fa parte di un processo più generale di deduzione dalle caratteristiche di una categoria sociale a quelle dei singoli individui che ne fanno parte. L'insieme delle caratteristiche ritenute tipiche di una categoria sociale prende il nome di stereotipo.
La seconda peculiarità della categorizzazione sociale è rappresentata dalla funzione di spiegazione. Oltre che semplificare l'ambiente, gli esseri umani hanno infatti un bisogno impellente: rendere l'ambiente controllabile e dotato di significato. Etichettando una persona come appartenente a una categoria sociale, siamo in grado di spiegare i suoi comportamenti, che altrimenti potrebbero risultare difficili da comprendere. In molte interazioni sociali, la funzione di spiegazione si può combinare a quella di inferenza; è possibile che tale combinazione conduca a conclusioni del tutto improprie.
Conseguenze della categorizzazione sociale: il pregiudizio e la discriminazione
Se la persona viene categorizzata all'interno di un gruppo, le vengono attribuite le caratteristiche generalmente associate al gruppo stesso. La prima conseguenza negativa di questo processo fa riferimento al processo di categorizzazione in quanto tale. Può risultare molto fastidioso essere categorizzati all'interno di una classe più generale di persone, di conseguenza, essere trattati come i suoi elementi indifferenziati e vedersi attribuire tratti che non possediamo.
Il secondo problema dell'applicazione degli stereotipi alle persone appartenenti a un gruppo è legato al fatto che raramente gli stereotipi corrispondono a verità. È probabile che tutte le persone appartenenti a una categoria sociale possiedano effettivamente gli stessi tratti. Il problema è che in questi casi, il processo di inferenza viene potenziato da un secondo processo tipico della categorizzazione: l'assimilazione intracategoriale. Come si è detto, il fatto di categorizzare alcuni stimoli fa sì che essi vengano percepiti come più simili tra loro di quanto non siano in realtà. Applicato agli esseri umani, questo processo porta a ritenere che tutte le persone inserite in una certa categoria sociale siano simili tra di loro.
In definitiva, il processo di classificazione si lega al processo di inferenza e conduce a formulare giudizi che potrebbero non tenere minimamente in considerazione le reali caratteristiche delle persone coinvolte. Esiste un nome per definire questo processo ed è pregiudizio. Il pregiudizio non è necessariamente negativo, ma può essere drammaticamente negativo; in questi casi, il pregiudizio nei confronti di una categoria sociale si traduce in un comportamento negativo nei confronti di singole persone che ne fanno parte. Si parla allora di discriminazione comportamentale.
Automatismi nel processo di categorizzazione sociale
Il fatto che le conseguenze della categorizzazione possano essere così negative ha spinto gli psicologi sociali a cercare di comprendere se è veramente inevitabile classificare le persone all'interno di insiemi omogenei. In altre parole, ci si è chiesti se l’attivazione e l'applicazione delle categorie sia automatica oppure no. La risposta sembrerebbe essere affermativa; la semplice esposizione a tratti distintivi di una classe di individui attiva una categoria corrispondente e di conseguenza causa l'attivazione di stereotipi associati al gruppo. Questo processo può avvenire interamente al di fuori della consapevolezza. Per questo si è parlato di attivazione automatica delle categorie e degli stereotipi.
Una soluzione al problema è rappresentata dal fatto che la motivazione a fornire giudizi accurati può in qualche modo ridurre l'applicazione degli stereotipi attivati dalle persone con cui si interagisce. Gli stereotipi negativi di un gruppo sociale non cambiano molto facilmente. Essi infatti vengono alimentati da nuove informazioni negative, mentre non vengono neppure attivati quando le informazioni in entrata sono positive.
Il legame tra stereotipi e comportamenti: le profezie che si autoavverano. Si è rilevato che se le informazioni in entrata sono coerenti con lo stereotipo, la loro codifica avviene in modo immediato, mentre se sono incoerenti viene richiesto uno sforzo cognitivo che ne rallenta l'acquisizione. Quindi, è molto più facile confermare lo stereotipo piuttosto di smentirlo. Tale dinamica dà luogo, nell'interazione tra persone, a vere e proprie profezie che si autoavverano. L'attivazione di una precisa aspettativa produce comportamenti e atteggiamenti coerenti con essa, che a loro volta sono in grado di produrre le basi per una conferma dell'aspettativa stessa. Inoltre, l'attivazione di una categoria provoca l'attivazione di uno stereotipo che, a sua volta, provoca l'attuazione di un comportamento legato al contenuto dello stereotipo stesso. Per esempio: ritengo che le persone di colore siano aggressive; il fatto di interagire con una di esse attiverà in me il concetto di aggressività, che mi porterà ad attuare comportamenti aggressivi.
È possibile controllare i processi automatici? Le persone dovrebbero sforzarsi consciamente a non utilizzare categorie e stereotipi. Tuttavia, questa soluzione può rivelarsi controproducente. Dopo che si è attuata una soppressione volontaria di alcuni pensieri, i pensieri precedentemente soppressi tornano in mente più forti di prima. Questo effetto rappresenta un tipico effetto di rimbalzo, in cui un’alterazione temporanea di un processo mentale porta, dopo l’apparente ritorno alla normalità, a un’alterazione in direzione contraria.
La maggior parte degli studi ha trovato la presenza di effetti di rimbalzo, in due situazioni: o nel momento in cui il tentativo di soppressione termina, o quando, durante il tentativo, vengano richieste altre attività cognitive. È possibile in qualche modo uscire da questo circolo vizioso? Sembra proprio che, dato il funzionamento della mente umana, l’unica possibilità di successo sia legata all’attivazione di un opposto circolo virtuoso. In altre parole, dato che la categorizzazione e l’attivazione degli stereotipi sembrano essere effettivamente automatici, l’unico modo per non arrivare al pregiudizio è trasformare lo stereotipo da negativo a positivo.
La categorizzazione sociale del Sé
Il Sé come oggetto di categorizzazione
Le persone, così come classificano gli oggetti e gli altri esseri viventi, possono categorizzare anche loro stesse. L’etichetta “io”, assegnata all’insieme di tutti i nostri processi mentali, al nostro corpo, al nostro ruolo sociale e alle relazioni che intercorrono fra tutti questi elementi, serve a dare agli individui un senso di continuità riguardo se stessi e alla propria esistenza. Senza questo tipo di stabilità, la nostra vita sarebbe intollerabile. Noi stiamo cambiando di momento in momento. Eppure non ce ne rendiamo conto, né sarebbe produttivo che lo facessimo, perché altrimenti la nostra attenzione rischierebbe di essere attratta dalle nostre variazioni senza poter essere rivolta verso il mondo esterno. Il rovescio della medaglia è che finiamo con il vivere la vecchiaia come una sorta di malattia, come un avvenimento drammatico che ci rovina l’esistenza. Se ci rendessimo conto che il processo di invecchiamento inizia dal momento in cui nasciamo, vedremmo le cose in una prospettiva diversa e probabilmente, valuteremmo meglio la preziosità del tempo a nostra disposizione.
Oltre al processo di etichettamento, applichiamo a noi stessi anche quello dell’inclusione in classi. Qualora il sé venga inserito in una classe di individui, questa diviene un “gruppo di appartenenza” o ingroup. Se il sé non vi è inserito, invece, la classe diviene un gruppo estraneo o outgroup. La categorizzazione sociale del sé, ovvero l’inclusione di se stessi in un gruppo sociale, non è necessariamente un’operazione volontaria e spontanea. In alcuni casi, le persone scelgono i gruppi cui appartenere.
Il fatto di essere inclusi in particolari gruppi piuttosto che in altri definisce chi siamo, sia agli occhi di chi ci circonda, sia ai nostri. In questo modo, si crea e definisce il ruolo di una persona all’interno della società.
Il sé e l’assimilazione intracategoriale: le percezioni di omogeneità dei gruppi
L’assimilazione intracategoriale e la differenziazione intercategoriale vengono utilizzate direttamente coinvolgendo il sé. Il processo di assimilazione intracategoriale sembra portare a un risultato asimmetrico.
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