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Socializzazione al lavoro degli adolescenti

Capitolo 1: Adolescenti che lavorano e studiano

Molta parte delle ricerche svolte in ambito economico trattano il lavoro minorile, inteso come lo svolgimento di un’attività retribuita; le varie forme di lavoro sono trattate alla stessa maniera e non è oggetto di interesse la natura sei lavoro svolti. Il lavoro minorile, in altre parole, è un fenomeno noto agli economisti, ma i ragazzi che lavorano costituiscono una realtà ancora poco conosciuta e studiata, se non attraverso fonti indirette. Di recente, però, tale approccio è stato criticato da alcuni autori, che propongono di trattare i ragazzi che lavorano come agenti economici. Questi autori sottolineano come gli economisti riconoscano e percepiscano la presenza dei ragazzi solo negli ambiti che ritengono essere loro appropriati, in particolare nella scuola o nella famiglia o nei servizi, dove sono rappresentanti come soggetti ricettori passivi di cure e interventi, ma mai come attori attivi e partecipi delle attività in cui sono coinvolti.

Nell’ambito della psicologia dello sviluppo è un dato ormai condiviso che nella fase dell’adolescenza i soggetti si preparano per i ruoli che dovranno poi svolgere nell’età adulta. La psicologia del lavoro studia la socializzazione al lavoro, processo di acquisizione di abilità e competenze necessarie per l’inserimento positivo del soggetto nel mondo del lavoro e nell’organizzazione in cui opera. Questo processo inizia dall’infanzia attraverso l’acquisizione d’informazioni in merito al mondo del lavoro che provengono dalla famiglia, dagli amici e dai media, prosegue poi nell’adolescenza attraverso le istituzioni educative e le esperienze lavorative svolte durante la scuola superiore o l’università.

Nel corso dell’adolescenza, infatti, i ragazzi diventano consapevoli del prestigio e della desiderabilità sociale associati alle singole professioni, sviluppano una comprensione dei ruoli e delle responsabilità delle specifiche figure professionali e infine identificano gli obiettivi lavorativi personali. Studi e ricerche sulla socializzazione anticipatoria al lavoro degli adolescenti sono ancora scarsi, così come per quanto riguarda il lavoro svolto dagli adolescenti; eppure, secondo i dati dell’ILO, gli adolescenti che lavorano sono numerosi e maggiormente nei paesi in via di sviluppo rispetto a quelli ad economia avanzata nei quali, in ogni caso, i minori economicamente attivi sono molti.

A livello internazionale esiste un atteggiamento concorde sul proibire il lavoro a soggetti che non abbiano ancora raggiunto almeno i 15 anni, anche se questa soglia può essere abbassata ai 14 nel caso dei paese in via di sviluppo, secondo quanto è stabilito dalla Convenzione ILO n.138. Non esiste però un accordo per quanto riguarda il lavoro degli adolescenti, ma tuttavia, prevale un approccio di tipo abolizionista, secondo cui gli unici lavori ammessi dovrebbero essere quelli leggeri, non retribuiti, come la partecipazione nelle faccende domestiche o nelle attività economiche della famiglia; viceversa, il lavoro svolto fuori dalla famiglia, è considerato un’attività da limitare o addirittura da bandire.

L’approccio abolizionista, infatti, tende a estendere la soglia per l’accesso al lavoro ai 18 anni, anche quando il lavoro sia compatibile con lo studio e la frequenza scolastica. Diversi ricercatori, hanno messo in discussione l’universale validità e la reale fattibilità di un approccio totalmente repressivo; questi preferirebbero piuttosto una regolamentazione migliorativa della situazione corrente, che consenta ai minori di continuare a lavorare e studiare al tempo stesso. Alcuni autori sottolineano come nella rappresentazione delle conseguenze dello svolgimento di un lavoro sulla vita dei ragazzi spesso si faccia confusione tra i possibili rischi e le conseguenze; di conseguenza la considerazione prioritaria dei rischi e dei possibili danni arrecati dal lavoro impedisce di dare la giusta considerazione ai potenziali benefici.

Infatti, il lavoro può costituire un aspetto positivo. L’approccio abolizionista potrebbe rivelarsi inadeguata anche per gli adolescenti che svolgessero forme di lavoro compatibili con lo studio e, non dannose o pericolose per il loro sviluppo e il loro benessere psicofisico. Infatti, il mancato riconoscimento della presenza di adolescenti che lavorano in questo ambito determinerebbe una zona grigia, dove il lavoro è comunque presente, ma non regolamentato, dunque privi di protezione e in una posizione molto più debole.

Quanti sostengono la validità di un approccio possibilista verso il lavoro degli adolescenti, sottolineano anche che gli interventi e le politiche adottate per eliminare il lavoro dalla vita dei ragazzi hanno ottenuto risultati limitati. In generale, chi difende il lavoro degli adolescenti afferma che questo costituisce un modo non solo per sfuggire o alleviare la povertà, ma anche una forma di partecipazione alla vita familiare e sociale, così come un’esperienza che promuove una rappresentazione positiva di Sé. Questo secondo approccio è improntato alla valorizzazione critica dell’esperienza lavorativa del minore, intesa come un momento di socializzazione e di formazione umana, non solo professionale.

Capitolo 2: Lavorare e studiare

Le motivazioni addotte con maggior frequenza e forza contro l’inserimento di un adolescente nel mondo del lavoro riguardano considerazioni relative soprattutto al rischio di compromettere la scolarità o il successo scolastico dei ragazzi, assieme alla preoccupazione di limitarne eccessivamente il tempo libero e quindi la possibilità di dedicarsi ad attività ricreative o socializzanti. Lo svolgimento di un’attività economica, innanzitutto, non sembra incidere sempre in misura drammatica sul tempo dedicato alla scuola o allo studio. Infatti, i dati raccolti dall’ILO dimostrano come la maggior parte dei ragazzi che lavorano nei paesi in via di sviluppo, in realtà, sono studenti lavoratori. Per quanto riguarda invece i paesi a economia avanzata, una porzione in crescita di giovani di età compresa tra i 16 e i 19 anni, abbinano lo studio al lavoro. Lo stesso vale per l’Italia.

L’abbandono scolastico d’altra parte non sembra derivare in modo diretto in un rapporto di causa-effetto dal coinvolgimento del ragazzo in un’attività lavorativa. Più in generale, sembrerebbe che i ragazzi che lasciano lo studio più spesso sono mossi da una scarsa motivazione verso gli studi, mentre il lavoro diventa una valida possibilità al restare a casa, senza essere occupati in nessuna attività.

Sulla sostenibilità e la fattibilità di abbinare produttivamente lo studio e la scuola entrano in gioco molte variabili, tra cui il numero di ore dedicate al lavoro, il periodo della giornata e dell’anno in cui tale attività viene svolta, le motivazioni che spingono il ragazzo a lavorare, la sua capacità di organizzarsi il tempo in relazione agli impegni sia scolastici sia lavorativi. Anche le variabili del contesto entrano in gioco: le aree più sviluppate economicamente offrono maggiore possibilità di svolgere un’attività economica legale e rispettosa della normativa, attenta alla protezione degli adolescenti; nelle aree più depresse economicamente, le forme di lavoro coinvolgono molto di più minori in età infantile e sono molto più connotate da condizioni illegali, inadeguate o addirittura dannose per il minore.

Gli studi più recenti rilevano come i minori svolgono forme estremamente variegate di lavoro, in termini di attività svolte e tempo dedicato al lavoro. Soprattutto, però, accanto a forme di lavoro che si configurano come sfruttamento minorile, è possibile ipotizzare che alcune forme di lavoro possano favorire l’inclusione sociale dell’adolescente, prevedendo addirittura percorsi di emarginazione. Tuttavia, ancora non esiste una conoscenza adeguata che consenta di trarre generalizzazioni sui criteri e le modalità da adottare per distinguere tra forme di lavoro accettabili e quelle non accettabili.

  • Può essere utile osservare più in profondità le prospettive di studenti adolescenti che lavorano e frequentano regolarmente la scuola, non provenienti da contesti culturali significativamente deprivati o pesantemente connotati dal rischio di emarginazione.
  • Conoscere le prospettive degli adolescenti di un paese occidentale a economia sviluppata, può aiutare a dirimere la questione se proseguire nell’adozione di politiche e interventi mirati all’eliminazione del lavoro svolto dagli adolescenti o piuttosto di monitoraggio del fenomeno.
  • Definire una soglia tra le attività economiche accettabili e quelle inaccettabili per un adolescente.
  • Sviluppare un approccio più efficace e realistico a questo tema, che aiuti a mettere a punto politiche di intervento adeguate.

Capitolo 3: Atteggiamenti dei giovani verso lo svolgimento di un’attività lavorativa: validazione di un questionario

La rilevazione di dati e informazioni in merito allo svolgimento di un’attività economica svolta da un minore, anche se adolescente, presenta diversi aspetti problematici sotto il profilo metodologico. Innanzitutto, il lavoro svolto da un adolescente è connotato dalla saltuarietà, quindi è difficilmente rilevabile e valutabile con gli strumenti che vengono adottati per osservare il lavoro svolto dagli adulti. Inoltre, le metodologie e gli strumenti suggeriti devono essere tarati sui specifici contesti, tenendo in considerazione fattori culturali, economici e storici. Un ulteriore aspetto problematico riguarda la mancanza di attenzione che è stata rivolta alle forme di attività economica da considerare come accettabili.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/06 Psicologia del lavoro e delle organizzazioni

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Fradraken di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia del lavoro e dell'organizzazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università Maria SS.Assunta - (LUMSA) di Roma o del prof Benevene Paola.
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