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Premessa

Negli ultimi 15 anni ci sono stati dei cambiamenti molto importanti relativi al mondo del lavoro. Un importante cambiamento riguarda l'evoluzione tecnologica che ha avuto un'influenza notevole sia per quanto riguarda l'innovazione di prodotto, sia per quanto riguarda l'innovazione di processo. Si tratta di innovazioni continue, rapide, che modificano profondamente il sistema produttivo e l'organizzazione del lavoro.

Un altro cambiamento molto importante ha a che fare con la globalizzazione che ha coinvolto capitali e prodotti, ma anche il mondo del lavoro. L'internazionalizzazione delle attività di produzione e degli scambi commerciali ha trasformato molte imprese industriali e commerciali in organizzazioni di tipo finanziario. Molte imprese produttive hanno delocalizzato la produzione in siti più convenienti, creando problemi nei livelli di occupazione nei Paesi di antica civiltà industriale. Come i profitti e i prodotti, anche i salari tendono a livellarsi: quelli dei paesi emergenti cresceranno, anche se lentamente, mentre quelli dei paesi opulenti tenderanno a scendere.

Le differenze tra Nord e Sud del mondo si vanno acuendo: il benessere è in aumento, ma intere aree del pianeta vivono in povertà e in condizioni di isolamento. L'assunto che guida la struttura dell'esposizione del volume è che lavorare significa gestire relazioni: con il contenuto del lavoro, con le tecnologie, con le persone con i diversi ruoli con i quali si interagisce, con l'organizzazione.

Parte prima: la psicologia per la promozione dei lavoratori e lo sviluppo delle organizzazioni

Capitolo 1: Il lavoro in diversi contesti disciplinari

1. Il concetto di lavoro

Il termine lavoro non ha una definizione univoca, ma può avere molteplici significati simbolici. In linea generale le idee più antiche legate all’attività lavorativa rinviano alla sofferenza, alla pena, al dolore, alla dipendenza e allo sfruttamento ed esiste un significato arcaico e primitivo che sottolinea la dimensione della fatica e dello sforzo insiti nel lavoro.

Il lavoro può essere considerato come “qualsiasi esplicazione di energia volta ad un fine determinato”. In questa concezione è presente l’idea del movimento, della trasformazione e della finalizzazione. Più specificatamente il lavoro può essere considerato come l’applicazione delle potenzialità psicofisiche dell’uomo diretta alla produzione di un bene o di un servizio o all’acquisizione di un risultato tangibile di utilità individuale o collettiva. In questo senso il lavoro viene concepito come un processo dinamico:

  • È un movimento che si conclude in un prodotto
  • È un mezzo di espressione delle risorse fisiche, intellettuali ed emotive dell’individuo
  • È un intervento di cambiamento sia dell’oggetto su cui si esercita il lavoro stesso sia del soggetto che grazie allo scambio con l’ambiente fisico e sociale sviluppa capacità e affina sensibilità
  • È una sequenza produttiva finalizzata a conseguire un risultato utilizzabile direttamente o indirettamente
  • È un territorio nel quale si attivano rapporti e stili di relazione e di convivenza

Per tutti questi aspetti il lavoro assume un ruolo centrale nella comprensione della realtà umana. La vecchia concezione del lavoro come pena e sofferenza, disagio e dovere coesiste con una visione del lavoro inteso come diritto, desiderio, investimento e creatività e viene considerato come un processo complesso multideterminato con significati individuali e collettivi. Una dimensione considerata alla base del concetto di lavoro è la relazione che il soggetto intrattiene con:

  • La struttura organizzativa in termini di divisione e differenziazione delle varie attività (complessità), standardizzazione del lavoro e delle procedure (formalizzazione), luogo in cui risiede l'autorità decisionale (centralizzazione)
  • I processi organizzativi cioè i processi operativi, informativi e di controllo, di gestione
  • La tecnologia sia per quello che riguarda la produzione diretta, sia per il trattamento delle informazioni
  • La cultura dell’organizzazione cioè i valori, le norme, i modelli di comportamento, il linguaggio ed i rituali
  • Il contenuto del lavoro, cioè ciò che ciascuno fa, le competenze ed energie psicofisiche richieste per lo svolgimento del lavoro
  • Il ruolo che si è chiamati a giocare (compiti, mansioni) e le relazioni con altri ruoli
  • Lo spazio fisico, anche in termini di temperatura, illuminazione, rumore
  • Il tempo che si dedica al lavoro in termini di distribuzione dell’orario, flessibilità e problemi di conciliazione tra tempo di lavoro e tempo di vita
  • L'assetto normativo e retributivo cioè il tipo di contratto e il livello e il tipo di retribuzione
  • Il progetto di vita personale, all'interno del quale si inscrive il lavoro

Da queste considerazioni è possibile leggere il comportamento umano nei contesti lavorativi a diversi livelli interdipendenti. Questi livelli sono:

  1. Individuo con i suoi bisogni, desideri, paure ed avversioni, patrimonio di competenze, speranze e progetti
  2. Aggregazione delle persone nel gruppo di lavoro la cui gestione deve considerare l’interdipendenza, la necessità di assicurare livelli di efficacia collettiva, la coabitazione, le diverse competenze professionali, le diverse appartenenze etniche, religiose e valoriali
  3. Organizzazione nel suo complesso e alla sua articolazione strutturale, alle tecnologie, ai sistemi culturali e valoriali
  4. Società e cultura cioè il sistema economico e politico, l’insieme delle norme, i valori e gli stili di convivenza che condizionano l’operato delle organizzazione
  5. Ambiente fisico che deve essere salvaguardato
  6. Altre società e altre culture insite in un mondo globalizzato in cui barriere spazio-temporali vengono abbattute

Questi livelli devono essere tenuti in considerazione e lo studioso che si avvicina alla spiegazione dell’uomo al lavoro deve dimostrarsi capace di ragionare contemporaneamente ai 6 livelli in quanto il lavoro umano si comprende a partire dalle interconnessioni e si sostanzia nella gestione di una rete di relazioni.

2. Il lavoro in filosofia

Nel mondo antico prevale una concezione negativa del lavoro, inteso come attività manuale e considerato come corrispettivo del dolore richiesto dagli dei per concedere bene agli uomini o come elemento che soffoca all'intelligenza o come distrazione dalla vita contemplativa. Esiodo nell'ottavo secolo avanti Cristo considera il lavoro come un alto valore morale e come l'esaltazione di virtù, ma bisogna attendere il periodo rinascimentale per assistere ad una vera e propria esaltazione del lavoro, considerato come fondamento della civiltà e del progresso.

Si può intravedere una nuova società fondata sul lavoro nel periodo della Riforma, con l'affermazione del protestantesimo. Il lavoro veniva considerato come servizio divino e come strumento di ascesi diretto ad instaurare il divino nel mondo. La cultura protestante pretende una disciplina rigorosa e assegna un valore etico al lavoro. La realizzazione professionale è considerata come dovere e virtù.

Voltaire esalta l'attività lavorativa considerata strumento privilegiato per sconfiggere la noia, il vizio, il bisogno cioè grandi mali dell'umanità. In generale, la posizione degli illuministi concepisce il lavoro in senso positivo, enfatizzandone il valore morale e sociale.

Un'esaltazione del lavoro si registra in tutto l'idealismo moderno. Fichte considera il dovere del lavoro come missione religiosa e riconosce il diritto al lavoro che lo Stato deve assicurare ad ogni cittadino. Per Hegel il lavoro è strettamente connesso alla socialità dell'uomo, che mantiene la sua dignità proprio quando lavora.

Si sviluppò un profondo ripensamento del significato del lavoro a partire dallo sviluppo capitalistico e dallo sfruttamento del lavoro umano della prima rivoluzione industriale. Marx considera il lavoro come un'attività finalistica per la produzione di valori d'uso. È l'appropriazione degli elementi naturali per bisogni umani, è un'attività libera e creatrice. Ma non tutte le attività sono lavoro e non tutti i lavori sono creativi. Per Marx, nelle fabbriche capitalistiche l'uomo è un semplice ingranaggio di una macchina e non può realizzarsi, ma è sottoposto ad alienazione. L'alienazione indica che il lavoro dell'uomo è trasformato in un oggetto che esiste al di fuori di lui e che è autonomo.

Lo sviluppo di una teoria critica della società capitalistica è stata continuata dalla Scuola di Francoforte, secondo la quale la restituzione al lavoro di una dimensione umana e la piena realizzazione dell'uomo dipendono dal superamento dell'organizzazione del lavoro prevista dall'industrializzazione capitalistica e della divisione tra lavoro spirituale e manuale.

Anche nelle correnti filosofiche del Novecento la riflessione sul lavoro è cospicua. Per quanto riguarda il neoidealismo italiano, secondo il pensiero di Benedetto Croce il lavoro è il tratto distintivo del vivere umano. Il non lavoro è noia e morte, anche se permane l'idea della ineliminabilità del carattere penoso del lavoro.

Per quanto riguarda l'esistenzialismo, di particolare interesse è la riflessione di Jaspers. Nella sua concezione il lavoro è l'essenza fondamentale dell'uomo, è un creare il suo mondo, è un fare pianificato dotato di un’intenzione, di uno scopo volto alla soddisfazione di bisogni non solo elementari, un'attività attraverso la quale l'uomo diviene cosciente di sé, della trascendenza della propria essenza.

Già con Aristotele il lavoro aveva ricevuto una considerazione di grande spessore antropologico. Tuttavia, Aristotele riconduce il lavoro ad un'attività separata dal contemplare e dall'agire e ne esclude la sua valenza trascendentale che oggi invece assume una grande importanza. Il contributo della filosofia all'analisi del lavoro, probabilmente, sarà ancora più prezioso nel futuro anche per la tendenza a coniugare critica sociale ed economica, ricerca sociologica, riflessione morale.

3. Il lavoro in economia e nel diritto

Le scienze economiche hanno considerato il lavoro dal punto di vista dell’impresa che lo utilizza come fattore di produzione. Secondo l’economia classica il mercato del lavoro opera come il mercato dei beni cioè come un meccanismo automatico di bilanciamento tra domanda e offerta di lavoro. La tesi fondamentale è che quando l’offerta di lavoro supera la domanda degli imprenditori la retribuzione tende a decrescere e decrescendo fa aumentare la domanda fino ad adeguarsi all’offerta, eliminando la disoccupazione.

Gli anni della crisi, culminata nel 1929, portarono ad una revisione di tale teoria. In particolare Keynes demolisce l’ipotesi che un sistema di libera concorrenza tenda alla piena occupazione dei fattori produttivi e del lavoro e spostò l’attenzione dall’allocazione delle risorse al loro impiego e sostenne che il problema della piena occupazione dipende dalle relazioni tra variabili aggregate quali il reddito nazionale e l’entità del risparmio e degli investimenti.

Dal punto di vista del diritto, nel nostro Paese il lavoratore viene valorizzato e tutelato. La carta costituzionale pone il lavoro alla base dello stato riconoscendo il diritto al lavoro di ogni cittadino, tutela il lavoro in tutte le sue forme, stimola la formazione e lo sviluppo professionale. Altri principi costituzionali importanti si riferiscono alla parificazione della donna all’uomo nei diritti che nascono dal rapporto di lavoro, al diritto dei lavoratori alla previdenza, alla sicurezza sociale, all’organizzazione sindacale, al diritto allo sciopero. Lo Statuto dei lavoratori (1970) riconosce il diritto dei lavoratori alla libertà di opinioni e sancisce il divieto di indagine sulle opinioni, vieta l'impiego di strumenti per controllare a distanza i lavoratori, prevede agevolazioni per i lavoratori studenti, riconosce la libertà di organizzazione e di azione sindacale e valorizza il sindacato in ambito aziendale.

4. Il lavoro in antropologia e in sociologia

Il contributo dell'antropologia allo studio del lavoro riguarda la comprensione dei diversi modelli di cultura all'interno dei quali nasce e matura una precisa concezione del lavoro. Da questa prospettiva, non esiste un concetto universale di lavoro. L'antropologia ci aiuta a comprendere la relatività dei modi di concepire il lavoro ma anche a rilevare le analogie nelle diverse concezioni del lavoro. Particolarmente interessanti sono le ricerche sulla condizione della donna nelle varie culture e sulla divisione del lavoro tra i sessi. La divisione del lavoro non si riferisce a ciò che i sessi possono realmente fare ma ciò che devono fare.

Un altro campo di interesse si riferisce alla dimensione individualismo e collettivismo. I valori di alcune culture tendono ad enfatizzare come primario il soddisfacimento dei bisogni e degli interessi individuali, mentre in altre culture sono stimolati soprattutto i valori della solidarietà, del benessere del gruppo, della collettività. Un grande contributo dell'antropologia riguarda anche lo studio delle culture dell'organizzazione, studiate a partire dagli anni '70.

Ancora più articolato è il contributo della sociologia. La sociologia del lavoro studia il mercato del lavoro, la formazione è l'orientamento professionale, il valore attribuito al lavoro, la sua qualità, il grado di organizzazione, l'automazione, la parcellizzazione, l'alienazione, le sue conseguenze psicofisiche e sociali, la conflittualità con catena. La sociologia del lavoro può essere suddivisa in sociologia manageriale e sociologia strutturale dell'organizzazione. La sociologia manageriale è caratterizzata dalla subalternità dell'elaborazione teorica alla ricerca empirica, da un interesse prevalente verso la produttività, l’efficienza e il profitto, da una centratura sull'organizzazione produttiva. La sociologia strutturale dell'organizzazione, è caratterizzata da una prevalenza dell'elaborazione teorica sull'osservazione empirica, da un'attenzione per la salvaguardia dei valori umani e diritti civili piuttosto che sul profitto, da una centratura sull'intera società.

5. Il lavoro in medicina

La medicina studia i danni psicofisici che possono derivare all'uomo dall'ambiente di lavoro e ricerca e sperimenta i mezzi e gli strumenti più adatti per prevenirli. La medicina del lavoro comprende la patologia del lavoro e l'igiene del lavoro. La patologia del lavoro ha come compito lo studio degli effetti dannosi che possono insorgere come diretta conseguenza dell'esercizio di un mestiere. L'igiene del lavoro studia le cause di malattia, di infortunio e di invalidità con finalità di prevenzione. Il lavoro, quindi, può essere causa diretta di infortunio o causa diretta di malattie professionali. Le malattie professionali si distinguono in:

  • Patologia da fatica, che può riguardare sia il lavoro intellettuale che manuale ed è connessa alla gravosità del lavoro, alle condizioni di lavoro quali aerazione, temperatura e dallo stato individuale in soggetto.
  • Malattie da cause fisiche, che includono malattie causate da radiazioni calorifiche, luminose, ultraviolette e ionizzanti
  • Malattie da cause chimiche, che hanno a che fare con intossicazioni, causticazioni
  • Malattie da agenti infettivi e parassitari

L'infortunio sul lavoro è un evento traumatico, lesivo per la salute del lavoratore, che si verifica nell'ambiente di lavoro, nell'orario di lavoro, in modo rapido e violento per cause esterne alla volontà del lavoratore. Gli infortuni vengono studiati in termini di frequenza e in termini di gravità. Esiste una complessa legislazione nazionale, integrata da direttive comunitarie, per prevenire gli infortuni e migliorare la salute e la sicurezza dei lavoratori. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità la salute è uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplicemente assenza di malattia e infermità.

6. Il lavoro nella storia delle religioni

Con l'affermazione del protestantesimo, Lutero definiva il lavoro come servizio divino e Calvino come strumento di ascesi. Il lavoro, quindi, non è considerato castigo di Dio, ma segno della grazia divina. In quest'ottica Weber intravede un rapporto di filiazione diretta tra la teologia espressa da alcune confessioni riformate e la mentalità capitalistica, intesa come tendenza ad organizzare la propria vita ed il proprio tempo in funzione del lavoro e del guadagno. Diversa è la concezione del lavoro desumibile dai testi biblici. Secondo la tradizione ebraica il lavoro non è un castigo ma un dovere dell'uomo, una benedizione di Dio. In ebraico, la parola lavoro si applica anche al culto religioso. Si intende l'adorazione come un lavoro Santo. Il Dio biblico appare profondamente implicato nel lavoro e nel riposo. Egli lavora e riposa. L'alternanza tra al lavoro il riposo di Dio genera la festa. Come Dio, anche l'uomo è chiamato al lavoro, riposo e alla festa. Secondo la cultura musulmana l'uomo è stimolato di impiegare produttivamente il tempo e a ricercare in mezzo di sussistenza. La legge islamica impone al lavoratore l'obbligo di svolgere il proprio compito con cura e dedizione. I testi religiosi incoraggiano l'onestà e vietano la frode nel commercio e nel lavoro.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/06 Psicologia del lavoro e delle organizzazioni

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sararossi4 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Avallone Francesco.
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