Psicologia culturale
Introduzione
Viaggi nel Sé e nella cultura in una città dell’Albania. Inghilleri nel 2009 fa una serie di osservazioni e ricerche a Scutari, settentrionale. Lì il Kanun regolava gli ambiti sociali, è un complesso sistema di norme per la regolazione sociale, un codice consuetudinario del XV secolo. Nel Kanun è presente il sistema della vendetta del sangue, per cui si poteva vendicare l’uccisione di un familiare colpendo i parenti maschi dell’assassino. Entra per la prima volta nella casa di persone “sotto vedetta” e trova una grande normalità, sembrano davvero inseriti nella loro quotidianità, pur essendo segregati in casa.
In un affollato mercato di Bangkok vede dei ragazzi che mangiano cavallette caramellate e ha una sensazione di differenza, che si può ritrovare anche in piccoli episodi della vita quotidiana, in cui noi utilizziamo in modo automatico schemi cognitivi adatti alla nostra cultura.
Presso la popolazione Navajo, all’imboccatura di un camion vede una macchina a fianco di una casa, con il cofano aperto e fili che la collegavano alla casa. Pensa stiano ricaricando la batteria, ma in realtà stavano usando la batteria per ascoltare la radio elettrica. I nostri modi di pensare si costruiscono attraverso le esperienze quotidiane che avvengono nei nostri luoghi, con gli oggetti della nostra cultura.
Francesco Remotti nel suo volume Contro natura. Una lettera al papa, evidenzia come l’idea che esista un unico tipo di famiglia naturale, a cui si contrappongono altri tipi di famiglia, sia irreale. La famiglia nucleare moderna occidentale è piuttosto rara. Remotti fa l’esempio delle culture dei Na dello Yunan (Cina) e dei Nayar del Malabar (India), dove ci sono gruppi coesi di fratelli e sorelle che vivono nella stessa casa e la sessualità si esprime all’esterno del gruppo domestico. In queste culture i legami sessuali e sentimentali sono instabili e provvisori, la continuità affettiva e la solidarietà si realizzano nel gruppo domestico, nella famiglia composta da fratelli e sorelle.
Le differenze culturali
Come possiamo porci di fronte ai casi descritti? Come consideriamo le differenze e le somiglianze? Molto spesso il tema dell’articolazione tra mente e cultura è rimasto implicito, in altri casi è risultato più chiaro e centrale.
Esempi nella psicologia
- Errore fondamentale di attribuzione: Considerando l’errore fondamentale di attribuzione, argomento classico della psicologia cognitiva, le persone tendono a pensare che il comportamento altrui sia legato a caratteristiche stabili dell’individuo e non a fattori connessi alla situazione. Per Heider la causa di questo errore è nel fatto che il comportamento della persona attira su di sé l’attenzione dell’osservatore, mentre i fattori sociali restano sullo sfondo. La tendenza all’errore è poi più marcata nelle culture occidentali, che tendono a considerare l’individuo un’entità autonoma.
- I processi di categorizzazione: L’essere umano ha la tendenza a organizzare la realtà in parti, in categorie. Questo processo dà ordine alla realtà esterna, la semplifica e permette di elaborare meglio l’informazione. È una proprietà generale della mente umana, che ha una base evoluzionistica. Questi schemi si sono formati e si formano attraverso i processi di socializzazione, in stretto contatto con la matrice culturale in cui la persona si trova a vivere.
Nuovi approcci psicologici
Tra il 1970-80 si sviluppò in Europa un’impostazione teoretica che diede una visione nuova e più aperta alla psicologia scientifica e alla psicologia sociale. Si sviluppano due approcci, presenti ancora oggi in psicologia:
- Basato su una prospettiva “individualistica”: Il soggetto può essere studiato indipendentemente dalle sue interazioni sociali. La società è vista come un semplice insieme di singoli individui.
- Basato sullo studio dell’interazione sociale: L’individuo è visto come un soggetto attivo che si rappresenta e dà significato all’ambiente e non si limita a reagire a esso. Sono presenti tre ordini generali di ricerca e di azione, cioè lo studio delle variazioni sistematiche dei processi di ordinamento, l’interesse per le strutture cognitive ampie e per lo studio dei comportamenti reali.
Teorie psicologiche ampie
- Moscovici: Le rappresentazioni sociali sono concetti e spiegazioni che nascono nella vita di tutti i giorni. Sono fenomeni legati al modo di acquisire e comunicare conoscenze. Le rappresentazioni sociali hanno funzione simile alle categorie, forniscono un ordine e permettono la comunicazione fra membri della comunità, fornendo loro un codice per lo scambio sociale. Le rappresentazioni sociali hanno poi la funzione di trasformare l’estraneo in familiare. Questo avviene attraverso il processo di ancoraggio, che consiste nell’incorporazione dell’estraneo nella nostra rete di categorie e permette di costruire la nostra percezione del nuovo adattandolo a concetti familiari; e al processo di oggettivazione, la trasformazione di un concetto astratto in qualcosa di fisico. L’estraneo così assume una qualità reale. Questa teoria sottolinea come la cultura esterna debba essere considerata elemento che contribuisce a costruire il nostro pensiero, che a sua volta modifica la cultura esterna.
- Tajfel: Sviluppa la teoria dell’identità sociale. Definisce il sentimento per cui una parte importante della nostra identità deriva dall’appartenenza a gruppi sociali, l’immagine che l’individuo ha di sé nasce dalla consapevolezza di far parte di gruppi specifici e dal significato emotivo che ne deriva. La costruzione dell’identità origina dal confronto con altri gruppi e categorie e si costruisce attraverso negoziazione con questi. In particolare tendiamo a sovrastimare le somiglianze tra membri dei nostri gruppi e le diversità rispetto ai membri degli altri, generando così rapporti di favoritismo e di conflitto.
Contributi di altri studiosi
Negli anni in cui Freud elaborava la teoria psicanalitica, negli USA William James sviluppava un costrutto che riguardava il Sé personale. Questo argomento fu poi sviluppato da George H. Mead. Per Mead la mente e il Sé emergono dall’interazione sociale e rendono possibile l’organizzazione della società. La mente deriva dall’interiorizzazione nell’individuo del processo sociale di comunicazione. Il pensiero procede mediante l’assunzione da parte del soggetto dei ruoli altrui e del controllo del proprio comportamento. Questo processo rende possibile la nascita del Sé, ente distinto dall’organismo biologico e capace di essere consapevole di se stesso.
I fondamenti della psicologia culturale
I precursori e le origini
Lev Vygotskij Lev Semenovic Vygotskij è stato il primo autore che ha dato spazio adeguato all’influenza della cultura nei processi di sviluppo e di vita degli esseri umani. Nei suoi studi ha messo in luce la centralità del contesto socioculturale nei processi di sviluppo e teorizzato il concetto di artefatto culturale. È il fondatore della scuola storico-culturale russa, nato nel 1896, nel 1924 entrò a lavorare all’Istituto di Psicologia di Mosca. Morì di tubercolosi nel 1934, dopo aver ultimato Pensiero e linguaggio. Il suo pensiero si diffuse fuori dalla Russia, in versione completa, solo negli anni Ottanta. La sua teoria non è semplicemente una teoria dello sviluppo cognitivo, ma una teoria più generale della mente umana, una teoria dell’uomo. Usa un nuovo approccio di studio: prima del suo modello teorico, è il suo metodo di ricerca ad essere storico. I fenomeni, e quindi i comportamenti, vanno studiati nella storia, nelle loro trasformazioni.
Nel 1923 Piaget scrive Il linguaggio e il pensiero del fanciullo, dove espone la propria teoria dello sviluppo cognitivo del fanciullo (processo a base genetica, indipendente dal contesto di vita, con un andamento stadiale e dove pensiero e linguaggio sono strettamente legati) e proprio questo lavoro spinge Vygotskij a porsi in maniera critica nel dibattito. Svolge una serie di ricerche, che saranno la base della teoria storico-culturale dello sviluppo, esposta negli scritti raccolti tra il 1923 e il 1934, e poi pubblicata nel testo Lo sviluppo psichico del bambino, e successivamente in Pensiero e linguaggio, la sua opera universalmente conosciuta. Propone un modello di sviluppo dove l’espressione linguistica non è considerata uno strumento di secondo livello, sviluppata a immagine e somiglianza del pensiero. Pensiero e linguaggio non si sviluppano parallelamente ma sono due processi evolutivi indipendenti che si intersecano più volte nel loro cammino, permettendo all’organismo in evoluzione di integrare processi complessi all’interno di un Sé in costruzione. Tanto l’evoluzione di un individuo, quanto quella della società sono storicamente e culturalmente connotate.
Per il linguaggio prospetta tre stadi:
- Linguaggio esteriore, apprendimento di tipo imitativo, spinto dal desiderio di socializzare
- Linguaggio egocentrico, il bambino interiorizza il linguaggio, fino a renderlo mentale e quindi autonomo
- Linguaggio interiore, il linguaggio mentale è esso stesso strumento atto all’interiorizzazione e alla comunicazione del pensiero.
I concetti principali dell’opera sono:
- Lo sviluppo dell’essere umano è un processo sociale, avviene attraverso lo scambio relazionale
- In questo scambio il bambino partecipa come soggetto attivo, dotato di intenzioni e iniziative
- Questo processo è culturale, avviene in un contesto storico ben definito
- Il bambino fa uso di strumenti (artefatti), specifici della società a cui appartiene
- La mente diventa uno strumento di mediazione tra mondo esterno e interno
Vygotskij colloca il linguaggio al centro della linea sociale di sviluppo (storica), che interagisce con la linea naturale di sviluppo (genetica) tramite la mediazione semiotica. Il concetto di artefatto è l’elemento più innovativo della sua teoria. Gli artefatti sono strumenti che l’individuo usa, che si sono formati storicamente attraverso le modifiche che l’uomo ha apportato all’ambiente, durante il processo di evoluzione filogenetica e storico-culturale, accumulandosi nel bagaglio dell’essere sociale di ogni specifico gruppo sociale. Secondo lui la cultura è il medium specie-specifico umano, e il linguaggio ne è lo strumento prediletto. Per primo usa l’espressione mediazione culturale, intendendola come processo che avviene all’interno del medesimo contesto storico-culturale. Nell’incontro con gli oggetti esterni il soggetto non ha un contatto diretto, ma i significati e le pratiche vengono mediati dagli artefatti, elementi simbolici culturalmente costruiti e tramandati.
L’artefatto è il prodotto della cultura che s’interpola fra l’individuo e il mondo e lo rende intellegibile, e contemporaneamente l’insieme degli artefatti costituisce la cultura di un determinato contesto. Il pensiero di Vygotskij ha aperto la strada all’opera di moltissimi autori, tra cui Enestrom (1987), che articola lo schema in modo più complesso, includendo nella struttura relazionale tra individuo e oggetto anche gli elementi che li uniscono ad altri elementi compresenti nella società: i rappresentanti della comunità, le regole sociali e la divisione del lavoro.
Jerome Bruner
Nasce nel 1915 e ha una produzione teorica che arriva fino a oggi. Bruner sviluppa un modello complesso del funzionamento mentale, che descrive nel suo libro La mente a più dimensioni (1986), dove sostiene la compresenza di due modalità di pensiero: il pensiero paradigmatico o logico-scientifico e il pensiero narrativo, determinato dalle relazioni dell’individuo con l’ambiente. È uno degli autori che più accoglie il pensiero di Vygostkij, approfondisce i concetti di cultura e soggetto, definendo quest’ultimo come essere immerso in un contesto culturale specificamente determinato. La sua attenzione è spostata allo studio della rappresentazione di tale interazione e delle modalità in cui essa viene elaborata. Il linguaggio viene considerato un sistema simbolico ben preciso, che impone non solo un punto di vista sul mondo ma anche sull’impiego della mente nei confronti del mondo. Oltre ad essere un mezzo di comunicazione diventa un primario strumento di rappresentazione della realtà e struttura il pensiero.
Secondo lui, durante lo sviluppo cognitivo, oltre a costruirsi una teoria della mente per comprendere i pensieri altrui, il bambino struttura una teoria della cultura che gli permette di dare senso al mondo di significati in cui è immerso. Per Bruner la cultura consiste nella capacità umana di rappresentarsi il rapporto con il mondo, giocando un duplice ruolo: mondo a cui adattarsi e insieme di modalità e strutture con cui giungere a tale adattamento. Scopo della cultura è contenere i significati affinché le persone possano accedervi e partecipare attivamente alla loro costruzione. Attraverso questo processo situato di significazione si costituisce la mente umana.
Noi attribuiamo significati attraverso processi di rappresentazione. Il nostro incontro con il mondo è sempre indiretto e la nostra visione della realtà è sempre filtrata da un sistema simbolico di riferimento. La nostra rappresentazione del mondo è costruita da convenzioni linguistiche ed è stretto il legame tra rappresentazione soggettiva della realtà e sistema simbolico di riferimento. Questi sono gli elementi alla base della cultura:
- La rappresentazione, radice della cultura individuale, interiorizzata attraverso narrazione e esperienza
- Il sistema simbolico, che informa il contesto culturale esterno.
Lo stretto legame che si forma fra questi due elementi permette agli individui di comunicare con il mondo e tra loro. Tra i numerosi strumenti di significazione che la cultura contiene, i più antropomorfi sono il linguaggio e il pensiero narrativo, con la funzione di interpretare gli eventi quotidiani, e a un secondo livello il racconto autobiografico, principale strumento attraverso il quale, vicariata dalla famiglia, viene trasmessa la cultura. Il processo di interiorizzazione che il bambino attua, a partire dall’interazione con la madre, si avvale di meccanismi di rappresentazione: rappresentazione attiva (schema di tipo operativo), rappresentazione iconica (immagine, schema spaziale) e rappresentazione simbolica (sistema di riproduzione attraverso sistemi simbolici, come il linguaggio). Ciascuna delle tre tipologie si avvale di specifici amplificatori culturali, di artefatti che facilitano o limitano lo sviluppo di alcune modalità rappresentative, piuttosto che di altre. Sulla base delle proprie rappresentazioni e degli amplificatori forniti dal contesto culturale, l’individuo costruisce il proprio racconto autobiografico. Ne risulta la costruzione di un Sé vista come una strutturazione flessibile, culturalmente determinata e con ampi margini di negoziazione per l’adattamento al contesto socioculturale di appartenenza. Nel pensiero di Bruner si trovano alcuni punti fondamentali della moderna psicologia culturale: l’influenza reciproca tra mondo interno e esterno, la rilevanza del concetto di artefatto, il ruolo centrale dei processi psicologici individuali.
Natura e cultura: psicologia evoluzionistica e psicologia culturale
Alla base della psicologia culturale ci sono interi filoni di pensiero: esempio è il dibattito inerente all’interazione fra fattori biologici e non biologici sullo sviluppo del comportamento. Esiste una specifica branca della psicologia che si occupa di questo tema, la psicologia evoluzionistica. Secondo questo approccio il cervello umano ha sviluppato, di generazione in generazione, una serie di tratti psicologici adattativi. Essi, in funzione degli stimoli presenti nell’ambiente, consentono di attivare vari tipi di processi di adattamento. I tratti sono elementi pan-umani, caratteristici di tutta la specie e costanti in ogni individuo. I processi di adattamento variano invece in funzione delle condizioni socioculturali e storiche.
L’intero processo appare biculturale: gli elementi biologici e quelli culturali interagiscono in modo inestricabile sia a livello della formazione dei tratti di base, sia della loro espressione nei diversi contesti storici e sociali. Secondo gli psicologi evoluzionisti, i tratti adattativi vennero selezionati perché permettevano il raggiungimento di obiettivi immediati indirettamente collegati all’aumento della fitness. Alla base di questi tratti pan umani, secondo molti autori, ci sono le emozioni: i tratti vennero selezionati perché in grado di suscitare emozioni positive in situazioni adattative (sono capaci di favorire la conservazione della specie) e emozioni negative in condizioni ambientali dis-adattative.
Più recentemente è stato sottolineato come il comportamento derivi da un processo di co-costruzione tra geni e cultura, nel senso che si influenzano reciprocamente. Esiste quindi una doppia ereditarietà: la storia di una persona e di una società derivano dalla selezione naturale e dalla selezione culturale, che si influenzano a vicenda. Un modello tipico dell’approccio biculturale è quello dell’equazione adattativa estesa, proposto da Massimini. Anche per questo modello la cultura influenza in modo basilare i processi psichici e il comportamento, in relazione con i fattori biologici e ambientali. L’equazione adattativa estesa è:
C= f(G, CI, n)+(AN, CE, n)+ I(G, CI, CE)
Secondo il modello dell’equazione adattativa, ogni comportamento deriva dall’interazione e...
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