L'albero dei racconti
Capitolo 1: Imparare "a memoria"
Nella cultura contadina, i racconti di tutte quelle volte che era accaduto un fatto particolare erano un’arte che si tramandava di generazione in generazione. I contenuti delle storie, con gli avvenimenti fittizi o reali che prendevano vita, la loro forma orale, attraverso cui si articolava il racconto, e la relazione che c’era fra chi parlava e i suoi vicini, faceva sì che si trattasse di vere e proprie narrazioni. Il narratore conosceva o intuiva ciò che gli ascoltatori potevano comprendere, sapeva usare le parole giuste, inseriva fatti, domande o giudizi di quella “saggezza popolare” che poteva essere compresa anche dai bambini. Chi ascoltava, a sua volta, era chiamato a partecipare, prestando attenzione silenziosamente o interagendo con osservazioni o domande. I racconti nascevano come rielaborazioni di eventi reali, mettevano in scena immaginari personali e collettivi in sintonia con gli ascoltatori e immagini convivevano con immaginari condivisi, che erano caratteristici di quel contesto.
Le nostre memorie personali vengono dimenticate perché, col passare del tempo, si allontanano e si affievoliscono nella memoria, fino a svanire. Infatti, non possiamo conservare a livello cosciente tutti i nostri eventi di vita, le nostre riflessioni, le nostre emozioni: con tutti i ricordi vivi e presenti avremmo una mente probabilmente confusa e dispersiva o saremmo seguiti in ogni momento della giornata da immagini che si accavallano. Eppure i ricordi persistono in noi, anche se non li chiamiamo: tutto rimane in noi impresso e scolpito. Le memorie non spariscono definitivamente, ma sanno tornare in vita. Le memorie sono le radici della nostra mente: sono loro che, anche se non ne abbiamo coscienza, ci consentono di agire, di compiere delle scelte, di saper distinguere cosa si può fare da cosa no e ci aiutano nel pensiero quotidiano. Esse strutturano i nostri “modelli impliciti”, cioè quei nostri modi di pensare che non sempre corrispondono a ciò che ci viene insegnato a scuola o a ciò che abbiamo ascoltato da altri.
Le “conoscenze” sono un miscuglio di informazioni e di esperienze vissute, che vanno a depositarsi nella memoria. Quando si tratta di recuperarle, si tratta di far prevalere le une o le altre. Come e perché queste memorie riemergano non si può dire con precisione. Le memorie che emergono hanno bisogno di una cura particolare che permetta loro di mostrarsi, altrimenti tornano indietro. Quando abbiamo delle memorie in arrivo, ci appaiono delle immagini più o meno evidenti o più o meno nitide. Gli episodi vitali devono darci un qualche “significato” agli eventi che ricordiamo, sennò rimangono un elenco quantitativo e incolore. Ricordare non è solo far emergere qualcosa e rimembrare non è solo recuperare e mostrare delle sequenze di immagini, ma il ricordo nasconde un senso. Trovare questo senso non è facile perché un ricordo è un fatto plurimo e composito che contiene emozioni, fatti e pensieri.
Una memoria è una “storia” che trattiene tre distinti percorsi narrativi. Il primo percorso narrativo è la parte più semplice e lineare del racconto, quella che viene usata comunemente da tutti: racconta un ambiente, delle persone, dei fatti che sono avvenuti. Il secondo percorso racconta le vibrazioni emotive del narratore o quelle che ha intravisto negli altri. Il terzo percorso ci racconta della vita e di come scegliere ciò che riteniamo valido ed allontanare ciò che riteniamo dannoso, spiegando le ragioni per cui sono state fatte scelte o rifiuti. Senza questo percorso riflessivo i ricordi producono stereotipi di storie.
Recuperare memorie è un dialogo con la propria storia e rielaborando, interpretando e illuminando gli eventi. Nello stesso tempo è una ricerca di ordine, profondità, bisogno di comunicazione, ricerca di senso e di piacere. Le memorie di ognuno di noi sono infinite e non corrispondono alla quantità di tempo che ci è dato nella nostra vita personale. Ogni attimo di esistenza può essere portato “a memoria”, ma ogni volta ci troviamo di fronte ad un evento che, quando l’abbiamo recuperato, non è mai lo stesso, mai identico alle volte precedenti.
Ogni momento di vita viene ri-trovato ed in ogni ritrovamento si può riscoprire qualche elemento di diversità rispetto al precedente recupero. La memoria rappresenta una delle forme di costruzione dell’identità personale. Noi siamo quello che ricordiamo: la nostra identità si nutre della nostra memoria. Fin da piccolissimi gli esseri umani hanno bisogno di memoria. Per un bambino piccolo le “storie” della propria vita hanno più valore delle fiabe tradizionali, perché le prime assemblano la presenza affettiva dell’adulto che parla con la memoria di tutte le cose quotidiane.
La memoria esiste anche nei piccolissimi, ma manca la possibilità di usare il linguaggio e quindi tocca all’adulto farsi narratore descrivendo quello che è successo. Bruner afferma che creiamo la nostra identità attraverso la narrativa e che il Sé è il prodotto del nostro raccontare. Senza la capacità di raccontare non esisterebbe l’identità. Nel raccontare usiamo il Sé interno, privato, cioè la memoria, i sentimenti e le idee che l’individuo si è costruito, e il Sé esterno, pubblico, cioè le attese degli altri o sugli altri e tutto ciò che chiamiamo cultura.
Quando si è incapaci di raccontare o comprendere le storie, con conseguente perdita dell’Io, si parla di dysnarrativia: l’individuo, in questi casi, appare “svuotato, privo dell’anima”. Non esercitarsi sul recupero della memoria è come perderla gradualmente senza rendersene conto. Per recuperare le memorie ci vuole tempo, impegno e sostegno. La memoria rielaborata è una memoria che la persona recupera dalle esperienze personali e ne fa oggetto di riflessione e di valutazione. Essa viene sempre rinnovata e costituisce un’eredità che va a modificare chi la condivide.
Il nostro quotidiano è molto piccolo e tutte le cose da fare sembra debbano essere fatte e il tempo non basta mai. Lasciamo quasi in ultimo il dovere principale di ogni essere vivente: “essere”, cioè avere cura di sé. Noi guardiamo al tempo come un qualcosa che ci sfugge e che non si riesce a tenere stretto. Ma corriamo il rischio di inseguirlo tutta la vita e di non trovarlo mai. Darsi tempo è il primo mezzo per dialogare con le memorie. È una scelta individuale e di contesto. Occorre sostenere le condizioni, le situazioni e le occasioni che consentono alla persona di rallentare.
Già il recupero della memoria individuale appare complesso, ancora più difficile può sembrare lo sforzo di creare contesti nei quali le nostre memorie appaiono ad altri nella loro problematicità e indefinitezza. Costruire spazi di narrazione e di condivisione di memorie non è un’impresa semplice, anche perché le memorie rielaborate si prestano a una valutazione e a un giudizio. Anche le memorie individuali hanno un peso etico e morale per ciascuno di noi perché spesso sono memorie “segrete” che talvolta non abbiamo il coraggio di evocare. Noi siamo i narratori, i giudici, i valutatori e i valutati dei nostri ricordi.
Sarebbe necessario arrivare alla consapevolezza che le nostre memorie non debbano essere azioni da giudicare. Non si può valutare una persona attraverso le sue narrazioni di vita. La valutazione dovrebbe essere operata dal soggetto in modo che la persona inneschi anche una revisione ed una ripresa critica. La persona si esprime quando è protetta, non quando si sente abbandonata, derisa o giudicata. La paura del giudizio invita a ritirarsi piuttosto che ad esporsi. C’è allora da considerare il ruolo del contesto: dare forma alle proprie memorie richiede solidarietà ed empatia da parte di chi ascolta.
Valutazione ed interpretazioni tendono ad annullare il pensiero di chi ascolta e per questo occorre avere un pensiero laico, non appoggiato a visioni preconfezionate del mondo. Chi racconta deve poter sentire che c’è il desiderio da parte di altri di avere davanti una persona, di riconoscerla per quello che essa è e non per quello che si vorrebbe che fosse. L’esercizio del silenzio, del non intervento e il non poter dare un assenso o un dissenso appaiono come operazioni difficili.
“Imparare a memoria” era una modalità classica di insegnamento scolastico. Potemmo dire che si impara con la memoria, come se le cose che si riescono a recuperare diventassero nostre maestre di vita, in un dialogo con noi stessi, così da renderci sempre diversi e sempre nuovi: una memoria che ci aiuta a vederci con i nostri stessi occhi.
L’immagine che vediamo non corrisponde né per dimensione, né per posizione al nostro essere che sta di fronte ad esso. Il recupero cosciente della memoria avviene molto presto nell’uomo, anche se i bambini molto piccoli non sanno “dire”. Tuttavia anche loro si comportano nel mondo con una loro “memoria” che è stata chiamata “personale”, del “Sé interno” o “autoriferita”. Questa memoria è presente non solo nei bambini, ma anche in tutti noi, consente di recuperare, raccontare e comprendere ciò che si incontra e usa i ricordi per capire come ci si dovrà comportare in una determinata situazione.
Le storie di memoria dei bambini piccoli vanno tradotte in lingua adulta e interpretate. L’interprete più attendibile è la madre che “empaticamente” avrebbe il compito di interpretare e ri-raccontare l’accaduto, che può aiutare il bambino a rendere evidente il “sé narrativo” e che può avviare alla comprensione degli eventi e delle sensazioni emotive. Nel ridire ciò che il bambino avrebbe voluto dire, la madre può compiere un’operazione di “memoria” che è composta da fatti, interpretazioni emotive ed insegnamenti per la vita. Così l’adulto offrirebbe al bambino un significato alle cose che accadono o che si immaginano e una qualche chiave per comprendere l’esperienza vissuta per affrontare in futuro un’esperienza simile.
Le “memorie esistenziali” sarebbero quei ricordi che “costituiscono il sé di ciascuno” e che sono presenti anche in coloro che hanno poca memoria, non ricordano a memoria e non possono raccontare usando in forma complessa e articolata le parole. Le memorie sensoriali sono legate a momenti di intensità percettiva e sensoriale connesse con l’area psichica del dolore e del piacere. Le memorie procedurali si hanno quando si mettono in sequenza degli avvenimenti. Le memoria presemantiche comportano valutazioni o messaggi di carattere educativo o morale. Le memorie semantiche assegnano una valutazione personale dell’episodio raccontato.
Queste forme di memoria non hanno età perché sono legate al concetto di identità: senza memoria non c’è identità. Aiutare se stessi e gli altri a ritrovare le memorie è un aiuto a rinnovarsi e a sentire che anche gli altri hanno lo stesso desiderio e la stessa ambizione. Per questo nei momenti di narrazione condivisa si crea un clima di intimità, complicità e condivisione che va al di là della cosa narrata o dell’insegnamento ricevuto dalla narrazione. I racconti individuali e autobiografici sono un ritorno riflessivo sulla propria esperienza e contengono apprezzamenti, emozioni e immagini tratte dal repertorio di un passato che va a mescolarsi alle percezioni e ai pensieri del presente.
In questi racconti c’è anche un po’ di immaginario collettivo e personale, cioè il mezzo attraverso il quale gli uomini, da sempre, cercano di comprendere e di dare dei significati al mondo. L’immaginario è una sorta di guida, di luogo ideale, di punto fermo, di archetipo. Viviamo in un mondo di immaginari che produciamo, trasmettiamo e subiamo. I bambini sono sottoposti a troppe immagini virtuali che creano immaginari. Le narrazioni di vita hanno anche il compito di aiutare a destreggiarsi tra immaginari e trarne immagini sentite. Non si può narrare senza toccare le emozioni e i sentimenti, che sono parte integrante del conoscere. È indispensabile che vi sia un atteggiamento di serenità da parte del narratore.
In un raccontarsi autobiografico c’è bisogno di una serie di regole: la prima è la “libertà”, cioè ognuno deve poter essere in condizione di voler e poter raccontare, la seconda è data dalla creazione di un contesto detto di condizioni reali, come l’ambiente fisico raccolto, il numero di persone limitato, il tempo a disposizione rallentato, la disponibilità all’ascolto, il controllo delle aspettative sull’altro e la presenza di una figura di riferimento facilitante che tranquillizza, sostiene e cerca di instaurare un clima profondo e divertito. Consapevolezza e piacere sono la strada privilegiata per salire sull’albero dei racconti. Narrare ed insegnare a narrare in modo ludobiografico è un’arte che tutti possono esercitare ad imparare a condividere.
Le memorie sono le radici dell’albero dei racconti. Ciò che tiene in piedi l’albero sono le radici. Più esse sono profonde e solide, meglio l’albero regge ai cambiamenti delle stagioni. La solidità del tronco consente la trasmissione della linfa (narrativa) ai rami. La linfa consente alle gemme di aprirsi, fiorire e dare dei frutti. Le storie sono le nostre radici, il tronco è la persona che consente il passaggio della linfa, i frutti sono le narrazioni che saranno tanto più efficaci ed emozionanti quanto più saranno state alimentate dalle altre parti dell’albero. Nelle narrazioni di tutti i tempi e di tanti luoghi si usa spesso la metafora dell’albero e delle radici. L’albero è anche raffigurato nelle storie delle famiglie, detto albero genealogico. Ogni uomo riconosce anche un albero concreto della propria memoria. Noi siamo l’albero delle memorie perché siamo possessori di un deposito di eventi, emozioni, desideri, azioni non compiute e speranze disattese che stanno alla base del nostro essere tronco. Tutti questi elementi possono diventare storie narrate ad un'altra persona o ad un gruppo. In un gruppo, l’animatore ha il compito di creare quelle condizioni che sostengono la comunicazione narrativa e che si riferiscono al contesto tranquillo, calmo, accogliente e ad un ascolto attento e non invasivo. La figura dell’animatore che aiuta a far nascere i frutti è simile a quella di un buon educatore.
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