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Una lingua, ovviamente, esiste anche prima che i grammatici ne abbiano fissato le regole.

L’italiano vantava già un’eccellente tradizione letteraria quando, tra Quattrocento e Cinquecento, si

avviarono i primi esperimenti di stabilizzazione della norma. La prima breve grammatica italiana è

la Grammatichetta vaticana di Leon Battista Alberti, composta nel Quattrocento. Nel 1525,

uscirono le Prose della volgar lingua di Pietro Bembo. Le norme fissate dai grammatici dei

Cinquecento erano ricavate dagli scrittori che avevano reso grande la lingua: Dante, Petrarca e

Boccaccio. La grammatica, dunque, si sviluppò dopo che fu disponibile una ricca tradizione

letteraria. Fino ad allora, in assenza di strumenti normativi, chi usava la lingua doveva farsi

grammatico egli stesso, ricavando da solo regole, a partire dai tre autori letti e ammirati. Le

grammatiche del Cinquecento furono soprattutto strumento di consultazione per i letterati e, dal

Settecento, la grammatica divenne strumento fondamentale della pedagogia scolastica.

Accanto alle grammatiche, l’altro grande prestigio della norma linguistica è rappresentato dai

dizionari. Oggi, il vocabolario “dell’uso” è considerato prima di tutto un testimone della lingua viva

ed è aperto alle innovazioni. I più antichi vocabolari a stampa dell’italiano furono realizzati a

Venezia, mentre in Toscana, alla fine del Cinquecento, du fondata l’Accademia della Crusca, che

pubblicò nel 1612 un vocabolario molto più ampio di tutti quelli realizzati fino ad allora.

Non è stato un potere politico accentratorio, ma sono stati la letteratura e la cultura i canali più

importanti per la diffusione dell’italiano. Inoltre l’unificazione politica italiana si è realizzata quando

la lingua aveva già raggiunto da sé un assetto sicuro. In Toscana, la lingua parlata era vicina a

quella scritta e letteraria e si aveva quindi un’omogeneità altrove impossibile tra lingua letteraria e

lingua parlata. Nel resto d’Italia, invece, si ebbero casi di adozione precoce del volgare toscano al

posto del latino. Il volgare, già nel Quattrocento, fece la sua comparsa in alcune cancellerie

signorili, cioè delle segreterie addette al disbrigo degli affari di stato, anche se nel capo giuridico-

amministrativo il latino era considerata la lingua del diritto e della giurisprudenza. Per uno stato, la

scelta di una lingua ufficiale è una scelta di grande portata storica. Ma quando una lingua viene

sentita come valore nazionale, allora si possono manifestare degenerazioni. Tra queste, vi è il

rischio di un sentimento di rifiuto per quanto si presenta come linguisticamente diverso. Emerge

allora il problema delle minoranze, le quale a volte si sono trovate in conflitto con politiche

linguistiche centralistiche, come è accaduto dopo l’Unità e soprattutto durante il Fascismo. Anche i

dialetti esprimono una diversità regionale. Uno degli strumenti della politica linguistica è la

scuola. Fino al Settecento, però, la scuola superiore era in lingua latina e il volgare non era

insegnato, almeno ufficialmente. Con le riforme del Settecento, il toscano entrò nella scuola

superiore e all’università.

La stampa a caratteri mobili fu un’invenzione tedesca: il primo libro composto con questa tecnica

fu la Bibbia di Gutenberg del 1456. In breve tempo la tipografia si diffuse anche in altre nazioni e

con ottimi risultati in Italia, concentrandosi in particolare a Venezia, capitale della stampa già dal

Quattrocento. La circolazione dei testi scritti influenzò l’evoluzione della lingua e regolarizzò la

scrittura. L’incunabolo è il libro quattrocentesco appartenente al primo periodo dell’arte tipografica

appena nata. Nel primo secolo della stampa, la produzione in latino ebbe il primo posto: furono

stampati in latino la Bibbia di Gutenberg e i primi stampati in Italia. I libri in volgare furono per tutto

il Quattrocento una minoranza, tra i quali il Decameron di Boccaccio, il Canzoniere di Petrarca e la

Commedia di Dante.

I mass-media sono i mezzi della comunicazione di massa, cioè giornali, radio, cinema, televisione.

Il termine mass-media è del nostro secolo e si riferisce alla cultura prodotta in forma industriale,

destinati ad una pluralità di utenti. I new media sono invece gli strumenti dell’era informatica. Nel

Settecento, accanto al libro, acquista importanza il giornale. Riviste come Il Caffè si collocano ad

un livello alto, per un pubblico esperto. Con l’Ottocento si diffondono i giornali popolari e quotidiani

rivolti ad un pubblico più largo, favoriti dalla crescita dell’alfabetismo e e dalla maggiore

alfabetizzazione. Il giornale, oltre che motore del cambiamento e della promozione culturale, è

anche un ottimo testimone del suo tempo: ci troviamo le prime attestazioni di neologismi e

forestierismi perché il giornalista si confronta con l’attualità. Ma non sempre i neologismi che

compaiono sui giornali mettono radici nella lingua: a volte scompaiono in breve tempo. Tullio De

Mauro è stato tra i primi ad attribuire grande peso all’influenza linguistica di radio, cinema e

televisione, oltre alla stampa. Già prima della seconda guerra mondiale, la radio era già diventata

un canale per raggiungere le masse popolari. La televisione, nata nel dopoguerra, ebbe

un’importanza ancora maggiore perché si poteva portare un’immagine del mondo esterno nelle 2

zone arretrate. Gli effetti linguistici di Internet sono destinati a manifestarsi in futuro. La

multimedialità non ha soffocato l’uso della parola scritta, ma ha influenzato alcune modalità di

comunicazione che si riassumono nel rapporto tra lingua, comunicazione e persuasione.

La differenza tra lingua scritta e lingua parlata sussiste sempre. Non si scrive come si parla e

non si parla come si scrive. Nell’oralità ci sono molti elementi che entrano nella comunicazione,

assenti nella scrittura, come i gesti, le espressioni, il tono della voce…. Nella conversazione fitta di

battute c’è un continuo scambio fra gli interlocutori e, in alcuni casi, anche la sovrapposizioni delle

loro voci. Parola e azione si intrecciano. A differenza dell’oralità, lo scritto permette la correzione, il

ripensamento, il succedersi di strutture diverse, fino al raggiungimento di un risultato soddisfacente

e ordinato. Il testo scritto, dunque, permette un controllo maggiore delle connessioni testuali, del

lessico e della sintassi. Lo storico della lingua si occupa di testi scritti. L’analisi dei testi orali può

essere messa in atto solamente a partire dal Novecento, cioè da quando è stato possibile

registrare la voce su un disco o su un nastro.

Il linguaggio è patrimonio di tutta la comunità dei parlanti, del popolo. Le grandi trasformazioni,

come il passaggio dal latino alle lingue romanze, sono avvenute a livello popolare e sono consistite

appunto nell’emersione di elementi popolari, gradualmente accettati poi da tutti. Pietro Bembo, a

cui si deve la teoria vincente nelle dispute cinquecentesche sul volgare, sosteneva un ideale

letterario aristocratico e non riconosceva diritti alla parlata popolare. Ma anche una volta

riconosciuto il legame tra lingua dei grandi scrittori del Trecento (Dante, Petrarca e Boccaccio) e

quella parlata dal popolo toscano, si doveva stabilire quale fosse d’autorità, tra l’una o l’altra,

qualora discordassero. Alla fine, il popolo post-unitario era arrivato ad utilizzare una modesta

lingua italiana, piena di elementi dialettali e di errori, detta italiano popolare, utilizzata dall’inizio

degli anni Settanta per indicare la parlata di aspirazione sopradialettale e unitaria degli incolti.

La lingua cambia in dipendenza del livello culturale e sociale di chi la usa. Le varietà diastratiche

indicano le differenze che si riscontrano nell’uso dei diversi strati sociali, i quali non hanno lo

stesso livello di cultura. Non esistono solo i ceti sociali acculturati e partecipi del dibattito letterario,

ma anche i ceti più bassi. A partire dal Cinquecento, l’italiano letterario divenne la lingua della

comunicazione scritta ai diversi livelli della società. Le varietà diastratiche sono aperte alle varietà

diatropiche, cioè legate alla diversa provenienza geografica del parlante e sono quindi definibili

anche come varietà geografiche. Ciò è stato elaborato soprattutto in riferimento alla situazione

novecentesca. L’italiano parlato nel nostro paese non è uniforme, ma varia da regione e regione.

Capitolo1: Origini e primi documenti dell’italiano

L’italiano deriva dal latino volgare. Il concetto di latino volgare mescola due elementi di natura

disomogenea: una componente sociolinguistica (sincronica), che indica i diversi livelli linguistici

esistenti nel latino, e una componente diacronica, che vede emergere nella tarda latinità usi

linguistici spesso all’origine degli sviluppi romanzi. Di fatto il latino, come tutte le lingue vive, mutò

nel corso del tempo. Il latino non aveva dunque un’unità linguistica assoluta. Inoltre è da

considerare la variabile sociale: i ceti colti, infatti, parlano sempre in modo diverso dagli illetterati.

Per ricostruire gli elementi del latino volgare all’origine degli sviluppi romanzi, bisogna comparare

le lingue neolatine. Quando si riporta una parola alla sua origine latino-volgare, a volte si individua

l’esistenza di una forma lessicale non attestata nel latino scritto: l’italiano puzzo può essere

riportato al latino parlato putiu(m), da putere. Putere è attestato nel latino scritto, mentre putiu(m) è

solo possibile ipotetizzare l’esistenza sulla base della forma moderna. Il latino volgare conteneva

molte parole presenti anche nel latino scritto. Altre parole furono innovazioni del latino parlato,

come putium. In altri casi ancora si ebbe un cambiamento nel significato della parola latina

letteraria, la quale assunse un senso diverso nel latino volgare, come testa(m), che era all’origine

un vaso di terracotta, ma che gradualmente sostituì caput: evidentemente testa(m) ebbe in un

primo tempo un significato ironico, e designò il caput in maniera scherzosa, come noi possiamo

dure zucca, coccia o crapa. Poi la sfumatura ironica sparì e il termine assunse del tutto il

significato nuovo, anche se capo sopravvive nell’italiano, come parola dotta e nobile. Esisto anche

una serie di testi che possono darci informazioni utili per intravedere alcune caratteristiche del

latino parlato di livello popolare, come il Satyricon di Petronio, dove troviamo forme come pulcher,

formosus e bellus. Tra i documenti del latino volgare, ha particolare rilievo l’Appendix Probi, una

lista di 227 parole o forme o grafie non corrispondenti alla buona norma, tramandate da un codice 3

scritto a Bobbio. La lista di parole è tuttavia reputata di solito più antica del codice. Un maestro

raccolse le forme errate in uso presso i suoi allievi, affiancandole alle corrette, come:

speculum non speclum (in italiano specchio);

- vetulus non veclus (in italiano vecchio);

- columna non colomna (in italiano colonna);

- auris non oricla (in italiano orecchia);

- oculus non oclus (in italiano occhio);

- viridis non virdis (in italiano verde).

L’Appendix Probi è l’occasione per riflettere sulla presenza nel latino volgare di una serie di

tendenze diverse rispetto alla norma classica, avvertite come errori dall’insegnante nel rapporto

con i suoi allievi. L’errore è dunque una deviazione rispetto alla norma, ma nell’errore possono

manifestarsi tendenze innovative importantissime. Gli studiosi fanno riferimento a fenomeni di

sostrato, cioè all’azione esercitata dalla lingua vinta su quella dei vincitori: il latino infatti si impose

su lingue preesistenti. Il superstrato è invece l’influenza esercitata da lingue che si sovrapposero al

latino. L’adstrato è infine l’azione esercitata da una lingua confinante. Un fenomeno che non

interessa il toscano, ma si ritrova in altre zone d’Italia, è la metafonesi, cioè la modificazione del

timbro di una vocale per influenza di una vocale che segue. Nel passaggio dal latino alle lingue

romanze si ebbe la perdita delle consonanti finali e del sistema delle declinazioni. Grazie alle

declinazioni, possiamo definire il latino una lingua sintetica, mentre il passaggio dal latino classico

a quello volgare implica l’introduzione di elementi morfologici analitici come articoli e preposizioni

(il, lo, la… derivano da illu(m), illa(m)…). Il latino aveva tre generi di nomi: il maschile, il femminile

e il neutro. Quest’ultimo è sparito nelle lingue romanze. Nel latino classico era normale la

costruzione con il verbo posto alla fine della frase; il latino volgare, invece, preferì l’ordine diretto,

soggetto-verbo-oggetto-complemento indiretto. Questo è anche l’ordine delle parole nell’italiano.

Mentre il latino mostra una propensione per le frasi subordinate (ipotassi), l’italiano rivela una

preferenza per la coordinazione (paratassi).

La nascita di una lingua è un fenomeno lungo e complesso. Il passaggio del latino alle lingue

romanze durò secoli e il latino continuò a mantenere per molto tempo il dominio della cultura e

della scrittura. Vi fu un lungo lasso di tempo in cui la lingua volgare, formatasi dalla trasformazione

del latino volgare, esistette nell’uso, sulla bocca dei parlanti, ma non venne utilizzata per scrivere.

In questa fase, interamente affidata all’oralità, non furono prodotti documenti. Ad un certo, però,

l’esistenza del volgare cominciò a farsi sentire. Perché si affermasse la dignità delle nuove parlate

romanze, era necessario che si accettasse di metterle per iscritto e si prendesse l’abitudine di farlo

sistematicamente. La caratteristica dei documenti antichi del volgare è comunque la casualità:

casualità nella loro realizzazione e nel loro ritrovamento. L’Indovinello veronese è un codice scritto

in Spagna all’inizio del VIII secolo e approdato e conservato a Verona. Nel margine superiore del

foglio ci sono due note scritte in latino che alludevano all’atto dello scrivere. Nella nota, lo scrittore

verrebbe paragonato ad un aratore che spinge avanti i buoi, arando campi bianchi (il foglio),

reggendo un aratro bianco (la penna d’oca) e seminando un seme nero (l’inchiostro). Non è

provato che la mano delle due note sia la stessa e la nota stessa è stata giudicata variamente:

come “semi-volgare” e come vero e proprio “latino”, seppur scorretto.

Le più antiche testimonianze italiane di scritture volgari sono per la maggior parte carte notarili, atti

notarili o verbali processuali. Caso diverso e curioso è quello di un graffito anonimo tracciato sul

muro della catacomba romana di Commodilla. Esso rivela il suo reale carattere di registrazione del

parlato. Il graffito, che non porta alcuna indicazione cronologica, può essere fatto risalire tra il VI e

il VII secolo e la metà del IX secolo e riporta la scritta: «Non dicere ille secrita a bboce», cioè «Non

dire (que)i segreti (cioè le “orazioni segrete” della messa) a voce alta». L’iscrizione sarebbe da

attribuire ad un religioso, forse un prete che celebrava il rito sacro della catacomba. Dal punto di

vista linguistico, il tratto più notevole si riscontra a partire dall’osservazione della particolare grafica

di a bboce, cioè ad alta voce: la seconda B, più piccola, è stata aggiunta successivamente nello

spazio rimasto libero per rendere in maniera fede la pronuncia. Anche l’affresco della basilica

romana di San Clemente della fine dell’XI secolo si apparenta al graffito della catacomba di

Commodilla per il fatto di essere anch’essa romana e di natura murale. Le parole in latino e in

volgare sono state dipinte fin dall’inizio accanto ai personaggi rappresentati, per identificarli e per

mostrare il loro ruolo nella storia narrata. Nel dipinto vi è raffigurato il patrizio romano Sisinnio, il

quale ha ordinato ai suoi servi di catturare Clemente; i servi sono stati pronti ad ubbidire, ma si 4

illudono di aver legato il sant’uomo; in realtà trascinano con grande fatica e scarico successo una

pesante colonna. Oltre a Sisinnio, sono rappresentati i tre servi Albertello, Carboncello e Gosmari,

che trascinano la colonna mezzo sollevata, posta davanti a due archi; il servo sulla sinistra solleva

la colonna con un palo, gli altri due tirano, facendo forza con una corda. Il pittore ha aggiunto una

serie di parole che hanno funzione di didascalia o che indicano le frasi pronunciate dai personaggi

raffigurati in un volgare vivace e popolarescamente espressivo: per questo costituiscono una

testimonianza eccezionale per il suo carattere e per la sua antichità. Il latino è adottato nelle parti

più elevate del testo, mentre il volgare esplode vivace nelle didascalie che registrano con marcato

espressionismo plebeo voci e azioni dei personaggi.

Cronologicamente parlando, tra il graffito della catacomba di Commodilla e l’iscrizione della

basilica di San Clemente, si colloca un documento d’archivio, il Placito Capuano, considerato

come l’atto di nascita della nostra lingua. Il Placito Capuano del 960, ma la scoperta risale al

Settecento, è un verbale notarile, scritto sul foglio di una pergamena, relativa ad una causa

discussa di fronte ad un giudice capuano davanti al quale si erano presentati l’abate del monastero

di Montecassino e un tal Rodelgrimo di Aquino. Rodelgrimo rivendicava il possesso di certe terre, a

suo giudizio abusivamente occupate dal monastero. L’abate di Montecassino affermava che quelle

terre erano utilizzate dal monastero ormai da trent’anni e ciò costituiva un possesso definitivo. nel

giorno stabilito, si presentano di fronte al giudice tre testimoni che davano ragione alla tesi

dell’abate. La causa si concluse con la promessa da parte di Rodelgrimo di non ritornare sulla

questione. Per ordine del giudice, fu redatto un verbale da parte di un notaio da cui capiamo che il

dibattito orale di fronte al giudice doveva svolgersi già allora in volgare e non in latino. Il latino,

però, in quanto unica lingua della cultura e della scrittura, era impegnato per tutti i tipi di verbali,

notarili e giustizia. Le eventuali formule testimoniali pronunciate in volgare durante il dibattimento

venivano tradotte in latino nel corso della verbalizzazione del processo. Nel caso del Placito

Capuano, però, la verbalizzazione, fatta come sempre in latino, incluse formule testuali in volgare,

che ricorrono ben quattro volte. La scelta di scrivere in volgare piuttosto che in latino va spiegata

come un modo per rivolgersi ad un pubblico diverso, più vasto e probabilmente estraneo a quella

causa: come dire che era interesse del monastero di Montecassino divulgare il più possibile il

risultato del processo, per evitare nuove contestazioni dello stesso genere. La formula del Placito

Capuano del 960 non è isolata, masi colloca nella serie dei Placiti campani, con riferimento alla

regione di provenienza, la Campania.

I notai erano la categoria sociale che più frequentemente avevano occasione di usare la scrittura.

Oltre che nel corpo vero e proprio dei documenti notarili, il volgare può affiorare in forma di

postilla, cioè in forma di testo aggiunto all’atto notarile vero e proprio. Certe volte il notaio

aggiungeva commenti o osservazioni personali.

Tra i documenti pisani a noi arrivati, Baldelli ha scoperto una carta pisana collocabile tra metà

dell’XI e metà del XII secolo. Questo documento fu ridotto in parte come carta straccia, cioè fu

cancellato e riscritto. Il testo, che proviene dalla Toscana, risulta essere un elenco di spese navali.

Ancora a Pisa, su un sarcofago del Camposanto, troviamo un’iscrizione del XIII secolo che si

inquadra nel ben noto tema del morto che parla al vivo.

Un vero sviluppo della letteratura italiana si ebbe solamente del XIII secolo, a partire dalla poetica

Scuola siciliana. Tuttavia non mancano anche in precedenza documenti di carattere poetico o che

si presentano in versi, seppure sempre in forma frammentaria o occasionale. L’Indovinello

veronese, ad esempio, ha un carattere ritmico e la presenza di rime. Tracce di componimenti

poetici italiani si possono trovare a partire dal XII secolo nella forma di “ritmo”, cioè un

componimento in versi. Ad esempio, nel Ritmo bellunese si trovano quattro versi volgari in una

memoria latina esaltante le vittorie delle milizie di Belluno e di Feltre su quelle di Treviso.

Capitolo2: Il Duecento

C’è differenza tra l’uso occasionale del volgare all’interno di documenti notarili o giudiziari e

l’adozione del volgare come lingua letteraria. La scelta del volgare per la poesia implicava una

promozione della nuova lingua. La prima scuola poetica italiana di cui abbiamo notizie certe è la

Scuola siciliana, nata all’inizio del XIII secolo nell’Italia meridionale, grazie a Federico II. Altre due

letterature romanze si erano già affermate in Italia: la letteratura francese in lingua d’oïl e la

letteratura provenzale in lingua d’oc. In particolare, la lingua d’oc era la lingua della poesia

incentrata sulla tematica dell’amore intellettualizzato, raffinato e stilizzato. I poeti siciliani imitarono

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la poesia provenzale, ma ebbero l’idea di sostituire a quella lingua forestiera il volgare di Sicilia. La

poesia è stata poi trasmessa da codici medievali scritti da copisti toscani. Nel Medioevo, la

copiatura doveva garantire sempre il rispetto della produzione originale. I copisti toscani

intervennero sulla forma linguistica della poesia siciliana con una vera e propria opera di

traduzione, eliminando per quanto possibile i tratti siciliani che stridevano alle loro orecchie. Nel

corso dei secoli, la forma toscanizzata fu presa per buona.

Con la morte di Federico II, venne meno la poesia siciliana. La sua eredità passò in Toscana e a

Bologna, con i cosiddetti poeti siculo-toscani e gli stilnovisti.

Le prime esperienze poetiche di Dante appaiono ben inserite della poesia volgare di Firenze, sia

per i temi, sia per le forme linguistiche. E’ dunque prevedibile la presenza di sicilianismi e di

gallicismi di vario genere.

Le idee di Dante sul volgare si leggono nel Convivo e nel De vulgari eloquentia. Nel Convivio, il

volgare viene celebrato come il “sole nuovo” destinato a splendere al posto del latino, per un

pubblico che non è in grado di comprendere la lingua dei classici. Nel Convivio il latino è reputato

superiore in quanto utilizzato nell’arte, nel De vulgari eloquentia, invece, la superiorità del volgare

viene riconosciuta per la sua naturalezza, ma la letterarietà del latino diventa uno stimolo per

regolarizzare il volgare. Il De vulgari eloquentia, composto nell’esilio, ma prima della Commedia,

lasciato interrotto al II libro, è il primo trattato sulla lingua e sulla poesia volgare. Dante stabilisce

che, fra tutte le creature, l’unico essere dotato di linguaggio è l’uomo. Dunque il linguaggio stesso

caratterizza l’essere umano in quanto tale, diversificandolo dagli animali, più in basso, e dagli

angeli, più in alto. La caratteristica delle lingue naturali è la loro mutevolezza nello spazio, nel

tempo e nei luoghi. La grammatica delle lingue letterarie, secondo Dante, è una creazione

artificiale dei dotti che cerca di garantire una certa stabilità senza la quale la letteratura stessa non

può esistere. Anche il volgare, per farsi letterario, deve acquistare stabilità, per arrivare ad una

dignità paragonabile a quella del latino e distinguendosi dal parlato popolare. Dante esamina le

parlate locali alla ricerca del volgare migliore, definito illustre. Alla fine, tutte le parlate sono

indegne del volgare illustre. La nobilitazione del volgare deve avvenire attraverso la letteratura.

Dunque il trattato De vulgari eloquentia da libro di linguistica si trasforma in trattato di teoria

letteraria: viene analizzata la tradizione poetica volgare.

Capitolo3: Il Trecento

La Commedia di Dante è scritta in una lingua diversa da quella teorizzata nel De vulgari

eloquentia. Probabilmente il trattato teorico sul volgare fu lasciato incompiuto perché Dante aveva

imboccato un’altra strada. La ricchezza tematica e letteraria della Commedia favorì una

promozione del volgare, dimostrando, al di là di ogni discorso teorico, le sue potenzialità illimitate.

Ecco perché il successo del poema di Dante e il successo della lingua italiana (toscana) già nel

Trecento andarono di pari passo. Mentre lo stilnovismo è il fenomeno legato all’esperienza di

Dante nella sua patria, la Commedia è l’opera compiuta in esilio, che linguisticamente si ricollega

alla Toscana e a Firenze, ma si proietta sull’Italia settentrionale che ospitò il poeta durante la

maggior parte del lavoro di composizione. Il successo della Commedia fu determinante per il

successo della lingua toscana. Il toscano iniziò così la sua espansione, destinata a completarsi nel

giro di alcuni secoli. Nello stesso Trecento, altri due autori toscani produsse opere scritte in

fiorentino: il Canzoniere di Petrarca e il Decameron di Boccaccio formano con la Commedia una

triade giustamente celebrata, tanto che i tre autori sono stati uniti nella designazione di Tre

Corone, ad indicare la loro supremazia e il loro elevarsi di larga misura su tutti gli altri. Il fiorentino

era una lingua dotata di particolari potenzialità: la società fiorentina era vivacissima e intrecciava

rapporti mercantili con il resto d’Italia. Il fiorentino occupava poi una posizione mediana tra le

parlate italiane ed era quindi adatto a penetrare a Nord e a Sud. Anche il fatto che il fiorentino era

abbastanza simile al latino poteva favorire il suo successo. Tale successo non ci sarebbe

comunque stato senza la letteratura.

In Storia della lingua italiana, Bruno Migliorini ha definito Dante il padre nel nostro idioma nazionale

grazie all’opera della Commedia. La Commedia è un’opera universale che ha segnato in maniera

indelebile lo sviluppo di una letteratura e che appartiene all’intera civiltà umana. La grande

presenza di latinismi è dovuta al fatto che questi latinismi sono arrivati a Dante dalla letteratura

classica, dalle Sacre Scritture, dalla filosofia tomistica e dalla scienza medioevale. Il plurilinguismo

o multilinguismo è una delle categorie che sono state utilizzate per definire la lingua poetica di 6

Dante, in contrapposizione al filone lirico della letteratura italiana, che ha il suo massimo

esponente in Petrarca. Il plurilinguismo, contrapposto al monolinguismo lirico, è una scelta dettata

dalla disponibilità ad accogliere elementi di provenienza disparata: non solo i latinismi, ma anche i

termini forestieri, plebei, le parole toscane e anche alcune non toscane. Oltre a questa varietà

lessicali, abbiamo anche varietà nel tono, in quanto le situazioni della Commedia vanno dal

profondo dell’inferno alla visione di Dio, dai dannati e dai diavoli all’empireo. Si passa, dunque, dal

livello basso e dal turpiloquio al livello più alto, al sublime teologico. Anche se nella Commedia

sono presenti latinismi, provenzalismi e interi passi in latino o in provenzale, il poema, nel suo

complesso, si presenta come opera fiorentina. Dante si sente libero di fronte ai tratti morfologici del

fiorentino del suo tempo, quando ragioni di gusto personale lo richiedono. Il polimorfismo della

Commedia non rimase senza conseguenze, ma produsse a sua volta una tendenza alla polimorfia

nella lingua italiana, diffusasi proprio a partire da questo modello.

La caratteristica dominante del linguaggio poetico di Petrarca è la sua selettività, che esclude

molte parole usate da Dante nella Commedia, inadatte al genere lirico. La parte dell’opera

petrarchesca scritta in volgare è estremamente ridotta rispetto a quella latina. Il titolo stesso di

questa raccolta di poesie ordinata in canzoniere è in latino, non in volgare (Rerium vulgarium

fragmenta, cioè Frammenti di cose volgari). Sono in latino anche le postille applicate dallo stesso

Petrarca al codice Vaticano Latino 3196. Qui il volgare è la lingua di un raffinato gioco poetico. Per

Petrarca, la lingua naturale dell’uomo colto è proprio il latino, con cui postilla le poesie volgari,

annotando i propri brevi autogiudizi. Sul piano della sintassi, Petrarca usa la dispositio che muta

l’ordine regolare delle parole, anticipando il determinante rispetto al determinato (alla latina): la

collocazione delle parole si sottrae alla banalità del quotidiano.

L’importanza del Decameron per la prosa italiana è accentuata dal fatto che la prosa trecentesca

non aveva ancora una tradizione salda. Il salto di qualità che si ha con il Decameron di Boccaccio

è davvero molto grande. Nelle novelle di Boccaccio ricorrono situazioni narrative molto variate, in

contesti sociali diversi. Tutte le classi si muovono sulla stessa scena, dai regnanti alle prostitute,

così come compaiono quadri geografici a ambienti molto differenti. Compaiono voci che

introducono elementi diversi dal fiorentino, come il veneziano, il senese e il toscano rustico. Le

novelle mostrano una disposizione a concedere spazio alla vivacità del dialogo caratterizzati da

vivaci scambi di battute. Tuttavia, lo stile di Boccaccio per avvenenza è quello caratterizzato dalla

complessa ipotassi, come si ritrova nella cornice delle novelle e nelle parti più nobili ed elevate. In

Boccaccio si notano latinismi e l’uso di figure retoriche e i segni di interpunzione sono più ricchi

rispetto al Canzoniere di Petrarca. Boccaccio è anche autore dell’Epistola del 1339, uno dei più

antichi testi in volgare napoletano. Si tratta di uno scritto in tono scherzoso rivolta all’amico

Francesco de’ Bardi. L’Epistola nasce in ambiente napoletano e si presenta in una lingua

napoletana marcata in senso comico, ricostruita così come poteva farlo un non napoletano che

volesse imitare a orecchio il parlato del tempo. L’esperimento di Boccaccio mostra un uso

volontario di un volgare diverso dal proprio.

L’uso dei volgarizzamenti, cioè di traduzioni, rifacimenti e imitazioni di testi cominciati nel

Duecento, continuarono anche nel Trecento.

Capitolo4: Il Quattrocento

Petrarca affidava al latino la parte che riteneva più solida del proprio messaggio letterario, imitando

modelli come Cicerone, Seneca, Virgilio o Orazio. Dante, usando il latino moderno, non si era

posto questo problema. Il nuovo gusto classicistico orientò verso una concezione della lingua

intesa come frutto di imitazione dei grandi modelli letterari. La svolta umanistica che cominciò

Petrarca ebbe come conseguenza una crisi del volgare, la quale tuttavia non arrestò l’uso del

volgare stesso, ma lo screditò agli occhi della maggior parte dei dotti, mentre nell’uso pratico

continuava a farsi strada. Vi furono umanisti che non usarono il volgare, come Coluccio Salutati

che diffuse il proprio stile latino sulla base dei modelli ciceroniani. Il disprezzo per il volgare era

ancora normale. Il latino era preferito in quanto lingua più nobile, capace di garantire l’immortalità

letteraria. L’uso del volgare, secondo l’opinione dei dotti, risultava accettabile solo nelle scritture

pratiche d’affari, cioè nelle materie senza pretese d’arte.

La cultura umanistica produsse alcuni tipi di scrittura letteraria in cui latino e volgare entravano in

un rapporto molto stretto. Gli esperimenti di mistilinguismo tra latino e volgare furono frequenti e

portarono ad un livello d’arte quella che in fondo era una pratica comune. Esistono due forme di 7

contaminazione colta tra volgare e latino: il “macaronico” e il “polifilesco”. Il “macaronico” designa

un linguaggio comico caratterizzato dalla latinizzazione parodica di parole del volgare o dalla

deformazione dialettale di parole latine. La componente dialettale è bassa e plebea, mentre la

componente latina è aulica. Dal punto di vista dell’invenzione linguistica, il “macaronico” consiste

nella formazione di parole miste: per esempio, ad una parola volgare può essere applicata una

desinenza latina. Il risultato è un latino che sembra pieno di errori, ma in realtà è una scelta

volontaria dello scrittore. Il “macaronico” viene direttamente ereditato dalla tradizione medievale.

Leon Battista Alberti iniziò il movimento definibile come “Umanesimo volgare”, elaborando un

vero programma di promozione della nuova lingua per trattare argomenti seri e importanti. Alberti

era convinto che bisognasse imitare i latini nello scrivere una lingua universalmente compresa, di

uso generale. Come il latino classico, anche il volgare aveva il merito di essere lingua di tutti, ma

occorreva mirare ad una sua promozione a livello alto, da affidare ai dotti. Il latino, dunque,

indicava al volgare la strada da percorrere. Non a caso la prosa di Alberti è caratterizzata da una

forte incidenza di latinismi. Ad Alberti è attribuita anche la realizzazione della prima grammatica

della lingua italiana. Questa Grammatica della lingua toscana è tramandata da un unico codice

conservato nella Biblioteca Vaticana e per questo la si conosce anche come Grammatichetta

vaticana. La Grammatichetta vaticana nasce dalla sfida di dimostrare che anche il volgare ha una

sua struttura grammaticale ordinata, come ce l’ha il latino. La promozione della lingua toscana da

parte dell’Alberti culminò nella curiosa iniziativa del Certame coronario del 1441. Egli organizzò

una gara poetica in cui i concorrenti si affrontarono con componimenti in volgare. La giuria,

composta da umanisti, non assegnò tuttavia il premio, facendo in pratica fallire il Certame. Per

questo fu indirizzata un’anonima Protesta, nella quale gli avversari del volgare lamentavano il fatto

che una lingua come l’italiano pretendesse di gareggiare con il latino.

Nel quadro dell’Umanesimo volgare si collocano Landino e Poliziano. Landino fu cultore della

poesia di Dante e di Petrarca, nega la naturale inferiorità del volgare rispetto al latino e invita i

fiorentini a darsi da fare perché la città ottenga il “principato” della lingua. Lo sviluppo della lingua

si lega dunque ora ad una concezione patriottica e viene inteso come patrimonio e potenzialità

dello stato mediceo. Landino sosteneva la necessità che il fiorentino si arricchisse con un forte

apporto delle lingue latina e greca: la traduzione aveva dunque una funzione importante per dare

spazio alle voci toscane popolari. Durante l’Umanesimo volgare fiorentino, il volgare diventa un

esercizio letterario colto, in ambiente d’élite, da parte di autori che sono in grado di apprezzare la

letteratura classica, i quali mostrano disponibilità anche per l’adozione di modi e forme della lingua

popolare. Molto più complessa fu l’esperienza poetica di Poliziano che, con la sua raffinatissima

cultura, fu in grado di usare tre lingue: il greco, il latino e il toscano. Ancora in ambiente mediceo

assistiamo alla prima trasposizione su un piano colto di un genere popolare che godeva di grande

fortuna: il cantare cavalleresco. Era una forma poetica che veniva portata sulle piazze da canterini,

dei cantastorie professionisti, per l’intrattenimento di un pubblico medio-basso. Buona parte del

rinascimento mediceo si basa appunto sul recupero colto di forme popolari.

La letteratura religiosa era importante per la diffusione di forme dell’italiano tra il popolo. Infatti

venivano messe in scena sacre rappresentazioni per un pubblico popolare e quindi erano un’altra

occasione in cui gli incolti dialettofoni potevano incontrare una lingua più nobile e toscanizzata.

Anche la predicazione si rivolgeva al popolo e quindi aveva bisogno del volgare che in molti casi

sarà stato vicino al dialetto o al volgare locale “illustre”. Comunque, nel Quattrocento abbiamo già

casi in cui la lingua toscana esercita anche in questo capo un prestigio al di là dei suoi naturali

confini geografici. I predicatori religiosi si spostavano da luogo a luogo e facevano esperienza di un

pubblico sempre diverso, che li spingeva a raggiungere il possesso di un volgare che fosse in

grado di comunicare al di là dei confini di una singola regione.

La poesia volgare ebbe fin dall’inizio una maggiore uniformità rispetto alla prosa. La prosa, invece,

risentì maggiormente di oscillazioni, anche perché il modello di Boccaccio apparteneva ad un

genere letterario circoscritto, cioè la novella, e non tutte le occasioni di scrittura potevano essere

riportate automaticamente a questo modello. La prosa non si poteva certo limitare ad un uso solo

novellistico-narrativo, ma aveva bisogno di estendersi a settori extraletterari, cioè aveva bisogno di

una varietà di scriptae. Le scriptae si evolvono verso forme di coinè, cioè di lingue comuni

superdialettali. La coinè quattrocentesca consiste appunto in una lingua scritta che mira

all’eliminazione di una parte almeno dei tratti locali e accoglie largamente latinismi e si appoggia

anche al toscano. La coinè era il segno dello sforzo di superare il particolarismo e aspirare a 8

raggiungere un livello sovraregionale. Una forte spinta in tale direzione fu data dall’uso del volgare

nelle cancellerie principesche. Ciò dà luogo a fenomeni complessi di coesistenza tra italiano e

latino.

Il volgare toscano acquistò un prestigio crescente fin dalla seconda metà del Trecento, a partire

dalla presenza fuori dalla Toscana di autori come Dante e Petrarca, i quali si mossero variamente

nell’area settentrionale. Precoce fu la diffusione della Commedia, del Canzoniere e del

Decameron, anche se quest’ultimo in certe zone periferiche del Piemonte su tradotto in francese.

La letteratura toscana si diffuse anche nella Pianura padana e a Milano. In modo particolare,

assieme a Firenze e Milano, la città all’avanguardia nella stampa dei libri in volgare era Venezia.

Capitolo5: Il Cinquecento

Nel Cinquecento, il volgare raggiunse piena maturità, ottenendo il riconoscimento unanime dei

dotti, che gli era mancato durante l’Umanesimo. In questo secolo assistiamo ad un vero e proprio

trionfo della letteratura in volgare, con il fiorire di autori tra i massimi della nostra tradizione, come

Ariosto, Tasso, Machiavelli, Guicciardini. Oltre al successo letterario, il volgare scritto raggiunse

anche un pubblico molto ampio di lettori, conquistando nuovi spazi in tutti i settori del sapere.

Verso la metà del Cinquecento si assiste al tramonto della scrittura di coinè, tipica del Quattrocento

e dell’inizio del Cinquecento, la quale, a causa delle contaminazioni tra parlata locale, latino e

toscano, rimase poi appannaggio degli scriventi meno colti e venne considerata una lingua rozza.

L’italiano raggiunse quindi uno status di lingua di cultura di altissima dignità. La maggior parte degli

statuti editi nelle città italiane era ancora in latino, ma in alcuni casi essi cominciavano ad essere

pubblicati in volgare. Nel diritto e nell’amministrazione della giustizia, il latino continuava ad avere

una netta prevalenza. Il volgare trovava gradualmente spazio, più o meno ufficialmente. In certi

casi i documenti ci mostrano le mescolanza dei due codici, quello latino e quello italiano.

Nel 1501, Aldo Manuzio stampò due classici, Virgilio e Orazio, scegliendo un formato editoriale di

piccole dimensioni, tascabile, che avrebbe reso famose le sue edizioni, celebri anche per il

carattere tipografico corsivo, detto aldino. Nello stesso anno usciva, sempre in piccolo formato, il

Petrarca volgare curato da Bembo. Nella premessa a questa edizione del Petrarca, lo stampatore

Manuzio difendeva il testo dalle da coloro che lo riconoscevano come un allontanamento dalle

tradizionali grafie latineggianti. Un taglio netto con la tradizione latineggiante. Sulla forma

linguistica del testo di Petrarca si fondarono poi le teorie esposte nelle Prose della volgar lingua di

Bembo. Il dibattito teorico sulla lingua ebbe grande importanza nel Cinquecento, anche perché

l’esito di queste discussioni fu la stabilizzazione normativa dell’italiano. La questione della lingua

è l’interminabile serie di discussioni sulla natura del volgare e sul nome da attribuirgli. Al centro di

questo dibattito possiamo collocare le Prose della volgar lingua (1525) di Bembo, cioè un trattato

dialogico diviso in tre libri. Il terzo libro contiene una vera e propria grammatica dell’italiano, cioè

una serie di norme e regole esposte nella finzione di dialogo, dalle quali tuttavia emerge un chiaro

profilo dell’italiano che Bembo teorizzava. Il dialogo è idealmente collocato nel 1502 e vi prendono

parte quattro personaggi, ognuno dei quali è portavoce di una tesi diversa: il primo rappresenta la

continuità con il pensiero dell’Umanesimo volgare, il secondo espone molte delle tesi storiche

presenti nella trattazione, il terzo espone le tesi degli avversari del volgare e il quarto è portavoce

delle idee di Bembo. Innanzitutto viene svolta un’ampia analisi storico-linguistica, secondo la quale

il volgare sarebbe nato dalla contaminazione del latino ad opera degli invasori barbari. Il riscatto

del volgare contaminato per le sue barbare origini era stato possibile grazie agli scrittori e alla

letteratura. E’ quindi possibile un mutamento della qualità delle lingue, la cui barbarie originaria

non è irreversibile. Bembo osserva che l’italiano era andato progressivamente migliorando.

Quando Bembo parla di lingua volgare, intende senz’altro il toscano letterario trecentesco dei

grandi autori. Secondo Bembo, la lingua non si acquisisce dal popolo, ma dalla frequentazione di

modelli scritti dei grandi trecentisti. Il requisito necessario per la nobilitazione del volgare era un

totale rifiuto della popolarità. Bembo era favorevole ad una regolamentazione del latino

rigidamente aderente al classicismo, cioè fondato sul binomio Virgilio-Cicerone a cui

corrispondevano per il volgare Petrarca e Boccaccio. Bembo era convinto che la storia linguistica

italiana avesse raggiunto una vetta qualitativa insuperata nel Trecento, con le Tre Corone, ma non

escludeva che il volgare potesse ancora raggiungere risultati eccellenti, proprio attraverso la nuova

regolamentazione proposta nelle Prose. 9


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2015-2016

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